Superflex: “Vogliamo un nuovo Rinascimento che abbia al centro tutte le specie animali. E non solo gli umani”

installazione superflex firenze

Superflex, "There are other fish in the sea", 2026, Palazzo Strozzi (Firenze). Foto © Artbooms

Intervista a Superflex
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Mentre le ondate di calore flagellano l’Europa arrivando perfino a sciogliere i ghiacciai delle Alpi (con conseguenze sul livello dei mari), l’installazione del collettivo di artisti danesi Superflex, “There Are Other Fish In The Sea”, pensata per il cortile di Palazzo Strozzi a Firenze, e il loro “Manifesto architettonico interspecie” appaiono decisamente d’attualità. Se non addirittura premonitori.

Artbooms ha parlato con Superflex di entrambi.

Molti artisti hanno affrontato il tema dei cambiamenti climatici, della salute dei mari e del nostro rapporto con la Natura e gli altri animali; alcuni hanno ideato sculture nate per vivere sott’acqua, mentre altri hanno collaborato con gli scienziati. Il modo di reinventare l’ambiente urbano e l’architettura in chiave ecologica ha radici nel passato, il legame tra città e altri animali è stato teorizzato tra gli anni ’30 e gli anni ’90 del secolo scorso, e il mito dell’artista-esploratore ha vissuto il suo periodo di gloria già nel Romanticismo (tra la fine del ‘700 e la prima metà dell’800). Eppure, forse nessuno prima ha saputo restituire insieme tutti questi argomenti con un mix di ironia e pragmatismo, leggerezza e serietà, come Superflex. Tanto da arrivare a creare un “Manifesto architettonico interspecie” da affiancare alle loro opere d’arte e a includere i pesci nel loro collettivo.

SUPERFLEX As Close As We Get 2022 Photo: SUPERFLEX

Fondato a Copenaghen nel 1993 da Jakob Fenger, Rasmus Rosengren Nielsen e Bjørnstjerne Christiansen, Superflex, durante alcuni progetti, diventa un gruppo davvero numeroso, ma fino a poco tempo fa era composto sempre e solo da umani. Adesso le cose sono cambiate.

Prima dell’inaugurazione dell’installazione “There Are Other Fish In The Sea” a Palazzo Strozzi, il signor Christiansen mi ha detto: “Superflex è un collettivo composto da tre persone, quindi abbiamo sin dall’inizio deciso di non lavorare secondo una prospettiva individuale; abbiamo lavorato a progetti come quello dei parchi che coinvolgevano le comunità cittadine; in altri numerosi interventi abbiamo collaborato con degli specialisti di specifici settori. Quindi, ci è sembrato naturale estendere quest’esperienza ad altre specie”.

Tutto è cominciato nel 2018, quando Superflex ha avviato una collaborazione per affrontare la crisi ambientale che potrebbe scaturire dall’innalzamento del livello dei mari. Hanno condotto spedizioni subacquee in una piccola isola del Pacifico appartenente a Tonga (nel cuore della Polinesia), insieme a biologi marini ed esperti di comportamento ittico (l’isoletta era appena emersa ed era il luogo ideale per osservare come la vita microscopica e i coralli stavano decidendo di colonizzare la roccia vulcanica). Da quel momento hanno cominciato a testare materiali su materiali (dalla schiuma di alluminio alla ceramica di cemento) per individuare quelli che si adattassero meglio alle esigenze degli organismi che popolano i fondali. Hanno fatto poi molti esperimenti sulle forme e i colori più adatti a raggiungere l’obiettivo.

Ma immergersi è stata una parte fondamentale del progetto, perché erano determinati ad affrontare le cose dal punto di vista di un pesce. In un’intervista condotta dal Direttore Generale della Fondazione Palazzo Strozzi, Arturo Galansino, e pubblicata sul catalogo edito in occasione dell’intervento di arte pubblica nel cortile dell’edificio rinascimentale, hanno spiegato: “Il mare può fare paura; si può annegare. Ma succede qualcosa quando sei nell’acqua e ti lasci andare. Scopri di poter resistere molto più a lungo di quanto pensassi. Questa capacità di abbandonarsi a un elemento sconosciuto è, credo, la lezione più profonda”.

