Se alla Biennale di Venezia 2026 pensavate di votare per l’Italia o l’Austria, scordatevelo! I voti per metà degli artisti in lizza ai “Leoni dei visitatori” non verranno conteggiati

il padiglione centrale in fondo al viale dei giardini della Biennale
Metà dei voti per i Leoni dei vistatori non verranno conteggiati
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Oltre cento artisti hanno minacciato azioni legali nei confronti della Biennale di Venezia 2026 se non verranno esclusi dall’elenco dei candidati ai “Leoni dei visitatori”; la Fondazione Biennale, in risposta, ha fatto sapere che i voti a loro favore non verranno conteggiati per quanto compaiano sulla scheda. Il problema è che, ad oggi, sono già circa la metà dei partecipanti. E stanno crescendo, sabotando di fatto l’iniziativa.

La settimana scorsa una nuova polemica, potenzialmente più insidiosa delle precedenti, è divampata nel dibattito intorno alla 61esima Esposizione Internazionale d’Arte, confermando “In Minor Keys” come la biennale più litigiosa di sempre e una delle più tribolate in assoluto. E pensare che la curatrice svizzero-camerunense, Koyo Kouoh, prima di morire per un tumore appena diagnosticato (la primavera dell’anno scorso), l’aveva immaginata come un’oasi di poesia e contemplazione: “Fai un respiro profondo - scriveva - Espira. Rilassa le spalle. Chiudi gli occhi. Questa è un’invocazione (…) a rallentare il passo e a sintonizzarsi sulle frequenze delle tonalità minori”.

Prima dell’inaugurazione, le discussioni sui quotidiani si erano concentrate sulla partecipazione della Russia (anche se il padiglione russo è allestito ma non visitabile direttamente dal pubblico), per quanto fosse già chiaro allora che il vero nodo da sciogliere fosse Israele. Infatti, quando la giuria che avrebbe dovuto assegnare i Leoni (al miglior partecipante ad “In Minor Keys” e alla miglior partecipazione nazionale; quello alla carriera non sarebbe stato assegnato perché la signora Kouoh non aveva fatto in tempo a indicare nessun destinatario) ha affermato che non avrebbe preso in considerazione i padiglioni dei Paesi “i cui governi risultano coinvolti in accuse gravi sul piano internazionale” (facendo riferimento a procedimenti aperti presso la Corte penale internazionale), i nodi sono venuti al pettine.

L’artista Belu-Simion Fainaru, che quest’anno firma il padiglione israeliano (all’Arsenale), ha valutato una causa per razzismo e antisemitismo, e la giuria (che per contratto avrebbe dovuto pagare di tasca propria un procedimento legale) si è dimessa in blocco a pochi giorni dall’apertura dei cancelli alla stampa. Allora la Fondazione Biennale, per risolvere velocemente la questione, ha creato i “Leoni dei visitatori”. Esattamente nove giorni dopo, mentre “In Minor Keys” inaugurava finalmente al pubblico, un gruppo di artisti inviava la prima lettera in cui chiedeva di essere escluso dai candidati ai “Leoni dei visitatori”.

Era il 9 maggio e i firmatari erano 52 artisti di “In Minor Keys” (la mostra principale che si dipana tra Giardini e Arsenale) su 110 (non molti per la biennale, visto che la curatrice è morta prima di poterne individuare altri), cui se ne aggiungevano 16 nei padiglioni nazionali. Oggi sono 67 quelli di “In Minor Keys”, mentre 39 quelli dei padiglioni nazionali (senza considerare le location meno battute, i padiglioni sono in tutto soltanto 54). E la situazione comincia a diventare seria dato che, conti fatti, gli spettatori non possono esprimere il proprio voto per circa la metà dei partecipanti.

I nomi degli artisti, però, non sono stati tolti dalle email di votazione.

Una portavoce della Biennale ha dichiarato al New York Times che l’organizzazione aveva mantenuto i nomi degli artisti per “garantire a tutti i visitatori la libertà di espressione” durante il voto. Aggiungendo poi che “i voti espressi per artisti o padiglioni che hanno firmato il rifiuto non saranno presi in considerazione”.

Ma i firmatari chiedono che i loro nomi non compaiano affatto: “L’elenco dei candidati include i nomi di artisti di In Minor Keys e anche di artisti che espongono nei padiglioni nazionali e che hanno esplicitamente ritirato la propria candidatura. Questo non solo crea confusione tra i visitatori, ma è anche palesemente irrispettoso nei confronti degli artisti che hanno chiesto il ritiro della propria candidatura”.

Dicono di farlo in segno di solidarietà verso la giuria, anzi affermano esplicitamente: “Sia chiaro: non abbiamo nulla in contrario al concetto di consentire ai visitatori di votare per i premi”. Anche se era prevedibile che, in un mondo elitario e snob come quello dell’arte contemporanea, il conferimento diretto dei Leoni sarebbe stato guardato con un certo sospetto.

