Biennale di Venezia 2026 | Tra una sottile inquietudine e la bellezza sfolgorante delle ninfee (adesso in fiore) il Padiglione Canada di Abbas Akhavan

Installation view, Abbas Akhavan: Entre chien et loup, 2026, Canada Pavilion, 61st International Art Exhibition – La Biennale di Venezia. Commissioned by the National Gallery of Canada and presented in partnership with the National Gallery of Canada Foundation and the Canada Council for the Arts. © Abbas Akhavan. Photo: Francesco Barasciutti

Biennale arte 2026: Il Padiglione Canada "Entre chien el loup" di di Abbas Akhavan
lettura automatica

Nella lingua francese l’imbrunire si può indicare con l’espressione buffa e poetica “entre chien et loup” (tra cane e lupo), cioè l’ora in cui un contadino o un pastore potrebbe scambiare un lupo per il proprio cane. Ma usando le stesse parole si può anche evocare ambiguità, mistero, dubbio: un mondo di mezzo tra il selvaggio e l’addomesticato; tra il perturbante e il quotidiano.

Entre chien et loup” è anche il titolo che l’artista iraniano-canadese Abbas Akhavan ha scelto per il suo Padiglione Canada alla Biennale di Venezia 2026, in cui ha trasformato l’edificio organico modernista del suo Paese d’adozione in una serra vittoriana portatile, ha coltivato le ninfee giganti Victoria cruziana e trovato il modo per sovrapporre il ciclo vegetativo delle piante alla durata della mostra. Generando contemporaneamente una serie di riflessioni sulla storia, l’identità, la memoria e il rapporto che intercorre tra natura e cultura.

Tutto questo senza dimenticarsi di creare un intervento scenografico e visivamente coinvolgente, in gran parte costituito da una vasca di acciaio e vetro (che ha preso il posto della parete esterna del padiglione) colma d’acqua, in cui le ninfee potessero prosperare. E proprio in questo periodo produrre una fioritura tanto spettacolare quanto rara da vedere in Europa.

Abbas Akhavan: Entre chien et loup Biennale di Venezia 2026. © artbooms

Nato a Teheran (Iran) nel 1977 e trasferitosi in Canada insieme alla sua famiglia alla fine della guerra con l’Iraq quando aveva soli 13 anni, il signor Akhavan utilizza vari medium espressivi, anche se il suo lavoro è prevalentemente concettuale. Tuttavia, la raffinatezza sfaccettata delle sue riflessioni non prevale mai completamente sul coinvolgimento che riesce a creare nel pubblico, né a rendere irriconoscibile un legame profondo con la sua biografia.

Uno dei temi su cui è tornato più e più volte, infatti, è quello degli spazi domestici intesi come negoziati tra ospitalità e ostilità, che fa pensare alla sua travagliata biografia infantile (una volta le bombe sono cadute appena fuori dalla sua casa, mentre in seguito i fuochi d’artificio a Vancouver hanno risvegliato in lui la memoria traumatica delle esplosioni e delle sirene della guerra).

Le due sculture che completano il padiglione hanno particolarmente a che fare con il lato perturbante della sua opera. Ad esempio, la catasta di legna appuntita all’ingresso che sembra vera, ma invece è una fedele riproduzione in metallo, che si potrebbe pensare opera di castori come di umani per costruire palizzate o armi primordiali.

Installation view, Abbas Akhavan: Entre chien et loup, 2026, Canada Pavilion, 61st International Art Exhibition – La Biennale di Venezia. Commissioned by the National Gallery of Canada and presented in partnership with the National Gallery of Canada Foundation and the Canada Council for the Arts. © Abbas Akhavan. Photo: Francesco Barasciutti

Abbas Akhavan ha anche una sincera passione per le piante e i giardini che rientrano di frequente nella sua opera. Alla 61esima Esposizione Internazionale d’Arte della Biennale di Venezia si è concentrato su entrambi. In una recente intervista ha detto: “Quando mi hanno comunicato che mi era stato assegnato il padiglione, ho chiamato un amico quello stesso giorno per dargli la notizia. Mi ha chiesto qual era stata la mia prima reazione e io ho risposto "ninfee". Non avevo idea di cosa stessi dicendo, avevo solo questa sensazione”.