Ne è nata una serie di opere, tra cui l’installazione a Palazzo Strozzi (quest’ultima si basa su otto colonne composte da più elementi, che si specchiano sull’acqua, parte della serie in corso “As Close As We Get”), ma anche interventi eseguiti direttamente nell’ambiente sottomarino: nel 2022 hanno installato delle sculture composte da vari moduli nel Porto di Copenaghen, anche se il loro progetto più ambizioso è “Super Reef”, che mira a ricostruire ben 55 chilometri di barriera corallina rocciosa distrutta dalla pesca a strascico nei mari danesi.

Tuttavia il “Manifesto architettonico interspecie”, che mette in fila una serie di assiomi basati su verità osservate sperimentalmente, è uno degli interventi più dirompenti sull’argomento.

Volevamo discostarci dalla prospettiva umana e focalizzare l’attenzione sulle esigenze e sui bisogni degli altri - mi spiega Christiansen - Devo dire che l’essere umano è andato un po’ oltre con questo concentrarsi unicamente su se stesso, senza considerare il ruolo di tutte le altre specie”.

Superflex, "There are other fish in the sea", 2026, Palazzo Strozzi (Firenze). Foto © Artbooms

Gli artisti di Superflex non sono i primi ad affrontare l’argomento; il loro manifesto corona, anzi, un dibattito post-umanista di lunga data: “Nella nostra società c’è un grande movimento di gente che vuole ritornare a capire la natura e ad interagire con essa in modo consapevole. E diciamo che noi facciamo parte di questo”.

Infatti da anni ormai architetti e urbanisti stanno cercando di imparare a progettare con e per le altre specie: ne sono un esempio il celebre Monarch Sanctuary di New York (un intero grattacielo-rifugio per salvare le farfalle monarca dall'estinzione) e le avanguardie urbanistiche di Berlino (che hanno saputo integrare la fauna selvatica nella pianificazione dei quartieri), fino ai percorsi olfattivi per il benessere dei cani. Ma Superflex, dal suo punto di osservazione privilegiato (al crocevia tra arte, scienza e progettazione), oltre a includere i pesci nella questione, ha introdotto sfumature distopiche, ironicamente post-apocalittiche ed emotivamente cariche nella discussione.

Superflex, "There are other fish in the sea", 2026, Palazzo Strozzi (Firenze). Foto © Artbooms

Composto da otto punti, il “Manifesto architettonico interspecie” si propone di ripensare la città, ma anche il modo di costruire in generale: “Pratica collettiva estesa: Invitando piante, animali e corsi d'acqua a partecipare a collaborazioni collettive, possiamo progredire in modo sostenibile come pari dal punto di vista ecologico. La pratica di plasmare il nostro ambiente dovrebbe tenere conto delle esigenze e delle preferenze delle altre specie.

Ma come fare? Il signor Christiansen, con ancora più verve del solito, ha spiegato: “Palazzo Strozzi è un simbolo del Rinascimento e del genio che c’era allora anche nell’architettura. Lavorando qui non abbiamo potuto non pensare a come trasformare questo passato in qualcosa di nuovo. Nel manifesto, ad esempio, si dice che l’angolo retto è l’angolo sbagliato. Perché noi siamo abituati a stare in spazi simili a scatole che si dividono a seconda di chi ne fa uso: questo spazio è mio e questo spazio è tuo. Ma questo non esiste in natura! In natura ci sono anfratti, fessure, buchi e superfici sfaccettate. Le superfici che privilegiamo sono piatte e impediscono agli altri animali di usarle per arrampicarsi o per nidificare”.

Superflex riunisce in questo manifesto altre regole, a momenti fantasiose o apparentemente controintuitive, come “Dì no alla gravità: Gli esseri umani sono ancorati alla superficie del pianeta, ma altre specie hanno un rapporto diverso con la gravità. Dovremmo costruire strutture che possano funzionare come luoghi d’incontro per creature che si muovono in altri modi, per esempio nuotando, galleggiando, strisciando e volando”; a momenti semplicemente lucide, come quando suggeriscono di rendere le città più silenziose per evitare di disturbare la fauna esterna e interna alle città.

