"Ruomors of war" a Time Square. Kehinde Wiley svela la sua prima scultura monumentale

Kehinde Wiley, Rumors of War, 2019. © 2019 Kehinde Wiley. Presentato da Times Square Arts in collaborazione con il Virginia Museum of Fine Art e Sean Kelly, New York. Fotografo: Ka-Man Tse per Times Square Arts.

Kehinde Wiley, Rumors of War, 2019. © 2019 Kehinde Wiley. Presentato da Times Square Arts in collaborazione con il Virginia Museum of Fine Art e Sean Kelly, New York. Fotografo: Ka-Man Tse per Times Square Arts.

L’artista statunitense Kehinde Wiley (di cui ho parlato spesso ad esempio qui e qui) conosciuto per aver dipinto il ritratto di Barack Obama per la National Portrait Gallery dello Smithsonian, ha realizzato la sua prima scultura monumentale. L’opera, alta oltre 8 metri, si intitola “Rumors of war” e rappresenta un giovane afroamericano in sella a un cavallo dal passo fiero.

La scultura in bronzo è stata collocata al centro di Times Square (Broadway Plaza tra la 46a e la 47a strada) a New York. Ma solo temporaneamente. Dal prossimo inverno, infatti, “Rumors of war” troverà stabilmente casa al Virginia Museum of Fine Arts che ne ha commissionato la realizzazione..

Ma fino ad allora il monumento rimarrà nel cuore pulsante della grande mela creando un contrasto tra i colori intensi delle insegne pubblicitarie digitali e il tono scuro del bronzo, tra il curvilineo guizzare delle forme della scultura e la linearità maestosa dei grattacieli. Tra presente e passato, insomma. Infatti, “Rumors of war”, ispirata alla statua equestre del generale JEB Stuart, cita esplicitamente (e polemicamente) i monumenti confederati. Solo che nella posa innaturale e celebrativa dell’ufficiale sudista a Time Square c’è un giovane afroamericano in jeans, felpa e scarpe da ginnastica.

Con questa scultura Kehinde Wiley da’ tridimensionalità al lavoro che da anni svolge come pittore, reinterpretando dipinti classici i cui protagonisti diventano uomini e donne di colore in abiti contemporanei.

Kehinde Wiley, Rumors of War, 2019. © 2019 Kehinde Wiley. Presentato da Times Square Arts in collaborazione con il Virginia Museum of Fine Art e Sean Kelly, New York. Fotografo: Ka-Man Tse per Times Square Arts.

Kehinde Wiley, Rumors of War, 2019. © 2019 Kehinde Wiley. Presentato da Times Square Arts in collaborazione con il Virginia Museum of Fine Art e Sean Kelly, New York. Fotografo: Ka-Man Tse per Times Square Arts.

Kehinde Wiley, Rumors of War, 2019. © 2019 Kehinde Wiley. Presentato da Times Square Arts in collaborazione con il Virginia Museum of Fine Art e Sean Kelly, New York. Fotografo: Ian Douglas per Times Square Arts.

Kehinde Wiley, Rumors of War, 2019. © 2019 Kehinde Wiley. Presentato da Times Square Arts in collaborazione con il Virginia Museum of Fine Art e Sean Kelly, New York. Fotografo: Ian Douglas per Times Square Arts.

Kehinde Wiley, Rumors of War, 2019. © 2019 Kehinde Wiley. Presentato da Times Square Arts in collaborazione con il Virginia Museum of Fine Art e Sean Kelly, New York. Fotografo: Walter Wlodarczyk per Times Square Arts.

Kehinde Wiley, Rumors of War, 2019. © 2019 Kehinde Wiley. Presentato da Times Square Arts in collaborazione con il Virginia Museum of Fine Art e Sean Kelly, New York. Fotografo: Walter Wlodarczyk per Times Square Arts.

Kehinde Wiley, Rumors of War, 2019. © 2019 Kehinde Wiley. Presentato da Times Square Arts in collaborazione con il Virginia Museum of Fine Art e Sean Kelly, New York. Fotografo: Ka-Man Tse per Times Square Arts.

Kehinde Wiley, Rumors of War, 2019. © 2019 Kehinde Wiley. Presentato da Times Square Arts in collaborazione con il Virginia Museum of Fine Art e Sean Kelly, New York. Fotografo: Ka-Man Tse per Times Square Arts.

