Tutto su “In Minor Keys”: una Biennale di Venezia litigiosa in bilico tra fantasmi e bellezza

Un particolare della facciata del pdiglione Centrale di Otobong Nkanga. 61st International Art Exhibition – La Biennale di Venezia, In Minor Keys  Photo by: Jacopo Salvi Courtesy: La Biennale di Venezia

Biennale Arte 2026, "In Minor Keys"
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Nel momento in cui entriamo dai cancelli della Biennale di Venezia l’aria è carica di elettricità. Saranno le nuvole gravide di pioggia che tingono di cupi toni plumbei l’acqua argentea della laguna, mentre i traghetti scaricano persone provenienti da ogni dove muovendosi come al rallentatore; o saranno le polemiche che hanno preceduto “In Minor Keys” portando alle dimissioni della giuria a pochi giorni dalla consegna dei leoni. Alle piante e alle altre molteplici varietà di vegetali e uccelli che popolano i Giardini della Biennale però ciò non sembra interessare (quest’anno c’è anche un orto sospeso della regista afroamericana Linda Goode Bryant, che dal 2009 affianca la sua attività artistica alla creazione e allo sviluppo di fattorie biologiche in aree di New York che non hanno accesso ai prodotti freschi): è primavera e la natura è rigogliosa e spettacolare come sempre. Anzi di più: di fronte al Padiglione Polonia (che tra l’altro presenta un bel progetto su acqua, linguaggio e disabilità) un gabbiano ha deposto tre uova e le sta covando. Secondo la direzione della Biennale di Venezia si tratta del primo caso documentato di un gabbiano che nidifica in un’area così centrale e trafficata dei Giardini; molti visitatori però lo scambiano per un’installazione vivente.

Ma alle persone interessa eccome. Con la coda dell’occhio vedo un uomo che porta un trench su cui è stato scritto (a mano, con una bomboletta spray) ”No jury no prize” e mi passa per la testa che probabilmente gli artisti e le delegazioni dei Paesi a cui sarebbero stati conferiti i leoni già sapevano e si sono visti sfilare il premio (un onore capace di coronare intere carriere) da sotto il naso. Di certo sono svaniti i sorrisi da gita fuori porta che avevano gli artisti indigeni invitati da Adriano Pedrosa a “Stranieri Ovunque” nel 2024.

E’ una Biennale litigiosa la 61esima Esposizione Internazionale d’Arte, “In Minor Keys”. Guidata da Koyo Kouoh che ha aperto al pubblico lo scorso 9 maggio (si concluderà il 22 novembre 2026).

I volti sono seri. In alcuni padiglioni più che altrove. La contestazione alla partecipazione della Russia, sfociata il giorno della pre-apertura (quella riservata alla stampa e agli addetti ai lavori) in una performance del collettivo artistico e attivista punk-rock russo Pussy Riot insieme alle ucraine del gruppo Femen, è ben nota (graziosa tra passamontagna rosa shocking e fumogeni in colori pastello), come sono noti i mal di pancia per la partecipazione di Israele (in questo caso coronati da una manifestazione meno colorata il giorno successivo davanti all’Arsenale dove, quest’anno, ha sede il padiglione del Paese medio orientale), ma ci sono state decine di altre polemiche che hanno attirato meno l’attenzione pur contribuendo a modificare il clima di quella che resta la manifestazione artistica più importante del mondo.

Khaled Sabsabi khalil, 2026 Eight-channel HD video installation with audio, acrylic paint on canvas, steel, black oud scent1300 × 1300 cm; 64 min 61. Esposizione Internazionale d’Arte – La Biennale di Venezia, In Minor Keys 61st International Art Exhibition – La Biennale di Venezia, In Minor Keys Photo by: Marco Zorzanello Courtesy: La Biennale di Venezia

Ne è un esempio la storia dell’artista libanese-australiano, Khaled Sabsabi, già invitato a far parte di “In Minor Keys” (dove apre il percorso all’Arsenale con la spettacolare “Khalil”, cioè “Amico Intimo”: una grande installazione- video circolare, in cui i dipinti astratti del signor Sabsabi si modificano costantemente, mutando e pulsando, mentre i suoni li accompagnano e il profumo di oud nero si diffonde nell’aria), era stato scelto anche per rappresentare il suo Paese d’adozione, ma, a pochi giorni dall’annuncio, la nomina gli è stata revocata perché sospettato di una passata vicinanza all’Islam radicale: lui ha negato, artisti e curatori hanno raccolto firme per sostenerlo, alla fine una commissione indipendente gli ha restituito l’incarico (il suo Padiglione Australia, in cui presenta un’opera simile ma ancora più bella di quella in Arsenale, è capace di mozzare il fiato).

E pensare che “In Minor Keys” doveva essere una Biennale di calma e poetica contemplazione, tra oasi vegetali e sfolgoranti momenti di carnevale ai tropici. Una Biennale dei toni minori.

