Con acqua e colonne di travertino rosa SUPERFLEX trasforma il cortile di Palazzo Strozzi in una piscina per i pesci del futuro

SUPERFLEX, There are other fish in the sea”, Palazzo Strozzi. Installation view. Photo: Ela Bialkowska, OKNO Studio. Courtesy Fondazione Palazzo Strozzi, Firenze

Anche mentre una lieve pioggerella comincia a cadere e il cielo scuro di nubi preannuncia un vero e proprio temporale primaverile su Firenze l’installazione del collettivo SUPERFLEXThere are other fish in the sea” (“Ci sono altri pesci nel mare”), continua a riversare tutta la vita che si consuma intorno (e sopra) di essa nello spazio del cortile di Palazzo Strozzi. Come uno schermo cinematografico liquido ante litteram riflette poi anche la bellezza immota e perfetta dell’edificio rinascimentale con cui l’opera dialoga e bisticcia al tempo stesso (mettendo in discussione i principi fondanti fatti di ordine e simmetria del fabbricato con le sue colonne frammentate ed apparentemente precarie). Così, mentre passato e presente fanno valere le loro ragioni, lo specchio d’acqua di cui è ora ricoperto il secolare selciato si increspa più e più volte, ricordandoci l’esistenza di linguaggi, organismi e percezioni che i nostri sensi non possono cogliere.

Prodotta da Fondazione Palazzo Strozzi in collaborazione con la Kunsthal Spritten di Aalborg in Danimarca (che a sua volta ospiterà l’opera in una versione rinnovata in occasione della sua inaugurazione) e con la Fondazione Hillary Merkus Recordati, “There are other fish in the sea” è un’installazione site-specific che ha richiesto tre anni di lavoro ai danesi di SUPERFLEX. Inaugurata martedì scorso, è anche un’opera d’arte pubblica accessibile a tutti e rivolta sia ai visitatori della mostra “Rothko a Firenze (attualmente al piano nobile dell’edificio tardo quattrocentesco) che agli avventori del piccolo bar che si affaccia sul loggiato e ai semplici passanti. In maniera assolutamente democratica.

La scultura commemora anche il sessantennale dell’alluvione di Firenze, in cui morirono 35 persone,

Abbiamo il cortile sommerso d’acqua - ha detto il direttore generale della Fondazione Palazzo Strozzi e curatore del progetto, Arturo Galansino – e otto colonne in travertino rosa che sono potenziali habitat, potenziali architetture, per pesci. Quindi il collettivo SUPERFLEX suggerisce una realtà interspecie dove uomini, creature marine, altri animali e piante dovranno imparare a sopravvivere in futuro ad un livello delle acque che minaccia di essere pericolosamente diverso, mentre ricorda la tragedia dell’alluvione di Firenze del 1966 come un monito e un punto di reimmaginazione e ripensamento.

Le sfaccettate colonne in travertino hanno altezze diverse e non sono casualmente rosa. L’installazione infatti è accompagnata da un manifesto dell’architettura interspecie (“Interspecies Architectural Manifesto”) che indica questo colore al primo punto dell’elenco di sei assiomi da cui è composto: “I polipi di corallo preferiscono insediarsi in ambienti rosa grazie al loro rapporto mutuamente vantaggioso con le alghe coralline rosa. Usando materiali rosa o dipingendo le nostre strutture di rosa, stiamo adottando un colore suggerito dal mare, lasciando che siano le altre specie a prendere decisioni estetiche”.

SUPERFLEX, There are other fish in the sea”, Palazzo Strozzi. Installation view. Photo: Ela Bialkowska, OKNO Studio. Courtesy Fondazione Palazzo Strozzi, Firenze

Fondato nel 1993 da Jakob Fenger, Rasmus Rosengren Nielsen e Bjørnstjerne Christiansen (allora tutti fotografi tra i 24 e i 25 anni d’età), SUPERFLEX nel corso del tempo ha lavorato con un’ampia varietà di collaboratori (dai giardinieri agli ingegneri fino al pubblico stesso). Sempre in bilico tra sovversione, un certo atipico pragmatismo ed ironia, hanno strutturato il loro gruppo come un’azienda e scelto un nome abbastanza aperto da trarre in inganno i nuovi conoscenti sul genere d’attività da loro svolta.

