Superflex: “Vogliamo un nuovo Rinascimento che abbia al centro tutte le specie animali. E non solo gli umani”

installazione superflex firenze

Superflex, "There are other fish in the sea", 2026, Palazzo Strozzi (Firenze). Foto © Artbooms

Intervista a Superflex
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Mentre le ondate di calore flagellano l’Europa arrivando perfino a sciogliere i ghiacciai delle Alpi (con conseguenze sul livello dei mari), l’installazione del collettivo di artisti danesi Superflex, “There Are Other Fish In The Sea”, pensata per il cortile di Palazzo Strozzi a Firenze, e il loro “Manifesto architettonico interspecie” appaiono decisamente d’attualità. Se non addirittura premonitori.

Artbooms ha parlato con Superflex di entrambi.

Molti artisti hanno affrontato il tema dei cambiamenti climatici, della salute dei mari e del nostro rapporto con la Natura e gli altri animali; alcuni hanno ideato sculture nate per vivere sott’acqua, mentre altri hanno collaborato con gli scienziati. Il modo di reinventare l’ambiente urbano e l’architettura in chiave ecologica ha radici nel passato, il legame tra città e altri animali è stato teorizzato tra gli anni ’30 e gli anni ’90 del secolo scorso, e il mito dell’artista-esploratore ha vissuto il suo periodo di gloria già nel Romanticismo (tra la fine del ‘700 e la prima metà dell’800). Eppure, forse nessuno prima ha saputo restituire insieme tutti questi argomenti con un mix di ironia e pragmatismo, leggerezza e serietà, come Superflex. Tanto da arrivare a creare un “Manifesto architettonico interspecie” da affiancare alle loro opere d’arte e a includere i pesci nel loro collettivo.

SUPERFLEX As Close As We Get 2022 Photo: SUPERFLEX

Fondato a Copenaghen nel 1993 da Jakob Fenger, Rasmus Rosengren Nielsen e Bjørnstjerne Christiansen, Superflex, durante alcuni progetti, diventa un gruppo davvero numeroso, ma fino a poco tempo fa era composto sempre e solo da umani. Adesso le cose sono cambiate.

Prima dell’inaugurazione dell’installazione “There Are Other Fish In The Sea” a Palazzo Strozzi, il signor Christiansen mi ha detto: “Superflex è un collettivo composto da tre persone, quindi abbiamo sin dall’inizio deciso di non lavorare secondo una prospettiva individuale; abbiamo lavorato a progetti come quello dei parchi che coinvolgevano le comunità cittadine; in altri numerosi interventi abbiamo collaborato con degli specialisti di specifici settori. Quindi, ci è sembrato naturale estendere quest’esperienza ad altre specie”.

Tutto è cominciato nel 2018, quando Superflex ha avviato una collaborazione per affrontare la crisi ambientale che potrebbe scaturire dall’innalzamento del livello dei mari. Hanno condotto spedizioni subacquee in una piccola isola del Pacifico appartenente a Tonga (nel cuore della Polinesia), insieme a biologi marini ed esperti di comportamento ittico (l’isoletta era appena emersa ed era il luogo ideale per osservare come la vita microscopica e i coralli stavano decidendo di colonizzare la roccia vulcanica). Da quel momento hanno cominciato a testare materiali su materiali (dalla schiuma di alluminio alla ceramica di cemento) per individuare quelli che si adattassero meglio alle esigenze degli organismi che popolano i fondali. Hanno fatto poi molti esperimenti sulle forme e i colori più adatti a raggiungere l’obiettivo.

Ma immergersi è stata una parte fondamentale del progetto, perché erano determinati ad affrontare le cose dal punto di vista di un pesce. In un’intervista condotta dal Direttore Generale della Fondazione Palazzo Strozzi, Arturo Galansino, e pubblicata sul catalogo edito in occasione dell’intervento di arte pubblica nel cortile dell’edificio rinascimentale, hanno spiegato: “Il mare può fare paura; si può annegare. Ma succede qualcosa quando sei nell’acqua e ti lasci andare. Scopri di poter resistere molto più a lungo di quanto pensassi. Questa capacità di abbandonarsi a un elemento sconosciuto è, credo, la lezione più profonda”.