Così l’aveva pensata Koyo Kouoh, la prima donna di colore a guidare la Biennale di Venezia e il secondo curatore di origine africana nella storia ultracentenaria dell’istituzione:

Fai un respiro profondo. Espira. Rilassa le spalle. Chiudi gli occhi - scriveva - Questa è un’invocazione a incontrare le parole che seguono nelle condizioni fisiche, meteorologiche, ambientali e karmiche in cui vi raggiungono. A rallentare il passo e a sintonizzarsi sulle frequenze delle tonalità minori. Perché, sebbene spesso siano sommerse dalla cacofonia ansiogena del caos che imperversa nel mondo, la musica continua”.

Un partcolare dell'installazione della mostra "In Minor Keys" all'Arsenale. Photo: ©Artbooms

Purtroppo la signora Kouoh è stata anche il primo curatore a morire (l’autunno scorso, per un tumore al fegato appena diagnosticato) molto prima di aver completato il proprio lavoro, lasciando il suo team di co-curatori (Gabe Beckhurst Feijoo, Marie Hélène Pereira cui si aggiungono la consigliera Rasha Salti, l’editore capo Siddhartha Mitter e l’assistente alla ricerca Rory Tsapayi) a portare avanti come meglio potevano un grande progetto a suo nome.

Ne è uscita una mostra composta da 111 artisti che operano con vari media (per lo più pittura, scultura, installazioni, arti tessili e video), provenienti da contesti geografici differenti (anche se gli artisti della diaspora africana e mediorientale sono la maggioranza insieme agli afroamericani): molti meno di quelli che presentò Pedrosa nella Biennale di due anni fa (erano 332) e anche di quelli che quattro anni fa erano serviti a Cecilia Alemani per disegnare “Il latte dei sogni” (allora erano 213). Ma non sono comunque pochi. I nomi sono quelli di chi con la signora Kouoh aveva fatto in tempo a lavorare quando dirigeva lo Zeitz Museum of Contemporary Art Africa (Zeitz MOCAA) a Città del Capo (in Sudafrica) o prima. Il signor Pedrosa dichiarò di aver dovuto fare il giro del mondo (in senso letterale e non metaforico) per ben due volte quando era stato chiamato a costruire “Stranieri Ovunque” ma lei è mancata prima di cominciare.

Non possiamo sapere come sarebbe stata “In Minor Keys” se a guidarla fosse stata davvero Koyo Kouoh, e il fatto che la Fondazione Biennale abbia deciso di non nominare un altro curatore alla notizia della sua morte è lodevole, ma la sua mancanza si sente.

Una scultura di Nick Cave all'Arsenale. Photo: ©Artbooms

E’ una Biennale listata a lutto “In Minor Keys”. Del resto il tema del dolore e della perdita ritorna più e più volte nella mostra. Aleggia nell’aria mentre l’iconico artista senegalese, Issa Samb, viene ritratto nel cortometraggio “Cap vers l’est” del regista senegalese Ican Ramageli “mentre vaga (…) nella soglia dove i vivi incontrano i morti”, e si concretizza nel ciclo scultoreo “Two points in time- At once” dell’artista, coreografo, ballerino e stilista afroamericano, Nick Cave, che dall’interno dell’Arsenale conduce fuori sul ciglio della laguna, e di cui ogni parte fa riferimento alle fasi del lutto. Il signor Cave è un fuoriclasse capace di spaziare da sculture in bronzo fino a installazioni di vassoi in metallo, fiori dipinti su oggetti domestici e autoritratti ricamati a mano. Il musicista australiano suo omonimo, di lui una volta ha detto: il suo lavoro è "un tentativo di trasmutare la sofferenza in una sorta di gioia consapevole e protettiva". E, in effetti, in Biennale le sue sculture ritraggono uomini addolorati dalla cui testa sbocciano fiori.

La signora Kouoh aveva fatto in tempo ad immaginare la Biennale d’arte 2026 come un’esposizione aperta (nel senso di viva, fluida, non museale) che dall’opera di due figure cardine (il già citato senegalese scomparso nel 2017, Issa Samb, e l’afroamericana mancata nel 2015, Beverly Buchanan) si irradiava sviluppandosi poi in vari temi (processioni, meraviglia, giardino creolo e scuole). Più facile a dirsi che a farsi perché le opere vanno installate, messe in dialogo le une con le altre, disposte secondo una struttura talvolta gerarchica e spiegate al visitatore. Ci vuole una regia (spesso di ferro viste le dimensioni della Biennale). E qui i nodi vengono al pettine: l’installazione fa acqua. Ed è un peccato perché, escludendo qualche sbavatura concettuale e qualche opera meno all’altezza di altre, “In Minor Keys” è una bella mostra.