C’è anche il rosa, un colore che il collettivo danese predilige da ben prima di scoprire che è particolarmente attrattivo per le forme di vita sottomarine. Quando chiedo a Bjørnstjerne Christiansen cosa pensi dell’abbinamento della loro installazione con la mostra dedicata a Mark Rothko (“Rothko a Firenze”, fino al 23 agosto 2026), mi dice è avvenuta casualmente e che ne sono stati contenti. Poi aggiunge: “Sta a lei fare dei collegamenti”. Nell’immediato suppongo si riferisca alle trasparenze, ma soprattutto al rosa che l’espressionista astratto statunitense usava frequentemente (spesso per dare profondità o ancora più intensità ad altri colori).

Superflex, "There are other fish in the sea", 2026, Palazzo Strozzi (Firenze). Foto © Artbooms

L’installazione per il cortile di Palazzo Strozzi è stata sviluppata in tre anni (tutto è stato attentamente calibrato dall’altezza massima delle colonne, che fa riferimento al livello dell’acqua durante l’alluvione di Firenze, di cui a novembre ricorrerà il sessantennale, alla tutela dell’edificio, all’effetto sui visitatori dai molteplici punti d’osservazione), ma l’idea al collettivo danese è venuta in un istante: “Siamo stati qui tre anni fa per la prima volta e l’idea è stata immediata. Cioè il concetto su cui si basa il lavoro. L’ispirazione era il cortile stesso: una piazza circondata da colonne. Volevamo creare una comunicazione tra il pensiero del Rinascimento e una prospettiva diversa, attuale”.

There Are Other Fish In The Sea” è anche un’opera pubblica installata nei mesi di maggior afflusso turistico per la città toscana: “Il fatto che l’opera si trovi in una piazza aperta al pubblico fa sì che spesso le persone prendano questo cortile come scorciatoia, anziché fare l’intero giro del palazzo. Ma poi si trovano a guardare qualcosa di inaspettato e si fermano a pensare al suo significato”.

Sono i momenti più belli della vita - conclude - Quando ti confronti con qualcosa di inaspettato”.

Bjørnstjerne Christiansen mentre parla ai giornalisti delle reti televisive

Mentre mi alzo per salutare mi accorgo che vicino a Christiansen si è seduto, chissà quanto tempo prima, anche Jakob Fenger. È proprio accanto all’amico e ha l’aria di chi non ha perso una parola della conversazione, pur non avendo aperto bocca. Ha un’espressione indecifrabile; d’altra parte è l’anima più politica del gruppo. In seguito, in conferenza stampa, dichiarerà: “Viviamo da sempre con una visione antropocentrica del mondo: quell'immagine dell'Uomo Vitruviano al centro di un cerchio. Noi vogliamo espandere un po' quel cerchio e includere anche altre specie.”

Realizzata per il cuore dell’edificio rinascimentale, “There Are Other Fish In The Sea” di Superflex resterà nel cortile di Palazzo Strozzi ancora per meno di un mese (fino al 2 agosto 2026). Ma la si potrà vedere di nuovo all’inaugurazione ufficiale della Kunsthal Spritten (ad Aalborg, in Danimarca), nel 2027.

Superflex, "There are other fish in the sea", 2026, Palazzo Strozzi (Firenze). Foto © Artbooms

Con acqua e colonne di travertino rosa SUPERFLEX trasforma il cortile di Palazzo Strozzi in una piscina per i pesci del futuro

SUPERFLEX, There are other fish in the sea”, Palazzo Strozzi. Installation view. Photo: Ela Bialkowska, OKNO Studio. Courtesy Fondazione Palazzo Strozzi, Firenze

