Agnès Varda: lo sguardo che si prende cura del mondo

Agnès Varda, Oncle Yanco © 1967 ciné-tamaris

Agès Varda: artista a 360 gradi in mostra a Bologna
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La mostra “Viva Varda! Il cinema è donna”, alla Galleria Modernissimo di Bologna, restituisce la complessità di Agnès Varda. Una donna straordinaria che ha attraversato fotografia, cinema e arte contemporanea con uno sguardo rivolto agli ultimi.

La mostra, a cura di Florence Tissot, con la direzione artistica di Rosalie Varda e le scenografie di Giancarlo Basili, offre l’occasione per rileggere questa figura nella sua complessità, andando oltre la semplice celebrazione della cineasta, per restituire il profilo di un’artista totale. Fotografa, regista, artista visiva, documentarista, autrice di installazioni, Agnès Varda ha attraversato oltre mezzo secolo di cultura europea senza mai appartenere davvero a una sola categoria. Pur essendo considerata una pioniera della Nouvelle Vague, la sua personale ricerca si è sviluppata lungo una traiettoria autonoma, refrattaria alle classificazioni e alle cosiddette etichette.

Agnès Varda dans son studio de photographie rue Daguerre, 1955 © succession agnès varda

Al secolo era Arlette Varda, nata nel 1928 a Ixelles, in Belgio, e sin da giovane avrebbe scelto il nome con cui il mondo l’avrebbe conosciuta. Una scelta che oggi appare quasi simbolica: sembra già il gesto di qualcuno che decide di costruire liberamente la propria identità artistica. Varda ha saputo costruire, nel corso di oltre sessant’anni, una ricerca che sfugge a ogni definizione univoca. Fotografia, cinema, installazione, autobiografia e documentario convivono nella sua opera come strumenti differenti di una stessa indagine: comprendere il mondo attraverso l’incontro con l’altro. Il suo sguardo curioso, errante, profondamente umano, non ha mai perso la capacità di stupirsi di fronte alle persone comuni, agli invisibili, agli oggetti dimenticati e ai frammenti della vita quotidiana, trasformandoli in protagonisti.

Un elemento che emerge con forza è proprio l’attenzione verso coloro che abitano i margini della società, persone dimenticate dalla storia ufficiale. Gli svantaggiati. Dalle donne ai lavoratori, dagli anziani ai migranti, agli artisti, fino ai raccoglitori e agli esclusi che popolano molte delle sue opere più celebri, Varda costruisce una vera e propria etica dello sguardo. Non osserva mai dall’alto, ma si pone accanto ai suoi soggetti, condividendone il tempo e la fragilità. È forse proprio questa sua capacità di mettere al centro lo sguardo e di renderlo un gesto di partecipazione a fare di Agnès Varda una figura sorprendentemente contemporanea.

Agnès Varda, photogramme de Varda par Agnès © 2018 ciné-tamaris

La mostra monografica evidenzia come il cinema rappresenti soltanto uno dei molteplici strumenti attraverso cui l’artista ha indagato il rapporto tra immagini, memoria e identità. La mostra bolognese nasce in stretto dialogo, e come il naturale completamento, del percorso inaugurato dalla recente esposizione di Villa Medici a Roma appena conclusasi, che aveva posto l’attenzione soprattutto sulla Varda fotografa (“Agnès Varda. Qui e là, tra Parigi e Roma”), sullo studio di Rue Daguerre, sui viaggi italiani e sul rapporto con Roma.

La fotografia, il suo primo territorio di formazione, costituisce il nucleo originario di una pratica fondata sull’osservazione attenta e del tutto personale della realtà. Il cinema amplia successivamente questa ricerca, trasformando il racconto documentario in uno spazio di sperimentazione poetica e politica. Varda continua a insegnare che ogni immagine può diventare un luogo di incontro e che solo l’arte può veicolare il suo messaggio. Osservare, per Varda, significava prendersi cura. Il suo stesso cinema si è configurato come una pratica di ascolto e di attenzione verso l’altro.

