Emily Eveleth che da 20 anni dipinge alla maniera degli antichi maestri delle enormi zuccherosissime ciambelle

Emily Eveleth, Departures, 2016, oil on canvas, 62 x 84 inches. Courtesy of the  artist and Danese/Corey, New York

Emily Eveleth, Departures, 2016, oil on canvas, 62 x 84 inches. Courtesy of the artist and Danese/Corey, New York

Emily Eveleth è un’artista statunitense che dipinge nature morte alla maniera classica. Ci sono i chiaroscuri drammatici di Caravaggio, le pennellate piene e gestuali di Rubens ma anche la ieratica, composta, bellezza dei maestri fiamminghi. Lo fa da vent’anni, con padronanza. Solo che lei dipinge ciambelle.

Glassate, ripiene di crema pasticcera o marmellata. Ne ha ritratte a decine in tutte le pose possibili (spezzate, impilate, da sole in compagnia). Aveva cominciato con la pittura di paesaggio, per poi affrontare altri soggetti. Finchè, un giorno, girando per la casa, non si è imbattuta in una ciambella. Di quelle americane, ovviamente, fritte e dall’aria molto golosa.

'' Un giorno ho notato una ciambella su un tavolo da cucina e in essa ho visto tante cose - ha detto Emily Eveleth in un’intervista al New York Times- La sua forma bella e perfetta. I suoi colori ricchi. Mi sono resa conto che non avevo bisogno di nient'altro e ho pensato: 'Perché non ritrarre una ciambella?' ''

Emily Eveleth dipinge dal vivo con le sue zuccherose ed immobili modelle di fronte a lei. Usa grandi formati. Rigorosamente, olio su tela. Introduce riflessi acquei, in punta di pennello, sul piano d’appoggio o sulle glasse, ma anche un tocco di movimento preferendo pose poco composte.

Qualcuno ha definito, in modo un tantino divertito, “eroiche” le ciambelle della Eveleth, ma molti, sorprendentemente senza nemmeno un filo di ironia, le hanno trovate sexy. Ebbene si, le ciambelle della pittrice statunitense secondo alcuni sarebbero erotiche. In un testo critico le si paragonava addirittura a L’Origine du Monde di Courbet.

Per vedere altre ciambelle di Emily Eveleth oltre al sito internet dell’artista si può contare sul suo account instagram.

Emily Eveleth, Degrees of Atifice, 2016, oil on canvas, 80 x 86 inches. Courtesy of the artist and D anese/Corey , New York

Emily Eveleth, Degrees of Atifice, 2016, oil on canvas, 80 x 86 inches. Courtesy of the artist and Danese/Corey, New York

Emily Eveleth, Big Pink, 2016, oil on canvas, 78 x 60 inches. Courtesy of the artist and Danese/Corey, New York

Emily Eveleth, Big Pink, 2016, oil on canvas, 78 x 60 inches. Courtesy of the artist and Danese/Corey, New York

Emily Eveleth, Facade, 2016 oil on canvas, 68 x 40 inches. Courtesy of the artist and Danese/Corey, New York

Emily Eveleth, Facade, 2016 oil on canvas, 68 x 40 inches. Courtesy of the artist and Danese/Corey, New York

Emily Eveleth, Held, 2012, oil on canvas, 84 x 92 inches. Courtesy of the artist and Danese/Corey, New York

Emily Eveleth, Held, 2012, oil on canvas, 84 x 92 inches. Courtesy of the artist and Danese/Corey, New York

Emily Eveleth, Regency, 2012, oil on canvas, 73 x 71 inches. Courtesy of the artist and Danese/Corey, New York

Emily Eveleth, Regency, 2012, oil on canvas, 73 x 71 inches. Courtesy of the artist and Danese/Corey, New York

Emily Eveleth, Prop, 2012, oil on canvas, 30 x 35 inches. Courtesy of the artist and Danese/Corey, New York

Emily Eveleth, Prop, 2012, oil on canvas, 30 x 35 inches. Courtesy of the artist and Danese/Corey, New York

Lost & Found, un corto d'animazione in stop motion su amore e altruismo da vedere a San Valentino

