E' morto a 88 anni il grande David Hockney. Passando per la Pop art ha rivisitato intere pagine di storia dell'arte senza mai smettere di amare la vita e la pittura

David Hockney, 28 August 2023 © David Hockney Photo Credit: Jean-Pierre Gonçalves de Lima

Un mese prima del suo ottantanovesimo compleanno è morto David Hockney, definito dal Centre Pompidou di Parigi con cui collaborò per due importanti mostre: “indubbiamente una delle figure più importanti dell’arte contemporanea”. Mentre il direttore della Tate Britain di Londra lo ha descritto a BBC come una “figura d’immensa importanza”.

La Tate Britain aveva già programmato un’importante mostra delle sue opere per il prossimo anno, insieme a un’installazione multimediale alla Turbine Hall della Tate Modern.

Se il successo di David Hockney si situa forse ancora prima che si imponesse come una delle figuri centrali della Pop art, di certo il suo talento è antecedente e non lo ha mai abbandonato come non l’hanno abbandonato l’amore per l’arte e uno sguardo curioso, indulgente e appassionato verso il mondo che lo circondava.

Conosciuto per il suo straordinario talento pittorico e per la dedizione al mestiere in un continuo processo di ricerca e automiglioramento, David Hockney non ha mai smesso di dipingere, anche quando dominava l’Astrazione o in seguito quando essere concettuali era un obbligo non scritto di ogni artista, riuscendo a rivisitare interi capitoli di storia dell’arte: dal Rinascimento all’Impressionismo, passando per i grandi maestri della Cina imperiale. Nonostante ciò lui espresse pure il suo amore per l’innovazione abbracciando media nuovi ed inediti come il fax e l’ipad.

Il primo ministro britannico Keir Starmer gli ha reso omaggio con queste parole: “Il primo ministro è rattristato dalla notizia della morte di David Hockney, uno degli artisti più celebri della Gran Bretagna. Le sue opere, vivide e immediatamente riconscibili, hanno influenzato generazioni di artisti, e il primo ministro esprime la sua vicinanza ai suoi familiari e amici”.

Gli sopravvivono alcuni dei suoi amati cani, il compagno Jean-Pierre Goncalves de Lima; il pronipote Richard (negli ultimi anni suo assistente di studio); i fratelli Philip e John; e numerosi altri nipoti e pronipoti.

Originario di Bredford (nello Yorkshire in Inghilterra), il signor Hockney amava la Francia in cui possedeva una casa, anche se ultimamente le precarie condizioni di salute lo avevano costretto a Londra. Ed è proprio a Parigi che si è svolta la sua più vasta retrospettiva prima della scomparsa. Artbooms ne ripropone il racconto in suo ricordo.

Il neon di David Hockney sopra l’ingresso della Foundation Louis Vuitton di Parigi. Photo © artbooms

David Hockney 25 alla Foundation Louis Vuitton
A Parigi una monumentale mostra dedicata al grande artista ingese

Durante il giorno, mentre le fronde degli alberi del Bois de Boulogne si riflettono insieme al cielo e all’acqua (che scorre proprio lì accanto) nello spettacolare corpo di vetro e acciaio della Fondation Louis Vuitton, si potrebbe anche non notare quell’enorme neon spento appeso sopra di esso. Eppure il timido rosa opalescente che definisce le parole scritte da David Hockney non può diminuire la forza del messaggio: “Do remember they can’t cancel the spring” (“Ricordati che loro non possono cancellare la primavera”).

Bloccato nella sua villa in Normandia (che lui chiama “la casa dei sette nani” per l’aspetto tradizionale dell’edificio) durante l’epidemia di Covid-19, infatti, l’artista inglese aggiungeva questo messaggio discretamente sovversivo e profondamente poetico ad ogni fioritura che dipingeva sul suo iPad e condivideva poi con i contatti nella sua rubrica (il signor Hockney, da sempre tanto eccentrico nell’abbigliamento quanto generoso nei rapporti interpersonali, non escludeva nessuno). Adesso i narcisi, gli arbusti potati a formare sfere e piramidi, il cottage, le delicate note dei fiori sui rami degli alberi da frutto, i colori dell’alba e ogni possibile tono di verde della campagna normanna sono tutti in mostra a Parigi insieme a un impressionante numero di altre sue opere.

David Hockney, 27th March 2020, No. 1, 2020, Peinture sur iPad imprimée sur papier, montée sur cinq panneaux en aluminium / iPad painting printed on paper, mounted on five aluminium panels 364,1 x 521,4 cm ensemble / overall Collection de l’artiste / Collection of the artist © David Hockney

LA MOSTRA:

Oltre 400 tra oli, acrilici, acquerelli, opere digitali statiche e animate (lui che ama le opportunità offerte dalla tecnologia dipinge su iPhone e iPad fin da quando questi dispositivi sono entrati in commercio), oltre a disegni fotografici, collage e quant’altro. E, per quanto la mostra, intitolata “David Hockney 25”, si concentri esplicitamente solo sugli ultimi 25 anni di lavoro dell’artista, copre di fatto sei interi decenni della sua attività (quasi sette, se si considera anche il primo lavoro da lui venduto quando era ancora studente, cioè il ritratto del padre datato 1955). Nel loro complesso le sue creazioni occupano l’intera superficie espositiva della Fondation Louis Vuitton ed alcune sono talmente recenti da essere state ultimate mentre l’evento stava per aprire al pubblico.

Quando ho cominciato a preparare questa mostra – ha detto David Hockney – saranno passati circa due anni, ho pensato che fosse importante passare in rassegna numerosi corpi d’opere, costituiti nel corso degli anni, in maniera da elaborare una selezione che fosse davvero rappresentativa per i visitatori. Questa mostra riveste un’importanza considerevole per me, perché è la più grande che io abbia mai organizzato: undici sale nello spazioso palazzo parigino della Fondazione Louis Vuitton, disegnato dal mio amico di Los Angeles, l’architetto Frank Gehry”.