Kehinde Wiley, Rumors of War, 2019. © 2019 Kehinde Wiley. Presentato da Times Square Arts in collaborazione con il Virginia Museum of Fine Art e Sean Kelly, New York. Fotografo: Ka-Man Tse per Times Square Arts.

Kehinde Wiley, Rumors of War, 2019. © 2019 Kehinde Wiley. Presentato da Times Square Arts in collaborazione con il Virginia Museum of Fine Art e Sean Kelly, New York. Fotografo: Ka-Man Tse per Times Square Arts.

I mosaici di Zhanna Kadyrova che crea abiti di piastrelle e generi alimentari in pietra e cemento

Zhanna Kadyrova , Market, 2017-2019. Ceramic tiles, cement, mirror and natural stone. Photo by: Andrea Avezzù. Courtesy: La Biennale di Venezia

Zhanna Kadyrova , Market, 2017-2019. Ceramic tiles, cement, mirror and natural stone. Photo by: Andrea Avezzù. Courtesy: La Biennale di Venezia

L’artista ucraina Zhanna Kadyrova ama usare materiali di recupero, pesanti e densi di richiami all’architettura e alla storia di un territorio, per creare mosaici che rappresentano oggetti d’uso quotidiano come abiti o vegetali. Alla Biennale d’Arte di Venezia 2019, “May you live in interesting Times” ha presentato i progetti “Market” e “Second Hand.”

In entrambe le serie di opere la vita di tutti i giorni si fonde al passato, leggerezza e la pesantezza convivono trovando un nuovo equilibrio, la morbidezza delle forme marcia di pari passo con le rigide geometrie dei materiali. Insomma la Kadyrova alla fine dei conti rappresenta sempre un bilanciamento precario, ai limiti del paradosso. Che cova ironia e trasgressione. Da un momento all’altro qualcosa potrebbe accadere. Ma noi ci limitiamo ad osservare l’attimo in cui gli opposti si mettono gli uni nei panni degli altri.

In “Second Hand” (Giardini della Bennale), l’artista raccoglie piastrelle da edifici abbandonati o no, con cui crea dei veri e propri indumenti. Calze, pantaloncini, ma soprattutto mini-abiti che appende su delle grucce o fa indossare a dei manichini. Per la Biennale ha recuperato il materiale in un hotel di Venezia ma in patria si è servita in varie fabbriche in rovina e da una fermata dell’autobus nei pressi di Cernobyl.

Con Market (Arsenale), invece. Zhanna Kadyrova ricrea un vero e proprio mercatino. Ci sono banchi di fiori, frutta e verdura, salumeria. I materiali sono vari (pietra naturale, cemento ecc.) ma i mosaici con piastrelle di ceramica la fanno sempre da padroni. In genere le sculture dell’installazione Market vogono vendute a peso nelle mostre in cui vengono esposte (ogni grammo corrisponde a 1 moneta locale).

I mosaici di Zhanna Kadyrova si potranno ammirare alla Biennale di Venezia fino alla conclusione dell’evento (il 24 novembre).

Zhanna Kadyrova , Second Hand, 2015-2019. Mixed media. Photo by: _AVZ: Francesco Galli. Courtesy: La Biennale di Venezia

Zhanna Kadyrova , Second Hand, 2015-2019. Mixed media. Photo by: _AVZ: Francesco Galli. Courtesy: La Biennale di Venezia

Zhanna Kadyrova , Market, 2017-2019. Ceramic tiles, cement, mirror and natural stone. Photo by: Andrea Avezzù. Courtesy: La Biennale di Venezia

Zhanna Kadyrova , Market, 2017-2019. Ceramic tiles, cement, mirror and natural stone. Photo by: Andrea Avezzù. Courtesy: La Biennale di Venezia

Zhanna Kadyrova , Second Hand, 2015-2019. Mixed media. Courtesy:  FOAF  Praga

Zhanna Kadyrova , Second Hand, 2015-2019. Mixed media. Courtesy: FOAF Praga

Zhanna Kadyrova , Market, 2017-2019. Ceramic tiles, cement, mirror and natural stone. Photo by: Andrea Avezzù. Courtesy: La Biennale di Venezia

Zhanna Kadyrova , Market, 2017-2019. Ceramic tiles, cement, mirror and natural stone. Photo by: Andrea Avezzù. Courtesy: La Biennale di Venezia