Issa Samb, Installation view 61. Esposizione Internazionale d’Arte – La Biennale di Venezia, In Minor Keys 61st International Art Exhibition – La Biennale di Venezia, In Minor Keys Photo by: Andrea Avezzù Courtesy: La Biennale di Venezia

Ai Giardini le sale sono sovraccariche e gli “Altari” dedicati a Samb e Buchanan si perdono nel mare magnum di opere esposte, ma, complici i muri colorati (lì le pareti c’erano e grazie al cielo nessuno ha potuto buttarle giù) e la recente ristrutturazione del Padiglione Centrale, ci si muove agevolmente; la luce non manca. All’Arsenale (il progetto è stato concepito dai sudafricani di Wolff Architects, nominati dalla stessa signora Kouoh, insieme al team curatoriale, come un corridoione pressoché ininterrotto, lungo qualche chilometro) si perde tempo e si gira a vuoto, per vedere prima le opere che stanno a destra poi tornare indietro e guardare quelle a sinistra (c’è una profusione di sedute ma chi ha tempo di usarle in una mostra enorme, installata in una delle città più care al mondo?). L’illuminazione fa il suo lavoro ma non contribuisce a dare risalto alle opere (non essendoci pareti tutto è vagamente rossastro come i mattoni dell’Arsenale). Ma la cosa peggiore (in entrambe le sedi ma soprattutto all’Arsenale) è che non si trovano i cartellini che indicano chi è l’autore di un’opera e qual è il titolo dello specifico lavoro. Le pareti evocheranno anche la “logica tradizionale dello white cube” e simboleggeranno pure una “barriera geopolitica e istituzionale” ma, se non altro, hanno il pregio di fornire una superficie su cui attaccare i cartellini in bell’ordine, anziché abbandonare lo spettatore a se stesso.

Si naviga a vista in laguna. E mentre il paesaggio geopolitico nei Giardini della Biennale (specchio di quello vero) sembra espandersi e contrarsi (il Qatar, primo Stato dopo la Corea del Sud nel ’95, ha costruito un grande edificio per le sue mostre proprio accanto al Padiglione Centrale; Israele si è trasferita all’Arsenale, ufficialmente per ristrutturazione ma più probabilmente per motivi di sicurezza; e il Venezuela che negli ultimi anni aveva lasciato ammalorare la sua sede ha annunciato un restyling) alcuni Paesi hanno letto l’argomento di questa Biennale come un liberi tutti (l’Austria ad esempio). Cosa che non ha fatto il padiglione italiano (all’Arsenale) che presenta una foresta di sculture in argilla di Chiara Camoni: la prima donna a rappresentare l’Italia da solista. Invece gli Stati Uniti, di solito un faro della Biennale di Venezia, rimasti incagliati in una sterile lotta di potere interna (e probabilmente, almeno in parte, influenzati dalle ripercussioni dello scandalo Epstein) presentano le sculture del pur bravo (anche se, almeno a prima vista, un po’ anacronistico), Alma Allen, a vagare senza un senso né un contesto. Cadono anche i punti di riferimento quest’anno in laguna.

Ranti Bam Installation view 61. Esposizione Internazionale d’Arte – La Biennale di Venezia, In Minor Keys 61st International Art Exhibition – La Biennale di Venezia, In Minor Keys Photo by: Marco Zorzanello Courtesy: La Biennale di Venezia

In questo panorama non stupisce che parecchi artisti cerchino il favore degli spiriti: la franco-nigeriana, Ranti Bam, che con le sue sculture di argilla nera (all’Arsenale) crea un corpo e un riparo per i fantasmi, o l’indigena peruviana, Celia Vasquez Yui, che forma un congresso di spiriti guida interspecie ai Giardini. C’è poi il franco-algerino, Kader Attia, che parte dall’affermazione di uno sciamano vietnamita secondo il quale i virus informatici sono “entità spirituali” che cercano di ostacolare il dominio umano sul mondo virtuale, per costruire le sue installazioni. In queste ultime, Attia, si pone anche domande come: il mondo virtuale è popolato dagli spiriti? Loro cercano di prendere possesso di noi attraverso i dispositivi elettronici? In Biennale per ogni evenienza, in mezzo agli elementi della sua installazione, ci sono anche vari barattoli di erbe medicinali essiccate.

Il costume di Big Chief Demond Melanchon ai Giadini. Photo: ©Artbooms

Per esorcizzare i fantasmi nella 61esima Esposizione Internazionale d’Arte c’è anche l’elaborato e sfarzoso costume per l’inaugurazione di Demond Melanchon (grande capo degli Young Seminol Hunters, una tribù carnevalesca afroamericana di New Orleans; in mostra, sempre suoi, pure degli splendidi arazzi di perline), o il grande polittico dipinto della pittrice e scultrice afrocubana (ma residente negli Stati Uniti), María Magdalena Campos Pons, in cui, in mezzo ai fiori, appaiono i ritratti di Toni Morrison (prima donna nera a vincere il Nobel per la letteratura, mancata nel 2019) e di Koyo Kouoh, quasi a protezione della mostra.

Per la Biennale 2026 la signora Campos Pons ha lavorato in collaborazione con il musicista, ricercatore e produttore afroamericano, Kamaal Malak (figura di spicco nel panorama hip-hop dei primi anni ’90, il signor Malak ha in seguito ricevuto molta notorietà dallo studio sulla musica rilassante per cani intitolato “Music for my dog”). E’ una Biennale di musica e odori “In Minor Keys”.