Senza contare che la presa di posizione della giuria adesso appare pretestuosa (né Russia né Israele hanno mostre che sembrano all’altezza di un Leone). E che qualcuno tra loro o tra i firmatari anti-Leoni avrebbe potuto scegliere di essere clemente con la Biennale, che si trova a portare avanti una delle manifestazioni d’arte più importanti del mondo senza un curatore vivo e presente.

Tra gli artisti che si sono sfilati ci sono Chiara Camoni, che rappresenta l’Italia, e l’Austria di Florentina Holzinger (insieme a loro, tra gli altri padiglioni, Spagna, Paesi Nordici, Polonia, Francia e Gran Bretagna). Ma anche il cileno-portoghese Alfredo Jaar che ad “In Minor Keys” presenta un minuscolo cubo opalescente che semplicemente comprime dieci dei minerali più critici; Magdalena Campos-Pons con le sue sculture floreali in vetro e resina o la storica scultrice palestinese Vera Tamari.

Resta invece possibile votare per gli splendidi padiglioni di India, Australia e Canada o per la bravissima scultrice statunitense Kennedy Yanko e per l’altrettanto bravo scultore, pittore, ballerino, artista performativo e professore americano, Nick Cave, che ad “In Minor Keys” presenta un’installazione dolente e poetica piuttosto importante per numero di opere e dimensioni. Ma naturalmente sono molti di più gli artisti della Biennale di Venezia 2026 ancora in lizza per cui valga la pena esprimere il proprio voto.

Biennale di Venezia 2026 | Dopo le polemiche Khaled Sabsabi fonde pittura e videoinstallazione in un nuovo splendido Padiglione Australia

Khaled Sabsabi, conference of one’s self, 2026, Australia Pavilion at La Biennale di Venezia. Photo: Andrea Rossetti. Courtesy the artist and Milani Gallery

"Conference of one's self" il Padiglione Australia di Khaled Sabsabi
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Khaled Sabsabi è il primo artista australiano a rappresentare il proprio Paese e ad esporre contemporaneamente nella mostra principale della Biennale di Venezia da quando quest’ultima venne istituita 133 anni or sono. Di più: se la giuria non si fosse dimessa appena prima dell’inaugurazione di “In minor Keys”, avrebbe persino potuto essere tra i destinatari di uno dei premi (le sue opere sono intense e spettacolari). E pensare che fino a poco più di un anno fa il signor Sabsabi credeva che in laguna il suo lavoro non sarebbe arrivato per niente.

Dopo la nomina, infatti, ci fu un gran polverone intorno alla sua figura, che nel giro di poco tempo portò alla revoca e alla successiva reintegrazione dell’artista di origine libanese. Nel frattempo successe di tutto: Khaled Sabsabi venne accusato di vicinanza all’Islam radicale; la curatrice della Biennale di Venezia 2026, Koyo Kouoh, poco prima di morire improvvisamente per un tumore, lo invitò a partecipare ad “In Minor Keys”; la comunità artistica australiana raccolse firme in sua difesa; una commissione indipendente revocò l’annullamento della sua nomina, scusandosi sia con lui che con il curatore del Padiglione Australia, Michael Dagostino. Tutto ciò mentre il signor Sabsabi lavorava in uno studio prestatogli da un amico a Bangkok (si era trasferito per le dimensioni considerevoli delle installazioni che stava realizzando, ma anche per sfuggire alle polemiche in patria).

A causare questa cascata di eventi fu l’interpretazione frettolosa e superficiale di alcune vecchie opere di Sabsabi: cose che possono succedere in una biennale litigiosa come la 61esima Esposizione internazionale d’Arte.

Nato a Tripoli nel 1965, Khaled Sabsabi fu costretto a rifugiarsi in Australia con la sua famiglia già nel ‘76 (dopo lo scoppio della Guerra Civile Libanese). Nella zona occidentale di Sydney i suoi genitori avevano un negozio specializzato in musica araba e il signor Sabsabi, tra gli anni ’80 e gli anni ’90, cominciò la sua carriera come musicista hip-hop (si esibiva col nome di Pacefender e accompagnò in tournée i Beastie Boys e Ice Cube). Anni dopo avrebbe viaggiato a lungo (soprattutto in Medioriente) per ricongiungersi alle sue radici e approfondire i principi del sufismo. Tutte queste esperienze, dai bombardamenti alla migrazione, dal palcoscenico al campionamento sonoro e soprattutto il misticismo islamico, sarebbero in seguito confluite nella sua opera. Sono anche a Venezia.

Khaled Sabsabi, conference of one’s self, 2026, Australia Pavilion at La Biennale di Venezia. Photo: Andrea Rossetti. Courtesy the artist and Milani Gallery

Simili nei paesaggi sonori che le compongono e nell’aspetto, “Khalil” (“Amico intimo”, attualmente esposta all’Arsenale) e “Conference of one’s self” (il suo Padiglione Australia) sono state descritte dall’artista come due parti dello stesso corpo, due racconti che si completano a vicenda. D’altra parte, entrambe le installazioni presentate alla Biennale sono apparse in sogno al signor Sabsabi: “Khalil” gli si è mostrata mentre era a Roma durante una residenza all’Accademia americana, mentre “Conference of one’s self” è emersa dal suo subconscio durante il periodo di ritiro a Bangkok.