L’esposizione, straordinaria per l’arco di tempo preso in considerazione, il numero di opere e di capolavori presentati, ha anche coinvolto l’artista insieme al suo compagno di lunga data Jean-Pierre Gonçalves de Lima (detto JP) in ogni aspetto della sua preparazione (per esempio i bellissimi colori alle pareti, pensati per armonizzarsi tra loro e con le opere scelte, si devono al signor Hockney che non sopporta i muri bianchi).

Come suggerisce il neon rosa che accoglie i visitatori all’ingresso, “David Hockney 25” è un’ode alla primavera, alla vita con i suoi piaceri (come quello del fumo di cui l’artista è un sostenitore; in un’occasione ha detto: “sono un fumatore e so che morirò per qualche malattia legata al tabacco o non legata al tabacco”), alla bellezza e all’autodeterminazione, oltre ad essere una raffinata rivisitazione di tutti i classici generi pittorici (ritratti, autoritratti, paesaggi ecc.) e delle varie tecniche rintracciabili sui libri di Storia dell’arte.

 David Hockney, 18th April 2020, 2020 Peinture sur iPad imprimée sur papier, montée sur aluminium / iPad painting printed on paper, mounted on aluminum 73,8 x 105,8 cm Collection de l’artiste / Collection of the artist © David Hockney

DA BRADFORD A LOS ANGELES:

Nato nel 1937 a Bradford (Yorkshire), che negli anni dell’infanzia e della prima giovinezza di David Hockney non era un posto particolarmente accogliente (prima la guerra, poi la necessità di ripartenza dell’industria avevano reso l’aria irrespirabile), in un’intervista relativamente recente ha detto: “Bradford era una città molto, molto nera all'epoca. Gli edifici erano completamente neri a causa del carbone. Ed è quello che ho dipinto: non si vedeva molto colore. Ma ricordo di essere andato a una mostra di Van Gogh a Manchester nel 1954. (…) Ho sempre ricordato quella mostra. È stata una cosa meravigliosa per me”. Anche per questo, dopo il Bradford College of Art (insieme a lui, stranamente, c’erano altri artisti che si sarebbero fatti conoscere in seguito come Pauline Boty), si trasferì a Londra per completare gli studi al Royal College of Art di Londra (entrare non era facile, ma lui venne ammesso e riuscì anche ad ottenere una piccola borsa di studio). Adesso il signor Hockney è un accademico reale pluri-decorato che ha più volte rifiutato di dipingere la defunta regina e che non molto tempo fa è stato onorato da una visita di re Carlo nel suo studio, senza tuttavia essersi offerto di ritrarre il sovrano (dice che il problema con la famiglia reale è restituire il concetto di maestosità). Ad ogni modo, dopo gli studi si stabilì negli Stati Uniti, dove avrebbe dato vita ad alcuni dei suoi capolavori iconici.

Questo periodo della sua vita è tracciato interamente dalla mostra parigina dove, dopo il ritratto composto e già animato da pennellate irrequiete del padre, c’è un’intera sala di dipinti giovanili. Allora David Hockney aveva uno stile in parte ispirato a Bacon e in parte all’Art brut (anche se già in quel periodo non mancano le escursioni nell’arte extra-occidentale), senza però l’ombra della tragedia e della sofferenza che segnano i lavori da cui prendeva spunto. Al loro posto c’è il desiderio carnale e l’ottimismo edonistico che avrebbe caratterizzato il suo periodo californiano quando, con i capelli tinti di biondo e gli occhiali dalla montatura spessa e tonda (spesso colorata), avrebbe ritratto i suoi amici, l’uomo di cui era innamorato, le piscine luccicanti di riflessi (qualcuno ha paragonato la sua incessante ricerca di restituirne profondità e toni a quella di Monet sullo stagno delle ninfee a Giverny) e gli oggetti della nuova quotidianità post-bellica, sotto la luce intensa della costa est.

David Hockney, A Bigger Splash, 1967, Description : David Hockney, A Bigger Splash, 1967 Acrylique sur toile / Acrylic on canvas 242,5 x 243,9 cm Tate, achat en 1981 / Tate: Purchased 1981 © David Hockney

Del periodo californiano del signor Hockney la Fondation Louis Vuitton mette insieme, riuniti in una sola stanza (e la cosa lascia davvero increduli), dei capolavori indiscussi. C’è A bigger Splash (1967) in cui compare una casa, dietro alla quale due palme si protendono verso il cielo, mentre davanti si estende una piscina con il suo trampolino giallo; la linearità della scena però viene rotta dagli spruzzi d’acqua alzati da una persona che non possiamo vedere. L’opera, centrata all’interno di un riquadro bianco come fosse una polaroid, darà il nome al film del ’73 di Jack Hazan (in cui il regista racconta la rottura della relazione tra David Hockney e l’artista Peter Schlesinger); per creare gli spruzzi d’acqua l’autore lavorò meticolosamente per due settimane usando innumerevoli piccoli pennelli, mentre al resto della composizione dedicò pochissimo tempo e usò per lo più un rullo per vernice. “A bigger Splash” è conservato alla Tate (Londra) come lo straordinario “Mr and Mrs Clark and Percy” (1970-71; in cui sono ritratti lo stilista Ossie Clark insieme alla moglie, la designer tessile Celia Birtwell, entrambi grandi amici del signor Hockney) che dal vivo rivela particolari, scelte tecniche, luci e trasparenze altrimenti impossibili da cogliere in riproduzione.

 David Hockney, Mr and Mrs Clark and Percy, 1970-1971 Acrylique sur toile / Acrylic on canvas 213,4 x 304,8 cm Tate, Londres / London, don de / presented by the Friends of the Tate Gallery 1971 © David Hockney Photo: © Richard Schmidt

Anche il doppio ritratto dello scrittore Christopher Isherwood e del molto più giovane compagno Don Bachardy (artista visivo) è da citare per la profondità psicologica che trasmette e per il complesso gioco di linee che incornicia i protagonisti (il quadro è del ’68, Isherwood e Bachardy erano amici dell’artista). Pochi anni più tardi (1972) invece David Hockney firmerà “Portrait of an Artist (Pool with Two Figures)”, famoso per essere stato battuto all’asta alla ragguardevole cifra di 90 milioni di dollari (la vendita fu la più costosa di sempre, tanto che l’artista inglese superò persino Jeff Koons; che un anno dopo cedette una scultura per 91 milioni e tornò ad essere il più pagato per un soffio).