Lost & Found è un pluri-premiato cortometraggio d’animazione in stop motion che ha il solo difetto di avere il nome in comune a diversi altri lungometraggi e mini-film. Il che ne limita un po’ la diffusione su internet ma non diminuisce la sua capacità d’intenerire. E’ storia ingenua e romantica: parla dell’altruismo del vero amore. I protagonisti sono due giocattoli fatti all’uncinetto che vivono in un ristorante giapponese. Sono innamoratissimi e felici ma una mattina lei scivola in una fontana…

Lost & Found dura più o meno sette minuti ma non per questo non riesce a mancare di coinvolgere lo spettatore. D’altra parte è stato curato in ogni minimo particolare (ho inserito il video con il dietro le quinte in coda a questo post). Iintenerisce, commuove e fa sorridere.

E’ un lavoro australiano diretto da Andrew Goldsmith e Bradley Slabe e prodotto da Lucy J. Hayes. (via Colossal)

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Girogio Andreotta Calò fa nuotare l'Hangar Bicocca negli abissi di un sogno di mare e di pianura

Giorgio Andreotta Calò; Medusa, 2014; Legno di rovere, argilla. Courtesy Wilfried Lentz, Rotterdam. Foto: John Bohnen

Giorgio Andreotta Calò; Medusa, 2014; Legno di rovere, argilla. Courtesy Wilfried Lentz, Rotterdam. Foto: John Bohnen

E’ un po’ un percorso sottomarino, un po’ un sogno ad occhi aperti, la mostra personale di Giorgio Andreotta Calò, CITTADIMILANO, che inaugura domani all’Hangar Bicocca (fino al 21 Luglio 2019). Si tratta di un viaggio in cui le opere di oggi e di ieri dell’artista veneziano riconfigurano lo spazio dell’edificio in cui la Pirelli un tempo fabbricava locomotive. Riconfermando, se ce ne fosse stato ancora bisogno dopo la sua partecipazione alla scorse edizione della Biennale d’arte, il talento visionario e la sensibilità di Andreotta Calò.

All’Hangar Bicocca Giorgio Andreotta Calò parte dalla tragedia della nave posacavi Città di Milano che il 16 giugno 1919 si inabissò presso la secca di Capo Graziano a Filicudi per costruire un percorso nelle profondità acquee dell’immaginazione e della Storia. La vicenda, che dà il titolo alla mostra, ha qui tanta importanza perchè ai tempi ad occuparsi di queste operazioni era la Pirelli. E l’artista ha l’abitudine di modificare il suo lavoro in base al contesto in cui l’espone. Senza contare il fatto che l’acqua, insieme e più del fuoco, è un suo elemento ricorrente.

Ad aprire il percorso espositivo sono proprio le immagini di repertorio del relitto inabissato (che l’artista ha montato fino a renderle un “lavoro e un leit motiv”). Per sottolineare l’interesse di Andreotta Calò per la trasmissione di dati (che al giorno d’oggi significa internet e telecomunicazioni). c’è invece, la porzione di un cavo rimasto sott’acqua per circa 20 anni.

La bellezza e il fascino tattile dei materiali usati dall’uomo che il mare si prende per poi restituirli, ritorna nell’ installazione Produttivo (costituita da campioni di roccia e sedimenti prelevati dal sottosuolo della laguna di Venezia e dell’area mineraria del Sulcis Iglesiente, in Sardegna). Nella serie delle Clessidre (i pali usati dai gondolieri per legare le barche che la marea erode fino a spezzarli, e che l’artista riproduce in bronzo raddoppiandoli, come si specchiassero nell’acqua). E in quella delle Meduse ( in questo caso interviene sugli ormeggi di legno, che trasforma in medusa, organismo marino composto principalmente di acqua, da cui poi trae delle sculture in bronzo.). Ma anche nella serie Pinna Nobilis (sculture che rappresentano delle conchiglie endemiche delle coste del Mar Mediterraneo e in particolare dei luoghi attraversati dalla mostra). E DOGOD (qui invece usa degli elementi ossei provenienti dall’Isola di Sant’Antioco in Sardegna e li assembla dandogli la forma del muso di un cane).