In entrambi i casi si tratta di enormi opere multisensoriali, ottenute attraverso una tecnica laboriosa e complessa che unisce pittura, videoarte e principi di digital design (e questo solo per la parte visiva, cui si aggiunge un’installazione sonora per entrambe e una olfattiva per la sola “Khalil”).

In un’intervista Khaled Sabsabi ha spiegato così il processo con cui ha dato vita a queste opere monumentali (che amplificano l’esperienza che si sperimenta ammirando dei dipinti, rendendola al contempo nuova, inafferrabile e misteriosa): “C'è la tela, ovviamente, il dipinto. E poi il dipinto viene fotografato e proiettato su se stesso. Ma poi, mentre è proiettato su se stesso, prendo i colori primari del dipinto e li vettorializzo uno per uno. E poi inserisco immagini video (una processione in Libano, una partita di calcio in Australia e così via) in questi livelli. Questo è ciò che crea quest'illusione ottica: è reale? Cosa sto vedendo? Sto vedendo la tela o qualcos'altro?

Entrambe le installazioni parlano di un viaggio mistico e pacificatore, del singolo e della collettività, in cerca dell’armonia e della completezza.

Khaled Sabsabi, conference of one’s self, 2026, Australia Pavilion at La Biennale di Venezia. Photo: Andrea Rossetti. Courtesy the artist and Milani Gallery

Composta da otto dipinti su tele di 3 metri per 2 ciascuno, “Conference of one’s self” si ispira al poema allegorico tasawwuf (o sufi) del XII secolo “The Conference of the Birds” (in italiano “La conferenza degli uccelli” o “Il verbo degli uccelli”) del poeta persiano Farid ud-Din Attar, in cui uno stormo di uccelli intraprende un lungo viaggio spirituale alla ricerca del Simurg, il loro re leggendario, per poi scoprire di essere soli e capaci di autogovernarsi.

Oltre a un paesaggio sonoro composto da rumori della quotidianità registrati su nastro analogico, a completare l’installazione è la calligrafia lucida e cangiante che ricopre le pareti nere opache del padiglione e si nota allo spostarsi della luce sulle tele. I caratteri arabi che ricoprono interamente i muri traggono linfa dall’Ilm al-Ḥurūf, la scienza sufi delle lettere e dei numeri: "La scrittura riguarda le dimensioni del misticismo che possono essere usate come amuleti — ha detto Sabsabi — Per me era importante contenerla nel padiglione come una sorta di protezione."

Un particolare delle scritte sui muri del padiglione Khaled Sabsabi, conference of one’s self, 2026, Australia Pavilion at La Biennale di Venezia. Photo: Andrea Rossetti. Courtesy the artist and Milani Gallery

Il Padiglione Australia, così come l’installazione in Arsenale, ha altri riferimenti al sufismo e alla tradizione mistica mediorientale, ma sia “Conference of one’s self” che “Khalil” possono anche essere interpretate in chiave puramente psicologica. Ma, al di là di questo, sono opere splendide capaci di rapire lo spettatore senza neppure che quest’ultimo si debba addentrare nel loro significato.

Sono una festa di colori e forme acquee che si trasformano tanto lentamente da sembrare immobili, mentre pulsanti e mutevoli non smettono di divenire. In particolare “Conference of one’s self” toglie il fiato per la bellezza delle infinite sfumature di blu, rosa e verde che presenta davanti agli occhi del visitatore costretto a girarle intorno. Riesce a richiamare alla mente in un sol colpo le moschee, le vetrate gotiche e i tappeti persiani, ma anche il ciclo delle “Ninfee” conservato all’Orangerie di Parigi (quando un Claude Monet dalla vista incerta, nel tentativo di padroneggiare la caleidoscopica ricchezza di riflessi della luce specchiata dall’acqua, sfiora l’astrattismo senza mai perdere la bussola della rappresentazione), gli espressionisti astratti e gli “Iris” di Van Gogh, oltre a un’infinità di fenomeni naturali.

In definitiva, dopo il Leone d’oro dell’artista aborigeno Archie Moore a “Stranieri Ovunque” due anni fa, l’Australia dà vita ad una nuova straordinaria partecipazione nazionale in laguna: da vedere assolutamente.

Conference of one’s self”, il Padiglione Australia di Khaled Sabsabi, sarà visitabile fino al 22 novembre 2026, come tutta la Biennale di Venezia 2026.