Installation view, Abbas Akhavan: Entre chien et loup, 2026, Canada Pavilion, 61st International Art Exhibition – La Biennale di Venezia. Commissioned by the National Gallery of Canada and presented in partnership with the National Gallery of Canada Foundation and the Canada Council for the Arts. © Abbas Akhavan. Photo: Francesco Barasciutti

Per realizzare l’installazione principale di “Entre chien et loup” il signor Akhavan ha cominciato dove la storia occidentale delle ninfee giganti ebbe inizio: l’Inghilterra. Contattò i Royal Botanic Gardens, Kew di Londra, dove esiste una serra per le ninfee già dal 1855 (per sopravvivere, hanno bisogno di calore costante e umidità, quindi al di fuori del loro ambiente naturale necessitano di spazi attrezzati per ospitarle), scoprendo così che la Waterlily House sarebbe stata chiusa per restauro; fece quindi in modo che i giardini inglesi inviassero i semi di Victoria Cruziana all’Orto Botanico di Padova, dove sono state fatte germogliare e crescere abbastanza da poterle trasferire a Venezia.

Il padiglione canadese (il cui edificio con in mezzo un albero ha ovviamente influenzato l’artista) è stato reinterpretato come una Cassa di Ward (cioè un contenitore di acciaio e vetro quasi ermeticamente sigillato che nell’800 veniva usato per trasportare le piante durante i lunghi viaggi via mare) ed è stato attrezzato con sbuffi di vapore, luci rosa confetto e specchi riflettenti: tutti utili alla crescita delle ninfee.

Una serra e una galleria d'arte non sono poi così diverse - ha affermato l’artista in un’altra intervista - Sono entrambi ambienti a temperatura controllata in cui si conservano oggetti preziosi. Sono spazi ideologici di riverenza, sacralità, contemplazione. Ci vedo delle interessanti analogie. Credo che siano modelli utopici di vita sulla Terra”.

Installation view, Abbas Akhavan: Entre chien et loup, 2026, Canada Pavilion, 61st International Art Exhibition – La Biennale di Venezia. Commissioned by the National Gallery of Canada and presented in partnership with the National Gallery of Canada Foundation and the Canada Council for the Arts. © Abbas Akhavan. Photo: Francesco Barasciutti

Tutti gli elementi dell’installazione sono un riferimento al Colonialismo Botanico, alle sue conseguenze sulla salute del Pianeta, alla transitorietà delle mode (in certi periodi possedere una piccola serra e alcuni tipi di piante erano segni di prestigio) e al mutare delle simbologie nel corso della Storia. Anche quando queste ultime hanno al centro specie vegetali come le ninfee, che risalgono a circa 100-130 milioni di anni fa.

Riferendosi indirettamente anche al Crystal Palace, costruito per ospitare l’Expo di Londra del 1851, dove le ninfee giganti furono poste in grande evidenza, l’opera sottolinea anche il decisivo contributo delle piante nello sviluppo dell’architettura (la struttura modulare prefabbricata del Palazzo di Cristallo fu ideata studiando la foglia delle ninfee giganti, la cui pagina inferiore ha un sistema di nervature che ispirò la rete geometrica di travi e supporti dell'edificio).

Malgrado al signor Akhavan interessi che il visitatore si faccia un’idea dell’opera senza essere influenzato da idee preconcette (come il Paese di provenienza dell’artista stesso), è piuttosto chiaro che “Entre chien et loup” fa sia riferimento al Colonialismo in generale (e non solo a quello botanico) che alle bizzarre metamorfosi imposte all’identità dalla migrazione.

Installation view, Abbas Akhavan: Entre chien et loup, 2026, Canada Pavilion, 61st International Art Exhibition – La Biennale di Venezia. Commissioned by the National Gallery of Canada and presented in partnership with the National Gallery of Canada Foundation and the Canada Council for the Arts. © Abbas Akhavan. Photo: Francesco Barasciutti

Ma al centro dell’installazione c’è soprattutto la bellezza delle Victoria Cruziana, che in Italia si possono ammirare in dieci location soltanto, inclusa la Biennale.