Giorgio Andreotta Calò; Volver, 2008; Courtesy ZERO…, Milano, e Studio Giorgio Andreotta Calò, Venezia. Foto: Davide Conconi

Giorgio Andreotta Calò; Volver, 2008; Courtesy ZERO…, Milano, e Studio Giorgio Andreotta Calò, Venezia. Foto: Davide Conconi

A imprimere una svolta circolare al cammino della mostra ci pensa, invece, la scultura Volver. Si tratta di una barca divisa in due e adagiata su uno specchio d’acqua. Ma quella barca ha una storia che si è svolta 10 anni fa proprio a Milano: l’artista all’interno della barca che usava nella laguna veneziana, ha volato ancorato a una gru sopra i tetti del quartiere Lambrate, compiendo un giro per poi terminare l’azione sulla terrazza della galleria Zero, dove ha tagliato la barca in due. Insomma, il passato chiude il cerchio e dà alla mostra un carattere onirico e personale. Come fosse una specie di viaggio nelle profondità dei ricordi personali e collettivi, con sprazzi di luce che si accendono sul futuro per poi spegnersi repentinamente.

Relitto del piroscafo Città di Milano, Filicudi. Foto:Global Underwater Explorers

Relitto del piroscafo Città di Milano, Filicudi. Foto:Global Underwater Explorers

Va detto che la mostra di Giorgio Andreotta Calò all’Hangar Bicocca, per molti versi si lega a quella di Mario Merz che l’ha preceduta (in corso fino al 24 Febbraio). Ma volendo ben vedere CITTADIMILANO può richiamare alla mente anche Treasures from the Wreck of the Unbelievable di Damien Hirst .

Si parte sempre da un relitto sottomarino che permette a un sogno di emergere dalle nebulose e fiabesche profondità dell’immaginazione. Poco importa in fondo se la circostanza da cui prendeva l’avvio la mostra di Hirst era immaginaria mentre quella da cui prende le mosse quella di Andreotta Calò è reale. A contare è il modo completamente diverso in cui i due artisti sviluppano il percorso. Hirst stupiva il visitatore, cercava di amaliarlo, Andreotta calò, invece, lo conduce per mano in una riflessione sottile su passato e presente, lonatano e vicino, natura e opera dell’uomo, corsi e ricorsi storici. E quindi, indirettamente, anche su globalizzazione e identità. Lontano dall’egocentrismo del precedente, il racconto di Andreotta Calò è aperto e intriso di poesia. Venato da una vaga malinconia che si percepisce appena tra forme ridotte all’osso (i materiali con la loro tattilità le assorbono) e il rigore trasognato del racconto.

Giorgio Andreotta Calò,; Clessidra, 2014, Bronzo; Veduta dell’installazione, Peep-Hole, Milano, 2014. Courtesy Studio Giorgio Andreotta Calò, Venezia. Foto: Stefania Scarpini

Giorgio Andreotta Calò,; Clessidra, 2014, Bronzo; Veduta dell’installazione, Peep-Hole, Milano, 2014. Courtesy Studio Giorgio Andreotta Calò, Venezia. Foto: Stefania Scarpini

Giorgio Andreotta Calò, Senza titolo (La fine del mondo), 2017 (particolare); Veduta dell’installazione, Padiglione Italia, 57ma; Biennale di Venezia, 2017. Courtesy Studio Giorgio Andreotta Calò, Venezia. Foto: Kirsten de Graaf

Giorgio Andreotta Calò, Senza titolo (La fine del mondo), 2017 (particolare); Veduta dell’installazione, Padiglione Italia, 57ma; Biennale di Venezia, 2017. Courtesy Studio Giorgio Andreotta Calò, Venezia. Foto: Kirsten de Graaf

Giorgio Andreotta Calò; Meduse, 2015, Bronzo; Veduta dell’installazione, Triennale, Milano, 2015. Courtesy Studio Giorgio Andreotta Calò, Venezia. Foto: Kirsten de Graaf

Giorgio Andreotta Calò; Meduse, 2015, Bronzo; Veduta dell’installazione, Triennale, Milano, 2015. Courtesy Studio Giorgio Andreotta Calò, Venezia. Foto: Kirsten de Graaf

Giorgio Andreotta Calò; Monumento ai Caduti, 2010; Intervento performativo; Comune di Bologna, 2010. Courtesy Studio Giorgio Andreotta Calò, Venezia. Foto: Matteo Monti