Khaled Sabsabi, conference of one’s self, 2026, Australia Pavilion at La Biennale di Venezia. Photo: Andrea Rossetti. Courtesy the artist and Milani Gallery

L’ingresso del padiglione di ispirazione mediorientale è doppio perchè il visitatore possa scegliere tra l’entrare sul serio o non affrontare l’ignoto e andarsene Khaled Sabsabi, conference of one’s self, 2026, Australia Pavilion at La Biennale di Venezia. Photo: Andrea Rossetti. Courtesy the artist and Milani Gallery

Khaled Sabsabi con il curatore Michael Dagostino Khaled and Michael, Australia Pavilion. Photo by Andrea Rossetti

Tutto su “In Minor Keys”: una Biennale di Venezia litigiosa in bilico tra fantasmi e bellezza

Un particolare della facciata del pdiglione Centrale di Otobong Nkanga. 61st International Art Exhibition – La Biennale di Venezia, In Minor Keys  Photo by: Jacopo Salvi Courtesy: La Biennale di Venezia

Biennale Arte 2026, "In Minor Keys"
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Nel momento in cui entriamo dai cancelli della Biennale di Venezia l’aria è carica di elettricità. Saranno le nuvole gravide di pioggia che tingono di cupi toni plumbei l’acqua argentea della laguna, mentre i traghetti scaricano persone provenienti da ogni dove muovendosi come al rallentatore; o saranno le polemiche che hanno preceduto “In Minor Keys” portando alle dimissioni della giuria a pochi giorni dalla consegna dei leoni. Alle piante e alle altre molteplici varietà di vegetali e uccelli che popolano i Giardini della Biennale però ciò non sembra interessare (quest’anno c’è anche un orto sospeso della regista afroamericana Linda Goode Bryant, che dal 2009 affianca la sua attività artistica alla creazione e allo sviluppo di fattorie biologiche in aree di New York che non hanno accesso ai prodotti freschi): è primavera e la natura è rigogliosa e spettacolare come sempre. Anzi di più: di fronte al Padiglione Polonia (che tra l’altro presenta un bel progetto su acqua, linguaggio e disabilità) un gabbiano ha deposto tre uova e le sta covando. Secondo la direzione della Biennale di Venezia si tratta del primo caso documentato di un gabbiano che nidifica in un’area così centrale e trafficata dei Giardini; molti visitatori però lo scambiano per un’installazione vivente.

Ma alle persone interessa eccome. Con la coda dell’occhio vedo un uomo che porta un trench su cui è stato scritto (a mano, con una bomboletta spray) ”No jury no prize” e mi passa per la testa che probabilmente gli artisti e le delegazioni dei Paesi a cui sarebbero stati conferiti i leoni già sapevano e si sono visti sfilare il premio (un onore capace di coronare intere carriere) da sotto il naso. Di certo sono svaniti i sorrisi da gita fuori porta che avevano gli artisti indigeni invitati da Adriano Pedrosa a “Stranieri Ovunque” nel 2024.

E’ una Biennale litigiosa la 61esima Esposizione Internazionale d’Arte, “In Minor Keys”. Guidata da Koyo Kouoh che ha aperto al pubblico lo scorso 9 maggio (si concluderà il 22 novembre 2026).

I volti sono seri. In alcuni padiglioni più che altrove. La contestazione alla partecipazione della Russia, sfociata il giorno della pre-apertura (quella riservata alla stampa e agli addetti ai lavori) in una performance del collettivo artistico e attivista punk-rock russo Pussy Riot insieme alle ucraine del gruppo Femen, è ben nota (graziosa tra passamontagna rosa shocking e fumogeni in colori pastello), come sono noti i mal di pancia per la partecipazione di Israele (in questo caso coronati da una manifestazione meno colorata il giorno successivo davanti all’Arsenale dove, quest’anno, ha sede il padiglione del Paese medio orientale), ma ci sono state decine di altre polemiche che hanno attirato meno l’attenzione pur contribuendo a modificare il clima di quella che resta la manifestazione artistica più importante del mondo.

Khaled Sabsabi khalil, 2026 Eight-channel HD video installation with audio, acrylic paint on canvas, steel, black oud scent1300 × 1300 cm; 64 min 61. Esposizione Internazionale d’Arte – La Biennale di Venezia, In Minor Keys 61st International Art Exhibition – La Biennale di Venezia, In Minor Keys Photo by: Marco Zorzanello Courtesy: La Biennale di Venezia

Ne è un esempio la storia dell’artista libanese-australiano, Khaled Sabsabi, già invitato a far parte di “In Minor Keys” (dove apre il percorso all’Arsenale con la spettacolare “Khalil”, cioè “Amico Intimo”: una grande installazione- video circolare, in cui i dipinti astratti del signor Sabsabi si modificano costantemente, mutando e pulsando, mentre i suoni li accompagnano e il profumo di oud nero si diffonde nell’aria), era stato scelto anche per rappresentare il suo Paese d’adozione, ma, a pochi giorni dall’annuncio, la nomina gli è stata revocata perché sospettato di una passata vicinanza all’Islam radicale: lui ha negato, artisti e curatori hanno raccolto firme per sostenerlo, alla fine una commissione indipendente gli ha restituito l’incarico (il suo Padiglione Australia, in cui presenta un’opera simile ma ancora più bella di quella in Arsenale, è capace di mozzare il fiato).

E pensare che “In Minor Keys” doveva essere una Biennale di calma e poetica contemplazione, tra oasi vegetali e sfolgoranti momenti di carnevale ai tropici. Una Biennale dei toni minori.