Ne è nata una serie di opere, tra cui l’installazione a Palazzo Strozzi (quest’ultima si basa su otto colonne composte da più elementi, che si specchiano sull’acqua, parte della serie in corso “As Close As We Get”), ma anche interventi eseguiti direttamente nell’ambiente sottomarino: nel 2022 hanno installato delle sculture composte da vari moduli nel Porto di Copenaghen, anche se il loro progetto più ambizioso è “Super Reef”, che mira a ricostruire ben 55 chilometri di barriera corallina rocciosa distrutta dalla pesca a strascico nei mari danesi.

Tuttavia il “Manifesto architettonico interspecie”, che mette in fila una serie di assiomi basati su verità osservate sperimentalmente, è uno degli interventi più dirompenti sull’argomento.

Volevamo discostarci dalla prospettiva umana e focalizzare l’attenzione sulle esigenze e sui bisogni degli altri - mi spiega Christiansen - Devo dire che l’essere umano è andato un po’ oltre con questo concentrarsi unicamente su se stesso, senza considerare il ruolo di tutte le altre specie”.

Superflex, "There are other fish in the sea", 2026, Palazzo Strozzi (Firenze). Foto © Artbooms

Gli artisti di Superflex non sono i primi ad affrontare l’argomento; il loro manifesto corona, anzi, un dibattito post-umanista di lunga data: “Nella nostra società c’è un grande movimento di gente che vuole ritornare a capire la natura e ad interagire con essa in modo consapevole. E diciamo che noi facciamo parte di questo”.

Infatti da anni ormai architetti e urbanisti stanno cercando di imparare a progettare con e per le altre specie: ne sono un esempio il celebre Monarch Sanctuary di New York (un intero grattacielo-rifugio per salvare le farfalle monarca dall'estinzione) e le avanguardie urbanistiche di Berlino (che hanno saputo integrare la fauna selvatica nella pianificazione dei quartieri), fino ai percorsi olfattivi per il benessere dei cani. Ma Superflex, dal suo punto di osservazione privilegiato (al crocevia tra arte, scienza e progettazione), oltre a includere i pesci nella questione, ha introdotto sfumature distopiche, ironicamente post-apocalittiche ed emotivamente cariche nella discussione.

Superflex, "There are other fish in the sea", 2026, Palazzo Strozzi (Firenze). Foto © Artbooms

Composto da otto punti, il “Manifesto architettonico interspecie” si propone di ripensare la città, ma anche il modo di costruire in generale: “Pratica collettiva estesa: Invitando piante, animali e corsi d'acqua a partecipare a collaborazioni collettive, possiamo progredire in modo sostenibile come pari dal punto di vista ecologico. La pratica di plasmare il nostro ambiente dovrebbe tenere conto delle esigenze e delle preferenze delle altre specie.

Ma come fare? Il signor Christiansen, con ancora più verve del solito, ha spiegato: “Palazzo Strozzi è un simbolo del Rinascimento e del genio che c’era allora anche nell’architettura. Lavorando qui non abbiamo potuto non pensare a come trasformare questo passato in qualcosa di nuovo. Nel manifesto, ad esempio, si dice che l’angolo retto è l’angolo sbagliato. Perché noi siamo abituati a stare in spazi simili a scatole che si dividono a seconda di chi ne fa uso: questo spazio è mio e questo spazio è tuo. Ma questo non esiste in natura! In natura ci sono anfratti, fessure, buchi e superfici sfaccettate. Le superfici che privilegiamo sono piatte e impediscono agli altri animali di usarle per arrampicarsi o per nidificare”.

Superflex riunisce in questo manifesto altre regole, a momenti fantasiose o apparentemente controintuitive, come “Dì no alla gravità: Gli esseri umani sono ancorati alla superficie del pianeta, ma altre specie hanno un rapporto diverso con la gravità. Dovremmo costruire strutture che possano funzionare come luoghi d’incontro per creature che si muovono in altri modi, per esempio nuotando, galleggiando, strisciando e volando”; a momenti semplicemente lucide, come quando suggeriscono di rendere le città più silenziose per evitare di disturbare la fauna esterna e interna alle città.

C’è anche il rosa, un colore che il collettivo danese predilige da ben prima di scoprire che è particolarmente attrattivo per le forme di vita sottomarine. Quando chiedo a Bjørnstjerne Christiansen cosa pensi dell’abbinamento della loro installazione con la mostra dedicata a Mark Rothko (“Rothko a Firenze”, fino al 23 agosto 2026), mi dice è avvenuta casualmente e che ne sono stati contenti. Poi aggiunge: “Sta a lei fare dei collegamenti”. Nell’immediato suppongo si riferisca alle trasparenze, ma soprattutto al rosa che l’espressionista astratto statunitense usava frequentemente (spesso per dare profondità o ancora più intensità ad altri colori).