Sono tante le installazioni sonore e olfattive esposte ma anche su di loro il modello senza pareti ha avuto un effetto deleterio: i suoni sfuggono confondendosi con i rumori di fondo, gli aromi semplicemente non si sentono (o comunque trovare il punto preciso da cui coglierli somiglia a una caccia al tesoro).

Particolare di un dipinto di Kaloki Nyamai esposto ai Giardini. Photo: ©Artbooms

Ma è anche una Biennale disseminata di bellezza “In Minor Keys”. Sono incantevoli le sculture di resina e vetro della signora Campos Pons che rappresentano magnolie dai colori vivaci in piena fioritura (qui simbolo di solidarietà tra donne nere); così come i dipinti (spesso di grandissime dimensioni) in bilico tra astrazione e figurazione, tra realismo e ritratto emotivo, che il keniota Kaloki Nyamai realizza su tele da lui stesso assemblate (con corda, sisal, fogli di giornale, tessuti, riporti fotografici e filati). Ma non sono da meno le opere della palestinese Vera Tamari. Peraltro laboriosissime: la signora Tamari, infatti, dopo una fase di ricerca e disegno, taglia le sculture in pezzi più piccoli, che poi si restringono ulteriormente durante la cottura, così lei dopo le leviga e riassembla come si trattasse di mosaici. Ai Giardini ha presentato “Tale of a Tree” (creata nel 2002 in risposta alla distruzione di ulivi da parte degli israeliani nella città in cui vive), composta da 660 piccoli ulivi in terracotta multicolore (uno per ogni albero andato perduto), l’installazione è posizionata su un vetro, cosicché ogni minuscola scultura proietti la sua ombra sul pavimento dando l’impressione di fluttuare.

Vera Tamari Tale of a Tree, 2002 Approx. 660 clay olive trees set on plexiglass base Photo transfer on plexiglass  Sculptures: 7 × 3 cm each; phototransfer: 118 × 119 cm; platform: 26 × 220 × 153 cm 61. Esposizione Internazionale d’Arte – La Biennale di Venezia, In Minor Keys 61st International Art Exhibition – La Biennale di Venezia, In Minor Keys Photo by:  Andrea Avezzù Courtesy: La Biennale di Venezia

Gli artisti che fanno riferimento al tema del paesaggio e ai motivi vegetali sono davvero tanti. Tra loro lo svizzero Uriel Orlow, che alla Biennale 2026 presenta ben 5 progetti, in cui si sofferma sulla comunicazione tra piante ma anche su quella uomo-pianta: l’artista, infatti, invita i visitatori a fare letture ad alta voce agli alberi chiedendosi: “cosa potrebbe piacere a una pianta?” Del signor Orlow tuttavia, vanno viste le fotografie da lui fatte ai contorni che i vegetali pressati in un erbario hanno lasciato sulla carta di protezione: sono eleganti e poetiche nella loro semplicità.

Restando sul tema del paesaggio è molto riuscita anche l’installazione di Theo Eshetu (nato a Londra da padre etiope e madre olandese, vive in Italia da anni) che usa un ulivo in vaso fatto ruotare a suon di musica e sulle cui foglie viene proiettato un video dello stesso albero in piena terra nel suo Paese d’origine, per parlare di sradicamento. Ma soprattutto l’opera dell’artista e autrice indiana, Himali Singh Soin, che insieme al compositore e percussionista, David Soin Tapesser, si è concentrata sulle regioni polari e sull’immaginario legato ai ghiacciai, nonché sulle strane e profonde connessioni tra il subcontinente indiano e l’Antartide. I due hanno affiancato registrazioni fatte a Delhi con paesaggi sonori artici, stampando poi l’onda sonora su cotone e seta usando solo seta ahimsa (o non violenta), cioè un metodo di produzione che non richiede l’uccisione del baco da seta. Nella loro opera persino il telaio produce una musica propria.

Una scultura di Kennedy Yanko per la Biennale 2026 (particolare). Photo: ©Artbooms

C’è poi chi pensa al riutilizzo dei rifiuti, come la statunitense Kennedy Yanko. Alla Biennale 2026 la signora Yanko ha prima schiacciato un container per creare tre sculture, che ha poi dipinto usando pennelli, scope, stracci e acqua. Ha anche aggiunto della “pelle di vernice” (cioè superfici di vernice acrilica essiccata, simili ai fogli usati dal grande pittore afroamericano Jack Whitten). Il risultato è brutale ed aggraziato, abbozzato e rifinito: davvero belle sculture.

Ma “In Minor Keys” è anche una Biennale di terra e metalli. Persino di storie sotterranee. Ne è un esempio l’opera del cileno, Alfredo Jaar, che (in collaborazione con il geografo e geologo politico Adam Bobbette) ha individuato dieci materie prime essenziali per l’industria della difesa e la rivoluzione verde (tra cui cobalto, litio, coltan e terre rare) e le ha pressate in un cubo opalescente di quattro centimetri quadri: “Il cubo brilla - dice la guida della Biennale - Lo desideriamo. Ne abbiamo bisogno. Il mondo finisce, ancora e ancora”. Oltre a quella della statunitense, Dawn DeDeaux, che rimasta profondamente colpita dai danni causati dall’uragano Katrina, mette spesso al centro del suo lavoro disastri ambientali e rovine. In Biennale presenta sia le sue famose superfici di vetro frantumato (ispirate dai danni che aveva trovato nella casa al mare dei suoi genitori dopo l’uragano, ricordano onde, sale e ghiaccio), che il frammento di un vero meteorite a monito della forza distruttrice della natura.