Giorgio Andreotta Calò; Monumento ai Caduti, 2010; Intervento performativo; Comune di Bologna, 2010. Courtesy Studio Giorgio Andreotta Calò, Venezia. Foto: Matteo Monti

Giorgio Andreotta Calò; Carotaggi, 2016; vulcanite, basalto, carbone, acciaio. Veduta dell’installazione, 16a Quadriennale d’arte, Roma, 2016. Foto: Ela Bialkowska

Giorgio Andreotta Calò; Carotaggi, 2016; vulcanite, basalto, carbone, acciaio. Veduta dell’installazione, 16a Quadriennale d’arte, Roma, 2016. Foto: Ela Bialkowska

Giorgio Andreotta Calò; Senza titolo (La fine del mondo), 2017; Veduta dell’installazione, Padiglione Italia, 57ma; Biennale di Venezia, 2017. Courtesy Studio Giorgio Andreotta Calò, Venezia. Foto: Roberto Marossi

Giorgio Andreotta Calò; Senza titolo (La fine del mondo), 2017; Veduta dell’installazione, Padiglione Italia, 57ma; Biennale di Venezia, 2017. Courtesy Studio Giorgio Andreotta Calò, Venezia. Foto: Roberto Marossi

Giorgio Andreotta Calò; Senza titolo (La fine del mondo), 2017; Veduta dell’installazione, Padiglione Italia, 57ma; Biennale di Venezia, 2017. Courtesy Studio Giorgio Andreotta Calò, Venezia. Foto: Roberto Marossi

Giorgio Andreotta Calò; Senza titolo (La fine del mondo), 2017; Veduta dell’installazione, Padiglione Italia, 57ma; Biennale di Venezia, 2017. Courtesy Studio Giorgio Andreotta Calò, Venezia. Foto: Roberto Marossi

Giorgio Andreotta Calò; Senza titolo (La fine del mondo), 2017; Veduta dell’installazione, Padiglione Italia, 57ma; Biennale di Venezia, 2017. Courtesy Studio Giorgio Andreotta Calò, Venezia. Foto: Roberto Marossi

Giorgio Andreotta Calò; Senza titolo (La fine del mondo), 2017; Veduta dell’installazione, Padiglione Italia, 57ma; Biennale di Venezia, 2017. Courtesy Studio Giorgio Andreotta Calò, Venezia. Foto: Roberto Marossi

Giorgio Andreotta Calò; Veduta della mostra, “La scultura lingua morta III”, Sprovieri Gallery, Londra, 2015. Courtesy Sprovieri Gallery, Londra. Foto: Riccardo Abate

Giorgio Andreotta Calò; Veduta della mostra, “La scultura lingua morta III”, Sprovieri Gallery, Londra, 2015. Courtesy Sprovieri Gallery, Londra. Foto: Riccardo Abate

Giorgio Andreotta Calò, Anàstasis (ἀνάστασις), 2018; Veduta dell’installazione, Oude Kerk, Amsterdam, 2018. Courtesy Studio Giorgio Andreotta Calò, Venezia. Foto: Maarten Nauw

Giorgio Andreotta Calò, Anàstasis (ἀνάστασις), 2018; Veduta dell’installazione, Oude Kerk, Amsterdam, 2018. Courtesy Studio Giorgio Andreotta Calò, Venezia. Foto: Maarten Nauw

Giorgio Andreotta Calò, Anàstasis (ἀνάστασις), 2018; Veduta dell’installazione, Oude Kerk, Amsterdam, 2018. Courtesy Studio Giorgio Andreotta Calò, Venezia. Foto: Gert Jan Van Rooij

Giorgio Andreotta Calò, Anàstasis (ἀνάστασις), 2018; Veduta dell’installazione, Oude Kerk, Amsterdam, 2018. Courtesy Studio Giorgio Andreotta Calò, Venezia. Foto: Gert Jan Van Rooij

Nel Vulcano: l'esplosiva arte di Cai Guo-Qiang a Pompei e al Museo Archeologico Nazionale di Napoli

cai guo qiang prova la polvere da sparo ai piedi del Vesuvio con la collaborazione della compagnia di fuochi d'artificio con sede a Napoli, Pompei, 2018; photo by sang luo, courtesy cai studio; photo by  andy holmes

cai guo qiang prova la polvere da sparo ai piedi del Vesuvio con la collaborazione della compagnia di fuochi d'artificio con sede a Napoli, Pompei, 2018; photo by sang luo, courtesy cai studio; photo by andy holmes

Mentre Flora Commedia (l’esposizione che l’ha visto protagonista agli Uffizi di Firenze) si avvia alla chiusura Cai Guo-Qiang si prepara a una nuova grande mostra italiana e a uno spettacolo pirotecnico esplosivo. D’altra parte sta’volta a ispirarlo sarà il Vesuvio.