In realtà l’opera, che è stata definita dal critico Jonathan Jones, “accurata e avvolgente come un dipinto rinascimentale, prospettiva aerea compresa”, ha una storia interessante quanto i soldi che vale. L’uomo in giacca corallo che guarda il nuotatore infatti è di nuovo Schlesinger, e quando il signor Hockney dipinse quest’opera la loro relazione stava finendo (forse per questo l’espressione del ragazzo è così dura e il suo sguardo basso). Fatto sta che l’artista teneva molto al quadro ma non ne era affatto contento. Così, dopo quattro mesi di lavoro lo rifece da capo: “Ho letteralmente finito il dipinto la sera prima che fosse spedito alla mostra (…) Alle otto e mezzo (del mattino dopo) sono venuti a ritirarlo per metterlo su un aereo diretto a New York, ed è arrivato giusto in tempo”. Non sappiamo come fosse la prima versione di “Portrait of an Artist (Pool with Two Figures)”, ma di certo la seconda è straordinaria: le pennellate di blu oltremare diluito, quelle di lievi toni d’azzurro e le sottili linee bianche che compongono la piscina sembrano fatte della stessa materia dell’acqua, mentre la vegetazione, le colline e il cielo sono costruiti da migliaia di puntini multicolori e altrettante minuscole pennellate (in omaggio a Seurat e all’ossessione per la luce dei divisionisti).

Un particolare di “Portrait of an Artist (Pool with Two Figures)” Photo © artbooms

Di questo periodo o giù di lì sono anche i collages di polaroid (le scattava da diversi punti di vista e le appiccicava una accanto all’altra) che il signor Hockney usava per mettere in discussione la rigida gabbia della prospettiva rinascimentale ma anche l’incapacità della fotografia di rendere la realtà come noi la percepiamo davvero. Voleva anche rileggere l’interpretazione del mondo dei cubisti. Del resto Picasso è sempre stato uno dei suoi idoli.

David Hockney May Blossom on the Roman Road, 2009 Huile sur huit toiles / Oil on eight canvases 182,9 x 487,7 cm ensemble / overall Collection de l’artiste / Collection of the artist © David Hockney Photo : © Richard Schmidt

DI NUOVO NELLO YORKSHIRE:

Dalla fine degli anni ’90 una serie di circostanze sembrarono congiurare per riportare sempre più spesso David Hockney in Inghilterra. Ma a dare stabilità a questa situazione pensò ancora una volta la pittura. Durante un soggiorno nel Regno Unito lui accettò finalmente di farsi ritrarre dal collega Lucian Freud: tra la primavera e l’estate del 2002, per raggiungere lo studio dell’amico a Londra, attraversò tutti i giorni un piccolo parco che gli ricordò la bellezza della campagna inglese durante il periodo primaverile (in California l’inverno era troppo mite per apprezzare il cambio di stagione). Così nel 2005 aprì uno studio a Bridlington (a un centinaio di chilometri da Bradford, sempre nello Yorkshire) e fece della cittadina costiera la sua residenza principale.

Voleva dipingere la campagna inglese dal vivo e lo faceva sia con colori e pennelli che con iPhone e iPad. È il periodo dei paesaggi. Era capace di rientrare in fretta e furia da Los Angeles, o da qualsiasi angolo del mondo in cui si trovasse, per immortalare la fioritura del biancospino.

David Hockney, Bigger Trees near Warter or/ou Peinture sur le Motif pour le Nouvel Age Post-Photographique, 2007 Huile sur cinquante toiles / Oil on fifty canvases 457,2 x 1219,2 cm ensemble / overall Tate, don de l’artiste 2008 / Tate: Presented by the artist 2008  : © David Hockney Photo: © Prudence Cuming Associates

Esposti a Parigi ci sono tantissimi dipinti di questo tipo, a volte incredibilmente grandi, che catturano la delicata magia transitoria di covoni, cascate di boccioli bianchi, fiori di campo, alberi carichi di foglie o completamente spogli, campi di grano e sentieri tortuosi. Tra loro c’è persino “Bigger Trees near Warter or/ou Peinture sur le Motif pour le Nouvel Age Post-Photographique” (del 2007) di proprietà della Tate (il signor Hockney lo donò al museo in occasione del suo settantesimo compleanno); un dipinto enorme (quattro metri e mezzo per 12) composto da cinquanta pannelli dipinti en plein air e uniti insieme (li metteva nel portabagagli della macchina, poi dipingeva velocemente perché il soggetto non si modificasse col procedere della stagione, lavorando su più pannelli alla volta; per capire a che punto fosse il progetto usava il computer, visto che in studio poteva accostare solo sei-dieci tasselli).

L’opera rappresenta un grande sicomoro sul punto di germogliare, insieme a un boschetto dietro di lui (il trine di rami protesi verso il cielo e il grande albero in primo piano hanno qualcosa di sacrale), mentre ai piedi dei tronchi fanno capolino dei narcisi. È ispirata alla scuola di Barbizon e agli impressionisti (come quasi tutti i paesaggi del resto, che passano agevolmente da pennellate alla Van Gogh, colori alla Matisse, luci alla Monet, cieli alla Turner e strutture alla Constable; senza però far dubitare un momento di chi ne sia l’autore).

David Hockney, JP Gonçalves de Lima, 11th, 12th, 13th July 2013 De la série / From 82 Portraits and 1 Still Life, 2013-2016 Acrylique sur toile / Acrylic on canvas 121,9 x 91,4 cm Collection de l’artiste / Collection of the artist © David Hockney Photo: © Richard Schmidt

In mostra grande spazio viene dedicato anche ai ritratti e autoritratti dell’artista (questi ultimi spesso autoironici o divertiti). Tra i ritratti (che il signor Hockney ha fatto quasi esclusivamente a familiari, amici e conoscenti, perché vuole avere dimestichezza con un volto prima di effigiarlo) dipinti direttamente sulla tela senza disegno preparatorio, dal vero come facevano gli antichi maestri (in genere facendo posare il soggetto per tre giorni), c’è quello del curatore di lunga data della Royal Academy, Norman Rosenthal. Quest’ultimo, immortalato in abito da cerimonia, si è occupato più volte dell’opera di Hockney ed è curatore anche dell’esposizione alla Fondation Louis Vuitton. Poi c’è di nuovo l’amica Celia Birtwell (quella di “Mr and Mrs Clark and Percy”). Ma tra tutti forse il ritratto che colpisce di più è quello di JP seduto su una sedia con la testa tra le mani (l’artista ha detto che è ispirato a “Il vecchio che soffre” di Van Gogh). Del compagno ci sono anche altri quattro piccoli ritratti molto intimi e delicati (disposti l’uno accanto all’altro) in cui è insieme alla loro cagnolina Tess.