Intervistati da Arturo Galansino in occasione della mostra in merito alla scelta di costituire un collettivo hanno detto: “Eravamo un po’ stanchi di quell’attenzione sull’individuo. Ci siamo incontrati, siamo diventati amici e volevamo fare cose insieme, così abbiamo deciso di formare un collettivo: SUPERFLEX. Questo ci ha permesso di allontanarci dalle nostre identità individuali e convogliare tutto in una forma condivisa. E, attraverso questo, potevamo giocare con ciò che un artista è realmente. Nel 1993 non c’era niente di simile. Certo, gli artisti collaboravano tra loro anche prima, ma per noi era un modo di mettere in discussione le strutture di potere e la più grande era il mito del genio artistico”.

Si sono negli anni confrontati con modelli alternativi di organizzazione sociale ed economica, mentre le loro opere hanno assunto la forma di sistemi energetici, bevande, sculture, sessioni di ipnosi, infrastrutture, dipinti, vivai, contratti e spazi pubblici. Nel frattempo la loro fama cresceva e il loro lavoro raggiungeva istituzioni e spazi espositivi sempre più prestigiosi (come la Tate Modern di Londra, il Museo Jumex di Città del Messico, il Van Abbemuseum nei Paesi Bassi, il 21st CenturyMuseum of Contemporary Art di Kanazawa o la Biennale di Venezia).

Il futuro distopico evocato dall’acqua di “There are other fish in the sea” e il passato tragico cui fa riferimento non deve trarre in inganno: l’opera non è affatto cupa ma anzi surreale, magica e persino giocosa. L’umorismo di cui il collettivo solitamente fa largo uso non è immediatamente razionalizzabile ma crea come un’aura di leggerezza intorno alla scultura; la quale riesce a raccogliere suggestioni storico-architettoniche dell’edificio insieme ad aggiunte recenti (come i display digitali appesi alle pareti) ed enfatizzare il tutto mentre lo mette in discussione. Con questa installazione gli artisti hanno anche cercato di attutire un po’ l’inquinamento sonoro e creare uno spazio di meditazione e relax nel tessuto urbano (anche se il caos del centro toscano rendeva difficile l’impresa).

L’installazione di SUPERFLEX, che verrà accompagnata da un catalogo sull’impegno ecologico e il lavoro del collettivo danese, resterà nel cortile di Palazzo Strozzi fino al 2 agosto 2026.

SUPERFLEX, There are other fish in the sea”, Palazzo Strozzi. Installation view. Photo: Ela Bialkowska, OKNO Studio. Courtesy Fondazione Palazzo Strozzi, Firenze

SUPERFLEX, There are other fish in the sea”, Palazzo Strozzi. Installation view. Photo: Ela Bialkowska, OKNO Studio. Courtesy Fondazione Palazzo Strozzi, Firenze

SUPERFLEX, There are other fish in the sea”, Palazzo Strozzi. Installation view. Photo: Ela Bialkowska, OKNO Studio. Courtesy Fondazione Palazzo Strozzi, Firenze

SUPERFLEX, There are other fish in the sea”, Palazzo Strozzi. Installation view. Photo: Ela Bialkowska, OKNO Studio. Courtesy Fondazione Palazzo Strozzi, Firenze

Dimenticata, riscoperta e oggi celebrata a Parigi, Vivian Suter si racconta con dipinti tropicali

Exhibition view, Vivian Suter, "Disco", Palais de Tokyo (Paris), 12.06-07.09.2025  Copyright Vivian Suter Courtesy of Karma International, Zurich; Gladstone, New York / Bruxelles / Séoul; Gaga, Mexico DF; Proyectos Ultravioleta, Guatemala City Photo credit: Aurélien Mole

Una saga familiare che dall’800 conduce fino ai giorni nostri attraverso vicende che si svolgono in due continenti, mentre, sullo sfondo, si consumano guerre e persecuzioni ma anche amori e ambizioni; il rapporto strettissimo e sottilmente conflittuale tra una madre e una figlia, entrambe artiste, che continuano a esporre insieme anche dopo la scomparsa della prima; una pittrice dimenticata e in bolletta insofferente alle convenzioni sociali, che sta per vendere la casa proprio quando viene riscoperta e raggiunge il successo. Potrebbe sembrare la trama inverosimile e un po’ ingenua di uno scrittore d’altri tempi e invece è la storia, tutt’altro che romanzata, dell’artista argentino-svizzera Vivian Suter, oggi celebrata come proto-ambientalista dopo aver passato decenni a dipingere per se stessa in un giardino tropicale caotico ricavato in una ex-piantagione di caffè in Guatemala.