Così l’aveva pensata Koyo Kouoh, la prima donna di colore a guidare la Biennale di Venezia e il secondo curatore di origine africana nella storia ultracentenaria dell’istituzione:

Fai un respiro profondo. Espira. Rilassa le spalle. Chiudi gli occhi - scriveva - Questa è un’invocazione a incontrare le parole che seguono nelle condizioni fisiche, meteorologiche, ambientali e karmiche in cui vi raggiungono. A rallentare il passo e a sintonizzarsi sulle frequenze delle tonalità minori. Perché, sebbene spesso siano sommerse dalla cacofonia ansiogena del caos che imperversa nel mondo, la musica continua”.

Un partcolare dell'installazione della mostra "In Minor Keys" all'Arsenale. Photo: ©Artbooms

Purtroppo la signora Kouoh è stata anche il primo curatore a morire (l’autunno scorso, per un tumore al fegato appena diagnosticato) molto prima di aver completato il proprio lavoro, lasciando il suo team di co-curatori (Gabe Beckhurst Feijoo, Marie Hélène Pereira cui si aggiungono la consigliera Rasha Salti, l’editore capo Siddhartha Mitter e l’assistente alla ricerca Rory Tsapayi) a portare avanti come meglio potevano un grande progetto a suo nome.

Ne è uscita una mostra composta da 111 artisti che operano con vari media (per lo più pittura, scultura, installazioni, arti tessili e video), provenienti da contesti geografici differenti (anche se gli artisti della diaspora africana e mediorientale sono la maggioranza insieme agli afroamericani): molti meno di quelli che presentò Pedrosa nella Biennale di due anni fa (erano 332) e anche di quelli che quattro anni fa erano serviti a Cecilia Alemani per disegnare “Il latte dei sogni” (allora erano 213). Ma non sono comunque pochi. I nomi sono quelli di chi con la signora Kouoh aveva fatto in tempo a lavorare quando dirigeva lo Zeitz Museum of Contemporary Art Africa (Zeitz MOCAA) a Città del Capo (in Sudafrica) o prima. Il signor Pedrosa dichiarò di aver dovuto fare il giro del mondo (in senso letterale e non metaforico) per ben due volte quando era stato chiamato a costruire “Stranieri Ovunque” ma lei è mancata prima di cominciare.

Non possiamo sapere come sarebbe stata “In Minor Keys” se a guidarla fosse stata davvero Koyo Kouoh, e il fatto che la Fondazione Biennale abbia deciso di non nominare un altro curatore alla notizia della sua morte è lodevole, ma la sua mancanza si sente.

Una scultura di Nick Cave all'Arsenale. Photo: ©Artbooms

E’ una Biennale listata a lutto “In Minor Keys”. Del resto il tema del dolore e della perdita ritorna più e più volte nella mostra. Aleggia nell’aria mentre l’iconico artista senegalese, Issa Samb, viene ritratto nel cortometraggio “Cap vers l’est” del regista senegalese Ican Ramageli “mentre vaga (…) nella soglia dove i vivi incontrano i morti”, e si concretizza nel ciclo scultoreo “Two points in time- At once” dell’artista, coreografo, ballerino e stilista afroamericano, Nick Cave, che dall’interno dell’Arsenale conduce fuori sul ciglio della laguna, e di cui ogni parte fa riferimento alle fasi del lutto. Il signor Cave è un fuoriclasse capace di spaziare da sculture in bronzo fino a installazioni di vassoi in metallo, fiori dipinti su oggetti domestici e autoritratti ricamati a mano. Il musicista australiano suo omonimo, di lui una volta ha detto: il suo lavoro è "un tentativo di trasmutare la sofferenza in una sorta di gioia consapevole e protettiva". E, in effetti, in Biennale le sue sculture ritraggono uomini addolorati dalla cui testa sbocciano fiori.

La signora Kouoh aveva fatto in tempo ad immaginare la Biennale d’arte 2026 come un’esposizione aperta (nel senso di viva, fluida, non museale) che dall’opera di due figure cardine (il già citato senegalese scomparso nel 2017, Issa Samb, e l’afroamericana mancata nel 2015, Beverly Buchanan) si irradiava sviluppandosi poi in vari temi (processioni, meraviglia, giardino creolo e scuole). Più facile a dirsi che a farsi perché le opere vanno installate, messe in dialogo le une con le altre, disposte secondo una struttura talvolta gerarchica e spiegate al visitatore. Ci vuole una regia (spesso di ferro viste le dimensioni della Biennale). E qui i nodi vengono al pettine: l’installazione fa acqua. Ed è un peccato perché, escludendo qualche sbavatura concettuale e qualche opera meno all’altezza di altre, “In Minor Keys” è una bella mostra.