Sarebbero ancora davvero tanti gli artisti a meritare almeno una menzione in questo articolo, a riprova che “In Minor Keys”, la Biennale di Venezia 2026 alla fin fine è una bella mostra, ma chiudiamo con le spose arrabbiate dell’uruguaiana Leonilda Gonzalez (nata nel 1923 e morta nel 2017), che fanno pensare a Tim Burton e al cinema d’animazione ad ambientazione neo-gotica della Pixar. Solo che lei questi personaggi se li inventò nel ’68.

Leonilda González Installation view 61. Esposizione Internazionale d’Arte – La Biennale di Venezia, In Minor Keys 61st International Art Exhibition – La Biennale di Venezia, In Minor Keys Photo by: Andrea Avezzù Courtesy: La Biennale di Venezia

La colorata installazione di Nick Cave all'Arsenale. Photo: ©Artbooms

Il parlamento interspecie di Celia Vasquez Yui ai Guardini. Photo: ©Artbooms

Kader Attia, Whisper of Traces, 2026 Installation: ropes, polished mirror fragments, dried flowers and herbs, sieves, paper weavings, projections, sound Dimensions variable 61. Esposizione Internazionale d’Arte – La Biennale di Venezia, In Minor Keys 61st International Art Exhibition – La Biennale di Venezia, In Minor Keys Photo by: Marco Zorzanello Courtesy: La Biennale di Venezia

Particolare di un arazzo di Big Chief Demond Melanchon. Photo: ©Artbooms

L'installazione di María Magdalena Campos Pons e Kamaal Malak . Photo: ©Artbooms

Kaloki Nyamai Installation view 61. Esposizione Internazionale d’Arte – La Biennale di Venezia, In Minor Keys 61st International Art Exhibition – La Biennale di Venezia, In Minor Keys Photo by: Marco Zorzanello Courtesy: La Biennale di Venezia

Particolare dei minuscoli ulivi in ceramica di Vera Tamari. Photo: ©Artbooms

Uriel Orlow Herbarium Ghosts, 2016-2026 8 framed photogravure prints on Hahnemühle natural white cotton paper 109 × 81.5 cm each 61. Esposizione Internazionale d’Arte – La Biennale di Venezia, In Minor Keys 61st International Art Exhibition – La Biennale di Venezia, In Minor Keys  Photo by:: Andrea Avezzù  Courtesy: La Biennale di Venezia

L'installazione di Theo Eshetu. Photo: ©Artbooms

Un particolare dell'installazione di Himali Singh Soin e David Soin Tapesser. Photo: ©Artbooms

Kennedy Yanko at 61. Esposizione Internazionale d’Arte – La Biennale di Venezia, In Minor Keys  61st International Art Exhibition – La Biennale di Venezia, In Minor Keys. Exhibition view Photo by: Luca Zambelli Bais Courtesy: La Biennale di Venezia

Alfredo Jaar The End of the World, 2023-2024 Cobalt, Rare Earths (Neodymium), Copper, Tin, Nickel, Lithium, Manganese, Coltan (Niobium), Germanium (Argentium), Platinum 4 × 4 × 4 cm 61. Esposizione Internazionale d’Arte – La Biennale di Venezia, In Minor Keys 61st International Art Exhibition – La Biennale di Venezia, In Minor Keys Photo by: Luca Zambelli Bais Courtesy: La Biennale di Venezia

Dawn DeDeaux From Gulf to Galaxy, 2006/2026 9 acrylic panels, aluminium frame, shattered glass, LED lighting 274 × 274 × 30.5 cm 61. Esposizione Internazionale d’Arte – La Biennale di Venezia, In Minor Keys 61st International Art Exhibition – La Biennale di Venezia, In Minor Keys Photo by: Luca Zambelli Bais Courtesy: La Biennale di Veneza

Dawn DeDeaux Installation view at Esposizione Internazionale d’Arte – La Biennale di Venezia, In Minor Keys 61st International Art Exhibition – La Biennale di Venezia, In Minor Keys Photo by: Luca Zambelli Bais Courtesy: La Biennale di Veneza

Beverly Buchanan Installation view 61. Esposizione Internazionale d’Arte – La Biennale di Venezia, In Minor Keys 61st International Art Exhibition – La Biennale di Venezia, In Minor Keys Photo by: Andrea Avezzù Courtesy: La Biennale di Venezia

Si chiamerà “In Minor Keys” la Biennale di Venezia 2026 e alla fine la curerà la scomparsa Koyo Kouoh

Koyo Kouoh in una foto di © Antoine Tempé

La biennale 2026 la curerà la scomparsa Koyo Kouoh
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La sessantunesima Esposizione Internazionale d’Arte si chiamerà “In Minor Keys” Un titolo scelto da Koyo Kouoh, scomparsa lo scorso 10 maggio, che alla fine resta l’unica curatrice della Biennale di Venezia 2026.