In questi mesi Vivian Suter è protagonista della grande mostra “Disco” (il nome non ha a che fare con dj o luci stroboscopiche ma è quello di uno dei suoi cani) al museo d’arte contemporanea, Palais de Tokyo di Parigi. Dove i dipinti gestuali, dagli accesi colori tropicali, rigorosamente non incorniciati invadono l’ampia superficie delle sale appesi in blocco su stenders metallici, sospesi al soffitto, adagiati per terra, o fissati alle pareti in modo apparentemente casuale fino a sovrapporsi l’un l’altro.

L'allestimento è molto empirico- ha detto il curatore François Piron- Avevamo un piano, ma non lo abbiamo seguito. Abbiamo solo rispettato alcune regole: doveva essere denso, doveva occupare l'intera superficie delle pareti dall'alto al basso e doveva esserci un'ampia gamma di contrasti”. Le opere inoltre sono illuminate dalla luce naturale, e in mostra è presente anche un nutrito gruppo di acquerelli della scomparsa madre della pittrice (Elisabeth Wild, che era un’artista a propria volta).

Il Palais de Tokyo è una sede prestigiosa, ma da quando il curatore polacco Adam Szymczyk (nel 2011) ripescò il lavoro dimenticato da un trentennio della signora Suter (includendolo in diverse mostre e nel 2017 nella quattordicesima edizione di Documenta di Kassel), la sua carriera ha il vento in poppa. Tra i musei in cui è stata solista ci sono ad esempio: la Tate Liverpool, il museo Reina Sofia di Madrid e, in Italia, la Gamec di Torino.

Exhibition view, Vivian Suter, "Disco", Palais de Tokyo (Paris), 12.06-07.09.2025  Copyright Vivian Suter Courtesy of Karma International, Zurich; Gladstone, New York / Bruxelles / Séoul; Gaga, Mexico DF; Proyectos Ultravioleta, Guatemala City Photo credit: Aurélien Mole

I collage laboriosi e precisi della madre sono in genere parte del pacchetto: le due donne per parecchi anni, e fino alla scomparsa della signora Wild (avvenuta nel 2020 quando aveva 97 anni), hanno abitato nella stessa ex-piantagione di caffè ed erano molto legate (tanto che i curatori tendono ad esporle insieme per rendere comprensibile il loro percorso agli spettatori).

Tuttavia, l’affetto e il sentire condiviso, non vuol dire che artisticamente fossero sovrapponibili. Quello tra loro è anzi un confronto fatto di macro-differenze che nascondono centinaia di minute consonanze. La signora Suter anche recentemente ha ricordato: “A volte spostavo un piccolo dettaglio (nei collage della madre ndr) quando non guardava, ma lei lo notava sempre immediatamente!

Resta il fatto però che tutt’e due abbiano dovuto adottare simili stratagemmi nel lungo periodo di ristrettezze economiche (Suter ha cominciato a usare colla di pesce e colori da rigattiere che trovava nei mercati della zona, mentre Wild si faceva regalare le riviste per fare i suoi collages) e che la loro vita sia stata sballottata da un continente all’altro dalla stessa, potente, ondata di marea.

Infatti, sebbene la passione per l’arte fosse molto più antica di entrambe (sia la nonna che la bisnonna della signora Suter dipingevano), la storia di fughe e drastici cambiamenti della famiglia ha origine proprio nella biografia di Elisabeth Pollack Wild. Che, nata a Vienna nel ’22 da una cattolica e un ebreo, dovette emigrare in Argentina ancora adolescente per sfuggire alle persecuzioni naziste. Lì completò gli studi artistici e sposò l’industriale tessile August Wild e nel ’49 mise al mondo Vivian.

Tuttavia, il clima politico nel paese sudamericano era in rapido cambiamento, e quando il regime di Peron decise di nazionalizzare le aziende private, la famiglia Wild tornò in Europa. Non in Austria: per esorcizzare i fantasmi del passato scelsero Basilea in Svizzera. Vivian Suter allora aveva dodici anni e si adattò bene al nuovo contesto.