Onestamente – ha detto l’artista – vorrei solo che le persone si dimenticassero dell'arte e guardassero queste piante (…)”.

Entre chien et loup”, il Padiglione Canada di Abbas Akhavan, si potrà visitare per tutta la durata della Biennale d’Arte di Venezia 2026 (fino al 22 novembre).

Installation view, Abbas Akhavan: Entre chien et loup, 2026, Canada Pavilion, 61st International Art Exhibition – La Biennale di Venezia. Commissioned by the National Gallery of Canada and presented in partnership with the National Gallery of Canada Foundation and the Canada Council for the Arts. © Abbas Akhavan. Photo: Francesco Barasciutti

Installation view, Abbas Akhavan: Entre chien et loup, 2026, Canada Pavilion, 61st International Art Exhibition – La Biennale di Venezia. Commissioned by the National Gallery of Canada and presented in partnership with the National Gallery of Canada Foundation and the Canada Council for the Arts. © Abbas Akhavan. Photo: Francesco Barasciutti

Abbas Akhavan: Entre chien et loup Biennale di Venezia 2026. © artbooms

Installation view, Abbas Akhavan: Entre chien et loup, 2026, Canada Pavilion, 61st International Art Exhibition – La Biennale di Venezia. Commissioned by the National Gallery of Canada and presented in partnership with the National Gallery of Canada Foundation and the Canada Council for the Arts. © Abbas Akhavan. Photo: Francesco Barasciutti

Installation view, Abbas Akhavan: Entre chien et loup, 2026, Canada Pavilion, 61st International Art Exhibition – La Biennale di Venezia. Commissioned by the National Gallery of Canada and presented in partnership with the National Gallery of Canada Foundation and the Canada Council for the Arts. © Abbas Akhavan. Photo: Francesco Barasciutti

Biennale di Venezia 2026: Bruxelles revoca i fondi per la Biennale. Ma com’era davvero il Padiglione Russia della discordia? L'ho visitato per voi

il padiglione russia biennale 2026

Biennale di Venezia 2026, Padiglione Federazione Russa (particolare). Foto © Artbooms

Ma com’era davvero il Padiglione Russia ? L'ho visitato per voi
lettura automatica

In primavera, quando ho visitato il Padiglione Russia alla Biennale di Venezia 2026 “The tree is rooted in the sky”, le nuvole coprivano il cielo e, all’interno dell’edificio, la luce artificiale impediva di godersi le complesse installazioni floreali dell’artista, scenografo e appassionato di botanica moscovita Timofey Dudarenko, che dal piano inferiore si estendevano fino a quello superiore, dove un uomo in tenuta da barman vecchio stampo avrebbe dovuto preparare cocktail a base di vodka ai visitatori. Sembrava indaffarato, ma era mattina e la gente, in quello spazio che già da alcuni giorni era diventato l’epicentro di un incidente diplomatico internazionale che aveva coinvolto, tra gli altri, la Fondazione Biennale, il governo italiano, la Russia, l’Ucraina e la Commissione Europea, non sembrava intenzionata a cominciare la giornata con i superalcolici.

Sabato scorso, appena si è saputo che la Commissione Europea non si era limitata a minacciare di revocare i fondi destinati alla Biennale per il triennio 2025-2028, ma ha raccomandato all’Agenzia esecutiva europea per l’istruzione e la cultura (EACEA) di farlo davvero, mi è tornata in mente l’atmosfera a tratti surreale di quel padiglione che aveva aperto solo per la stampa (è visibile al pubblico dall’esterno), ma che non distribuiva comunicati stampa, che avrebbe dovuto presentare show di decine di musicisti, ma che custodiva il segreto su quando effettivamente si sarebbero esibiti.

Per quanto la Commissione Europea abbia dato il proprio parere attraverso un atto non vincolante, appare improbabile, secondo gli osservatori, che l’EACEA, che si era già precedentemente espressa a favore della revoca, decida diversamente. Bruxelles, attraverso la vicepresidente per la sovranità tecnologica, la sicurezza e la democrazia, Henna Virkkunen, ha motivato la scelta con queste parole: “La cultura in Europa – finanziata con i soldi dei contribuenti – dovrebbe promuovere e salvaguardare i valori democratici. Questi valori non sono rispettati dalla Russia di oggi”. E, stranamente, l’ha fatto pubblicando un post su X. In una nota, la Fondazione Biennale ha, infatti, spiegato, non senza un velato disappunto: “Apprendiamo su X da autorità politiche, e non dalle autorità tecniche preposte, di decisioni assunte in merito al contributo (…)”.