 David Hockney, JP and Little Tess, 15th November 2023, 2023, Acrylique sur toile / Acrylic on canvas 91,4 x 61 cm Collection de l’artiste / Collection of the artist © David Hockney Photo: : © Jonathan Wilkinson

Le opere digitali sono tantissime e reinventano più di un genere. È il caso, ad esempio, della Natura Morta che lui ha interpretato dipingendo vari fiori (sempre messi in un piccolo vaso di vetro su una tovaglia a quadri). Queste opere, stampate su carta e applicate su alluminio (come molti lavori digitali), sono state poi inquadrate con cornici in legno di foggia antica. Il signor Hockney tuttavia a volte lascia su schermo i dipinti fatti con l’iPad per permettere alle sue creazioni di scorrere una dopo l’altra, alla pittura di delinearsi tratto dopo tratto di fronte agli occhi dello spettatore, o soltanto per sfruttare la luminosità dei dispositivi elettronici. Altre volte usa invece questi ultimi per assecondare le caratteristiche del soggetto (come gli scorci di paesaggi normanni notturni rischiarati dalla luce fredda della luna).

David Hockney drawing La Grande Cour, Normandy, 2019. Photo credit: Jean-Pierre GonÁalves de Lima.© David Hockney

LA NORMANDIA PER AMORE, LONDRA PER NECESSITA’:

Nel 2013 un giovane assistente dell’artista morì tragicamente nella casa di Bridlington. Due anni dopo David Hockney vendette l’abitazione e si trasferì in Normandia.

Le opere ultimate nel nord della Francia esposte a Parigi sono molte (tante sono in digitale e sono davvero spettacolari viste tutte insieme, ma ci sono anche parecchi acrilici). Tra loro va ricordato A Year in Normandy (già esposto al Musée de l'Orangerie sotto forma di un fregio lungo ottanta metri) ispirato all’”Arazzo di Bayeux” (che è invece largo quasi 70 metri). Se però l’opera tessile racconta la conquista dell'Inghilterra da parte del Duca di Normandia, nell'XI secolo, l’artista inglese ci propone la sua casa e il suo giardino, visti sempre dalla stessa angolazione, durante le quattro stagioni. Ne esce un’ode alla magia del quotidiano ed alla mutevole bellezza della natura, con un tocco epico che solo David Hockney poteva dargli.

Malgrado lui sia un francofilo (ricambiato come dimostra questa monumentale esposizione) ed ami stare a contatto con il paesaggio, ultimamente ha vari problemi di salute che richiedono che venga assistito da due infermiere (in mostra ci sono anche i loro ritratti) e che abiti vicino ad un ospedale. Così, da non molto, si è trasferito a Londra.

David Hockney, Play Within a Play Within a Play and Me with a Cigarette, 2025, Acrylique et collage sur toile / Acrylic and collage on canvas 121,9 x 182,9 cm Collection de l’artiste / Collection of the artist © David Hockney Photo: : © Jonathan Wilkinson

La mostra si conclude proprio con un autoritratto dell’artista nel giardinetto della sua casa di Londra ("Play Within a Play Within a Play and Me with a Cigarette", 2025). Lui, una sigaretta in una mano e un pennello nell’altra, si ritrae nell’atto di autoritrarsi, in un gioco di specchi potenzialmente infinito che richiama gli antichi. E mentre intorno al protagonista la vita si risveglia di nuovo (i narcisi, il cielo striato di toni carta da zucchero sempre più intensi), i dipinti ispirati a Munch e Blake appesi proprio lì accanto ci ricordano che: “Si sa meno di quanto si creda”.

La retrospettiva “David Hockney 25” di David Hockney rimarrà alla Fondation Louis Vuitton di Parigi fino al 31 agosto 2025. Curata dalla direttrice del museo Suzanne Pagé insieme allo storico dell’arte inglese Sir Norman Rosenthal (insieme a François Michaud e Magdalena Gemra della fondazione e a Jean-Pierre Gonçalves de Lima e Jonathan Wilkinson dello studio dell’artista) è una mostra importante che riunisce un tale numero di capolavori provenienti da ogni dove da renderla difficilmente replicabile. Per fare un paragone: due anni fa la personale di Tokio dell’artista inglese contava alcune opere molto importanti ma se confrontata a quella in corso a Parigi perde peso. Senza contare che David Hockney è uno dei più grandi artisti viventi. Se appena potete non perdetela: non ve ne pentirete.

La pioggia sulla campagna dello Yorkshire in quest’opera ricorda gli spruzzi di “A Bigger Splash” Photo © artbooms

David Hockney, Portrait of an Artist (Pool with Two Figures), 1972 Acrylique sur toile / Acrylic on canvas 213,4 x 304,8 cm YAGEO Foundation Collection, Taiwan  © David Hockney Photo : © Art Gallery of New South Wales / Jenni Carter

David Hockney, Christopher Isherwood and Don Bachardy, 1968 Description : David Hockney Christopher Isherwood and Don Bachardy, 1968 Acrylique sur toile / Acrylic on canvas 212,1 x 303,5 cm Collection particulière / Private collection © David Hockney Photo : © Fabrice Gibert

David Hockney Portrait of My Father, 1955 Huile sur toile / Oil on canvas 50,8 x 40,6 cm Collection of the David Hockney Foundation © David Hockney Photo : © Richard Schmidt

David Hockney, 27th April 2020, No. 1, 2020 Peinture sur iPad imprimée sur papier, montée sur cinq panneaux en aluminium / iPad painting printed on paper, mounted on five aluminium panels 364,1 x 521,4 cm ensemble / overall Collection de l’artiste / Collection of the artist  © David Hockney