Issa Samb, Installation view 61. Esposizione Internazionale d’Arte – La Biennale di Venezia, In Minor Keys 61st International Art Exhibition – La Biennale di Venezia, In Minor Keys Photo by: Andrea Avezzù Courtesy: La Biennale di Venezia

Ai Giardini le sale sono sovraccariche e gli “Altari” dedicati a Samb e Buchanan si perdono nel mare magnum di opere esposte, ma, complici i muri colorati (lì le pareti c’erano e grazie al cielo nessuno ha potuto buttarle giù) e la recente ristrutturazione del Padiglione Centrale, ci si muove agevolmente; la luce non manca. All’Arsenale (il progetto è stato concepito dai sudafricani di Wolff Architects, nominati dalla stessa signora Kouoh, insieme al team curatoriale, come un corridoione pressoché ininterrotto, lungo qualche chilometro) si perde tempo e si gira a vuoto, per vedere prima le opere che stanno a destra poi tornare indietro e guardare quelle a sinistra (c’è una profusione di sedute ma chi ha tempo di usarle in una mostra enorme, installata in una delle città più care al mondo?). L’illuminazione fa il suo lavoro ma non contribuisce a dare risalto alle opere (non essendoci pareti tutto è vagamente rossastro come i mattoni dell’Arsenale). Ma la cosa peggiore (in entrambe le sedi ma soprattutto all’Arsenale) è che non si trovano i cartellini che indicano chi è l’autore di un’opera e qual è il titolo dello specifico lavoro. Le pareti evocheranno anche la “logica tradizionale dello white cube” e simboleggeranno pure una “barriera geopolitica e istituzionale” ma, se non altro, hanno il pregio di fornire una superficie su cui attaccare i cartellini in bell’ordine, anziché abbandonare lo spettatore a se stesso.

Si naviga a vista in laguna. E mentre il paesaggio geopolitico nei Giardini della Biennale (specchio di quello vero) sembra espandersi e contrarsi (il Qatar, primo Stato dopo la Corea del Sud nel ’95, ha costruito un grande edificio per le sue mostre proprio accanto al Padiglione Centrale; Israele si è trasferita all’Arsenale, ufficialmente per ristrutturazione ma più probabilmente per motivi di sicurezza; e il Venezuela che negli ultimi anni aveva lasciato ammalorare la sua sede ha annunciato un restyling) alcuni Paesi hanno letto l’argomento di questa Biennale come un liberi tutti (l’Austria ad esempio). Cosa che non ha fatto il padiglione italiano (all’Arsenale) che presenta una foresta di sculture in argilla di Chiara Camoni: la prima donna a rappresentare l’Italia da solista. Invece gli Stati Uniti, di solito un faro della Biennale di Venezia, rimasti incagliati in una sterile lotta di potere interna (e probabilmente, almeno in parte, influenzati dalle ripercussioni dello scandalo Epstein) presentano le sculture del pur bravo (anche se, almeno a prima vista, un po’ anacronistico), Alma Allen, a vagare senza un senso né un contesto. Cadono anche i punti di riferimento quest’anno in laguna.

Ranti Bam Installation view 61. Esposizione Internazionale d’Arte – La Biennale di Venezia, In Minor Keys 61st International Art Exhibition – La Biennale di Venezia, In Minor Keys Photo by: Marco Zorzanello Courtesy: La Biennale di Venezia

In questo panorama non stupisce che parecchi artisti cerchino il favore degli spiriti: la franco-nigeriana, Ranti Bam, che con le sue sculture di argilla nera (all’Arsenale) crea un corpo e un riparo per i fantasmi, o l’indigena peruviana, Celia Vasquez Yui, che forma un congresso di spiriti guida interspecie ai Giardini. C’è poi il franco-algerino, Kader Attia, che parte dall’affermazione di uno sciamano vietnamita secondo il quale i virus informatici sono “entità spirituali” che cercano di ostacolare il dominio umano sul mondo virtuale, per costruire le sue installazioni. In queste ultime, Attia, si pone anche domande come: il mondo virtuale è popolato dagli spiriti? Loro cercano di prendere possesso di noi attraverso i dispositivi elettronici? In Biennale per ogni evenienza, in mezzo agli elementi della sua installazione, ci sono anche vari barattoli di erbe medicinali essiccate.

Il costume di Big Chief Demond Melanchon ai Giadini. Photo: ©Artbooms

Per esorcizzare i fantasmi nella 61esima Esposizione Internazionale d’Arte c’è anche l’elaborato e sfarzoso costume per l’inaugurazione di Demond Melanchon (grande capo degli Young Seminol Hunters, una tribù carnevalesca afroamericana di New Orleans; in mostra, sempre suoi, pure degli splendidi arazzi di perline), o il grande polittico dipinto della pittrice e scultrice afrocubana (ma residente negli Stati Uniti), María Magdalena Campos Pons, in cui, in mezzo ai fiori, appaiono i ritratti di Toni Morrison (prima donna nera a vincere il Nobel per la letteratura, mancata nel 2019) e di Koyo Kouoh, quasi a protezione della mostra.

Per la Biennale 2026 la signora Campos Pons ha lavorato in collaborazione con il musicista, ricercatore e produttore afroamericano, Kamaal Malak (figura di spicco nel panorama hip-hop dei primi anni ’90, il signor Malak ha in seguito ricevuto molta notorietà dallo studio sulla musica rilassante per cani intitolato “Music for my dog”). E’ una Biennale di musica e odori “In Minor Keys”.