Zhanna Kadyrova , Second Hand, 2015-2019. Mixed media. Photo by: _AVZ: Francesco Galli. Courtesy: La Biennale di Venezia

Zhanna Kadyrova , Second Hand, 2015-2019. Mixed media. Photo by: _AVZ: Francesco Galli. Courtesy: La Biennale di Venezia

Zhanna Kadyrova , Market, 2017-2019. Ceramic tiles, cement, mirror and natural stone. Photo by: Andrea Avezzù. Courtesy: La Biennale di Venezia

Zhanna Kadyrova , Market, 2017-2019. Ceramic tiles, cement, mirror and natural stone. Photo by: Andrea Avezzù. Courtesy: La Biennale di Venezia

Zhanna Kadyrova , Second Hand, 2015-2019. Mixed media. Photo by: _AVZ: Francesco Galli. Courtesy: La Biennale di Venezia

Zhanna Kadyrova , Second Hand, 2015-2019. Mixed media. Photo by: _AVZ: Francesco Galli. Courtesy: La Biennale di Venezia

Zhanna Kadyrova , Market, 2017-2019. Ceramic tiles, cement, mirror and natural stone. Photo by: Andrea Avezzù. Courtesy: La Biennale di Venezia

Zhanna Kadyrova , Market, 2017-2019. Ceramic tiles, cement, mirror and natural stone. Photo by: Andrea Avezzù. Courtesy: La Biennale di Venezia

Zhanna Kadyrova , Second Hand, 2015-2019. Mixed media. Courtesy:  FOAF  Praga

Zhanna Kadyrova , Second Hand, 2015-2019. Mixed media. Courtesy: FOAF Praga

Zhanna Kadyrova , Market, 2017-2019. Ceramic tiles, cement, mirror and natural stone. Photo by: Italo Rondinella. Courtesy: La Biennale di Venezia

Zhanna Kadyrova , Market, 2017-2019. Ceramic tiles, cement, mirror and natural stone. Photo by: Italo Rondinella. Courtesy: La Biennale di Venezia

Zhanna Kadyrova , Second Hand, 2015-2019. Mixed media. Photo by: _AVZ: Francesco Galli. Courtesy: La Biennale di Venezia

Zhanna Kadyrova , Second Hand, 2015-2019. Mixed media. Photo by: _AVZ: Francesco Galli. Courtesy: La Biennale di Venezia

Zhanna Kadyrova , Market, 2017-2019. Ceramic tiles, cement, mirror and natural stone. Photo by: Andrea Avezzù. Courtesy: La Biennale di Venezia

Zhanna Kadyrova , Market, 2017-2019. Ceramic tiles, cement, mirror and natural stone. Photo by: Andrea Avezzù. Courtesy: La Biennale di Venezia

Zhanna Kadyrova , Second Hand, 2015-2019. Mixed media. Photo by: _AVZ: Francesco Galli. Courtesy: La Biennale di Venezia

Zhanna Kadyrova , Second Hand, 2015-2019. Mixed media. Photo by: _AVZ: Francesco Galli. Courtesy: La Biennale di Venezia

Tra tradizione e contemporaneità le coloratissime spose nigeriane dei ritratti di Lakin Ogunbanwo

All photographs by Lakin Ogunbanwo. Courtesy of Niki Cryan Gallery

All photographs by Lakin Ogunbanwo. Courtesy of Niki Cryan Gallery

Sospesa tra tradizione e contemporaneità, documentazione e artificio, Africa e Occidente, la serie “e wá wo mi “ del giovane fotografo Lakin Ogunbanwo, racconta, a suo modo, la complessità della società nigeriana di oggi. Lo fa ritraendo spose agghindate con strutturata cura per il giorno delle nozze. Coloratissime spose.

I ritratti di giovani donne velate di Lakin Ogunbanwo, sono apertamente ispirati alla pittura rinascimentale e vedono convivere elementi tradizionalmente legati alle nozze delle tribù Yoruba, Igbo e Hausa-Fulani (un velo rigido chiamato gele, decorazioni sulla pelle in hennè, bracciali in avorio, collane di corallo ecc.), con perline e tessuti sintetici di foggia occidentale. In questo modo, l’artista prende atto dell’identità resa ibrida dalle migrazioni e dalla globalizzazione del popolo nigeriano, ma elogia anche la capacità delle persone di reinterpretare il passato. D’altra parte i colori vivi, festosi, contrastanti, tanto da essere quasi psichedelici, degli abiti comunicano ottimismo e sono fatti per essere ammirati. Tanto più che le spose di Ogunbanwo sono ritratte in studio su uno sfondo di drappi colorati a loro volta.