Superflex, "There are other fish in the sea", 2026, Palazzo Strozzi (Firenze). Foto © Artbooms

L’installazione per il cortile di Palazzo Strozzi è stata sviluppata in tre anni (tutto è stato attentamente calibrato dall’altezza massima delle colonne, che fa riferimento al livello dell’acqua durante l’alluvione di Firenze, di cui a novembre ricorrerà il sessantennale, alla tutela dell’edificio, all’effetto sui visitatori dai molteplici punti d’osservazione), ma l’idea al collettivo danese è venuta in un istante: “Siamo stati qui tre anni fa per la prima volta e l’idea è stata immediata. Cioè il concetto su cui si basa il lavoro. L’ispirazione era il cortile stesso: una piazza circondata da colonne. Volevamo creare una comunicazione tra il pensiero del Rinascimento e una prospettiva diversa, attuale”.

There Are Other Fish In The Sea” è anche un’opera pubblica installata nei mesi di maggior afflusso turistico per la città toscana: “Il fatto che l’opera si trovi in una piazza aperta al pubblico fa sì che spesso le persone prendano questo cortile come scorciatoia, anziché fare l’intero giro del palazzo. Ma poi si trovano a guardare qualcosa di inaspettato e si fermano a pensare al suo significato”.

Sono i momenti più belli della vita - conclude - Quando ti confronti con qualcosa di inaspettato”.

Bjørnstjerne Christiansen mentre parla ai giornalisti delle reti televisive

Mentre mi alzo per salutare mi accorgo che vicino a Christiansen si è seduto, chissà quanto tempo prima, anche Jakob Fenger. È proprio accanto all’amico e ha l’aria di chi non ha perso una parola della conversazione, pur non avendo aperto bocca. Ha un’espressione indecifrabile; d’altra parte è l’anima più politica del gruppo. In seguito, in conferenza stampa, dichiarerà: “Viviamo da sempre con una visione antropocentrica del mondo: quell'immagine dell'Uomo Vitruviano al centro di un cerchio. Noi vogliamo espandere un po' quel cerchio e includere anche altre specie.”

Realizzata per il cuore dell’edificio rinascimentale, “There Are Other Fish In The Sea” di Superflex resterà nel cortile di Palazzo Strozzi ancora per meno di un mese (fino al 2 agosto 2026). Ma la si potrà vedere di nuovo all’inaugurazione ufficiale della Kunsthal Spritten (ad Aalborg, in Danimarca), nel 2027.

Superflex, "There are other fish in the sea", 2026, Palazzo Strozzi (Firenze). Foto © Artbooms

Toshihiko Shibuya in un’intervista mette in discussione l’idea che la sua opera sia "molto giapponese” e racconta una favola Ainu

Toshihiko Shibuya nel suo studio. All images courtesy the artist ©Toshihiko Shibuya

Toshihiko Shibuya intervista

L’isola di Hokkaido è la più settentrionale dell’arcipelago giapponese e malgrado sia piuttosto vasta la sua popolazione è circa un terzo di quella della sola Tokio. Ci sono culture agricole, stabilimenti produttivi e città, certo, ma soprattutto foreste che coprono il 71 per cento del territorio. Una natura rigogliosa e aspra di cui si prende coscienza digitandone il nome su internet: il motore di ricerca, infatti, restituisce soprattutto immagini di alberi, boschi, coste alte su cui si infrangono le onde dell’oceano e naturalmente neve. Tanta neve.

Nato a Muroran nel 1960, l’artista Toshihiko Shibuya che fin dall’infanzia abita a Sapporo (la città più grande del Giappone del nord con quasi due milioni di abitanti, dove pure il verde è tenuto in grande considerazione) ad Hokkaido ha trascorso la vita. Non stupisce quindi che la sua opera rifletta il particolare paesaggio di questa terra posta a poche miglia nautiche dal confine russo, e anche qualche singolarità culturale (Hokkaido è l’isola degli indigeni Ainu). Tempo fa il signor Shibuya, commentando il successo della sua serie di installazioni “Snow Pallet” (la ripropone in forme e contesti diversi tutti gli inverni da oltre 15 anni), ha detto: “Mi ha stupito che così tanti giornalisti, originari di luoghi diversi nel mondo, abbiano trovato l’opera ‘molto giapponese’. Io non credo che lo sia, penso abbia profondamente a che fare con la sola Hokkaido”. Per questo legame con il territorio è stato anche premiato dal governo dell’isola.

