Gli enormi murales di Ella & Pitr che dipingono giganti addormentati su strade e tetti

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La coppia di street artist francesi Ella & Pitr si è fatta conoscere per gli enormi murales che realizzano su superfici inconsuete come tetti, cortili e parcheggi. Più spesso ideate per essere visibili dal alto, le opere, arrivano a misurare fino a 21mila metri quadrati. Ella et Pitr per ottimizzare il risultato usano spesso la tecnica dell’anamorfosi.

Le loro illustrazioni si compongono di pochi colori; a volte solo quelli della bandiera francese. I soggetti invece, sono i più vari, anche se i giganti addormentati sono diventati il loro tema ricorrente. Un po’ per l’ingenuità, la vulnerabilità l’intimità che le persone colte durante il riposo suggeriscono, un po’ perchè in questo modo Ella & Pitr possono comprimerli in porzioni di territorio regolari senza lasciare spazi vuoti.

Con i loro murales gli artisti affrontano temi politico-sociali ma più spesso si divertono semplicemente a darci la possibilità di sorridere dei loro buffi personaggi e delle strane situazioni che affrontano.

Nel realizzare i loro murales Ella & Pitr cercano di adattarsi al contesto e di essere rispettosi delle grandi porzioni di territorio su cui disegnano: "(...) Quando lavoriamo su superfici naturali- hanno detto in un'intervista- non utilizziamo i colori acrilici: ad esempio, sulla spiaggia abbiamo usato le alghe arenate che abbiamo trovato in loco, oppure ci è capitato di frantumare per ore materiali come carbone e gesso, per ottenere del bianco e del nero biodegradabili. Siamo inoltre alla ricerca della composizione attuale dell’inchiostro di china, perché rimane molto misteriosa…"

Ella & Pitr hanno realizzato murales in tutta Europa e in diversi altri paesi del mondo. In Italia sono stati in più di un’occasione. Tuttavia è possibile seguire il loro lavoro anche attraverso l’account instagram. (via Colossal)

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Batteri, alghe e algoritmi si parlano nelle opere, che sembrano dipinti astratti, di Anicka Yi

Anicka Yi , Biologizing the Machine (terra incognita), 2019. Acrylic vitrines, stainless steel, silt, bacteria, algae, gas sensors, scent algorithm, infrared lights.Photo by: Francesco Galli. Courtesy: La Biennale di Venezia

Anicka Yi , Biologizing the Machine (terra incognita), 2019. Acrylic vitrines, stainless steel, silt, bacteria, algae, gas sensors, scent algorithm, infrared lights.Photo by: Francesco Galli. Courtesy: La Biennale di Venezia

Coreana, Anicka Yi non si è formata come artista, la filosofia è l’obbiettivo delle sue opere e la scienza un mezzo per avvicinare l’osservatore alle domande che lei stessa si pone. Tuttavia i colori dei suoi lavori e spesso anche la loro tessitura non mancano di bellezza e una certa intensità.

“Biologizing the machine (terra incognita)”, per esempio, l’installazione che Anicka Yi ha presentato alla Biennale di Venezia 2019. “May you live in Interesting Times”, è giocata su una paletta di colori intriganti che esplodono nella monocromia dello spazio espositivo. Fa persino pensare all’Informale. E il fatto che col tempo la cromia e le forme si modifichino non fa altro che aggiungere fascino ai pannelli della Yi. Eppure si tratta soltanto di una coltura di Winogradsky (dal nome di un microbiologo russo), cioè un ecosistema di biofilm batterico e colonie di microalghe.

Non si può neppure dire che lo scopo principale dell’artista fosse quello di mostrarci un momento di raccordo tra la storia dell’arte e l’esperienza scientifica. “Biologizing the machine (terra incognita)”, infatti, fa parte di una serie di opere in cui Anicka Yi si chiede come stabilire nuovi canali di comunicazione tra l’intelligenza artificiale delle macchine e forme di vita organiche.

Una domanda difficile a cui l’artista risponde con un meccanismo altrettanto complesso: “I pannelli di Winogradsky- spiega la guida della Biennale- attivati da un particolare odore emesso dai batteri appositamente ingegnerizzati al loro interno, incorporano un sistema di IA che ne regola la crescita (…)”. Insomma, così la macchina e le microscopiche forme di vita dell’opera della Yi si parlano. Anzi, dipendono l’una dalle altre. L’odore è l’elemento scatenante e la lingua comune di questo strano dialogo. Questo spinge l’artista a chiedersi: se in futuro le macchine avranno più naso di noi, il nostro olfatto si ridurrà ulteriormente?

Le opere di Anicka Yi hanno il pregio e il difetto di condurre in un dedalo di domande che portano ad altre domande ancora. Ma viste dal vivo sono piacevoli e capaci di generare emozioni in chi le guarda a prescindere.

Le installazioni di Anicka Yi, come le altre opere esposte in May you live in Interesting Times”, si potranno osservare fino alla fine della Biennale d’Arte di Venezia 2019.