 Photogramme tiré du film Oncle Yanco, Agnès Varda © 1967 ciné-tamaris

La monografica di Bologna mostra l’universo Varda: dalla formazione dello sguardo, la fotografia rappresenta il punto di partenza di una riflessione molto più ampia su cinema, memoria, femminismo, impegno politico, amicizie artistiche, autoritratto e sperimentazione visiva. Agnès Varda è stata infatti una delle prime artiste europee a trasformare la propria vita in un archivio creativo, facendo dialogare immagini, luoghi, persone e ricordi in un’opera aperta e in continuo divenire.

Un viaggio lungo 1.200 metri quadrati su una figura unica della storia del cinema, dell’arte, della fotografia, della militanza politica e culturale, tra Novecento e Duemila. Prima regista donna a essere insignita dell’Oscar alla Carriera nel 2017.

Galleria Modernissimo, VIVA VARDA! Il cinema è donna, installation view. Cineteca di Bologna, foto Luca Finotello

Artista giramondo, Varda è una donna che ha continuamente attraversato confini. Le sezioni dedicate al rapporto con le immagini, alla scrittura cinematografica (Varda inventò un termine destinato a diventare celebre: cinécriture), alla dimensione sociale e al legame con l’Italia servono proprio a mostrare come tutte queste dimensioni fossero inseparabili nella sua ricerca.

Nel 1954 realizzò “La Pointe Courte”, il suo primo lungometraggio, che le consentì di inventare un linguaggio personale, sospeso tra documentario e finzione. Per lei fare un film non significava raccontare una storia. Significava scrivere con le immagini. Come un pittore dipinge. Come uno scrittore compone una frase. Come un fotografo sceglie un’inquadratura. In questo senso il cinema diventa un linguaggio totale. Non esistono più confini tra Arte e Vita. In “Cléo de 5 à 7” sperimenta il tempo dell’attesa nell’esperienza della giovane cantante che attende l’esito di un esame medico. Nel 1985 realizza “Sans toit ni loi”, in cui la protagonista è una giovane vagabonda trovata morta in un fosso, la cui vita va ricostruita attraverso frammenti. Nel 2000 realizza uno dei documentari più influenti del nuovo secolo: “Les Glaneurs et la Glaneuse”, in cui parla di persone che raccolgono ciò che la società scarta. Dagli anni Duemila in poi espone nei musei. Realizza installazioni con pellicole cinematografiche, costruisce capanne di fotografie, trasforma immagini e ricordi in ambienti immersivi.

L’ultima Agnès Varda è il suo sguardo più vivo e curioso. Una raccoglitrice di vite, di volti, di ricordi, di oggetti abbandonati. La fase più attuale arriva alla fine della sua vita. Prende una piccola videocamera digitale e da quel momento la sua pratica diventa sempre più vicina a quella di un’artista visiva, tanto da portarla a collaborare con il grande artista contemporaneo JR, con cui gira “Visages Villages”.

Galleria Modernissimo, VIVA VARDA! Il cinema è donna, installation view. Cineteca di Bologna, foto Luca Finotello

Uno dei nuclei più emozionanti e umani della vicenda artistica di questa figura straordinaria è il rapporto con suo marito Jacques Demy. Profondamente diversi e allo stesso tempo compatibili. Demy era il cantore del colore, del musical e della fiaba. Varda era invece l’esploratrice del reale. Dopo la morte del marito, Varda non si limita a ricordarlo, bensì dimostra che l’archivio può diventare una forma di amore e che può essere vissuto.

La mostra “Viva Varda! Il cinema è donna”, è allestita alla Galleria Modernissimo di Bologna (ex Sottopasso di Piazza Re Enzo) ed è in programma dal 5 marzo 2026 al 10 gennaio 2027 (chiusura estiva dal 3 al 25 agosto).

Un’occasione da non perdere per conoscere una delle figure più innovative del Novecento!