Ieri, durante la conferenza di presentazione di “In Minor Keys”, si è capito che sul vuoto di leadership ha prevalso la commozione per la morte improvvisa e prematura di Koyo Kouoh, stroncata da un tumore a soli 57 anni. E’ stato evidente nelle parole dei rappresentanti della Biennale, ma anche nei volti di chi l’aveva conosciuta bene e nella voce rotta del suo assistente mentre recitava i versi di una poesia da lei composta nel 2022.

La Biennale fa oggi quello che da 130 anni fa- ha detto per anticipare eventuali domande, il presidente della Fondazione La Biennale di Venezia, Pietrangelo Buttafuoco- realizza, mette a terra, edifica l’idea di un curatore che oggi, con Koyo Kouoh nell’assenza è presente per suggerire da quell’altrove una strada. Ed è una strada precisa, è il futuro”.

Mentre la responsabile dell’Ufficio Stampa dei settori Architettura e Arti Visive e, in quest’occasione, portavoce della Biennale, Cristiana Costanzo, ha sottolineato che “con il pieno sostegno della famiglia di Koyo”, l’istituzione lagunare “immediatamente dopo la notizia della sua scomparsa, ha deciso di realizzare la sua mostra”. Aggiungendo che: “Lo farà secondo il progetto così come definito da lei stessa, anche per preservare, valorizzare e diffondere il più possibile le sue idee e il lavoro svolto con dedizione fino all’ultimo”.

La signora Kouoh, che avrebbe dovuto essere la prima donna di colore, oltre alla prima curatrice ad operare in un museo del sud del mondo, al timone della Biennale di Venezia, mancata ad un anno dall’allestimento della mostra e dopo soli sei mesi di lavoro (si suppone non ininterrotto visto che è morta per malattia), avrebbe lasciato infatti una ricca eredità di appunti e idee. Anzi, secondo quanto dichiarato alla presentazione, “da ottobre 2024 a maggio 2025” sarebbe arrivata a “definire il testo teorico, selezionando artisti e opere, individuando gli autori del catalogo, determinando l’identità grafica della mostra e l’architettura degli spazi espositivi”. Oltre ad avviare un dialogo con gli artisti invitati a partecipare.

In merito tuttavia a questi ultimi, la Biennale, è stata ferma nel lasciare cadere ogni richiesta di indiscrezione. Verranno elencati insieme ai Paesi partecipanti (tra le novità ci sarà il padiglione permanente del Qatar ai Giardini) a febbraio del prossimo anno. D’altra parte la discrezione della Biennale l’ha sottolineata lo stesso Buttafuoco, mentre cercava di rendere evidente la limpida bellezza della signora Kouoh: “Quando le ho chiesto se voleva curare la prossima edizione, ancora prima di rispondere, posto il vincolo di riservatezza, posto il bisogno di non far trapelare al di fuori di quelle mura in cui ci trovavamo, mi chiese: ‘però posso dirlo a mia mamma?’”

Nonostante l’impegno e l’abnegazione della curatrice nata in Camerun nel ’67 e al momento della scomparsa alla guida del museo di Città del Capo Zeitz MOCAA, è verosimile tuttavia che gran parte del peso della Biennale di Venezia 2026 cadrà sul team da lei composto. Tra loro il nome più famoso è quello della ricercatrice, scrittrice e produttrice canadese, Rasha Salti, anche se pure l’editore capo, lo scrittore d’arte, Siddhartha Mitter non se la cava male (attualmente pubblica sulle pagine di New York Times ma ha un passato in riviste e quotidiani in lingua inglese conosciuti in tutto il mondo). Un po’ meno noto quello della storica e curatrice londinese, Gabe Beckhurst Feijoo (specializzata in fotografia, performance e immagini in movimento) e del giovane assistente della signora Kouoh, Rory Tsapayi (cresciuto in Zimbabwe si è laureato in giornalismo e storia dell’arte negli Stati Uniti, ha scritto di sé che il suo lavoro “è guidato dal desiderio di collegare le storie nere del XX secolo, dentro e fuori il continente” africano). Mentre, con ogni probabilità, la curatrice africana, Marie Hélène Pereira (particolarmente interessata alla storia delle migrazioni e alle politiche d’identità), potrà essere molto utile a portare avanti la mostra che avrebbe voluto la signora Kouoh, visto il loro rapporto di collaborazione di lunga data.

Riguardo alla sessantunesima Esposizione Internazionale d’Arte “In Minor Keys”, Koyo Kouoh, ha scritto: “Una mostra sintonizzata sulle tonalità minori; una mostra che invita ad ascoltare i segnali persistenti della terra e della vita, in connessione con le frequenze dell’anima. Se nella musica le tonalità minori sono spesso associate alla stranezza, alla malinconia e al dolore, qui si manifestano anche nella loro gioia, consolazione, speranza e trascendenza”. In sintonia con il messaggio trasmesso da altre sue longeve esposizioni (come When We See Us. A Century of Black Figuration in Paintings, originariamente creata per lo Zeitz MOCAA è stata allestita anche in altre sedi e adesso è in mostra al Bozar di Bruxelles fino al prossimo 10 agosto).