David Hockney, 25th June 2022, Looking at the Flowers (Framed), 2022, Dessin photographique imprimé sur papier, monté sur cinq feuilles de Dibond / Photographic drawing printed on paper, mounted on five sheets of Dibond 300 x 518 cm ensemble / overall Collection de l’artiste / Collection of the artist © David Hockney Photo: © Jonathan Wilkinson

David Hockney, After Munch: Less is Known than People Think, 2023 Acrylique sur toile / Acrylic on canvas 121,9 x 182,9 cm Collection de l’artiste / Collection of the artist © David Hockney Photo: © Jonathan Wilkinson

David Hockney, A Gap in the Hedgerow from "Midsummer: East Yorkshire", 2004 Aquarelle sur papier (partie 34 d'une œuvre en 36 parties) / Watercolor on paper (part 34 of a 36-part work) 38,1 x 57,2 cm Collection of the David Hockney Foundation  © David Hockney Photo: © Richard Schmidt

La seconda vita di Matisse: al Grand Palais gli ultimi 14 anni in una grande mostra

Vue de l'exposition "Matisse 1941-1954", Grand Palais x Centre Pompidou. Photo© Luc Castel, 2026

Matisse al Grand Palais
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Era il 1949 quando il Museum of Modern Art di New York acquisì ed espose “L'Atelier Rouge” di Henri Matisse; Marc Rothko che allora aveva 43 anni, e proprio in quel periodo stava definendo quello che sarebbe stato il suo stile distintivo; ne rimase particolarmente colpito: andò a vederlo e poi tornò ancora e ancora. In seguito avrebbe dichiarato: "Quando vedi quel quadro, diventi quel colore, ne sei completamente immerso." Dall’altra parte dell’oceano Matisse, ormai ottantenne, era costretto su una sedia a rotelle e si stava riprendendo la sua vita dopo una fase buia (nel ’41 era stato operato di un tumore all’intestino, mentre nel ’45 la moglie e la figlia erano state arrestate per attività di resistenza e lui era rimasto mesi senza loro notizie nella Villa Le Rêve sulle alture alle spalle di Nizza). Il che per l’artista significava lavorare senza posa: non poteva più dipingere come prima ma ritagliava carta colorata a guazzo, studiava gli accostamenti cromatici, semplificava sempre più le composizioni, a volte fissava un pennello su un bastone per poter tracciare sagome essenziali sulle superfici. La critica prima e gli studiosi poi avrebbero salutato quegli ultimi anni della carriera di Matisse come una “seconda vita” (espressione usata da lui stesso).

Sarebbe morto nell’autunno del ’54 e Rothko gli avrebbe dedicato un’opera.

Adesso, mentre Palazzo Strozzi mette in luce il legame di Mark Rothko con Firenze e con gli antichi maestri italiani (“Rothko a Firenze”), il Grand Palais di Parigi in collaborazione con il Centre Pompidou (al momento chiuso per una ristrutturazione straordinaria che durerà 5 anni), ricostruisce proprio gli ultimi 14 anni del lavoro di Henri Matisse attraverso “Matisse 1941 – 1954”.

Queste grandi ed importanti mostre legano con un filo invisibile e, per quanto ne sappiamo, del tutto casuale, il Grand Palais a Palazzo Strozzi (oltre all’ex-convento di San Marco che sia l’americano che il francese visitarono, e in cui gli affreschi di Frate Angelico sono accostati ai dipinti di Rothko). Come se i due spazi espositivi fossero tappe di un percorso circolare di approfondimento e conoscenza in cui l’una non può prescindere dall’altra.

Se infatti l’opera di Mark Rothko non sarebbe stata la stessa se non fosse esistito Henri Matisse, quest’ultimo (come lo statunitense dopo di lui) doveva molto ai maestri protorinascimentali e in particolare al Beato Angelico di cui ammirava la sensazione metafisica che sapeva infondere nello spettatore: “Un quadro di Rembrandt, del Beato Angelico - disse una volta - il quadro di un buon artista, suscita sempre questa specie di senso di liberazione e di elevazione dello spirito”. Così come gli accostamenti cromatici o gli impianti compositivi sintetici (anche se intensamente decorati) e in definitiva la capacità del frate domenicano di “scolpire il colore”, cosa che lo stesso signor Matisse avrebbe perseguito con la consueta inflessibile disciplina soprattutto negli ultimi anni della sua vita.

Coprodotta dal Centre Pompidou e GrandPalaisRmn (istituzione pubblica francese, nata nel 2011 dalla fusione tra la Réunion des Musées Nationaux e il Grand Palais) e curata da Claudine Grammont (a capo del Dipartimento d’Arti Grafiche del Musée national d’art moderne – Centre Pompidou), “Matisse 1941 – 1954” riunisce oltre 300 lavori realizzati dal signor Matisse tra il ’41 (quando viene operato) e l’anno della sua morte, per testimoniare la straordinaria creatività dell’artista originario della regione dell’Alta Francia in tarda età. Tra le opere in mostra molte sono esposte in Francia per la prima volta e, per quanto il nucleo centrale provenga dalla ricca collezione del Centre Pompidou (l’evento ne raggruppa ben 180), altre provengono da prestigiosi musei del mondo come: l’Hammer Museum di Los Angeles, MoMA e il Metropolitan Museum of Art di New York, la National Gallery of Art di Washington, la Barnes Foundation di Filadelphia (Filadelfia) e la Fondation Beyeler di Basilea.

Si tratta di un’esposizione eccezionalmente completa che comprende pressoché ogni tipo di tecnica affrontata dal signor Matisse in quegli anni (ovvero: dipinti, disegni, gouache ritagliate, libri illustrati, tessuti e persino vetrate). Inutile dire che include parecchi capolavori e grazie alle caratteristiche architettoniche del grande padiglione espositivo in muratura e vetro, costruito per l'Esposizione Universale di Parigi del 1900, riesce a presentare al meglio anche opere di dimensioni monumentali del grande modernista francese.