Il signor Shibuya mi tiene informata sul suo lavoro da alcuni anni a questa parte. Ogni tanto mi manda anche delle cartoline postali con immagini delle sue opere, che mi lasciano sempre esterrefatta per la bellezza composta, drammatica e gioiosa che emanano. Una volta ne ho mostrata una ad un amico artista che usa prevalentemente la pittura, mi ha detto: “Che meraviglia: è molto bravo, la sua opera è così giapponese!

L’immagine di un edizione di “Snow Pallet”

Il Signor Shibuya invece non dipinge. Il suo lavoro, volto a cercare di sottolineare la bellezza delle nevicate o del proliferare della vita nel sottobosco interferendo il meno possibile con il reale, si compone principalmente di installazioni (la serie “Snow Pallet” e la serie “Generation” sono i pilastri della sua attività artistica), cui si aggiungono fotografie che documentano momenti effimeri di vita naturale (i semi che si staccano dai soffioni e prendono il volo; la neve accumulata sui supporti che formano “Snow Pallet” ecc.), ma anche teche in cui conserva reperti del paesaggio cui allude costantemente (come rocce o semi). Tuttavia questo è il risultato di una lunga carriera, di come è cominciata e di tante altre cose abbiamo parlato in un’intervista che Toshihiko Shibuya ha rilasciato ad Artbooms in occasione di un periodo di attività espositiva piuttosto intensa.

Shibuya colloca le piattaforme che compongono la sua famosa installazione scultorea invernale

Cosa facevano i tuoi genitori?

Mio padre era ferroviere e mia madre lavorava per un giornale locale a Muroran.

Sei nato a Mururan: sono quei paesaggi che ritornano nei tuoi ricordi d’infanzia?

Muroran non è più la stessa dopo la riduzione delle dimensioni dei suoi due principali stabilimenti siderurgici e dopo che il suo ruolo di porto per il trasporto del carbone è stato drasticamente ridimensionato. Ma Muroran è pur sempre una ‘città d'acciaio’. Quando sono nato negli anni '60, era al suo apice. Di quella vitalità, ora non rimane quasi traccia. In futuro però, la città passerà alla ‘neutralità carbonica’, quindi produrrà energia eolica offshore e svilupperà quella a idrogeno: un nuovo inizio, insomma, che potrebbe farla rinascere.

Ma ciò che mi affascina è la bellezza della topografia di questa penisola. Il porto di Muroran si è sviluppato come un buon porto perché il territorio era adatto allo scopo. Il litorale della costa esterna della penisola, Pirokanoka Etomo, fino alla spiaggia Tokkarisho, è affascinante. Questi punti di vista non sono cambiati e sono vividi nei miei ricordi d'infanzia. La mia famiglia, mio padre, mia madre e io, ricordiamo che ogni fine settimana salivamo in cima al monte Sokuryo-zan e pranzavamo lì. La vista a 180 gradi dell'orizzonte da Capo Chikyu non è cambiata dai tempi antichi. Nomi di luoghi come Pirokanoka, Tokkarisho, Chikyu, Muroran e Sapporo" derivano tutti dalla lingua degli Ainu, la popolazione indigena di Hokkaido.

La cultura Ainu ha influenzato il tuo lavoro?

La popolazione indigena Ainu viveva nella parte settentrionale dell'arcipelago giapponese, principalmente nella zona di Hokkaido. Si dice che gli Ainu sia siano stabiliti sull’isola già tra il IX e il XIII secolo. Sono un popolo con una lunga storia e cultura. Gli Ainu hanno un sistema linguistico diverso dal giapponese e hanno credenze e una cultura spirituale proprie e uniche, ad esempio, la venerazione di varie creature e fenomeni che circondano gli esseri umani, come ‘Kamuy/Dei’. Però non hanno una lingua scritta e hanno tramandato la loro storia oralmente. Ma ho fatto delle ricerche sul loro folklore, mi interessavano il tema dell'inverno e della neve e alla fine ho trovato una storia. Il titolo è ‘Spalare la neve sopra le nuvole’. La favola è questa: "Un vecchio dai capelli bianchi, seduto su una nuvola, rovesciò la neve a terra con una pala, distruggendo le case del popolo Ainu. Era felice di vedere le persone soffrire da sopra le nuvole. Poi, all'improvviso, un giovane apparve e gli disse: ‘Penso che tu sia stanco, quindi dammi la tua pala. Spalerò io la neve per te.’ Fece finta di spalare la neve con la pala che gli era stata data, ma finì per uccidere il vecchio con essa. Il vecchio morente pensò: ‘Sarò punito per aver causato problemi alla gente facendo nevicare abbondantemente’. Questa è la storia. Sebbene il mio ‘Snow Pallet’ non rifletta direttamente il folklore Ainu, come mostrano i dati annuali, le nevicate sono sempre più irregolari. Questo ci fa capire che le condizioni meteorologiche anomale che si stanno verificando in questo momento in tutto il mondo non sono frutto dell'inganno di un vecchio dai capelli grigi su una nuvola, ma un disastro provocato da noi stessi.