Il velo (che aggiunge mistero ma smorza la personalità e la carica individuale) insieme alla pesante complessità dell’abbigliamento, vuole contribuire a indagare il concetto di femminilità in Nigeria, ma anche sottolineare il peso a cui le donne vengono sottoposte dal giorno delle nozze in avanti.

"(...) Non credo che le donne africane contemporanee siano adeguatamente rappresentate- ha detto il fotografo in un'intervista a Vogue- L'Africa è un continente enorme, con così tante culture diverse e modi di essere una donna - già ci sono così tanti modi di essere donne nigeriane come ho cercato di mostrate in questa serie."

Nato a Lagos nell’87, Lakin Ogunbanwo, si è laureato in legge (prima in Nigeria poi in Inghilterra). Si dedica alla fotografia dal 2012. La notorietà gliel' ha portata la serie “Are we good enough” in cui mostrava i copricapi indossati dagli uomini delle innumerevoli tribù in cui è divisa la Nigeria.

e wá wo mi “ sarà in mostra dal 14 ottobre al 3 novembre 2019 alla Niki Cryan Gallery di Lagos. Lakin Ogunbanwo condivide spesso le sue spettacolari immagini sul suo account instagram. (via Colossal)

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Biennale di Venezia 2019| Andreas Lolis che scolpisce in marmo, alla maniera degli antichi, sacchi dell'immondizia e vecchie scatole di cartone

Andreas Lolis , Untitled, 2018. Marble. Photo by: Francesco Galli. Courtesy: La Biennale di Venezia

Andreas Lolis , Untitled, 2018. Marble. Photo by: Francesco Galli. Courtesy: La Biennale di Venezia

L’artista Andreas Lolis ironizza sulla contemporaneità usando la tradizione classica. Nato in Albania ma residente ad Atene, lavora il marmo con virtuosismo, facendo riferimento alla scultura greca. Solo che nelle sue opere gli dei lasciano spazio ai giacili improvvisati dai senza tetto, la perfezione ai sacchi dei rifiuti, il piedistallo ad angoli nascosti in cui le opere cercano di mimetizzarsi.

Andreas Lolis partecipa alla Biennale d’Arte di Venezia 2019, “May you Live in Interesting Times” (curata da Ralph Rugoff), con due composizioni scultoree iperrealiste, collocate all’esterno delle aree espositive principali (Arsenale e Padiglione Central dei Giardini).

In mezzo alla vegetazione del Giardino delle Vergini (Arsenale) Lolis ha creato una panchina di marmo verde, su cui sono stati posizionati un vecchio materasso e un cuscino logoro di marmo bianco. Difficile da individuare per la somiglianza con un vero letto improvvisato, l’installazione, dà prova dell’abilità di Lolis, inducendo sentimenti contrastanti (stupore, ironia, compassione). Il manuale della manifestazione, la spiega in questo modo: “Si tratta di opere nate dl desiderio di parlare commemorandolo, del ‘paesaggio della crisi’ della Grecia contemporanea. Le ricerche indicano che ad Atene una persona su sette è senza fissa dimora e questo le è accaduto negli ultimo cinque anni.”

Il desiderio di congelare ciò che è precario, mettere al centro della scena quello che è stato scartato, rimosso, abbandonato, ritorna anche nel complesso di sculture realizzato per i Giardini (che accolgono il visitatore accanto il portone d’ingresso del Padiglione Centrale). Ci sono tre sacchi della spazzatura, un cartone portavivande fradicio e altri rifiuti. Tutto è stato scolpito in marmo con una padronanza tecnica ineccepibile. I sacchi dell’immondizia realizzati in nero del Belgio, in particolare, fanno capire come nulla sia lasciato al caso: persino le venature simulano le tensioni della plastica e concorrono con la luce a rendere più vive le forme.

Le sculture iperrealiste di Andreas Lolis rimarranno esposte alla Biennale di Venezia fino al 24 novembre 2019.