Sono tante le installazioni sonore e olfattive esposte ma anche su di loro il modello senza pareti ha avuto un effetto deleterio: i suoni sfuggono confondendosi con i rumori di fondo, gli aromi semplicemente non si sentono (o comunque trovare il punto preciso da cui coglierli somiglia a una caccia al tesoro).

Particolare di un dipinto di Kaloki Nyamai esposto ai Giardini. Photo: ©Artbooms

Ma è anche una Biennale disseminata di bellezza “In Minor Keys”. Sono incantevoli le sculture di resina e vetro della signora Campos Pons che rappresentano magnolie dai colori vivaci in piena fioritura (qui simbolo di solidarietà tra donne nere); così come i dipinti (spesso di grandissime dimensioni) in bilico tra astrazione e figurazione, tra realismo e ritratto emotivo, che il keniota Kaloki Nyamai realizza su tele da lui stesso assemblate (con corda, sisal, fogli di giornale, tessuti, riporti fotografici e filati). Ma non sono da meno le opere della palestinese Vera Tamari. Peraltro laboriosissime: la signora Tamari, infatti, dopo una fase di ricerca e disegno, taglia le sculture in pezzi più piccoli, che poi si restringono ulteriormente durante la cottura, così lei dopo le leviga e riassembla come si trattasse di mosaici. Ai Giardini ha presentato “Tale of a Tree” (creata nel 2002 in risposta alla distruzione di ulivi da parte degli israeliani nella città in cui vive), composta da 660 piccoli ulivi in terracotta multicolore (uno per ogni albero andato perduto), l’installazione è posizionata su un vetro, cosicché ogni minuscola scultura proietti la sua ombra sul pavimento dando l’impressione di fluttuare.

Vera Tamari Tale of a Tree, 2002 Approx. 660 clay olive trees set on plexiglass base Photo transfer on plexiglass  Sculptures: 7 × 3 cm each; phototransfer: 118 × 119 cm; platform: 26 × 220 × 153 cm 61. Esposizione Internazionale d’Arte – La Biennale di Venezia, In Minor Keys 61st International Art Exhibition – La Biennale di Venezia, In Minor Keys Photo by:  Andrea Avezzù Courtesy: La Biennale di Venezia

Gli artisti che fanno riferimento al tema del paesaggio e ai motivi vegetali sono davvero tanti. Tra loro lo svizzero Uriel Orlow, che alla Biennale 2026 presenta ben 5 progetti, in cui si sofferma sulla comunicazione tra piante ma anche su quella uomo-pianta: l’artista, infatti, invita i visitatori a fare letture ad alta voce agli alberi chiedendosi: “cosa potrebbe piacere a una pianta?” Del signor Orlow tuttavia, vanno viste le fotografie da lui fatte ai contorni che i vegetali pressati in un erbario hanno lasciato sulla carta di protezione: sono eleganti e poetiche nella loro semplicità.

Restando sul tema del paesaggio è molto riuscita anche l’installazione di Theo Eshetu (nato a Londra da padre etiope e madre olandese, vive in Italia da anni) che usa un ulivo in vaso fatto ruotare a suon di musica e sulle cui foglie viene proiettato un video dello stesso albero in piena terra nel suo Paese d’origine, per parlare di sradicamento. Ma soprattutto l’opera dell’artista e autrice indiana, Himali Singh Soin, che insieme al compositore e percussionista, David Soin Tapesser, si è concentrata sulle regioni polari e sull’immaginario legato ai ghiacciai, nonché sulle strane e profonde connessioni tra il subcontinente indiano e l’Antartide. I due hanno affiancato registrazioni fatte a Delhi con paesaggi sonori artici, stampando poi l’onda sonora su cotone e seta usando solo seta ahimsa (o non violenta), cioè un metodo di produzione che non richiede l’uccisione del baco da seta. Nella loro opera persino il telaio produce una musica propria.

Una scultura di Kennedy Yanko per la Biennale 2026 (particolare). Photo: ©Artbooms

C’è poi chi pensa al riutilizzo dei rifiuti, come la statunitense Kennedy Yanko. Alla Biennale 2026 la signora Yanko ha prima schiacciato un container per creare tre sculture, che ha poi dipinto usando pennelli, scope, stracci e acqua. Ha anche aggiunto della “pelle di vernice” (cioè superfici di vernice acrilica essiccata, simili ai fogli usati dal grande pittore afroamericano Jack Whitten). Il risultato è brutale ed aggraziato, abbozzato e rifinito: davvero belle sculture.