Intitolato Explosion Studio l’evento si svolgerà il 21 febbraio a Pompei e inaugurerà la mostra Nel Vulcano. Cai Guo-Qian a Pompei che aprirà ufficialmente il giorno successivo al Museo Archeologico Nazionale di Napoli (MANN). Come al solito l’artista cinese, oltre a intrattenere il pubblico con complesse sequenze di fuochi d’artificio, dipingerà con le esplosioni . Una tela di ben 33 metri verrà, infatti, posizionata nell’Anfiteatro insieme a una manciata di oggetti simbolo della decadenza della città prima del disastro.

"Le opere, create dopo un evento con fuochi d’artificio-spiega il sito del Ministero dei Beni Culturali- dialogheranno con le collezioni permanenti, in un gioco di assonanze e dissonanze tematiche, mentre mosaici ed affreschi antichi accompagneranno il visitatore in un labirintico viaggio di scoperta tra passato e presente."

Ancora una volta dunque, l’artista cinese famoso per aver trovato il modo per dipingere con la polvere da sparo si troverà a confrontarsi con le opere degli antichi maestri del passato (prima della Galleria degli Uffizi era stata la volta del Museo del Prado). E c’è da credere che non sarà l’ultima. Explosion Studio e Nel Vulcano. Cai Guo-Qian a Pompei, infatti, fanno parte del progetto pluriennale di Cai “An Individual’s Journey Through Western Art History.” Che, dopo la tappa italiana, lo porterà a Parigi per una mostra in un museo non ancora reso noto.

Lo spettacolo pirotecnico di Pompei si ispira alla forza primordiale del vulcano. E Cai Guo-Qian ha dichiarato di aver creato qualcosa di pervaso da “un tocco di ferocia”. La mostra Nel Vulcano. Cai Guo-Qian a Pompei al Museo Archeologico Nazionale di Napoli resterà aperta fino al 20 maggio 2019. (via artnet, designboom)

cai guo qiang, study for pompeii no. 2 (2018); photo by yvonne zhao, courtesy cai studio

cai guo qiang, study for pompeii no. 2 (2018); photo by yvonne zhao, courtesy cai studio

cai guo qiang, study for pompeii: fierce lion (2018); photo by yvonne zhao, courtesy cai studio

cai guo qiang, study for pompeii: fierce lion (2018); photo by yvonne zhao, courtesy cai studio

cai guo qiang, sketch for pompeii (2018); image courtesy of cai studio

cai guo qiang, sketch for pompeii (2018); image courtesy of cai studio

Trent'anni di Jeff Koons in mostra all'Ashmolean di Oxford, il museo universitario più antico del mondo

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“Controverso”, “ricchissimo”, “geniale”, “falso”, “incredibilmente professionale”, “un pallone gonfiato”. Sono pochi gli artisti che suscitano giudizi così discordanti ma non smettono, nel bene e nel male, di far parlare di se. Jeff Koons è sicuramente uno di loro. E almeno sul fatto che sia ricchissimo c’è unità di vedute.

Mercoledì scorso l’Ashmolean Museum dell’Università di Oxford ha inaugurato una mostra che ripercorre trent’anni del lavoro di Jeff Koons (fino al 9 giungo 2019). Si intitola, appunto, “Jeff Koons at the Ashmolean”. Curata dallo stesso Koons in collaborazione allo storico dell’arte Norman Rosenthal, riunisce diciassette opere importanti dell’artista statunitense (14 di queste non erano mai state esposte prima in Regno Unito). La mostra abbraccia l'intera carriera dell'artista e comprende le sue serie più famosa tra cui Equilibrium, Statuary, Banality, Antiquity e le più recenti sculture e dipinti di Gazing Ball.