Andreas Lolis , Untitled, 2018. Marble. Photo by: Francesco Galli (particolare). Courtesy: La Biennale di Venezia

Andreas Lolis , Untitled, 2018. Marble. Photo by: Francesco Galli (particolare). Courtesy: La Biennale di Venezia

Andreas Lolis , Untitled, 2018. Marble. Photo by: Francesco Galli. Courtesy: La Biennale di Venezia

Andreas Lolis , Untitled, 2018. Marble. Photo by: Francesco Galli. Courtesy: La Biennale di Venezia

Andreas Lolis , Untitled, 2018 . Marble, wood, steel. Photo by: Italo Rondinella. Courtesy: La Biennale di Venezia

Andreas Lolis , Untitled, 2018 . Marble, wood, steel. Photo by: Italo Rondinella. Courtesy: La Biennale di Venezia

Andreas Lolis , Untitled, 2018. Marble. Photo by: Francesco Galli. Courtesy: La Biennale di Venezia

Andreas Lolis , Untitled, 2018. Marble. Photo by: Francesco Galli. Courtesy: La Biennale di Venezia

Andreas Lolis , Untitled, 2018. Marble. Photo by: Francesco Galli (particolare). Courtesy: La Biennale di Venezia

Andreas Lolis , Untitled, 2018. Marble. Photo by: Francesco Galli (particolare). Courtesy: La Biennale di Venezia

Andreas Lolis , Untitled, 2018 . Marble, wood, steel. Photo by: Italo Rondinella. Courtesy: La Biennale di Venezia

Andreas Lolis , Untitled, 2018 . Marble, wood, steel. Photo by: Italo Rondinella. Courtesy: La Biennale di Venezia

Andreas Lolis , Untitled, 2018. Marble. Photo by: Francesco Galli. Courtesy: La Biennale di Venezia

Andreas Lolis , Untitled, 2018. Marble. Photo by: Francesco Galli. Courtesy: La Biennale di Venezia

Andreas Lolis , Untitled, 2018. Marble. Photo by: Francesco Galli. Courtesy: La Biennale di Venezia

Andreas Lolis , Untitled, 2018. Marble. Photo by: Francesco Galli. Courtesy: La Biennale di Venezia

Chiharu Shiota appende numeri a una nuvola di fili intrecciati sopra piccoli banchi di scuola. Al Museo della Slesia di Katowice

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“Counting Memories” è la nuova installazione realizzata da Chiharu Shiota al Museo della Slesia di Katowice in Polonia (Muzeum Śląskie). Un’opera interattiva in modo vintage. Dove dei fogli di carta e un questionario attendono le memorie legate ai numeri dei visitatori.

Chiharu Shiota ha utilizzato, come fa spesso, degli oggetti dall’aria archetipica (un po’ vecchio stampo, per intenderci) che fanno da base per l’installazione e da incipit della narrazione. In questo caso si tratta di banchi scolatici (ma in passato ha usato sedie, strumenti musicali, barche ecc.) per la consequenzialità del concetto di numero a quello di aritmetica e quindi a quello di istruzione primaria e di infanzia. Insomma. i banchi sono dei simboli da cui il pensiero si dipana come il filo intrecciato a mano dall’artista in intricate ragnatele individuali ( partono da ogni banco) ma che via via si fondono in una fitta trama collettiva. I numeri sono sorretti dall’intreccio dei fili e sembrano galleggiare.

“Counting Memories” è pittura tridimensionale come tutte le opere della Shiota . Poetica e volta a cercare di travalicare le divisioni tra le persone, l’installazione, si differenzia dalle altre per le pile di fogli poste sui banchi che il visitatore è invitato a usare per scrivere la sua esperienza personale in fatto di numeri. L’artista lo aiuta e orienta il suo pensiero con delle domande: “Quale numero ha significato per te e perché?”, “I numeri dicono la verità?”, “Quanti ricordi hai?”

Ogni numero ci definisce individualmente-scrive l’artista a proposito dell’opera- ma ci collega anche universalmente. I numeri ci confortano, condividiamo le date che sono importanti per noi e ci aiutano a capire noi stessi. La nostra storia è raccolta attraverso numeri. In questo modo, il filo intrecciato riflette la nostra storia, mentre i numeri, che sono sparsi sporadicamente come le stelle sopra Katowice, rappresentano le date più significative che conosciamo.