Galleria Modernissimo, VIVA VARDA! Il cinema è donna, installation view. Cineteca di Bologna, foto Luca Finotello

Galleria Modernissimo, VIVA VARDA! Il cinema è donna, installation view. Cineteca di Bologna, foto Luca Finotello

Galleria Modernissimo, VIVA VARDA! Il cinema è donna, installation view. Cineteca di Bologna, foto Luca Finotello

Galleria Modernissimo, VIVA VARDA! Il cinema è donna, installation view. Cineteca di Bologna, foto Luca Finotello

Galleria Modernissimo, VIVA VARDA! Il cinema è donna, installation view. Cineteca di Bologna, foto Luca Finotello

Galleria Modernissimo, VIVA VARDA! Il cinema è donna, installation view. Cineteca di Bologna, foto Luca Finotello

Galleria Modernissimo, VIVA VARDA! Il cinema è donna, installation view. Cineteca di Bologna, foto Luca Finotello

Galleria Modernissimo, VIVA VARDA! Il cinema è donna, installation view. Cineteca di Bologna, foto Luca Finotello

Se alla Biennale di Venezia 2026 pensavate di votare per l’Italia o l’Austria, scordatevelo! I voti per metà degli artisti in lizza ai “Leoni dei visitatori” non verranno conteggiati

il padiglione centrale in fondo al viale dei giardini della Biennale
Metà dei voti per i Leoni dei vistatori non verranno conteggiati
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Oltre cento artisti hanno minacciato azioni legali nei confronti della Biennale di Venezia 2026 se non verranno esclusi dall’elenco dei candidati ai “Leoni dei visitatori”; la Fondazione Biennale, in risposta, ha fatto sapere che i voti a loro favore non verranno conteggiati per quanto compaiano sulla scheda. Il problema è che, ad oggi, sono già circa la metà dei partecipanti. E stanno crescendo, sabotando di fatto l’iniziativa.

La settimana scorsa una nuova polemica, potenzialmente più insidiosa delle precedenti, è divampata nel dibattito intorno alla 61esima Esposizione Internazionale d’Arte, confermando “In Minor Keys” come la biennale più litigiosa di sempre e una delle più tribolate in assoluto. E pensare che la curatrice svizzero-camerunense, Koyo Kouoh, prima di morire per un tumore appena diagnosticato (la primavera dell’anno scorso), l’aveva immaginata come un’oasi di poesia e contemplazione: “Fai un respiro profondo - scriveva - Espira. Rilassa le spalle. Chiudi gli occhi. Questa è un’invocazione (…) a rallentare il passo e a sintonizzarsi sulle frequenze delle tonalità minori”.

Prima dell’inaugurazione, le discussioni sui quotidiani si erano concentrate sulla partecipazione della Russia (anche se il padiglione russo è allestito ma non visitabile direttamente dal pubblico), per quanto fosse già chiaro allora che il vero nodo da sciogliere fosse Israele. Infatti, quando la giuria che avrebbe dovuto assegnare i Leoni (al miglior partecipante ad “In Minor Keys” e alla miglior partecipazione nazionale; quello alla carriera non sarebbe stato assegnato perché la signora Kouoh non aveva fatto in tempo a indicare nessun destinatario) ha affermato che non avrebbe preso in considerazione i padiglioni dei Paesi “i cui governi risultano coinvolti in accuse gravi sul piano internazionale” (facendo riferimento a procedimenti aperti presso la Corte penale internazionale), i nodi sono venuti al pettine.

L’artista Belu-Simion Fainaru, che quest’anno firma il padiglione israeliano (all’Arsenale), ha valutato una causa per razzismo e antisemitismo, e la giuria (che per contratto avrebbe dovuto pagare di tasca propria un procedimento legale) si è dimessa in blocco a pochi giorni dall’apertura dei cancelli alla stampa. Allora la Fondazione Biennale, per risolvere velocemente la questione, ha creato i “Leoni dei visitatori”. Esattamente nove giorni dopo, mentre “In Minor Keys” inaugurava finalmente al pubblico, un gruppo di artisti inviava la prima lettera in cui chiedeva di essere escluso dai candidati ai “Leoni dei visitatori”.