L’Ashmolean Museum, la cui collezione permanente raccoglie pezzi che vanno dalle mummie egizie fino all’arte contemporanea, è stato fondato nel 1683 ed è il museo universitario più antico al mondo.

"Non potrei pensare a un posto migliore-ha detto Jeff Koons- per un dialogo sull'arte oggi e su cosa possa essere."

Così, invece, il Dr. Xa Sturgis, direttore dell'Ashmolean: “Questa mostra genera un dialogo tra il lavoro di Jeff Koons e la storia dell'arte e delle idee alla quale la sua opera partecipa. Sono sicuro che provocherà anche conversazioni tra coloro che la vedranno. "

Insomma, Jeff Koons at the Ashmolean si basa sul modello del dialogo tra arte contemporanea e antichi maestri, adesso molto in voga (qui ho parlato ad esempio delle mostre di Ai Weiwei a Palazzo Strozzi e Cai Guo-Qiang agli Uffizi, ma vi si potrebbe ascrivere, anche se con un progetto curatoriale più ambizioso, pure la collettiva Sanguine alla Fondazione Prada).

L’esposizione comprende alcune delle opere più iconiche e conosciute dell’artista statunitense. A partire da One Ball Total Equilibrium Tank (1985), della serie Equilibrium, in cui un pallone da basket immerso in una teca di vetro piena d’acqua, riesce a rimanere esattamente a metà del liquido (il trucco Koons lo trovò grazie alla collaborazione del fisico vincitore del Nobel Richard Feynman). O Rabbit (1986) in cui l’artista riproduce in acciaio specchiato un giocattolo di plastica. Fino a pezzi più recenti come Seated Ballerina del 2010-15 (di cui Jeff Koons ha fatto anche una versione sovradimensionata e gonfiabile; ne ho parlato qui), o Balloon Venus (Magenta) (2008-12) che rappresenta l’antichissima Venere di Willendorf come se fosse fatta in palloncini annodati. Entrambe della serie Antiquity.

Della fazione dei detrattori, il The Guardian, in occasione di questa mostra ha dedicato a Koons un’intervista e un testo critico sulla sua carriera. Entrambi poco lusinghieri per l’artista ma davvero piacevoli da leggere.

exibition view photo: © David Fisher, 2019

exibition view photo: © David Fisher, 2019

Jeff Koons (b. 1955); One Ball Total Equilibrium Tank (Spalding Dr. J 241 Series); 1985; Glass, steel, sodium chloride reagent, distilled water, one basketball; 164.5 x 78.1 x 33.7 cm; Edition 2 of an edition of 2; Collection of BZ + Michael Schwartz, New York © Jeff Koons

Jeff Koons (b. 1955); One Ball Total Equilibrium Tank (Spalding Dr. J 241 Series); 1985; Glass, steel, sodium chloride reagent, distilled water, one basketball; 164.5 x 78.1 x 33.7 cm; Edition 2 of an edition of 2; Collection of BZ + Michael Schwartz, New York © Jeff Koons

Jeff Koons (b. 1955); Seated Ballerina; 2010–15; Mirror-polished stainless steel with transparent colour coating; 210.8 x 113.5 x 199.8 cm; Artist’s proof of an edition of 3 plus AP; Collection of the artist © Jeff Koons. Photo: Fredrik Nilsen, 2017. Courtesy Gagosian

Jeff Koons (b. 1955); Seated Ballerina; 2010–15; Mirror-polished stainless steel with transparent colour coating; 210.8 x 113.5 x 199.8 cm; Artist’s proof of an edition of 3 plus AP; Collection of the artist © Jeff Koons. Photo: Fredrik Nilsen, 2017. Courtesy Gagosian

Jeff Koons (b. 1955); Gazing Ball (Rubens Tiger Hunt); 2015; Oil on canvas, glass, and aluminium; 163.8 x 211.1 x 37.5 cm; Collection of the artist © Jeff Koons. Photo: Tom Powel Imaging. Courtesy Gagosian

Jeff Koons (b. 1955); Gazing Ball (Rubens Tiger Hunt); 2015; Oil on canvas, glass, and aluminium; 163.8 x 211.1 x 37.5 cm; Collection of the artist © Jeff Koons. Photo: Tom Powel Imaging. Courtesy Gagosian