Ma “In Minor Keys” è anche una Biennale di terra e metalli. Persino di storie sotterranee. Ne è un esempio l’opera del cileno, Alfredo Jaar, che (in collaborazione con il geografo e geologo politico Adam Bobbette) ha individuato dieci materie prime essenziali per l’industria della difesa e la rivoluzione verde (tra cui cobalto, litio, coltan e terre rare) e le ha pressate in un cubo opalescente di quattro centimetri quadri: “Il cubo brilla - dice la guida della Biennale - Lo desideriamo. Ne abbiamo bisogno. Il mondo finisce, ancora e ancora”. Oltre a quella della statunitense, Dawn DeDeaux, che rimasta profondamente colpita dai danni causati dall’uragano Katrina, mette spesso al centro del suo lavoro disastri ambientali e rovine. In Biennale presenta sia le sue famose superfici di vetro frantumato (ispirate dai danni che aveva trovato nella casa al mare dei suoi genitori dopo l’uragano, ricordano onde, sale e ghiaccio), che il frammento di un vero meteorite a monito della forza distruttrice della natura.

Sarebbero ancora davvero tanti gli artisti a meritare almeno una menzione in questo articolo, a riprova che “In Minor Keys”, la Biennale di Venezia 2026 alla fin fine è una bella mostra, ma chiudiamo con le spose arrabbiate dell’uruguaiana Leonilda Gonzalez (nata nel 1923 e morta nel 2017), che fanno pensare a Tim Burton e al cinema d’animazione ad ambientazione neo-gotica della Pixar. Solo che lei questi personaggi se li inventò nel ’68.

Leonilda González Installation view 61. Esposizione Internazionale d’Arte – La Biennale di Venezia, In Minor Keys 61st International Art Exhibition – La Biennale di Venezia, In Minor Keys Photo by: Andrea Avezzù Courtesy: La Biennale di Venezia

La colorata installazione di Nick Cave all'Arsenale. Photo: ©Artbooms

Il parlamento interspecie di Celia Vasquez Yui ai Guardini. Photo: ©Artbooms

Kader Attia, Whisper of Traces, 2026 Installation: ropes, polished mirror fragments, dried flowers and herbs, sieves, paper weavings, projections, sound Dimensions variable 61. Esposizione Internazionale d’Arte – La Biennale di Venezia, In Minor Keys 61st International Art Exhibition – La Biennale di Venezia, In Minor Keys Photo by: Marco Zorzanello Courtesy: La Biennale di Venezia

Particolare di un arazzo di Big Chief Demond Melanchon. Photo: ©Artbooms

L'installazione di María Magdalena Campos Pons e Kamaal Malak . Photo: ©Artbooms

Kaloki Nyamai Installation view 61. Esposizione Internazionale d’Arte – La Biennale di Venezia, In Minor Keys 61st International Art Exhibition – La Biennale di Venezia, In Minor Keys Photo by: Marco Zorzanello Courtesy: La Biennale di Venezia

Particolare dei minuscoli ulivi in ceramica di Vera Tamari. Photo: ©Artbooms

Uriel Orlow Herbarium Ghosts, 2016-2026 8 framed photogravure prints on Hahnemühle natural white cotton paper 109 × 81.5 cm each 61. Esposizione Internazionale d’Arte – La Biennale di Venezia, In Minor Keys 61st International Art Exhibition – La Biennale di Venezia, In Minor Keys  Photo by:: Andrea Avezzù  Courtesy: La Biennale di Venezia

L'installazione di Theo Eshetu. Photo: ©Artbooms

Un particolare dell'installazione di Himali Singh Soin e David Soin Tapesser. Photo: ©Artbooms

Kennedy Yanko at 61. Esposizione Internazionale d’Arte – La Biennale di Venezia, In Minor Keys  61st International Art Exhibition – La Biennale di Venezia, In Minor Keys. Exhibition view Photo by: Luca Zambelli Bais Courtesy: La Biennale di Venezia

Alfredo Jaar The End of the World, 2023-2024 Cobalt, Rare Earths (Neodymium), Copper, Tin, Nickel, Lithium, Manganese, Coltan (Niobium), Germanium (Argentium), Platinum 4 × 4 × 4 cm 61. Esposizione Internazionale d’Arte – La Biennale di Venezia, In Minor Keys 61st International Art Exhibition – La Biennale di Venezia, In Minor Keys Photo by: Luca Zambelli Bais Courtesy: La Biennale di Venezia

Dawn DeDeaux From Gulf to Galaxy, 2006/2026 9 acrylic panels, aluminium frame, shattered glass, LED lighting 274 × 274 × 30.5 cm 61. Esposizione Internazionale d’Arte – La Biennale di Venezia, In Minor Keys 61st International Art Exhibition – La Biennale di Venezia, In Minor Keys Photo by: Luca Zambelli Bais Courtesy: La Biennale di Veneza

Dawn DeDeaux Installation view at Esposizione Internazionale d’Arte – La Biennale di Venezia, In Minor Keys 61st International Art Exhibition – La Biennale di Venezia, In Minor Keys Photo by: Luca Zambelli Bais Courtesy: La Biennale di Veneza

Beverly Buchanan Installation view 61. Esposizione Internazionale d’Arte – La Biennale di Venezia, In Minor Keys 61st International Art Exhibition – La Biennale di Venezia, In Minor Keys Photo by: Andrea Avezzù Courtesy: La Biennale di Venezia