Last Supper in Pompeii: l'ultima cena dei pompeiani all'Ashmoleum Museum di Oxford tra ghiri arrosto, cucine sporche e incredibili opere d'arte

Monochrome mosaic panel of a skeleton holding two wine jugs, AD 1–50. Pompeii, House of the Vestals (91 x 70 cm). Museo Archeologico Nazionale di Napoli

Monochrome mosaic panel of a skeleton holding two wine jugs, AD 1–50. Pompeii, House of the Vestals (91 x 70 cm). Museo Archeologico Nazionale di Napoli

“Lo scheletro coppiere” è un mosaico, che rappresenta, appunto, uno scheletro con la testa tonda, un’espressione ingenua e divertita, che regge due anfore da vino. Assomiglia molto a Jack Skellington (il protagonista di "Nightmare Before Christmas" di Tim Burton) ma richiama anche altre figure ugualmente poco in carne dei cartoni animati. Lui però nasce molto prima di tutte questi personaggi. Datato tra l’1 e il 50 dopo Cristo, vene dalla Casa delle Vestali di Pompei e nonostante l’età avanzata mantiene la sua, come dire, vivacità e ultimamente è persino volato ad Oxford. Per spiegare agli inglesi cosa mangiavano gli antichi romani.

E non è l’unico, ci sono cibi in ceramica e colini da cucina, sculture e affreschi a tema gastronomico. Sono oltre 300 i tesori che hanno lasciato la canicola della calda estate italiana per animare la grande mostra “Last Supper in Pompeii” (L’ultima cena a Pompei) allestita all’ Ashmolean Museum of Art and Archaeology di Oxford (fino al 12 gennaio 2020). Alcuni tra questi preziosi reperti non avevano mai varcato le Alpi.

"È un enorme privilegio poter mostrare questi straordinari tesori, molti per la prima volta nel Regno Unito- ha detto il Direttore dell'Ashmolean Dr Xa Sturgis- La generosità dei finanziatori lo ha reso possibile, in particolare il Parco Archeologico di Pompei, il Museo Archeologico Nazionale di Napoli e il Parco Archeologico di Paestum che ci hanno prestato oggetti notevoli e preziosi. "Last Supper in Pompei"i permette uno sguardo delizioso sul mondo di Pompei e della Gran Bretagna romana, dalle cucine sporche, negozi e bar, ai banchetti del triclinio. Nella cultura odierna così ossessionata dal cibo, non credo esista un argomento migliore per aiutarci a stabilire una connessione con le persone del mondo antico. "

Tutta incentrata sul cibo, la mostra spazia dalle ricette agli ingredienti che i pompeiani usavano per prepararle (da che paesi provenivano e dove li esportavano), fino alle cucine e agli attrezzi che venivano usati. E poi i magazzini, i bar e le trattorie dell’epoca. Il quadro che ne esce è ricco di particolari curiosi per la sensibilità moderna. Le cucine, ad esempio, per quanto fosse spaziosa l’abitazione in cui erano collocate, all’epoca erano sempre stanze buie, piccole e sporche. All’interno c’era persino una latrina. Gli utensili, invece, nel tempo non sono cambiati un granché: vaporiere, scolapasta, stampi a forma di animali, teglie da forno, mortai e pestelli. Senza dimenticare i forni portatili.

Ma cosa mangiavano i pompeiani? Oltre ai classici della dieta mediterranea arrivati fino ai giorni nostri (olive, noci, legumi e verdura, frutta e pesce) pare che non disdegnassero il ghiro e alcune specie di uccelli canori.