Originaria di Osaka in Giappone, Chiharu Shiota vive a Berlino. “Counting Memories” rimarrà esposta al Muzeum Śląskie fino al 26 aprile 2020. Prosegue nel frattempo la personale "The Soul Trembles" del Mori Art Museum di Tokyo, che si sposterà per l'Asia fino al 2012.

All photos are via  Colossal

All photos are via Colossal

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Toshihiko Shibuya punteggia la foresta "Ikor no mori" di Tomakomai con 1500 coloratissime puntine da disegno

Toshihiko Shibuya, Microworld of Land Art; Generation 6 origin-birth. All photos courtesy of the artist

Toshihiko Shibuya, Microworld of Land Art; Generation 6 origin-birth. All photos courtesy of the artist

L’artista giapponese Toshihiko Shibuya ha recentemente realizzato l’installazione “Microworld of Land Art” (della serie Generation 6 origin-birth) nella foresta “Ikor no mori” di Tomakomai. Un’opera che somiglia a uno schizzo veloce, a un leggero tratteggio di matite colorate, sulla densa tessitura cromatica del sottobosco di Ikor (che nella lingua degli Ainu significa tesoro). Solo che lui per farla ha usato 1500 puntine da disegno.

“Microworld of Land Art” è stata visibile per una settimana soltanto (dal 21 al 29 settembre), nel corso della manifestazione incentrata sul tema della simbiosi con l’ambiente, Forest Garden Ikor Meets Art 2019 (o come dicono i giapponesi Ikor-no-mori Meets Art). Un periodo sufficiente per sottolineare tutta la bellezza e la biodiversità della natura minuscola che si nasconde sotto i piedi dell’escursionista, senza lasciare per troppo tempo l’installazione esposta agli elementi. Infatti, malgrado il clima di Tommakomai sia meno rigido che nel resto dell’isola, in tutta Hokkaido le stagioni temperate sono brevi

L’opera, come tutte quelle della serie Generation, evoca l’inarrestabilità del ciclo della vita. Le puntine da disegno a testa tonda, nei loro colori sgargianti, ma tutto sommato affatto artificiali, sembrano funghi, uova, insetti o muffe e si mimetizzano con un ambiente apparentemente selvaggio (il Forest Garden Ikor in realtà è una grande area verde nata nel 1904 intorno a un nucleo originario di boschi ma che comprende anche giardini, roseti e appezzamenti piantumati).

“Con questa installazione- ha detto Toshihiko Shibuya- mi sono interrogato sul ruolo che può avere l'arte ambientale (sia essa composta da forme di vita, parti di paesaggio o semplicemente da opere d'arte contemporanea) nel riscaldamento globale, nelle urgenze del presente, così come nelle allerte ambientali.”

Il tempo nelle opere di Toshihiko Shibuya è una componente invisibile ma fondamentale. Nel caso di quest’installazione, come di tutte le altre composte da puntine da disegno, è lo stesso gesto paziente e ripetitivo di inserire prima e togliere poi i minuscoli oggetti nel muschio piuttosto che nei tronchi di alberi abbattuti, a sottolinearne lo scorrere lento ma inesorabile.

La legge dei cicli naturali ha cominciato a perdersi a poco a poco- continua l’artista di Sapporo- Mi chiedo ancora come le mie opere possano essere utili a ritrovare l'ambiente che mi circonda e la mia vita, piuttosto che mettere le opere contro la natura.”.

Anche la location delle installazioni non è mai casuale o suggerita semplicemente da quanto uno scorcio possa essere pittoresco. Nel caso di “Microworld of Land Art”, Shibuya, punta l’attenzione sugli alberi caduti

“In questa zona il suolo è di cenere vulcanica eruttata dal Tarumae-san- spiega - Solo un sottile strato di terreno si è depositato sul suolo di cenere vulcanica. Quando gli alberi crescono grandi, cadono a causa del loro stesso peso. Il motivo è che non possono sviluppare profondamente le loro radici.

In questa regione, la circolazione naturale avviene a un ciclo più veloce rispetto alle foreste normali.”

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alberi caduti a causa del loro stesso peso nella foresta di Ikor

alberi caduti a causa del loro stesso peso nella foresta di Ikor

alberi caduti a causa del loro stesso peso nella foresta di Ikor

alberi caduti a causa del loro stesso peso nella foresta di Ikor