Anicka Yi , Biologizing the Machine (terra incognita), 2019. Acrylic vitrines, stainless steel, silt, bacteria, algae, gas sensors, scent algorithm, infrared lights.Photo by: Francesco Galli. Courtesy: La Biennale di Venezia

Anicka Yi , Biologizing the Machine (terra incognita), 2019. Acrylic vitrines, stainless steel, silt, bacteria, algae, gas sensors, scent algorithm, infrared lights.Photo by: Francesco Galli. Courtesy: La Biennale di Venezia

Anicka Yi , Biologizing the Machine (terra incognita), 2019. Acrylic vitrines, stainless steel, silt, bacteria, algae, gas sensors, scent algorithm, infrared lights.Photo by: Francesco Galli. Courtesy: La Biennale di Venezia

Anicka Yi , Biologizing the Machine (terra incognita), 2019. Acrylic vitrines, stainless steel, silt, bacteria, algae, gas sensors, scent algorithm, infrared lights.Photo by: Francesco Galli. Courtesy: La Biennale di Venezia

Anicka Yi , Biologizing the Machine (terra incognita), 2019. Acrylic vitrines, stainless steel, silt, bacteria, algae, gas sensors, scent algorithm, infrared lights.Photo by: Francesco Galli. Courtesy: La Biennale di Venezia

Anicka Yi , Biologizing the Machine (terra incognita), 2019. Acrylic vitrines, stainless steel, silt, bacteria, algae, gas sensors, scent algorithm, infrared lights.Photo by: Francesco Galli. Courtesy: La Biennale di Venezia

Anicka Yi , Biologizing the Machine (terra incognita), 2019. Acrylic vitrines, stainless steel, silt, bacteria, algae, gas sensors, scent algorithm, infrared lights.Photo by: Francesco Galli. Courtesy: La Biennale di Venezia

Anicka Yi , Biologizing the Machine (terra incognita), 2019. Acrylic vitrines, stainless steel, silt, bacteria, algae, gas sensors, scent algorithm, infrared lights.Photo by: Francesco Galli. Courtesy: La Biennale di Venezia

Anicka Yi , Biologizing the Machine (terra incognita), 2019. Acrylic vitrines, stainless steel, silt, bacteria, algae, gas sensors, scent algorithm, infrared lights.Photo by: Francesco Galli. Courtesy: La Biennale di Venezia

Anicka Yi , Biologizing the Machine (terra incognita), 2019. Acrylic vitrines, stainless steel, silt, bacteria, algae, gas sensors, scent algorithm, infrared lights.Photo by: Francesco Galli. Courtesy: La Biennale di Venezia

La 'Strada di Mattoni Gialli' di Serge Attukwei Clottey che da Accra porta a Milano

all images courtesy the artist and lorenzelli arte

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L’artista africano Serge Attukwei Clottey crea dei complessi tessuti unendo centinaia di tessere di vecchia plastica gialla con il filo di rame. Li espone un po’ in tutto il mondo (attualmente è in mostra nella galleria Lorenzelli Arte di Milano). Nel suo quartiere (Labadi) ad Accra in Ghana però si è spinto oltre e li stà usando per tappezzare le case e le strade della città. Che dall’alto sembrano lastricate d’oro.

Il mastodontico progetto l’ha chiamato 'Yellow Brick Road'. La strada di mattoni gialli del Mago di Oz. Cioè la sua strada verso casa. L’installazione permanente, oltre a portare un racconto personale, simboleggia le migrazioni del popolo africano e il loro desiderio di fare ritorno. Ma non è ne la prima ne l’unica opera d’arte pubblica in cui si è impegnato Serge Attukwei Clottey.

Tutto nasce dalle taniche di plastica che vennero usate per portare l'olio da cucina in Africa. Questi contenitori blu, bianchi ma più spesso gialli, diventarono strumenti preziosi in Ghana durante un periodo di grave siccità. Ogni famiglia se ne procurava più che poteva per portare l’acqua a casa. Tanto da meritarsi il soprannome di “galloni Kufuor” (presidente del Ghana in quegli anni). Al ritorno della normalità quelle stesse brocche colorate e malconce sono state abbandonate dappertutto: nelle discariche improvvisate sulle spiagge, nelle strade delle città. Ovunque. Fino a intasare le fogne e far crescere l’inquinamento della zona in maniera intollerabile.

Serge Attukwei Clottey oltre 18 anni fa ha deciso di contribuire a risolvere il problema facendone delle opere d’arte. Li taglia in piccole tessere, li modella su una fiamma e poi li accosta e li cuce con del filo di rame.. Il risultato sono dei tessuti coloratissimi che richiamano le stoffe tradizionali africane. Per l’artista sono un modo per fondere la rappresentazione di storia ed economia del suo paese, all’emergenza ambientale.

Il Ghana è uno dei paesi più aridi- ha detto tempo fa- e deve affrontare alcune delle conseguenze più dannose per i cambiamenti climatici e la carenza idrica. Eppure il governo non fa nulla, quindi mi sono preso la responsabilità di educare attraverso l'arte

Ha persino fondato un movimento che si chiama appunto “Afrogallonism”. Viene da se che il supporto della comunità, cui i progetti d’arte pubblica contribuiscono, sia parte fondamentale dell’opera di Clottery. L’artista a questo scopo fa anche delle performance.

Abbiamo un modo molto interessante di lavorare-spiega- specialmente quando andiamo alla discarica, ci vestiamo come donne e questo è il motivo per cui tante donne raccolgono i galloni per me"

La “Yellow Brick Road” di Accra è un progetto in divenire cui l’artista aggiunge dei pezzi di mese in mese, di anno in anno. Che si può seguire sull’account instagram di Clottey. Per vedere dal vivo i tessuti di Serge Attukwei Clottey, invece, la scelta migliore è visitare la mostra “Sometime in your life” da Lorenzelli Arte a Milano, dove una serie di grandi opere realizzate per l’occasione danno l’idea d quanto il ghanese sia abile a comporre un mosaico vibrante di colori e segni con dei semplici rifiuti di plastica (fino al 31 dicembre 2019)

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