La curatrice ha anche detto che “In Minor Keys” sarà una mostra fatta dagli artisti: “una partitura collettiva, composta insieme ad artisti che hanno costruito universi dell’immaginazione. Artisti che operano ai confini della forma, le cui pratiche possono essere intese come melodie complesse, da ascoltare sia collettivamente che secondo una propria autonomia”. Mentre lo scorso dicembre a chi le aveva chiesto se la sua Biennale sarebbe stata una “Biennale africana”, aveva risposto: “Sarà una Biennale internazionale, come sempre!

Alla presentazione di “In Minor Keys” è stata anche recitata una poesia di Koyo Kouoh, alla quale lei teneva molto: “Sono stanca/ La gente è stanca/ Siamo tutti stanchi/ Il mondo è stanco/ Persino l’arte stessa è stanca/ Forse il tempo è venuto/ Abbiamo bisogno di qualcos’altro/ Abbiamo bisogno di guarire/ Abbiamo bisogno di amare/ Abbiamo bisogno di stare con la bellezza e in tanta bellezza/ Abbiamo bisogno di giocare/ Abbiamo bisogno di stare con la poesia/ Abbiamo bisogno di amare ancora/ Abbiamo bisogno di danzare/ Abbiamo bisogno di fare e dare cibo/ Abbiamo bisogno di riposare e ristorarci/ Abbiamo bisogno di respirare/ Abbiamo bisogno della radicalità della gioia/ Il tempo è venuto”.

KoyoKouoh in un immagine di Mirjam Kluka

ll mondo dell’arte è in lutto per la morte di Koyo Kouoh mentre la Biennale di Venezia sta per prendere decisioni difficili

Koyo Kouoh. In un ritratto di ©Mehdi Benkler, BAK

Mondo dell'arte in lutto per koyo kouoh
scomparsa la curatrice la Biennale dovrà secidere cosa fare

L’annuncio della scomparsa di Koyo Kouoh, a soli 57 anni, l’ha dato proprio la Biennale di Venezia. E quest’ultima di qui a poco sarà chiamata a prendere decisioni difficili.

Improvvisamente, sabato scorso, mentre la diciannovesima Mostra Internazionale d’Architettura (“Intelligens. Natural. Artificial. Collective.” Di Carlo Ratti) apriva al pubblico e la giuria assegnava i Leoni d’oro (tra loro quello memorabile alla filosofa femminista statunitense Donna Haraway), il sito della manifestazione lagunare pubblicava queste parole: “La Biennale di Venezia apprende con profondo dolore e sgomento la notizia della improvvisa e prematura scomparsa di Koyo Kouoh”.

In quel momento non si sapeva ancora né dove fosse morta la signora Kouoh né perché; quel che era certo invece, era che lo scorso dicembre fosse stata scelta per curare la 61esima Esposizione Internazionale d’Arte. Sarebbe stata anzi la prima curatrice di origini africane al timone della manifestazione che inaugurerà il 9 maggio 2026 e di cui entro una decina di giorni avrebbe dovuto annunciare sia il titolo che i temi portanti.

La Biennale di Venezia, infatti, si compone di una grande mostra collettiva il cui argomento orienta tutte le altre esposizioni (organizzate dai padiglioni nazionali) e commenta il tempo presente arrivando, a volte, a predire il futuro.

Notizie più precise su quanto avvenuto invece sono arrivate durante il fine settimana, quando il New York Times, dopo aver parlato con il marito della curatrice Philippe Mall, ha fatto sapere che la morte della signora Kouoh è avvenuta in ospedale a Basilea per un cancro che le era stato diagnosticato di recente.

Malgrado la signora Kouoh fosse nata nel 1967 (nel giorno che per noi è la vigilia di Natale), a Douala in Camerun, è la Svizzera (dove si è trasferita quando aveva 13 anni) il luogo in cui è cresciuta sia umanamente che professionalmente e dove non aveva mai smesso del tutto di abitare.

Lì ha studiato scienze bancarie ed economia aziendale e ha lavorato con donne migranti come assistente sociale. Lì ha incontrato un gruppo di artisti e intellettuali che avrebbero influenzato la sua visione futura. Anche se dopo essere diventata madre decise di tornare in Africa: “Non riuscivo a immaginare di crescere un ragazzo nero in Europa”, disse in un’intervista.