La mostra “Last Supper in Pompeii” all’Ashmolean Museum è sostenuta da Intesa Sanpaolo. "La collaborazione, che perdura da diversi anni- ha spiegato il dirigente della banca, Stefano Lucchini- con la Oxford University, un'istituzione riconosciuta tra le migliori al mondo nel campo della ricerca e della formazione, rappresenta per Intesa Sanpaolo una delle partnership più qualificanti.. Grazie ad essa, Intesa Sanpaolo e i suoi manager - così come giovani studenti meritevoli - hanno la possibilità di accrescere le proprie competenze in un luogo storicamente consacrato alla conoscenza e all'approfondimento.. Un legame che oggi si arricchisce di un nuovo significato con il nostro sostegno a una mostra che racconta la vita quotidiana degli antichi Romani e offre un notevole contributo scientifico alla diffusione della storia e della cultura italiana, a partire da scoperte archeologiche anche recenti."

Terracotta votive food: pomegranates (open and closed); grapes; figs; almonds; cheeses; focaccia; honeycomb; mold; long bread, 360 BC. Tomb 11, Contrada Vecchia, Agropoli. Parco Archeologico Di Paestum

Terracotta votive food: pomegranates (open and closed); grapes; figs; almonds; cheeses; focaccia; honeycomb; mold; long bread, 360 BC. Tomb 11, Contrada Vecchia, Agropoli. Parco Archeologico Di Paestum

Polychrome mosaic emblema (panel) showing fish and sea creatures, 100–1 BC. Pompeii, House of the Geometric Mosaics (103 x 103 cm). Museo Archeologico Nazionale di Napoli

Polychrome mosaic emblema (panel) showing fish and sea creatures, 100–1 BC. Pompeii, House of the Geometric Mosaics (103 x 103 cm). Museo Archeologico Nazionale di Napoli

Bronze strainer, 500–300 BC (25.5 cm long, diameter 12.5 cm) Findspot unknown. Ashmolean Museum, University of Oxford,

Bronze strainer, 500–300 BC (25.5 cm long, diameter 12.5 cm) Findspot unknown. Ashmolean Museum, University of Oxford,

Still life wall panel fresco showing a cockerel pecking at figs, pears and pomegranates, AD 45–79. Pompeii, House of the Chaste Lovers (55 x 52 cm). Parco Archeologico di Pompeii

Still life wall panel fresco showing a cockerel pecking at figs, pears and pomegranates, AD 45–79. Pompeii, House of the Chaste Lovers (55 x 52 cm). Parco Archeologico di Pompeii

Gilded silver cups decorated with repoussé olive, vine and myrtle sprays (left to right), 50 BC–AD 150. Ashmolean Museum, University of Oxford

Gilded silver cups decorated with repoussé olive, vine and myrtle sprays (left to right), 50 BC–AD 150. Ashmolean Museum, University of Oxford

Fresco wall panel showing the distribution of bread, AD 40–79. Pompeii, House of the Baker (69 x 60 cm). Museo Archeologico Nazionale di Napoli

Fresco wall panel showing the distribution of bread, AD 40–79. Pompeii, House of the Baker (69 x 60 cm). Museo Archeologico Nazionale di Napoli

Rhyton (drinking or pouring vessel) in the form of a cockerel, AD 1–79. Pompeii, House of the Venus in a bikini (31.5 x 34.5 cm). Parco Archeologico di Pompeii

Rhyton (drinking or pouring vessel) in the form of a cockerel, AD 1–79. Pompeii, House of the Venus in a bikini (31.5 x 34.5 cm). Parco Archeologico di Pompeii

Still life wall panel fresco showing a rabbit nibbling at figs, AD 40–79. Pompeii (35 x 42 cm). Museo Archeologico Nazionale di Napoli

Still life wall panel fresco showing a rabbit nibbling at figs, AD 40–79. Pompeii (35 x 42 cm). Museo Archeologico Nazionale di Napoli

Marble fountain figure of a seated cupid wearing an animal skin filled with fruit, with traces of polychromy surviving, 50 BC–AD 50. Pompeii (26 x 21 cm). Parco Archeologico di Pompeii