Jeff Koons (b. 1955); Rabbit; 1986; Stainless steel; 104.1 x 48.3 x 30.5 cm; Edition 3 of and edition of 3 plus AP; The Eli and Edythe L. Broad Collection © Jeff Koons

Jeff Koons (b. 1955); Rabbit; 1986; Stainless steel; 104.1 x 48.3 x 30.5 cm; Edition 3 of and edition of 3 plus AP; The Eli and Edythe L. Broad Collection © Jeff Koons

Jeff Koons (b. 1955); Antiquity 1; 2009–12; Oil on canvas; 274.3 x 213.4 cm; Collection of the artist © Jeff Koons. Photo: Tom Powell Imaging

Jeff Koons (b. 1955); Antiquity 1; 2009–12; Oil on canvas; 274.3 x 213.4 cm; Collection of the artist © Jeff Koons. Photo: Tom Powell Imaging

Jeff Koons (b. 1955); Balloon Venus (Magenta); 2008–12; Mirror-polished stainless steel with transparent colour coating; 259.1 x 121.9 x 127 cm; One of 5 unique versions (Magenta, Red, Violet, Yellow, Orange); The Broad Art Foundation, Los Angeles; © Jeff Koons. Photo: Marc Domage. Courtesy Almine Rech Gallery

Jeff Koons (b. 1955); Balloon Venus (Magenta); 2008–12; Mirror-polished stainless steel with transparent colour coating; 259.1 x 121.9 x 127 cm; One of 5 unique versions (Magenta, Red, Violet, Yellow, Orange); The Broad Art Foundation, Los Angeles; © Jeff Koons. Photo: Marc Domage. Courtesy Almine Rech Gallery

Jeff Koons (b. 1955); Ushering in Banality; 1988; Polychromed wood; 96.5 x 157.5 x 76.2 cm; Edition 1 of an edition of 3 plus AP; Private Collection; © Jeff Koons

Jeff Koons (b. 1955); Ushering in Banality; 1988; Polychromed wood; 96.5 x 157.5 x 76.2 cm; Edition 1 of an edition of 3 plus AP; Private Collection; © Jeff Koons

Jeff Koons (b. 1955); Ballerinas; 2010–14; Mirror-polished stainless steel with transparent colour coating; 254 x 177.8 x 157.5 cm; Edition 3 of an edition of 3 plus AP; The Broad Art Foundation, Los Angeles © Jeff Koons. Photo: Fredrik Nilsen, 2017. Courtesy Gagosian

Jeff Koons (b. 1955); Ballerinas; 2010–14; Mirror-polished stainless steel with transparent colour coating; 254 x 177.8 x 157.5 cm; Edition 3 of an edition of 3 plus AP; The Broad Art Foundation, Los Angeles © Jeff Koons. Photo: Fredrik Nilsen, 2017. Courtesy Gagosian

Jeff Koons (b. 1955); Gazing Ball (Gericault Raft of the Medusa); 2014–15; Oil on canvas, glass, and aluminium; 175.9 x 259.1 x 37.5 cm; Collection of the artist © Jeff Koons. Photo: Tom Powel Imaging. Courtesy Gagosian

Jeff Koons (b. 1955); Gazing Ball (Gericault Raft of the Medusa); 2014–15; Oil on canvas, glass, and aluminium; 175.9 x 259.1 x 37.5 cm; Collection of the artist © Jeff Koons. Photo: Tom Powel Imaging. Courtesy Gagosian

Jeff Koons (b. 1955); Gazing Ball (Mailbox); 2013; Plaster and glass; 188.6 x 61.9 x 105.4 cm; Artist’s proof of an edition of 3 plus AP; Collection of the artist © Jeff Koons. Photo: Tom Powel Imaging. Courtesy David Zwirner

Jeff Koons (b. 1955); Gazing Ball (Mailbox); 2013; Plaster and glass; 188.6 x 61.9 x 105.4 cm; Artist’s proof of an edition of 3 plus AP; Collection of the artist © Jeff Koons. Photo: Tom Powel Imaging. Courtesy David Zwirner

Jeff Koons accanto a Baloon Venus; photo: © David Fisher, 2019

Jeff Koons accanto a Baloon Venus; photo: © David Fisher, 2019

Continua a guardare le immagini della mostra Jeff Koons at the Ashmolean qui

A Nates nascerà l'Arbre aux Hérons, il giardino pensile più grande del mondo. Con tanto di bestiario meccanico firmato La Machine