La nuova installazione gratuita e site-specific di SUPERFLEX a Palazzo Strozzi

Anche mentre una lieve pioggerella comincia a cadere e il cielo scuro di nubi preannuncia un vero e proprio temporale primaverile su Firenze l’installazione del collettivo SUPERFLEXThere are other fish in the sea” (“Ci sono altri pesci nel mare”), continua a riversare tutta la vita che si consuma intorno (e sopra) di essa nello spazio del cortile di Palazzo Strozzi. Come uno schermo cinematografico liquido ante litteram riflette poi anche la bellezza immota e perfetta dell’edificio rinascimentale con cui l’opera dialoga e bisticcia al tempo stesso (mettendo in discussione i principi fondanti fatti di ordine e simmetria del fabbricato con le sue colonne frammentate ed apparentemente precarie). Così, mentre passato e presente fanno valere le loro ragioni, lo specchio d’acqua di cui è ora ricoperto il secolare selciato si increspa più e più volte, ricordandoci l’esistenza di linguaggi, organismi e percezioni che i nostri sensi non possono cogliere.

Prodotta da Fondazione Palazzo Strozzi in collaborazione con la Kunsthal Spritten di Aalborg in Danimarca (che a sua volta ospiterà l’opera in una versione rinnovata in occasione della sua inaugurazione) e con la Fondazione Hillary Merkus Recordati, “There are other fish in the sea” è un’installazione site-specific che ha richiesto tre anni di lavoro ai danesi di SUPERFLEX. Inaugurata martedì scorso, è anche un’opera d’arte pubblica accessibile a tutti e rivolta sia ai visitatori della mostra “Rothko a Firenze (attualmente al piano nobile dell’edificio tardo quattrocentesco) che agli avventori del piccolo bar che si affaccia sul loggiato e ai semplici passanti. In maniera assolutamente democratica.

La scultura commemora anche il sessantennale dell’alluvione di Firenze, in cui morirono 35 persone,

Abbiamo il cortile sommerso d’acqua - ha detto il direttore generale della Fondazione Palazzo Strozzi e curatore del progetto, Arturo Galansino – e otto colonne in travertino rosa che sono potenziali habitat, potenziali architetture, per pesci. Quindi il collettivo SUPERFLEX suggerisce una realtà interspecie dove uomini, creature marine, altri animali e piante dovranno imparare a sopravvivere in futuro ad un livello delle acque che minaccia di essere pericolosamente diverso, mentre ricorda la tragedia dell’alluvione di Firenze del 1966 come un monito e un punto di reimmaginazione e ripensamento.

Le sfaccettate colonne in travertino hanno altezze diverse e non sono casualmente rosa. L’installazione infatti è accompagnata da un manifesto dell’architettura interspecie (“Interspecies Architectural Manifesto”) che indica questo colore al primo punto dell’elenco di sei assiomi da cui è composto: “I polipi di corallo preferiscono insediarsi in ambienti rosa grazie al loro rapporto mutuamente vantaggioso con le alghe coralline rosa. Usando materiali rosa o dipingendo le nostre strutture di rosa, stiamo adottando un colore suggerito dal mare, lasciando che siano le altre specie a prendere decisioni estetiche”.

SUPERFLEX, There are other fish in the sea”, Palazzo Strozzi. Installation view. Photo: Ela Bialkowska, OKNO Studio. Courtesy Fondazione Palazzo Strozzi, Firenze

Fondato nel 1993 da Jakob Fenger, Rasmus Rosengren Nielsen e Bjørnstjerne Christiansen (allora tutti fotografi tra i 24 e i 25 anni d’età), SUPERFLEX nel corso del tempo ha lavorato con un’ampia varietà di collaboratori (dai giardinieri agli ingegneri fino al pubblico stesso). Sempre in bilico tra sovversione, un certo atipico pragmatismo ed ironia, hanno strutturato il loro gruppo come un’azienda e scelto un nome abbastanza aperto da trarre in inganno i nuovi conoscenti sul genere d’attività da loro svolta.