La Biennale fa sapere” – ha continuato la fondazione – “di aver risposto nei termini stabiliti a tutti i punti della terza lettera ricevuta dall’EACEA sul tema e di attendere da essa una nota tecnica formale per valutare ogni eventuale passo successivo e far valere le proprie ragioni in tutte le sedi competenti. In ogni caso, proseguono i programmi interessati, che sono solo in maniera marginale co-finanziati dal contributo sopracitato”.

Di fatto, si tratta di 2 milioni di euro soltanto, una minuscola frazione dei fondi necessari alla più grande manifestazione artistica mondiale per finanziare le proprie attività (che, oltre alla mostra della 61. Esposizione Internazionale d’arte “In Minor Keys, si compone di un ricco calendario di performance, eventi e conferenze). Ma il gesto rimane.

E si tratta solo dell’ultimo capitolo di una catena di tribolazioni cominciata con la prematura e inaspettata morte della curatrice svizzero-camerunese di “In Minor Keys”, Koyo Kouoh, nella primavera dell’anno passato, e poi continuata con il primo atto del caso padiglione russo, con le dimissioni della giuria e, a seguire, con il rifiuto di un nutrito numero di artisti di partecipare ai Leoni dei visitatori.

Biennale di Venezia 2026, Padiglione Federazione Russa (particolare). Foto © Artbooms

Ma “The tree is rooted in the sky”, il Padiglione della Federazione russa alla Biennale di Venezia 2026, era degno di essere al centro di una disputa internazionale tanto accesa? Probabilmente no.

A metà strada fra un festival musicale folkloristico e una mostra d’arte, di certo non avrebbe potuto aggiudicarsi un premio. Senza contare che era chiaro fin dal principio che non sarebbe mai stato aperto al pubblico. Sui messaggi di cui si sarebbe fatto portavoce, invece, è più difficile giudicare, tra gli annunciati: balani show (musica elettronica poliritmica sviluppata a partire dallo strumento musicale dell’Africa occidentale balafon), canti difonici siberiani, danze Komi degli Urali, strumenti rituali del buddismo tibetano e lamenti funerari, nuziali, nonché legati alla partenza dei coscritti.

Biennale di Venezia 2026, Padiglione Federazione Russa (particolare). Foto © Artbooms

Di tutto questo, tuttavia, lo scorso maggio, mentre le luci a LED pulsanti dai colori stridenti accompagnavano la performance live di un duo di musicisti messicani (Atosigado y Hérrica) e tingevano di rosso una delle grandi composizioni botaniche disseminate nel padiglione, non ho visto nulla.

Era difficile, invece, non accorgersi dei fiori del signor Dudarenko, che erano stati disposti un po’ ovunque (persino sul terrazzino al piano superiore dell’edificio) per parlare di come l’uomo, cercando di piegare la Natura ai propri desideri, le faccia perdere gran parte della propria bellezza: “Oggi” – aveva scritto l’artista – “se si entra in un negozio di fiori e si chiede una rosa, è molto probabile che ci venga proposta una selezione di fiori provenienti da piantagioni dell’Ecuador o del Kenya. Si torna a casa, la si mette in acqua e per un breve tempo si osserva come si schiude, senza però percepire alcun profumo. Perché accade?”.

Prima di essere immessa sul mercato all’ingrosso, ogni varietà di fiore viene sottoposta a una selezione rigorosa, nel corso della quale perde la capacità di emanare profumo, poiché in condizioni artificiali non ha bisogno di essere impollinata”.

Un’opera delicata e nostalgica, con accenni storici e scientifici, che trova risonanza in altre presenti nella mostra “In Minor Keys” e con il lavoro esposto in almeno uno dei padiglioni nazionali.