Qualche anno fa Toshihiko Shibuya mentre parla del suo lavoro in pubblico

Quando ti sei trasferito a Sapporo?

Mi sono trasferito a Sapporo prima di iniziare la scuola elementare, ma conservo ancora vividi ricordi del paesaggio di Muroran.

Recentemente hai anche fatto una mostra lì

Si, all'ex scuola elementare Etomo, che negli anni passati ha visto un continuo calo del numero di studenti. Alla fine il 31 marzo 2015 ha chiuso dopo 122 anni di storia. Dopo di che, come politica della città di Muroran, l'’edificio delle aule’ dei due edifici scolastici circolari è stato preservato. Ma non era lo stesso per l'’edificio della palestra’, che presentava problemi di resistenza antisismica, e doveva essere demolito. Nel settembre 2019, il consiglio comunale aveva anche approvato i costi della demolizione. Il grande valore dell'ex scuola elementare Etomo è che i due edifici che la compongono formano una coppia, in Giappone esistono solo due scuole di questo tipo. Nella speranza di salvare entrambi gli edifici, dei gruppi di cittadini hanno cominciato a mobilitarsi ed a raccogliere firme. Nel novembre 2019 sono stati raccolti più di 10 milioni di yen tramite crowdfunding per il progetto di utilizzo dell'ex scuola elementare Etomo. La città di Muroran ha ritirato il piano di demolizione e nel gennaio 2020 ha deciso di vendere l'edificio alla Muroran 100th Anniversary Building Preservation and Utilization Association. Sono stati eseguiti dei lavori di restauro, poi, nell'aprile 2022, i due edifici sono stati aperti al pubblico, insieme a una mostra sul periodo Jomon al primo piano dell'edificio scolastico. Per questa mostra gli organizzatori mi hanno messo a disposizione l'aula di musica, una delle aule circolari. Sovrapponendo la forma del pavimento del locale ad una mappa del distretto ovest di Muroran, ho immaginato l'installazione come un monte chiamato ‘Sokuryozan’ con le sei torri televisive che si ergono sulla cima, i luoghi caratteristici della penisola, le stazioni e gli altri nodi cittadini attraverso una disposizione di oggetti astratti. L’idea era quella di creare un’opera che immaginasse e propiziasse il futuro della città. Desidero fortemente che la città torni a splendere in futuro.

Quando ti sei innamorato dell'arte? E a quando risalgono i tuoi primi esperimenti?

Quando ero alle elementari volevo diventare architetto.

Hai studiato arte?

Ho iniziato a studiare disegno presso un istituto d'arte al terzo anno di liceo. Dopo il diploma di scuola superiore, ho studiato le basi dell'arte e del design in un istituto d'arte per due anni, e poi sono entrato in un'università d'arte a Tokyo. Tuttavia, non riuscivo a decidere cosa volevo creare e con quali materiali, tra pittura a olio, pittura giapponese, scultura, ecc., quindi ho continuato con la specializzazione in design, dove potevo imparare una varietà di cose con una mente libera.

Hai insegnato design: quanto pensi che questo abbia influenzato il tuo lavoro?

Per coincidenza, il mio professore all'università era un artista contemporaneo. La sua influenza mi ha portato a esplorare la libertà espressiva oltre ai materiali più vari. Dopo la laurea ho lavorato nel settore della moda ,sia nel design dei modelli che nei display spaziali utilizzando tessuti. Ho poi iniziato la mia carriera di artista mentre lavoravo come docente presso un istituto di ricerca artistica. Ho tenuto la mia prima mostra personale a Tokyo, con installazioni di rilievi murali. Ho poi continuato a creare stampe originali per oltre 10 anni. Ho continuato a sperimentare e ad allontanarmi dai media bidimensionali, ed è così che sono arrivato dove sono oggi. Scelgo vari materiali in base alle mie esigenze. Attualmente sono preside di una scuola d'arte. L'anno prossimo festeggerò 40 anni di attività come artista.

un’immagine dei black box della white collection

Quali sono gli artisti o i movimenti che sono stati fonte d’ispirazione per te?