Era il 9 maggio e i firmatari erano 52 artisti di “In Minor Keys” (la mostra principale che si dipana tra Giardini e Arsenale) su 110 (non molti per la biennale, visto che la curatrice è morta prima di poterne individuare altri), cui se ne aggiungevano 16 nei padiglioni nazionali. Oggi sono 67 quelli di “In Minor Keys”, mentre 39 quelli dei padiglioni nazionali (senza considerare le location meno battute, i padiglioni sono in tutto soltanto 54). E la situazione comincia a diventare seria dato che, conti fatti, gli spettatori non possono esprimere il proprio voto per circa la metà dei partecipanti.

I nomi degli artisti, però, non sono stati tolti dalle email di votazione.

Una portavoce della Biennale ha dichiarato al New York Times che l’organizzazione aveva mantenuto i nomi degli artisti per “garantire a tutti i visitatori la libertà di espressione” durante il voto. Aggiungendo poi che “i voti espressi per artisti o padiglioni che hanno firmato il rifiuto non saranno presi in considerazione”.

Ma i firmatari chiedono che i loro nomi non compaiano affatto: “L’elenco dei candidati include i nomi di artisti di In Minor Keys e anche di artisti che espongono nei padiglioni nazionali e che hanno esplicitamente ritirato la propria candidatura. Questo non solo crea confusione tra i visitatori, ma è anche palesemente irrispettoso nei confronti degli artisti che hanno chiesto il ritiro della propria candidatura”.

Dicono di farlo in segno di solidarietà verso la giuria, anzi affermano esplicitamente: “Sia chiaro: non abbiamo nulla in contrario al concetto di consentire ai visitatori di votare per i premi”. Anche se era prevedibile che, in un mondo elitario e snob come quello dell’arte contemporanea, il conferimento diretto dei Leoni sarebbe stato guardato con un certo sospetto.

Senza contare che la presa di posizione della giuria adesso appare pretestuosa (né Russia né Israele hanno mostre che sembrano all’altezza di un Leone). E che qualcuno tra loro o tra i firmatari anti-Leoni avrebbe potuto scegliere di essere clemente con la Biennale, che si trova a portare avanti una delle manifestazioni d’arte più importanti del mondo senza un curatore vivo e presente.

Tra gli artisti che si sono sfilati ci sono Chiara Camoni, che rappresenta l’Italia, e l’Austria di Florentina Holzinger (insieme a loro, tra gli altri padiglioni, Spagna, Paesi Nordici, Polonia, Francia e Gran Bretagna). Ma anche il cileno-portoghese Alfredo Jaar che ad “In Minor Keys” presenta un minuscolo cubo opalescente che semplicemente comprime dieci dei minerali più critici; Magdalena Campos-Pons con le sue sculture floreali in vetro e resina o la storica scultrice palestinese Vera Tamari.

Resta invece possibile votare per gli splendidi padiglioni di India, Australia e Canada o per la bravissima scultrice statunitense Kennedy Yanko e per l’altrettanto bravo scultore, pittore, ballerino, artista performativo e professore americano, Nick Cave, che ad “In Minor Keys” presenta un’installazione dolente e poetica piuttosto importante per numero di opere e dimensioni. Ma naturalmente sono molti di più gli artisti della Biennale di Venezia 2026 ancora in lizza per cui valga la pena esprimere il proprio voto.

Biennale di Venezia 2026 | Dopo le polemiche Khaled Sabsabi fonde pittura e videoinstallazione in un nuovo splendido Padiglione Australia

Khaled Sabsabi, conference of one’s self, 2026, Australia Pavilion at La Biennale di Venezia. Photo: Andrea Rossetti. Courtesy the artist and Milani Gallery

"Conference of one's self" il Padiglione Australia di Khaled Sabsabi
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Khaled Sabsabi è il primo artista australiano a rappresentare il proprio Paese e ad esporre contemporaneamente nella mostra principale della Biennale di Venezia da quando quest’ultima venne istituita 133 anni or sono. Di più: se la giuria non si fosse dimessa appena prima dell’inaugurazione di “In minor Keys”, avrebbe persino potuto essere tra i destinatari di uno dei premi (le sue opere sono intense e spettacolari). E pensare che fino a poco più di un anno fa il signor Sabsabi credeva che in laguna il suo lavoro non sarebbe arrivato per niente.