Intervistati da Arturo Galansino in occasione della mostra in merito alla scelta di costituire un collettivo hanno detto: “Eravamo un po’ stanchi di quell’attenzione sull’individuo. Ci siamo incontrati, siamo diventati amici e volevamo fare cose insieme, così abbiamo deciso di formare un collettivo: SUPERFLEX. Questo ci ha permesso di allontanarci dalle nostre identità individuali e convogliare tutto in una forma condivisa. E, attraverso questo, potevamo giocare con ciò che un artista è realmente. Nel 1993 non c’era niente di simile. Certo, gli artisti collaboravano tra loro anche prima, ma per noi era un modo di mettere in discussione le strutture di potere e la più grande era il mito del genio artistico”.

Si sono negli anni confrontati con modelli alternativi di organizzazione sociale ed economica, mentre le loro opere hanno assunto la forma di sistemi energetici, bevande, sculture, sessioni di ipnosi, infrastrutture, dipinti, vivai, contratti e spazi pubblici. Nel frattempo la loro fama cresceva e il loro lavoro raggiungeva istituzioni e spazi espositivi sempre più prestigiosi (come la Tate Modern di Londra, il Museo Jumex di Città del Messico, il Van Abbemuseum nei Paesi Bassi, il 21st CenturyMuseum of Contemporary Art di Kanazawa o la Biennale di Venezia).

Il futuro distopico evocato dall’acqua di “There are other fish in the sea” e il passato tragico cui fa riferimento non deve trarre in inganno: l’opera non è affatto cupa ma anzi surreale, magica e persino giocosa. L’umorismo di cui il collettivo solitamente fa largo uso non è immediatamente razionalizzabile ma crea come un’aura di leggerezza intorno alla scultura; la quale riesce a raccogliere suggestioni storico-architettoniche dell’edificio insieme ad aggiunte recenti (come i display digitali appesi alle pareti) ed enfatizzare il tutto mentre lo mette in discussione. Con questa installazione gli artisti hanno anche cercato di attutire un po’ l’inquinamento sonoro e creare uno spazio di meditazione e relax nel tessuto urbano (anche se il caos del centro toscano rendeva difficile l’impresa).

L’installazione di SUPERFLEX, che verrà accompagnata da un catalogo sull’impegno ecologico e il lavoro del collettivo danese, resterà nel cortile di Palazzo Strozzi fino al 2 agosto 2026.

SUPERFLEX, There are other fish in the sea”, Palazzo Strozzi. Installation view. Photo: Ela Bialkowska, OKNO Studio. Courtesy Fondazione Palazzo Strozzi, Firenze

SUPERFLEX, There are other fish in the sea”, Palazzo Strozzi. Installation view. Photo: Ela Bialkowska, OKNO Studio. Courtesy Fondazione Palazzo Strozzi, Firenze

SUPERFLEX, There are other fish in the sea”, Palazzo Strozzi. Installation view. Photo: Ela Bialkowska, OKNO Studio. Courtesy Fondazione Palazzo Strozzi, Firenze

SUPERFLEX, There are other fish in the sea”, Palazzo Strozzi. Installation view. Photo: Ela Bialkowska, OKNO Studio. Courtesy Fondazione Palazzo Strozzi, Firenze

Dimenticata, riscoperta e oggi celebrata a Parigi, Vivian Suter si racconta con dipinti tropicali

Exhibition view, Vivian Suter, "Disco", Palais de Tokyo (Paris), 12.06-07.09.2025  Copyright Vivian Suter Courtesy of Karma International, Zurich; Gladstone, New York / Bruxelles / Séoul; Gaga, Mexico DF; Proyectos Ultravioleta, Guatemala City Photo credit: Aurélien Mole

Vivian Suter al Palais de Tokyo di Parigi
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Una saga familiare che dall’800 conduce fino ai giorni nostri attraverso vicende che si svolgono in due continenti, mentre, sullo sfondo, si consumano guerre e persecuzioni ma anche amori e ambizioni; il rapporto strettissimo e sottilmente conflittuale tra una madre e una figlia, entrambe artiste, che continuano a esporre insieme anche dopo la scomparsa della prima; una pittrice dimenticata e in bolletta insofferente alle convenzioni sociali, che sta per vendere la casa proprio quando viene riscoperta e raggiunge il successo. Potrebbe sembrare la trama inverosimile e un po’ ingenua di uno scrittore d’altri tempi e invece è la storia, tutt’altro che romanzata, dell’artista argentino-svizzera Vivian Suter, oggi celebrata come proto-ambientalista dopo aver passato decenni a dipingere per se stessa in un giardino tropicale caotico ricavato in una ex-piantagione di caffè in Guatemala.