Biennale di Venezia 2026, Padiglione Federazione Russa (particolare). Foto © Artbooms

Al piano superiore, invece, gli affascinanti paesaggi innevati della giovane artista sonora, Tatiana Khalbaeva, attiravano lo sguardo dei pochi giornalisti presenti, per spingerli a mettersi le cuffie e ad ascoltare come il manto di neve siberiano sia in grado di attenuare il suono fino ad obbligare chiunque a sentire eventi minimi, pause e rumori quasi impercettibili.

Per la signora Khalbaeva, l’opera era anche profondamente personale, come lei stessa spiegava: “Il materiale audio della scultura sonora è stato raccolto durante un viaggio in Buriazia. Sono di origine buriata, ma non vi ho mai vissuto; vi sono tornata solo come ospite, per brevi soggiorni presso i parenti. Il mio rapporto con la terra d’origine (bur. toonto nutag, ehin nutag) è frammentario, fatto di prossimità familiare e distanza fisica. Questo lavoro nasce dunque come un tentativo di costruire un legame con un luogo ancestrale, carico di energia, attraverso l’ascolto”.

Alla fine della mia visita, chiedo informazioni sul progetto a una persona che lavora nel padiglione. Mi sta rispondendo, per poi interrompersi con lo sguardo rivolto ai Giardini della Biennale: erano arrivate le artiste russe dissidenti Pussy Riot insieme alle ucraine di Femen. Siamo corsi tutti fuori, lo spettacolo stava per cominciare.

Biennale di Venezia 2026, Padiglione Federazione Russa (particolare). Foto © Artbooms

Biennale di Venezia 2026, Padiglione Federazione Russa (particolare). Foto © Artbooms

Biennale di Venezia 2026, Padiglione Federazione Russa (particolare). Foto © Artbooms

un opera del padiglione russia alla biennale 2026

Biennale di Venezia 2026, Padiglione Federazione Russa (particolare). Foto © Artbooms

Se alla Biennale di Venezia 2026 pensavate di votare per l’Italia o l’Austria, scordatevelo! I voti per metà degli artisti in lizza ai “Leoni dei visitatori” non verranno conteggiati

il padiglione centrale in fondo al viale dei giardini della Biennale
Metà dei voti per i Leoni dei vistatori non verranno conteggiati
lettura automatica

Oltre cento artisti hanno minacciato azioni legali nei confronti della Biennale di Venezia 2026 se non verranno esclusi dall’elenco dei candidati ai “Leoni dei visitatori”; la Fondazione Biennale, in risposta, ha fatto sapere che i voti a loro favore non verranno conteggiati per quanto compaiano sulla scheda. Il problema è che, ad oggi, sono già circa la metà dei partecipanti. E stanno crescendo, sabotando di fatto l’iniziativa.

La settimana scorsa una nuova polemica, potenzialmente più insidiosa delle precedenti, è divampata nel dibattito intorno alla 61esima Esposizione Internazionale d’Arte, confermando “In Minor Keys” come la biennale più litigiosa di sempre e una delle più tribolate in assoluto. E pensare che la curatrice svizzero-camerunense, Koyo Kouoh, prima di morire per un tumore appena diagnosticato (la primavera dell’anno scorso), l’aveva immaginata come un’oasi di poesia e contemplazione: “Fai un respiro profondo - scriveva - Espira. Rilassa le spalle. Chiudi gli occhi. Questa è un’invocazione (…) a rallentare il passo e a sintonizzarsi sulle frequenze delle tonalità minori”.

Prima dell’inaugurazione, le discussioni sui quotidiani si erano concentrate sulla partecipazione della Russia (anche se il padiglione russo è allestito ma non visitabile direttamente dal pubblico), per quanto fosse già chiaro allora che il vero nodo da sciogliere fosse Israele. Infatti, quando la giuria che avrebbe dovuto assegnare i Leoni (al miglior partecipante ad “In Minor Keys” e alla miglior partecipazione nazionale; quello alla carriera non sarebbe stato assegnato perché la signora Kouoh non aveva fatto in tempo a indicare nessun destinatario) ha affermato che non avrebbe preso in considerazione i padiglioni dei Paesi “i cui governi risultano coinvolti in accuse gravi sul piano internazionale” (facendo riferimento a procedimenti aperti presso la Corte penale internazionale), i nodi sono venuti al pettine.