Ma scelse un Paese diverso da quello in cui era nata e nel ’95 si trasferì a Dakar in Senegal: E’ “il mio tuttoha detto di recente – (…) Dakar mi ha reso quello che sono oggi. C'è un'eleganza naturale nella cultura e nella gente senegalese. Certo, c'è un elemento sartoriale e materiale, ma io parlo dell'eleganza dello spirito e della mente. Il Senegal ha questa cultura ancestrale estremamente accogliente e pacifista. Ora sono a Città del Capo, ma mentalmente vivo a Dakar. È l'unico e solo posto per me”. In Senegal si fece le ossa come curatrice e fondò la residenza per artisti Raw Material. Sempre in quel periodo lavorò nei team curatoriali di Documenta 12 e 13 e di altre manifestazioni e mostre internazionali d’arte. Per poi diventare direttore dello Zeitz MOCAA di Città del Capo in Sud Africa, uno dei più grandi musei di arte contemporanea africana al mondo (il cui nucleo principale è stato raccolto dal filantropo tedesco ed amministratore di Harley- Davidson, Jochen Zeitz).

Tuttavia, quando la signora Kouoh arrivò, il museo attraversava un brutto periodo e lei lo rimise in piedi fino a farlo prosperare (nuove idee, riallestimento, attrarre investitori, modificare la governance e formalizzare la donazione della collezione, sono solo alcune delle cose che fece).

Sabato lo Zeitz MOCAA ha annunciato tre giorni di chiusura per lutto (ha riaperto ieri) e ha invitato le persone a “onorare e rendere omaggio alla straordinaria eredità, alla leadership e alla dedizione di Koyo Kouoh” sia online (anche se mentre questo articolo viene redatto non è facile farlo) che lasciando biglietti in una sala dell’edificio.

La Biennale di Venezia invece, dopo aver sottolineato che lei “ha lavorato con passione, rigore e visione alla realizzazione” della prossima edizione ha aggiunto che: “La sua scomparsa lascia un vuoto immenso nel mondo dell’arte contemporanea e nella comunità internazionale di artisti, curatori e studiosi che hanno avuto modo di conoscere e apprezzare il suo straordinario impegno intellettuale e umano”.

Un pensiero simile a quello della Presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, che ha sottolineato come la morte della signora Kouoh “lascia un vuoto nel mondo dell'arte contemporanea".

Nel corso della sua carriera Koyo Kouoh si è impegnata per restituire al mondo un punto di vista africano del presente. Spesso sottintendendo che gli artisti di colore a prescindere dalla nazionalità si guardano e influenzano a vicenda, proponendo una prospettiva dalle radici comuni. In un’intervista ha detto: “Ho sempre concepito l'arte come un oggetto, una materialità mercificata. Con Issa (Samb artista concettuale senegalese ndr), sono entrato in questa dimensione di comprensione dell'arte come filosofia di vita, come qualcosa che può essere intangibile. Questo mi ha portato alla mia posizione attuale, in cui la vedo come un'estensione della vita”.

La signora Kouoh ha anche curato mostre longeve e di grande successo come “When We See Us. A Century of Black Figuration in Paintings” (allestita originariamente allo Zeitz MOCAA; adesso in mostra al Bozar di Bruxelles fino al prossimo 10 agosto).

Riguardo alle sue convinzioni spirituali più profonde ha dichiarato: “Credo nella vita dopo la morte perché provengo da un'educazione ancestrale nera, dove crediamo in vite e realtà parallele. Non esiste un ‘dopo la morte’, un ‘prima della morte’ o un ‘durante la vita’. Non ha poi così tanta importanza. Credo nelle energie (vive o morte) e nella forza cosmica”.

La prematura scomparsa di Koyo Kouoh, a un anno dall’inaugurazione della Biennale di Venezia che avrebbe dovuto curare, è una circostanza eccezionale, senza precedenti nella storia (almeno quella recente) della manifestazione lagunare. Che imporrà decisioni complesse divise tra la commozione e la necessità di una leadership incisiva. Per ora si sa che il Consiglio d’Amministrazione ha tentato di rispondere a questa crisi velocemente. La conferenza stampa in cui avrebbe dovuto essere presentato il titolo della mostra, infatti, non è stata rimandata. Si terrà come da programma il 20 maggio e, con ogni probabilità, servirà soprattutto per far sapere al mondo come si intende procedere (le possibilità sono varie, e vanno da un team curatoriale composto da figure poco conosciute a un curatore unico di peso cui passare la staffetta a metà corsa, con diverse soluzioni intermedie tra un estremo e l’altro).

Comunque sia, quasi certamente l’intelaiatura portante dell’esposizione costruita dalla signora Kouoh non andrà perduta. E’ anzi possibile che il titolo e una rosa centrale di artisti siano il lascito di questa curatrice, mancata proprio nel momento culminante della sua carriera, alla Biennale di Venezia 2026. Sempre ammettendo che la malattia le abbia lasciato il tempo per fare almeno alcune di queste scelte.

AGGIORNAMENTO: La Biennale ha appena comunicato (17 e 40 di mercoledì 14 maggio) che la conferenza stampa di presentazione della 61esima Esposizione Internazionale d’Arte si terrà il 27 maggio cioè una settimana dopo la data fissata prima della scomparsa di Koyo Kouoh.

Koyo Kouoh, avrebbe dovuto essere la curatrice della Biennale di Venezia 2026. Ritratto di: Mirjam Kluka