In questi mesi Vivian Suter è protagonista della grande mostra “Disco” (il nome non ha a che fare con dj o luci stroboscopiche ma è quello di uno dei suoi cani) al museo d’arte contemporanea, Palais de Tokyo di Parigi. Dove i dipinti gestuali, dagli accesi colori tropicali, rigorosamente non incorniciati invadono l’ampia superficie delle sale appesi in blocco su stenders metallici, sospesi al soffitto, adagiati per terra, o fissati alle pareti in modo apparentemente casuale fino a sovrapporsi l’un l’altro.

L'allestimento è molto empirico- ha detto il curatore François Piron- Avevamo un piano, ma non lo abbiamo seguito. Abbiamo solo rispettato alcune regole: doveva essere denso, doveva occupare l'intera superficie delle pareti dall'alto al basso e doveva esserci un'ampia gamma di contrasti”. Le opere inoltre sono illuminate dalla luce naturale, e in mostra è presente anche un nutrito gruppo di acquerelli della scomparsa madre della pittrice (Elisabeth Wild, che era un’artista a propria volta).

Il Palais de Tokyo è una sede prestigiosa, ma da quando il curatore polacco Adam Szymczyk (nel 2011) ripescò il lavoro dimenticato da un trentennio della signora Suter (includendolo in diverse mostre e nel 2017 nella quattordicesima edizione di Documenta di Kassel), la sua carriera ha il vento in poppa. Tra i musei in cui è stata solista ci sono ad esempio: la Tate Liverpool, il museo Reina Sofia di Madrid e, in Italia, la Gamec di Torino.

Exhibition view, Vivian Suter, "Disco", Palais de Tokyo (Paris), 12.06-07.09.2025  Copyright Vivian Suter Courtesy of Karma International, Zurich; Gladstone, New York / Bruxelles / Séoul; Gaga, Mexico DF; Proyectos Ultravioleta, Guatemala City Photo credit: Aurélien Mole

I collage laboriosi e precisi della madre sono in genere parte del pacchetto: le due donne per parecchi anni, e fino alla scomparsa della signora Wild (avvenuta nel 2020 quando aveva 97 anni), hanno abitato nella stessa ex-piantagione di caffè ed erano molto legate (tanto che i curatori tendono ad esporle insieme per rendere comprensibile il loro percorso agli spettatori).

Tuttavia, l’affetto e il sentire condiviso, non vuol dire che artisticamente fossero sovrapponibili. Quello tra loro è anzi un confronto fatto di macro-differenze che nascondono centinaia di minute consonanze. La signora Suter anche recentemente ha ricordato: “A volte spostavo un piccolo dettaglio (nei collage della madre ndr) quando non guardava, ma lei lo notava sempre immediatamente!

Resta il fatto però che tutt’e due abbiano dovuto adottare simili stratagemmi nel lungo periodo di ristrettezze economiche (Suter ha cominciato a usare colla di pesce e colori da rigattiere che trovava nei mercati della zona, mentre Wild si faceva regalare le riviste per fare i suoi collages) e che la loro vita sia stata sballottata da un continente all’altro dalla stessa, potente, ondata di marea.

Infatti, sebbene la passione per l’arte fosse molto più antica di entrambe (sia la nonna che la bisnonna della signora Suter dipingevano), la storia di fughe e drastici cambiamenti della famiglia ha origine proprio nella biografia di Elisabeth Pollack Wild. Che, nata a Vienna nel ’22 da una cattolica e un ebreo, dovette emigrare in Argentina ancora adolescente per sfuggire alle persecuzioni naziste. Lì completò gli studi artistici e sposò l’industriale tessile August Wild e nel ’49 mise al mondo Vivian.