Nato nel 1869 nella fattoria dei nonni a Le Cateau-Cambrésis (un comune vicino al confine con il Belgio che adesso conta meno di 8mila abitanti), Henri Matisse, crebbe nel poco distante ed altrettanto piccolo Bohain-en-Vermandois, dove i genitori gestivano una drogheria e un negozio di sementi. Malgrado il padre desiderasse che il giovane Henri si dedicasse all’attività di famiglia, lui si trasferì a Parigi per seguire i corsi di giurisprudenza che frequentò per due anni.

Ma poi un’appendicite cambiò tutto: a letto continuava a disegnare e capì che in realtà voleva fare il pittore. Pochi anni dopo, dalla relazione con una modella che aveva posato per lui nacque la figlia Marguerite, mentre l’incontro con la moglie Amélie avrebbe dovuto aspettare fino al 1898. Con lei ebbe due maschi che crebbero insieme alla sorellastra che il signor Matisse si tenne vicina e ritrasse spesso durante tutta la sua vita.

Sul fronte professionale, dopo aver approfondito il lavoro degli impressionisti, rimase profondamente colpito da quello di Van Gogh e andò fino a Londra per studiare i dipinti di Turner (in seguito avrebbe visitato anche: la Corsica, il Marocco, l’Algeria, Tahiti, gli Stati Uniti, la Russia, la Spagna, la Germania e l’Italia). La stima che nutriva per l’opera di Cézanne è ben nota (e questo è un altro elemento che lo accomuna a Rothko) tanto che possedeva perfino un quadro firmato dal precursore del cubismo: “Trois baigneuses”, comprato con grandi sacrifici nel 1899 e che donò al Petit Palais nel ’36 affinché tutti potessero ammirarlo (attualmente il dipinto è in mostra alla Fondazione Beyeler di Basilea in occasione di una monografica su Cézanne).

Matisse 1941 – 1954” però si sofferma su un momento successivo a tutto questo: i viaggi, Parigi e persino la moglie (da cui si era separato) fanno già parte del passato.

Vue de l'exposition "Matisse 1941-1954", Grand Palais x Centre Pompidou. Photo© Luc Castel, 2026

In quel periodo il signor Matisse, passava più tempo nel suo studio di Nizza (allestito nell’hotel Regina dove risiedeva) che in quello di Parigi, anche se nel ’43, dopo un bombardamento, si era rifugiato in una casa colonica (Villa Le Rêve) nell’entroterra nizzardo. Qui, mentre i suoi amati gatti (Minouche e Coussi) sonnecchiavano pigramente, una voliera di colombe e uccelli esotici lo rallegrava e le finestre sul giardino gli regalavano molteplici giochi di luce, lui dipingeva nature morte che perseguivano una sintesi sempre più radicale. Mentre fuori la guerra rendeva effimero e fragile ogni momento di apparente quotidianità di quei giorni.

D’altra parte lui aveva rifiutato le proposte d’esilio che gli erano state presentate: “Se tutti coloro che valgono qualcosa lasciano il paese - scrive al figlio Pierre nel ’40 - che ne sarà della Francia? E del futuro? Io lo aspetto. Qualunque cosa accada, non mi muoverò da qui.”

La mostra del Grand Palais si apre proprio con gli “Intérieurs de Vence” (1946-1948). Ultima serie di dipinti dell’artista definita dal museo “magistrale”. Il critico Eddy Frankel ha parlato così di questa parte dell’esposizione nella sua recensione per The Guardian: “La mostra inizia in piccolo, persino in modo claustrofobico. Nel suo studio a Nizza, Matisse dipinge nature morte. Tulipani rossi e ostriche dalla polpa lilla, limoni e mimose, verdi, rossi e gialli (…) Se questi dipinti appaiono leggeri e ariosi, non lo sono affatto. Sono piccoli e compatti, rielaborati più e più volte. Matisse dipinge lo stesso gruppo di modelli, spostandoli per la stanza, aprendo le persiane per far entrare la luce, muovendo i paraventi per creare ombre. È un'opera ossessiva, ripetitiva e volutamente cinematografica, come se stesse creando decine di fotogrammi della stessa scena”.

Vue de l'exposition "Matisse 1941-1954", Grand Palais x Centre Pompidou. Photo© Luc Castel, 2026

Un espediente quello della ripetizione dello stesso soggetto, che aveva già usato precedentemente al periodo di Vence ma che di lì in avanti si fa ricorrente e sostanziale. Le odalische, i volti ritratti, i motivi vegetali: tutto si moltiplica (come testimoniano le tavole per “Dessins. Thèmes et variations” e le pagine del suo acclamato libro sul colore: “Jazz”). Tanto che comincia a fotografare le opere in fase di lavorazione e ad esporre le fotografie accanto al lavoro finito (anche queste sono in mostra a Parigi), per sottolineare come la forma assunta da personaggi e oggetti nei suoi quadri fosse il coronamento di un processo meticoloso di semplificazione che prevedeva: dipingere, raschiare il colore, rifare e modificare nuovamente.

Anche gli accostamenti cromatici e la scelta dei toni si fa ancora più ponderata. Lentamente abbandona (anche se non del tutto) la pittura a favore dei ritagli a gouache che realizzava tagliando con le forbici i fogli dipinti dai suoi assistenti in vari colori, per poi fissare le forme alle pareti del suo studio, staccandole e ridisponendole più e più volte finché non aveva raggiunto l’accordo perfetto.

Ne nasceranno dei capolavori come “La Tristesse du roi” (Centre Pompidou), “Zulma” (Museo Nazionale d'Arte di Copenaghen), “La Danseuse créole” (Musée Matisse di Nizza) e la serie “Nus bleus” (alcuni di questi arrivati dalla Fondazione Beyeler di Basilea). Oltre ai monumentali (sono tutti intorno ai 3 metri - 3 metri e mezzo sia in altezza che in larghezza) “La Gerbe” (Los Angeles County Museum of Art), “Acanthes” (Fondazione Beyeler), “L’Escargot” (Tate Modern di Londra) e “Mémoire d’Océanie” (MoMA di New York).