Dopo la nomina, infatti, ci fu un gran polverone intorno alla sua figura, che nel giro di poco tempo portò alla revoca e alla successiva reintegrazione dell’artista di origine libanese. Nel frattempo successe di tutto: Khaled Sabsabi venne accusato di vicinanza all’Islam radicale; la curatrice della Biennale di Venezia 2026, Koyo Kouoh, poco prima di morire improvvisamente per un tumore, lo invitò a partecipare ad “In Minor Keys”; la comunità artistica australiana raccolse firme in sua difesa; una commissione indipendente revocò l’annullamento della sua nomina, scusandosi sia con lui che con il curatore del Padiglione Australia, Michael Dagostino. Tutto ciò mentre il signor Sabsabi lavorava in uno studio prestatogli da un amico a Bangkok (si era trasferito per le dimensioni considerevoli delle installazioni che stava realizzando, ma anche per sfuggire alle polemiche in patria).

A causare questa cascata di eventi fu l’interpretazione frettolosa e superficiale di alcune vecchie opere di Sabsabi: cose che possono succedere in una biennale litigiosa come la 61esima Esposizione internazionale d’Arte.

Nato a Tripoli nel 1965, Khaled Sabsabi fu costretto a rifugiarsi in Australia con la sua famiglia già nel ‘76 (dopo lo scoppio della Guerra Civile Libanese). Nella zona occidentale di Sydney i suoi genitori avevano un negozio specializzato in musica araba e il signor Sabsabi, tra gli anni ’80 e gli anni ’90, cominciò la sua carriera come musicista hip-hop (si esibiva col nome di Pacefender e accompagnò in tournée i Beastie Boys e Ice Cube). Anni dopo avrebbe viaggiato a lungo (soprattutto in Medioriente) per ricongiungersi alle sue radici e approfondire i principi del sufismo. Tutte queste esperienze, dai bombardamenti alla migrazione, dal palcoscenico al campionamento sonoro e soprattutto il misticismo islamico, sarebbero in seguito confluite nella sua opera. Sono anche a Venezia.

Khaled Sabsabi, conference of one’s self, 2026, Australia Pavilion at La Biennale di Venezia. Photo: Andrea Rossetti. Courtesy the artist and Milani Gallery

Simili nei paesaggi sonori che le compongono e nell’aspetto, “Khalil” (“Amico intimo”, attualmente esposta all’Arsenale) e “Conference of one’s self” (il suo Padiglione Australia) sono state descritte dall’artista come due parti dello stesso corpo, due racconti che si completano a vicenda. D’altra parte, entrambe le installazioni presentate alla Biennale sono apparse in sogno al signor Sabsabi: “Khalil” gli si è mostrata mentre era a Roma durante una residenza all’Accademia americana, mentre “Conference of one’s self” è emersa dal suo subconscio durante il periodo di ritiro a Bangkok.

In entrambi i casi si tratta di enormi opere multisensoriali, ottenute attraverso una tecnica laboriosa e complessa che unisce pittura, videoarte e principi di digital design (e questo solo per la parte visiva, cui si aggiunge un’installazione sonora per entrambe e una olfattiva per la sola “Khalil”).

In un’intervista Khaled Sabsabi ha spiegato così il processo con cui ha dato vita a queste opere monumentali (che amplificano l’esperienza che si sperimenta ammirando dei dipinti, rendendola al contempo nuova, inafferrabile e misteriosa): “C'è la tela, ovviamente, il dipinto. E poi il dipinto viene fotografato e proiettato su se stesso. Ma poi, mentre è proiettato su se stesso, prendo i colori primari del dipinto e li vettorializzo uno per uno. E poi inserisco immagini video (una processione in Libano, una partita di calcio in Australia e così via) in questi livelli. Questo è ciò che crea quest'illusione ottica: è reale? Cosa sto vedendo? Sto vedendo la tela o qualcos'altro?