Alla fine ci saranno voluti 4 anni per costruirlo, ma l’ Arbre aux Herons (l’albero degli aironi), a firma La Machine, che sorgerà nell’area della Carrière de Miséry a Nantes, sarà un parco divertimenti unico al mondo. Un gigantesco albero metallico, con tanto di giardini pensili in cui i visitatori si potranno godere la frescura osservando il paesaggio dall’alto. Senza naturalmente perdere d’occhio le strane creature meccaniche che si muoveranno tra i rami

A Nantes già esiste un parco divertimenti che ha radici nell’antica passione dei francesi per i libri d’avventura dell’ottocento (un esempio lo trovate qui) e che deve la sua magia al genio creativo del designer François Delaroziere, direttore della ‘Compagnie La Machine’.  Si chiama,appunto, ‘Les Machines de L’Ile’ ed è un luogo straordinario. In bilico, tra arte, illustrazione, design e scenografia teatrale.  Ci sono elefanti che portano in giro la gente come fossero pulmini, ragni giganti che si possono guidare e si arrampicano sulle pareti, draghi sputa fuoco.

Tutte queste creature sono meccaniche. Disegnate e create a mano (negli ateliers della compagnia teatrale La Machine). "Usiamo sempre materiali pregiati come legno, pelle, rame o vetro e non usiamo mai materie plastiche", ha recentemente dichiarato in un'intervista la responsabile marketing di La Machine Frédette Lampre.

E tra poco, nascerà anche l’ Arbre aux Hérons. Sempre firmato da Delaroziere, Pierre Orefici e dalla Compagnie La Machine Si tratterà di un parco divertimenti costruito tra le fronde metalliche di un’enorme pianta artificiale. Alta ben 34 metri, sfiorerà i 49 metri in diametro. Sui suoi rami ci saranno dei veri giardini pensili e una serie di animali meccanici, che si muoveranno rendendo fiabesca e surreale la location (ad esempio un grande airone e una voliera in cui i pennuti metallici cinguetteranno accanto ai veri uccellini)

Ispirato ai mondi di Jules Verne e Leonardo Da Vinci- spiegano i promotori - è un progetto artistico senza precedenti. Dopo il Grand Elephant and the Machine Gallery nel 2007, il Carousel of the Sea Worlds nel 2012, l'albero degli aironi è la terza fase de Les Machines de l‘Ile. Uscito dalle menti di François Delaroziere e Pierre Orefice, sarà situato lungo le rive della Loira, a pochi metri dalla casa dove Jules Verne trascorse la sua adolescenza e dove Jean-Jacques Audubon crebbe e disegnò i sui primi aironi.”

L'obiettivo è aprire l’Albero degli Aironi nel 2022. Solo i due terzi dei 35 milioni di euro necessari sono stati coperti da finanziamenti pubblici. Così qualche mese fa è stata organizzata una campagna di crowdfunding su Kickstarter, che ha fruttato 373.525 € in 7 settimane

Dopo la pausa invernale, il parco ‘Les Machines de L’Ile’ riaprirà al pubblico il 9 febbraio con un bradipo meccanico nuovo di zecca. Invece, la passeggiata nella Carrière de Miséry‘ che condurrà a l'Arbre aux Hérons’. sarà inaugurata nel corso dell’anno.

Va infine ricordato che La Machine porta in giro per il mondo le straordinarie creature che si possono osservare nel parco per delle spettacolari rappresentazioni di teatro di strada (in coda a questo post le immagini delle riprese di un’esibizione diventata virale).

un prototipo del nuovo parco divertimenti

un prototipo del nuovo parco divertimenti

il prototipo di un ramo

il prototipo di un ramo

heron-tree-1.jpg
un rendering del progetto

un rendering del progetto

progetti dell’albero

progetti dell’albero

un ragno robotico firmato la Machine  a Tolosa in occasione di una rappresentazione di teatro di strada

un ragno robotico firmato la Machine a Tolosa in occasione di una rappresentazione di teatro di strada

un minotauro robotico firmato La Machine in uno spettacolo a Tolosa

un minotauro robotico firmato La Machine in uno spettacolo a Tolosa