Vue de l'exposition "Matisse 1941-1954", Grand Palais x Centre Pompidou. Photo© Luc Castel, 2026

Matisse 1941 – 1954” non si limita però a raccontare il febbrile lavoro del signor Matisse dall’operazione in avanti (che lui considerava come una “seconda vita”: “La mia operazione è stata per me una cosa straordinaria, mentalmente. Mi ha riequilibrato la mente, chiarito i pensieri. È come una seconda vita.”) ma cerca di ridare corpo al suo studio, restituendolo allo spettatore come proiezione dello spazio interiore dell’artista: “Quest’ultimo periodo creativo - hanno spiegato gli organizzatori - fu caratterizzato da una crescente simbiosi fra l’opera e lo spazio dello studio. Affinate sulle pareti del suo appartamento al Régina, le opere erano intrinsecamente mobili e contribuivano alla dinamica vegetalizzazione dell’ambiente. La mostra cerca di ricreare questo contesto in costante evoluzione e invita il visitatore nel ‘giardino’ di Matisse attraverso uno spazio che cresce e si espande da una sala all’altra”.

Negli anni ’50 poi il signor Matisse si dedicò a vetrate non religiose. Adattando (con l’aiuto del maestro vetraio Paul Bony) i propri disegni a una materia fatta di luce e trasparenza. Fragili e complesse da montare, queste grandi opere vengono esposte di rado. “Matisse 1941 – 1954” presenta sia “Nuit de Noël” (commissione di Life Magazine del 1952) arrivata dal Moma (MoMA) di New York per l’occasione che “La Vigne” (ideata nel 1953 per la villa di Pierre e Patricia Matisse a Saint-Jean-Cap-Ferrat) e presentata ora per la prima volta al pubblico dopo la donazione al Centre Pompidou nel 2024.

Per finire va ricordato che al Grand Palais ci sono anche parecchi studi preparatori per la Chapelle du Rosaire de Vence (conosciuta soprattutto come Chapelle Matisse, 1951) che lui considerava come un coronamento del suo percorso artistico. La cappella di Vence poco più di una decina d’anni dopo sarebbe stata una fonte d’ispirazione basilare per la Rothko Chapel di Marc Rothko a Houston (Texas).

Matisse 1941 – 1954” è una mostra davvero importante, che non si limita a esporre una carrellata di opere di Henri Matisse facendo leva sul suo nome ma propone al pubblico e agli studiosi una prospettiva seria sulla sua tarda produzione (e in qualche modo su di lui come persona allora). Rimarrà al Grand Palais di Parigi fino al 26 luglio 2026.

Vue de l'exposition "Matisse 1941-1954", Grand Palais x Centre Pompidou. Photo© Luc Castel, 2026

Vue de l'exposition "Matisse 1941-1954", Grand Palais x Centre Pompidou. Photo© Luc Castel, 2026

Vue de l'exposition "Matisse 1941-1954", Grand Palais x Centre Pompidou. Photo© Luc Castel, 2026

Vue de l'exposition "Matisse 1941-1954", Grand Palais x Centre Pompidou. Photo© Luc Castel, 2026

Melvin Edwards, le catene spezzate dell’astrattismo:

Solo exhibition view, Melvin Edwards, Palais de Tokyo (Paris), 10.22.2025 – 02.15.2026 © Melvin Edwards / ADAGP, Paris, 2025 Photo credit : Aurélien Mole

Melvin Edwards al Palais de Tokyo
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Celebrato nel 2021 con un’importante mostra d’arte pubblica al City Hall Park di Manhattan, lo scultore afroamericano, Melvin Edwards è un grande nome dell’arte contemporanea: un pioniere della saldatura dell’acciaio, un astrattista in grado di introdurre simboli sociali e politici all’interno di composizioni completamente svincolate dalla realtà e di piegare l’asciutto Minimalismo al sentire di una comunità oppressa come quella nera nell’America degli anni ‘60. Il tutto dialogando con i classici. Eppure il signor Edwards resta un artista poco conosciuto in Europa, nonostante il rilancio della sua opera sia partito proprio dalla Biennale di Venezia nel 2015, quando lo scomparso curatore nigeriano Okwui Enwezor fissò alle pareti dell’Arsenale i suoi “Lynch Fragments” (il cui titolo fa riferimento alla parola linciaggio) con il loro succedersi di forme aguzze come lame, parti di spranghe e catene.

In questo momento non sappiamo se Melvin Edwards (la presentazione di “In Minor Keys” è prevista per la fine di febbraio) sia uno dei nomi che la svizzera-camerunense Koyo Kouoh (recentemente scomparsa) e il team di persone che si occuperanno della effettiva realizzazione della 61esima Esposizione Internazionale d’Arte, abbiano deciso di portare quest’anno in laguna. Di Certo però l’artista ottantottenne è stato al centro di una personale al Palais de Tokyo di Parigi che si è appena conclusa (il 15 febbraio) ma che è stata un passo importante per la comprensione della sua opera nel vecchio continente.

Curata dalla statunitense Naomi Beckwith (normalmente curatrice capo del Guggenheim Museum di New York e il prossimo anno direttore artistico della sedicesima edizione di Documenta di Kassel) in collaborazione ai francesi Amandine Nana e François Piron (assistiti da Vincent Neveux), la retrospettiva parigina tratteggiava la carriera sessantennale del signor Edwards dagli esordi fino al lavoro più recente ed era realizzata in collaborazione al Museum Fredericianum di Kassel (nella Germania centrale) e alla Kunsthalle di Berna (Svizzera). Era anche l’ultima tappa di un tour coiminciato nel 2024 che ha portato l’opera omnia del signor Edwards in ognuno dei tre musei.