Tuttavia, il clima politico nel paese sudamericano era in rapido cambiamento, e quando il regime di Peron decise di nazionalizzare le aziende private, la famiglia Wild tornò in Europa. Non in Austria: per esorcizzare i fantasmi del passato scelsero Basilea in Svizzera. Vivian Suter allora aveva dodici anni e si adattò bene al nuovo contesto.

Exhibition view, Collages by Elisabeth Wild in "Disco", Vivian Suter. Palais de Tokyo (Paris), 12.06-07.09.2025

Studia arte; negli anni ’70 già partecipa a una collettiva e nell’81 viene addirittura inserita in una mostra nel museo d’arte contemporanea di Basilea. Nel frattempo però coltiva una crescente insofferenza per l’ambiente sociale dell’epoca (è timida e le pubbliche relazioni non le vanno giù). Ma soprattutto conosce e sposa, Martin Suter (che sarebbe diventato un famoso scrittore). Artisticamente decide di prenderne il cognome, ma il matrimonio non è altrettanto durevole: divorzia.

A questo punto parte per un viaggio alla scoperta dei siti archeologici mesoamericani; e un giorno raggiunge la cittadina di Panajachel, sulla sponda nord-orientale del lago Atitlán in Guatemala. Ci arriva per caso, all’inizio degli anni ’80, quando il Paese era immerso in una sanguinosa guerra civile che si sarebbe conclusa solo nel decennio successivo. “Nessuno- ha raccontato- mi aveva detto che c’era una guerra in corso”.

Fatto sta che rimane folgorata dalla bellezza del lago: si trasferisce lì, compra casa, si innamora e fa un figlio (lui oggi è un musicista e ha preso il cognome della nonna: si chiama Franck Wild). Non molto tempo dopo la raggiunge la madre.

Copyright Vivian Suter. Courtesy of the artist and Karma International, Zurich; Gladstone Gallery, New York and Brussels; House of Gaga, Mexico City and Los Angeles; and Proyectos Ultravioleta, Guatemala City. Photo credit: Flavio Kerrer

La signora Suter attraversa indenne la guerra civile guatemalteca ma non è così fortunata quando (nei primi anni duemila) degli eventi metereologici estremi colpiscono la zona: è un disastro, acqua e fango si abbattono sulla ex-piantagione di caffè e rovinano tutto, inclusi i dipinti dell’artista.

Quello però per lei è anche il momento della svolta: “All'epoca la consideravo semplicemente una catastrofe- ha raccontato in un’intervista rilasciata qualche anno fa- ma man mano che le opere si asciugavano, i colori hanno cominciato a emergere e ho capito che dovevo iniziare a lavorare con la natura e non contro di essa”.

Da allora dipinge tutti i giorni all’aperto (sia con il sole che sotto la pioggia). E non solo non cerca di ricoverare le opere ma le espone volontariamente agli elementi e al caso (mette le tele ad asciugare per terra, in vari punti del giardino, o le appende in un angolo senza curarsene). Talvolta si serve volontariamente di elementi organici (come l’acqua piovana e certe piante), ma più spesso sono loro a entrare a far parte dei lavori: come le foglie che cadendo si attaccano alla colla con cui impregna la superficie delle tele, la terra che incrosta qua e là il pigmento, o le impronte che i suoi cani, ogni tanto, lasciano sulla pittura fresca.

I dipinti (sempre senza data e titolo) sono un susseguirsi di pennellate veloci, spesse, gestuali, molto espressive; da cui emergono forme semplici come cerchi o onde, foglie e fiori stilizzati. Complessi nella tessitura e nello stratificarsi della materia mentre i colori colano, si spandono e lottano per prendere il sopravvento o semplicemente si adagiano pigri in forme seminali. Cromaticamente sono ricchi, a momenti allegri; qualcuno li ha definiti “un distillato di tropici”. La signora Suter invece ha detto: “Dipingo principalmente la natura, come foglie, alberi, rami e frutta. Mi piace anche dipingere i suoni. Quando sono fuori in giardino, sento i suoni del paese: la chiesa, gli uccelli, i cani...