L’artista Belu-Simion Fainaru, che quest’anno firma il padiglione israeliano (all’Arsenale), ha valutato una causa per razzismo e antisemitismo, e la giuria (che per contratto avrebbe dovuto pagare di tasca propria un procedimento legale) si è dimessa in blocco a pochi giorni dall’apertura dei cancelli alla stampa. Allora la Fondazione Biennale, per risolvere velocemente la questione, ha creato i “Leoni dei visitatori”. Esattamente nove giorni dopo, mentre “In Minor Keys” inaugurava finalmente al pubblico, un gruppo di artisti inviava la prima lettera in cui chiedeva di essere escluso dai candidati ai “Leoni dei visitatori”.

Era il 9 maggio e i firmatari erano 52 artisti di “In Minor Keys” (la mostra principale che si dipana tra Giardini e Arsenale) su 110 (non molti per la biennale, visto che la curatrice è morta prima di poterne individuare altri), cui se ne aggiungevano 16 nei padiglioni nazionali. Oggi sono 67 quelli di “In Minor Keys”, mentre 39 quelli dei padiglioni nazionali (senza considerare le location meno battute, i padiglioni sono in tutto soltanto 54). E la situazione comincia a diventare seria dato che, conti fatti, gli spettatori non possono esprimere il proprio voto per circa la metà dei partecipanti.

I nomi degli artisti, però, non sono stati tolti dalle email di votazione.

Una portavoce della Biennale ha dichiarato al New York Times che l’organizzazione aveva mantenuto i nomi degli artisti per “garantire a tutti i visitatori la libertà di espressione” durante il voto. Aggiungendo poi che “i voti espressi per artisti o padiglioni che hanno firmato il rifiuto non saranno presi in considerazione”.

Ma i firmatari chiedono che i loro nomi non compaiano affatto: “L’elenco dei candidati include i nomi di artisti di In Minor Keys e anche di artisti che espongono nei padiglioni nazionali e che hanno esplicitamente ritirato la propria candidatura. Questo non solo crea confusione tra i visitatori, ma è anche palesemente irrispettoso nei confronti degli artisti che hanno chiesto il ritiro della propria candidatura”.

Dicono di farlo in segno di solidarietà verso la giuria, anzi affermano esplicitamente: “Sia chiaro: non abbiamo nulla in contrario al concetto di consentire ai visitatori di votare per i premi”. Anche se era prevedibile che, in un mondo elitario e snob come quello dell’arte contemporanea, il conferimento diretto dei Leoni sarebbe stato guardato con un certo sospetto.

Senza contare che la presa di posizione della giuria adesso appare pretestuosa (né Russia né Israele hanno mostre che sembrano all’altezza di un Leone). E che qualcuno tra loro o tra i firmatari anti-Leoni avrebbe potuto scegliere di essere clemente con la Biennale, che si trova a portare avanti una delle manifestazioni d’arte più importanti del mondo senza un curatore vivo e presente.

Tra gli artisti che si sono sfilati ci sono Chiara Camoni, che rappresenta l’Italia, e l’Austria di Florentina Holzinger (insieme a loro, tra gli altri padiglioni, Spagna, Paesi Nordici, Polonia, Francia e Gran Bretagna). Ma anche il cileno-portoghese Alfredo Jaar che ad “In Minor Keys” presenta un minuscolo cubo opalescente che semplicemente comprime dieci dei minerali più critici; Magdalena Campos-Pons con le sue sculture floreali in vetro e resina o la storica scultrice palestinese Vera Tamari.

Resta invece possibile votare per gli splendidi padiglioni di India, Australia e Canada o per la bravissima scultrice statunitense Kennedy Yanko e per l’altrettanto bravo scultore, pittore, ballerino, artista performativo e professore americano, Nick Cave, che ad “In Minor Keys” presenta un’installazione dolente e poetica piuttosto importante per numero di opere e dimensioni. Ma naturalmente sono molti di più gli artisti della Biennale di Venezia 2026 ancora in lizza per cui valga la pena esprimere il proprio voto.