Solo exhibition view, Melvin Edwards, Palais de Tokyo (Paris), 10.22.2025 – 02.15.2026 © Melvin Edwards / ADAGP, Paris, 2025 Photo credit : Aurélien Mole

Nato in Texas il 4 maggio del 1937, Melvin Eugene Edwards Jr., ha passato parte dell’infanzia in una comunità segregata di Huston senza che la cosa lo abbia traumatizzato: “Ma non sapevo che fosse segregata- ha detto in un’intervista- Non lo sapevo. Mi segui? A sette anni, non sapevo che ci fosse una comunità bianca. Essendo Houston una grande città, i quartieri neri erano numerosi, diciamo, cinquantamila persone ciascuno, quindi i quartieri avevano le loro scuole superiori, negozi, tutto. In effetti, direi che, nella mia memoria, fino a quando non abbiamo lasciato Houston, non ricordo i bianchi. Il mondo di un bambino è così legato alla comunità e al quartiere. E la vita era davvero completa per un ragazzino”. Per poi trasferirsi a Dayton in Ohio e finire per tornare nuovamente in Texas. Ad ogni modo è proprio in quel periodo tra Dayton e Huston che il signor Edwards individua il principio della sua carriera artistica: “Quando avevo circa 9 anni- ha spiegato al Palais de Tokyo- andai per la prima volta in un museo con la mia classe a Dayton, in Ohio. Disegno fin da bambino, ma è stato il primo posto in cui ricordo consapevolmente di aver avuto un interesse per l'arte. C'erano schizzi che mi hanno fatto capire che non era necessario che i disegni fossero esattamente come le cose che si vedevano. Quindi è stata un'introduzione all'astrazione per me. Qualche anno dopo, tornato in Texas, ho seguito un corso d'arte alla Phillis Wheatley High School, una delle tre scuole superiori per neri a Houston durante la segregazione. Ho anche seguito un corso di architettura. Questo significava che stavo imparando a disegnare sia da una prospettiva artistica che da una tecnica. E a casa mi sedevo sul tetto del nostro garage e disegnavo le case, i tetti e gli alberi del quartiere. Quindi tutto questo, mescolato, ha fatto parte del mio sviluppo”.

Alla fine si laureerà in arte all’Università della California del Sud (dove oltre a studiare fu un talentuoso e appassionato giocatore di football) ed è allora che nascono i suoi primi “Lynch Fragments”.

Per quanto l’ispirazione per questi ultimi si faccia risalire al clima di quegli anni (il movimento per i diritti civili ma soprattutto le rivolte di Los Angeles dopo l’omicidio di un uomo di colore da parte della polizia nel ’62) “Some Bright Morning” (legata ai resoconti di 100 anni di linciaggi negli Stati Uniti documentati da Ralph Ginzburg in un libro) che è l’opera zero della serie, in realtà precede gli eventi storici di cui è considerato un riflesso.

Le sculture che compongono “Lynch Fragments” sono piccole e fatte per essere appese al muro (il signor Edwards ha spiegato che dato il poco spazio che aveva a disposizione agli esordi lavorare su un tavolo gli era più facile) e hanno forme sospese tra rifinito e transitorio, tra solidità e tensione. Spesso incorporano barre metalliche simili a spranghe, parti di utensili aguzzi ed affilati o catene facendo implicito riferimento alla violenza. Sono composizioni astratte poetiche ed ambigue che da lontano possono far pensare alle teste di animali impagliati (macabro complemento d’arredo comune nelle aree rurali degli Stati Uniti) ma anche a ordigni esplosivi rudimentali e a strane maschere africane. Con loro l’artista parteciperà ad una mostra collettiva al Whitney Museum of American Art di New York (città nella quale lui e la sua seconda moglie si erano trasferiti) e sempre per via di queste sculture otterrà una personale al Whitney nel 1970: sarà il primo artista afro-americano nella storia dell’istituzione.

Solo exhibition view, Melvin Edwards, Palais de Tokyo (Paris), 10.22.2025 – 02.15.2026 © Melvin Edwards / ADAGP, Paris, 2025 Photo credit : Aurélien Mole

Appassionato di musica e poesia che confluiscono nel suo lavoro, Melvin Edwards ha viaggiato in Africa più e più volte, inserendo suggestioni prese dalla cultura e dalla vita nelle strade dei paesi da lui visitati all’interno delle sue opere. Così come vere e proprie tecniche artigianali apprese nel continente o strumenti scoperti in giro per l’Africa. Negli anni ’70 ha usato il filo spinato insieme al solito armamentario di catene e attrezzi taglienti per costruire stanze severamente minimali eppure inquietanti. Mentre in seguito si è soffermato sul dinamismo e sul mutare di forme semplici divise e ricomposte, spesso dipinte con vivaci colori primari. Ha anche fatto molti memoriali. Sempre cercando di dialogare con l’opera di maestri del modernismo e della storia dell’arte in generale.

A Parigi riguardo le sue fonti d’ispirazione ha detto: “Nella stanza in cui ci troviamo attualmente, vedo qualcosa che è sempre stato presente nei miei pensieri, ma non è un'immagine nel mio lavoro. C'è un fiore sul muro chiamato uccello del paradiso. Era il fiore preferito di mia zia. E a Los Angeles, dove stavo imparando a dipingere e tutto il resto, crescevano sempre lì. Quindi ogni volta che vedo un uccello del paradiso, mi ricollego a mia zia, all'arte, a tutto questo. E se conosci il jazz in senso storico, uno dei musicisti jazz più creativi e significativi è stato Charlie Parker, detto anche ‘Bird’. E una delle sue composizioni più importanti è ‘Uccello del Paradiso’. Quindi, sai, le connessioni non seguono una linea retta”.

Solo exhibition view, Melvin Edwards, Palais de Tokyo (Paris), 10.22.2025 – 02.15.2026 © Melvin Edwards / ADAGP, Paris, 2025 Photo credit : Aurélien Mole

Solo exhibition view, Melvin Edwards, Palais de Tokyo (Paris), 10.22.2025 – 02.15.2026 © Melvin Edwards / ADAGP, Paris, 2025 Photo credit : Aurélien Mole

Solo exhibition view, Melvin Edwards, Palais de Tokyo (Paris), 10.22.2025 – 02.15.2026 © Melvin Edwards / ADAGP, Paris, 2025 Photo credit : Aurélien Mole

Solo exhibition view, Melvin Edwards, Palais de Tokyo (Paris), 10.22.2025 – 02.15.2026 © Melvin Edwards / ADAGP, Paris, 2025 Photo credit : Aurélien Mole

Solo exhibition view, Melvin Edwards, Palais de Tokyo (Paris), 10.22.2025 – 02.15.2026 © Melvin Edwards / ADAGP, Paris, 2025 Photo credit : Aurélien Mole