Disco” di Vivian Suter (con ben 500 opere esposte) è una personale completa, al limite della retrospettiva, anche se le tele non sono disposte in ordine cronologico (impresa per altro impossibile, visto che la stessa artista non è in grado di capire precisamente a quando risalgano). Rimarrà al PalaPalais de Tokyo di Parigi fino al 7 settembre 2025.

Copyright Vivian Suter. Courtesy of the artist and Karma International, Zurich; Gladstone Gallery, New York and Brussels; House of Gaga, Mexico City and Los Angeles; and Proyectos Ultravioleta, Guatemala City. Photo credit: Sebastian Lendenmann

Exhibition view, Vivian Suter, "Disco", Palais de Tokyo (Paris), 12.06-07.09.2025  Copyright Vivian Suter Courtesy of Karma International, Zurich; Gladstone, New York / Bruxelles / Séoul; Gaga, Mexico DF; Proyectos Ultravioleta, Guatemala City Photo credit: Aurélien Mole

Copyright Vivian Suter. Courtesy of the artist and Karma International, Zurich; Gladstone Gallery, New York and Brussels; House of Gaga, Mexico City and Los Angeles; and Proyectos Ultravioleta, Guatemala City. Photo credit: Flavio Kerrer

Exhibition view, Vivian Suter, "Disco", Palais de Tokyo (Paris), 12.06-07.09.2025  Copyright Vivian Suter Courtesy of Karma International, Zurich; Gladstone, New York / Bruxelles / Séoul; Gaga, Mexico DF; Proyectos Ultravioleta, Guatemala City Photo credit: Aurélien Mole

Copyright Vivian Suter. Courtesy of the artist and Karma International, Zurich; Gladstone Gallery, New York and Brussels; House of Gaga, Mexico City and Los Angeles; and Proyectos Ultravioleta, Guatemala City. Photo credit: Flavio Kerrer

Exhibition view, Vivian Suter, "Disco", Palais de Tokyo (Paris), 12.06-07.09.2025  Copyright Vivian Suter Courtesy of Karma International, Zurich; Gladstone, New York / Bruxelles / Séoul; Gaga, Mexico DF; Proyectos Ultravioleta, Guatemala City Photo credit: Aurélien Mole

Exhibition view, Vivian Suter, "Disco", Palais de Tokyo (Paris), 12.06-07.09.2025  Copyright Vivian Suter Courtesy of Karma International, Zurich; Gladstone, New York / Bruxelles / Séoul; Gaga, Mexico DF; Proyectos Ultravioleta, Guatemala City Photo credit: Aurélien Mole

Exhibition view, Collages by Elisabeth Wild in "Disco", Vivian Suter. Palais de Tokyo (Paris), 12.06-07.09.2025

Exhibition view, Vivian Suter, "Disco", Palais de Tokyo (Paris), 12.06-07.09.2025  Copyright Vivian Suter Courtesy of Karma International, Zurich; Gladstone, New York / Bruxelles / Séoul; Gaga, Mexico DF; Proyectos Ultravioleta, Guatemala City Photo credit: Aurélien Mole

Exhibition view, Vivian Suter, "Disco", Palais de Tokyo (Paris), 12.06-07.09.2025  Copyright Vivian Suter Courtesy of Karma International, Zurich; Gladstone, New York / Bruxelles / Séoul; Gaga, Mexico DF; Proyectos Ultravioleta, Guatemala City Photo credit: Aurélien Mole

Exhibition view, Vivian Suter, "Disco", Palais de Tokyo (Paris), 12.06-07.09.2025  Copyright Vivian Suter Courtesy of Karma International, Zurich; Gladstone, New York / Bruxelles / Séoul; Gaga, Mexico DF; Proyectos Ultravioleta, Guatemala City Photo credit: Aurélien Mole

Vivian Suter Portrait, Guatemala City. Photo credit: Flavio Kerrer