Tra gli artisti contemporanei che hanno modellato la loro opera sulla base della storia dell’arte europea e americana amo Dani Caravan, Mark Rothko, Christo e Jeanne-Claude, oltre ai due architetti agli antipodi Frank Gehry e Tadao Ando. Ma non mi piacciono di meno anche lo scultore di pietra Isamu Noguchi (americano di origine giapponese), lo scultore del ferro Richard Serra. E poi: Lee U-fan (coreano residente in Giappone), Shigemori Mirei (giardiniere paesaggista giapponese); gli artisti Rinpa giapponesi (periodo Azuchi-Momoyama-Edo) come Tawaraya Sotatsu, Ogata Korin, Sakai Hoitsu, Suzuki Kiitsu, e i pittori della scuola Kano (giapponese). Poi guardo all’Arte gotica medievale europea, all’arte religiosa (prima del Rinascimento), ecc. Sebbene la gamma sia ampia, ognuna di esse è spirituale o decorativa, al contrario la cultura tradizionale giapponese valorizza la forma e la spiritualità contemporaneamente (santuari e templi, sculture buddiste, cerimonia del tè, ecc.). Tuttavia, mi piace anche la Pop Art di Andy Warhol.

So che hai visitato l’Italia: cosa ti ha colpito di più?

Ho viaggiato in Italia nel 2011. Quando gli italiani hanno scoperto che sono giapponese, mi hanno espresso il loro dolore per le numerose persone che hanno perso la vita nel terribile terremoto e nello tsunami di Tōhoku. Hanno anche pregato per una completa guarigione del mio Paese. Ma il mio ricordo migliore è la storia culturale che ho avuto occasione d’ammirare. Visitare la Galleria degli Uffizi è stato particolarmente memorabile. È stata un'esperienza preziosa poter ammirare dal vivo numerose opere d'arte. Ho visitato Roma, il Vaticano, Firenze, Venezia e Milano. Sono rimasto sopraffatto dagli antichi edifici in pietra. Ogni città aveva una personalità distinta, e io sentivo la loro identità come città-stato. Vorrei soprattutto visitare di nuovo Firenze.

Trovo che ultimamente il tuo lavoro cerchi una connessione più stretta con la cultura tradizionale giapponese. Pensi che io abbia ragione?

“Snow Pallet” ha il suo cuore ad Hokkaido, la terra settentrionale del Giappone, un'isola innevata che è stata sviluppata tardivamente (500 anni di storia dello sviluppo). Quando ho associato le problematiche ambientali all'arte, ho capito che era necessaria una nuova forma espressiva che avesse come spina dorsale la cultura tradizionale giapponese.

Forse le possibilità dell'arte digitale sono infinite, non è vero? Penso che tutta l'arte analogica immaginabile fino ad oggi invece sia stata esaurita. Con questo in mente mi concentro sulla creazione di un'atmosfera che può essere percepita solo in un determinato luogo, eliminando il più possibile gli sprechi e collocando in modo raffinato sculture fatte per essere assorbite dall’ambiente circostante (sia all'interno che all'esterno). Penso che in futuro non sarò più in grado di creare opere d'arte di grandi dimensioni, ma mi piacerebbe continuare a fare lavori originali come artista ambientale.

Mi stai dicendo che intendi provare a cimentarti con l’arte digitale?

No! Avevo previsto che l'arte digitale si sarebbe sviluppata insieme alla tecnologia, ma questo non rientra nel mio ambito espressivo. Saranno gli artisti delle generazioni più giovani a usarla. E poi credo che attualmente esista molta arte digitale di grande impatto specificatamente legata a questa tecnologia, ma ritengo anche che siano pochissime le opere di alto livello che combinano la spiritualità all’innovazione scientifica.

la neve si scioglie su uno dei supporti di Snow Pallet

Una delicata installazione in mezzo alla natura del sottobosco rigoglioso della seriee “Generation”

La mostra a Muroran nell’aula di musica dell’ex-scuola elementare Etomo

Di nuovo uno Black Box della White Collection

Un’installazione di Shibuya nella metropolitana di Tokio