Exhibition view, Collages by Elisabeth Wild in "Disco", Vivian Suter. Palais de Tokyo (Paris), 12.06-07.09.2025

Studia arte; negli anni ’70 già partecipa a una collettiva e nell’81 viene addirittura inserita in una mostra nel museo d’arte contemporanea di Basilea. Nel frattempo però coltiva una crescente insofferenza per l’ambiente sociale dell’epoca (è timida e le pubbliche relazioni non le vanno giù). Ma soprattutto conosce e sposa, Martin Suter (che sarebbe diventato un famoso scrittore). Artisticamente decide di prenderne il cognome, ma il matrimonio non è altrettanto durevole: divorzia.

A questo punto parte per un viaggio alla scoperta dei siti archeologici mesoamericani; e un giorno raggiunge la cittadina di Panajachel, sulla sponda nord-orientale del lago Atitlán in Guatemala. Ci arriva per caso, all’inizio degli anni ’80, quando il Paese era immerso in una sanguinosa guerra civile che si sarebbe conclusa solo nel decennio successivo. “Nessuno- ha raccontato- mi aveva detto che c’era una guerra in corso”.

Fatto sta che rimane folgorata dalla bellezza del lago: si trasferisce lì, compra casa, si innamora e fa un figlio (lui oggi è un musicista e ha preso il cognome della nonna: si chiama Franck Wild). Non molto tempo dopo la raggiunge la madre.

Copyright Vivian Suter. Courtesy of the artist and Karma International, Zurich; Gladstone Gallery, New York and Brussels; House of Gaga, Mexico City and Los Angeles; and Proyectos Ultravioleta, Guatemala City. Photo credit: Flavio Kerrer

La signora Suter attraversa indenne la guerra civile guatemalteca ma non è così fortunata quando (nei primi anni duemila) degli eventi metereologici estremi colpiscono la zona: è un disastro, acqua e fango si abbattono sulla ex-piantagione di caffè e rovinano tutto, inclusi i dipinti dell’artista.

Quello però per lei è anche il momento della svolta: “All'epoca la consideravo semplicemente una catastrofe- ha raccontato in un’intervista rilasciata qualche anno fa- ma man mano che le opere si asciugavano, i colori hanno cominciato a emergere e ho capito che dovevo iniziare a lavorare con la natura e non contro di essa”.

Da allora dipinge tutti i giorni all’aperto (sia con il sole che sotto la pioggia). E non solo non cerca di ricoverare le opere ma le espone volontariamente agli elementi e al caso (mette le tele ad asciugare per terra, in vari punti del giardino, o le appende in un angolo senza curarsene). Talvolta si serve volontariamente di elementi organici (come l’acqua piovana e certe piante), ma più spesso sono loro a entrare a far parte dei lavori: come le foglie che cadendo si attaccano alla colla con cui impregna la superficie delle tele, la terra che incrosta qua e là il pigmento, o le impronte che i suoi cani, ogni tanto, lasciano sulla pittura fresca.

I dipinti (sempre senza data e titolo) sono un susseguirsi di pennellate veloci, spesse, gestuali, molto espressive; da cui emergono forme semplici come cerchi o onde, foglie e fiori stilizzati. Complessi nella tessitura e nello stratificarsi della materia mentre i colori colano, si spandono e lottano per prendere il sopravvento o semplicemente si adagiano pigri in forme seminali. Cromaticamente sono ricchi, a momenti allegri; qualcuno li ha definiti “un distillato di tropici”. La signora Suter invece ha detto: “Dipingo principalmente la natura, come foglie, alberi, rami e frutta. Mi piace anche dipingere i suoni. Quando sono fuori in giardino, sento i suoni del paese: la chiesa, gli uccelli, i cani...

Disco” di Vivian Suter (con ben 500 opere esposte) è una personale completa, al limite della retrospettiva, anche se le tele non sono disposte in ordine cronologico (impresa per altro impossibile, visto che la stessa artista non è in grado di capire precisamente a quando risalgano). Rimarrà al PalaPalais de Tokyo di Parigi fino al 7 settembre 2025.