Entrambe le installazioni parlano di un viaggio mistico e pacificatore, del singolo e della collettività, in cerca dell’armonia e della completezza.

Khaled Sabsabi, conference of one’s self, 2026, Australia Pavilion at La Biennale di Venezia. Photo: Andrea Rossetti. Courtesy the artist and Milani Gallery

Composta da otto dipinti su tele di 3 metri per 2 ciascuno, “Conference of one’s self” si ispira al poema allegorico tasawwuf (o sufi) del XII secolo “The Conference of the Birds” (in italiano “La conferenza degli uccelli” o “Il verbo degli uccelli”) del poeta persiano Farid ud-Din Attar, in cui uno stormo di uccelli intraprende un lungo viaggio spirituale alla ricerca del Simurg, il loro re leggendario, per poi scoprire di essere soli e capaci di autogovernarsi.

Oltre a un paesaggio sonoro composto da rumori della quotidianità registrati su nastro analogico, a completare l’installazione è la calligrafia lucida e cangiante che ricopre le pareti nere opache del padiglione e si nota allo spostarsi della luce sulle tele. I caratteri arabi che ricoprono interamente i muri traggono linfa dall’Ilm al-Ḥurūf, la scienza sufi delle lettere e dei numeri: "La scrittura riguarda le dimensioni del misticismo che possono essere usate come amuleti — ha detto Sabsabi — Per me era importante contenerla nel padiglione come una sorta di protezione."

Un particolare delle scritte sui muri del padiglione Khaled Sabsabi, conference of one’s self, 2026, Australia Pavilion at La Biennale di Venezia. Photo: Andrea Rossetti. Courtesy the artist and Milani Gallery

Il Padiglione Australia, così come l’installazione in Arsenale, ha altri riferimenti al sufismo e alla tradizione mistica mediorientale, ma sia “Conference of one’s self” che “Khalil” possono anche essere interpretate in chiave puramente psicologica. Ma, al di là di questo, sono opere splendide capaci di rapire lo spettatore senza neppure che quest’ultimo si debba addentrare nel loro significato.

Sono una festa di colori e forme acquee che si trasformano tanto lentamente da sembrare immobili, mentre pulsanti e mutevoli non smettono di divenire. In particolare “Conference of one’s self” toglie il fiato per la bellezza delle infinite sfumature di blu, rosa e verde che presenta davanti agli occhi del visitatore costretto a girarle intorno. Riesce a richiamare alla mente in un sol colpo le moschee, le vetrate gotiche e i tappeti persiani, ma anche il ciclo delle “Ninfee” conservato all’Orangerie di Parigi (quando un Claude Monet dalla vista incerta, nel tentativo di padroneggiare la caleidoscopica ricchezza di riflessi della luce specchiata dall’acqua, sfiora l’astrattismo senza mai perdere la bussola della rappresentazione), gli espressionisti astratti e gli “Iris” di Van Gogh, oltre a un’infinità di fenomeni naturali.

In definitiva, dopo il Leone d’oro dell’artista aborigeno Archie Moore a “Stranieri Ovunque” due anni fa, l’Australia dà vita ad una nuova straordinaria partecipazione nazionale in laguna: da vedere assolutamente.

Conference of one’s self”, il Padiglione Australia di Khaled Sabsabi, sarà visitabile fino al 22 novembre 2026, come tutta la Biennale di Venezia 2026.

Khaled Sabsabi, conference of one’s self, 2026, Australia Pavilion at La Biennale di Venezia. Photo: Andrea Rossetti. Courtesy the artist and Milani Gallery

L’ingresso del padiglione di ispirazione mediorientale è doppio perchè il visitatore possa scegliere tra l’entrare sul serio o non affrontare l’ignoto e andarsene Khaled Sabsabi, conference of one’s self, 2026, Australia Pavilion at La Biennale di Venezia. Photo: Andrea Rossetti. Courtesy the artist and Milani Gallery

Khaled Sabsabi con il curatore Michael Dagostino Khaled and Michael, Australia Pavilion. Photo by Andrea Rossetti