Copyright Vivian Suter. Courtesy of the artist and Karma International, Zurich; Gladstone Gallery, New York and Brussels; House of Gaga, Mexico City and Los Angeles; and Proyectos Ultravioleta, Guatemala City. Photo credit: Sebastian Lendenmann

Exhibition view, Vivian Suter, "Disco", Palais de Tokyo (Paris), 12.06-07.09.2025  Copyright Vivian Suter Courtesy of Karma International, Zurich; Gladstone, New York / Bruxelles / Séoul; Gaga, Mexico DF; Proyectos Ultravioleta, Guatemala City Photo credit: Aurélien Mole

Copyright Vivian Suter. Courtesy of the artist and Karma International, Zurich; Gladstone Gallery, New York and Brussels; House of Gaga, Mexico City and Los Angeles; and Proyectos Ultravioleta, Guatemala City. Photo credit: Flavio Kerrer

Exhibition view, Vivian Suter, "Disco", Palais de Tokyo (Paris), 12.06-07.09.2025  Copyright Vivian Suter Courtesy of Karma International, Zurich; Gladstone, New York / Bruxelles / Séoul; Gaga, Mexico DF; Proyectos Ultravioleta, Guatemala City Photo credit: Aurélien Mole

Copyright Vivian Suter. Courtesy of the artist and Karma International, Zurich; Gladstone Gallery, New York and Brussels; House of Gaga, Mexico City and Los Angeles; and Proyectos Ultravioleta, Guatemala City. Photo credit: Flavio Kerrer

Exhibition view, Vivian Suter, "Disco", Palais de Tokyo (Paris), 12.06-07.09.2025  Copyright Vivian Suter Courtesy of Karma International, Zurich; Gladstone, New York / Bruxelles / Séoul; Gaga, Mexico DF; Proyectos Ultravioleta, Guatemala City Photo credit: Aurélien Mole

Exhibition view, Vivian Suter, "Disco", Palais de Tokyo (Paris), 12.06-07.09.2025  Copyright Vivian Suter Courtesy of Karma International, Zurich; Gladstone, New York / Bruxelles / Séoul; Gaga, Mexico DF; Proyectos Ultravioleta, Guatemala City Photo credit: Aurélien Mole

Exhibition view, Collages by Elisabeth Wild in "Disco", Vivian Suter. Palais de Tokyo (Paris), 12.06-07.09.2025

Exhibition view, Vivian Suter, "Disco", Palais de Tokyo (Paris), 12.06-07.09.2025  Copyright Vivian Suter Courtesy of Karma International, Zurich; Gladstone, New York / Bruxelles / Séoul; Gaga, Mexico DF; Proyectos Ultravioleta, Guatemala City Photo credit: Aurélien Mole

Exhibition view, Vivian Suter, "Disco", Palais de Tokyo (Paris), 12.06-07.09.2025  Copyright Vivian Suter Courtesy of Karma International, Zurich; Gladstone, New York / Bruxelles / Séoul; Gaga, Mexico DF; Proyectos Ultravioleta, Guatemala City Photo credit: Aurélien Mole

Exhibition view, Vivian Suter, "Disco", Palais de Tokyo (Paris), 12.06-07.09.2025  Copyright Vivian Suter Courtesy of Karma International, Zurich; Gladstone, New York / Bruxelles / Séoul; Gaga, Mexico DF; Proyectos Ultravioleta, Guatemala City Photo credit: Aurélien Mole

Vivian Suter Portrait, Guatemala City. Photo credit: Flavio Kerrer

Quest'estante Julian Charrière installerà un telefono sulla Piazza del Mercato di Basilea per ascoltare la voce della giungla

JULIAN CHARRIÈRE, WESTERN ANDEAN CLOUD FOREST, ECUADOR, 2024 © the artist; VG-Bild Kunst, Bonn, Germany / 2024, ProLitteris, Zurich

Dal prossimo 8 giugno chi passerà per la Piazza del Mercato di Basilea si potrà godere, “Calls for Action”, una grande opera d’arte pubblica dell’artista franco-Svizzero, Julian Charrière. Il progetto prevede un mega schermo che, coprendo i lavori di ristrutturazione degli storici grandi magazzini Globus, mostrerà in presa diretta una foresta nebulosa delle Ande Occidentali in Equador. Non solo: ci sarà anche una cabina telefonica che le persone potranno usare per parlare e ascoltare… la foresta. Il tutto perfettamente eco-compatibile, visto che il progetto sarà alimentato da pannelli solari.

Calls for Action” sarà la seconda opera pubblica del “Globus Public Art Project” (organizzato dai grandi magazzini svizzeri durante il triennio di ristrutturazione della loro sede principale) ed è stato commissionato dall’azienda di commercio al dettaglio in collaborazione con la Fondazione Beyeler. Hanno inoltre supportato il progetto: Art into Acres (iniziativa ambientale senza scopo di lucro gestita da artisti) Re:wild (organizzazione globale che sostiene le cause ambientali nel mondo) e Fundación de Conservación Jocotoco (organizzazione non governativa ecuadoriana che protegge aree di cruciaali per la conservazione delle specie minacciate nella zona).

Nato nell’87 da padre svizzero e madre francese, Julian Charrière, si è formato in Germania con Olafur Eliasson (il cui impegno contro la crisi ambientale è ben noto) e ha lo studio a Berlino. Con un’opera che è un curioso mix di spirito d’avventura romantico, attivismo ambientalista contemporaneo e un pizzico di bizzarria senza tempo, Charrière, ha già fatto spesso parlare di se nonostante la giovane età. Come nel 2021 quando è stato invitato a partecipare ad una spedizione artica insieme a degli scienziati e il gruppo ha scoperto l’isola più settentrionale della Groenlandia (come gli esploratori di un tempo pensavano di esssere attraccati su Oodaaq, visto che l’isola su cui si trovavano non era segnata sulle mappe). Oppure come nel 2017, quando la polizia ha fatto irruzione nel suo studio di Berlino, dopo che aveva testato un cannone ad aria lungo tre metri che avrebbe dovuto servire per sparare alle noci di cocco sull’atollo di Bikini e che di lì a poco sarebbe stato mandato alla biennale antartica ma che è ancora adesso sotto sequestro (l’opera si chiama “The Purchase of the South Pole” e avrebbe dovuto essere un commento ai pericoli per il clima insiti nella ricerca scientifica).

Lo scopo di “Calls for Action”, in cui le persone potranno osservare nel tempo e persino parlare o ascoltare un ecosistema ricchissimo e lontano, è quello di creare un legame emotivo tra la gente e un luogo remoto la cui esistenza è minacciata. Ma le persone potranno anche contribuire alla sua salvaguardia donando alla causa (attraverso un codice QR posto nella cabina telefonica).

Volevo creare un'opportunità- ha dichiarato l’artista- per il pubblico di interagire intimamente con un ecosistema distante da Basilea e di ascoltare la propria voce al suo interno. (L’opera ndr) i ricorda che la nostra presenza si fa sentire anche nei luoghi che immaginiamo siano a distanza. Tutto è connesso e non c'è luogo che non senta le conseguenze dell'azione umana, così come dell'inazione. ‘Calls for Action’ è un incontro con questa realtà, ma anche con la possibilità che si ha se agiamo con intenzione, se mettiamo insieme le nostre voci, possiamo sostenere e far ricrescere ciò che altrimenti sarebbe andato silenziosamente perduto”.

Dell’opera pubblica Charrière ha detto: “Volevo creare un'opportunità per il pubblico di interagire intimamente con un ecosistema distante da Basilea e di ascoltare la propria voce al suo interno. Ci ricorda che la nostra presenza si fa sentire anche nei luoghi che immaginiamo siano lontani. Tutto è connesso e non c'è luogo che non senta le conseguenze dell'azione umana, così come dell'inazione. ‘Calls for Action’ è un incontro con questa realtà, ma anche con la possibilità che si ha se agiamo con intenzione, se mettiamo insieme le nostre voci, possiamo sostenere e far ricrescere ciò che altrimenti sarebbe andato silenziosamente perduto”.

Calls for Action” di Julian Charrière rimarrà sulla Piazza del Mercato di Basilea fino al 6 ottobre 2024

JULIAN CHARRIÈRE, WESTERN ANDEAN CLOUD FOREST, ECUADOR, 2024 © the artist; VG-Bild Kunst, Bonn, Germany / 2024, ProLitteris, Zurich

JULIAN CHARRIÈRE, WESTERN ANDEAN CLOUD FOREST, ECUADOR, 2024 © the artist; VG-Bild Kunst, Bonn, Germany / 2024, ProLitteris, Zurich