Marble fountain figure of a seated cupid wearing an animal skin filled with fruit, with traces of polychromy surviving, 50 BC–AD 50. Pompeii (26 x 21 cm). Parco Archeologico di Pompeii

Blue glass cup with white speckles, 50 BC–AD 50. Pompeii (6.2 x 9.4 cm diameter). Parco Archeologico di Pompeii

Blue glass cup with white speckles, 50 BC–AD 50. Pompeii (6.2 x 9.4 cm diameter). Parco Archeologico di Pompeii

Marble statue of Bacchus with a panther, AD 50–150. From the ruins of a temple in Piacenza, Emilia-Romagna (180 x 64 x 38 cm). Museo Archeologico Nazionale di Napoli

Marble statue of Bacchus with a panther, AD 50–150. From the ruins of a temple in Piacenza, Emilia-Romagna (180 x 64 x 38 cm). Museo Archeologico Nazionale di Napoli

Daniel Steegmann Mangrané porta la foresta pluviale brasiliana all' Hangar Bicocca

Daniel Steegmann Mangrané, A Transparent Leaf Instead Of The Mouth,, 2016-17; Vetro, metallo, ecosistema con insetti stecco e insetti foglia. Veduta dell’installazione: Fundação de Serralves, Porto, 2017. Courtesy dell’artista e Esther Schipper, Berlin. Foto: Andrea Rossetti

Daniel Steegmann Mangrané, A Transparent Leaf Instead Of The Mouth,, 2016-17; Vetro, metallo, ecosistema con insetti stecco e insetti foglia. Veduta dell’installazione: Fundação de Serralves, Porto, 2017. Courtesy dell’artista e Esther Schipper, Berlin. Foto: Andrea Rossetti

Nato a Barcellona, Daniel Steegmann Mangrané vive in Brasile dal 2004. L’insetto stecco è il suo motivo ricorrente. E la foresta pluviale è il suo strumento di lavoro, il suo studio, il suo fornitore di materiale, la sua musa ispiratrice e la sua ossessione. Al centro dell’opera dell’artista spagnolo per la concentrazione di biodiversità e per l’impressionante ridimensionamento a cui è stata costretta (ad oggi resta solo il 7% dell’originale!).

Steegmann Mangrané la rievoca in tutte le mostre, sia portando piante tropicali autoctone negli spazi espositivi, sia ricreandola con la realtà virtuale o attraverso degli ologrammi.

Le barriere delle nuove tecnologie a cui l’arte guarda con attrazione e repulsione da parecchi anni a questa parte, ultimamente infatti, sembrano essesi rotte. Così visori, schermi, insieme a proiezioni pixelate di vario genere si sono riversate alla Biennale di Venezia 2019 e nei musei.

Dal 12 settembre tocca al Pirelli HangarBicocca di Milano, con "A Leaf-Shaped Animal Draws The Hand" (a cura di Lucia Aspesi e Fiammetta Griccioli) prima personale, appunto, di Daniel Steegmann Mangrané in Italia.

La mostra, definita dallo stesso artista come il “il mio più grande spettacolo fino ad oggi", si preannuncia ad alto tasso tecnologico. Basti pensare che per l’occasione Steegmann Mangrané ha realizzato un’installazione site-specific per sottolineare il passaggio da esperienze materiali (ad esempio, "A Transparent Leaf Instead Of The Mouth", che poi è un terrario con tanto di piante e insetti stecco) a situazioni immateriali (tra le altre: a ricostruzione della giungla in realtà virtuale di "Phantom (Kingdom of all the animals and all the beasts in my name)".

Guardando le opere dell’artista non bisogna, tuttavia, fare l’errore di pensare alle sue installazioni simulate come a una forma d’intrattenimento. Per Steegmann Mangrané, infatti, realtà vituale e ologrammi sono un mezzo per conciliare la sua passione per le geometrie rigorose con il caotico disordine della natura, ma soprattutto il sistema per farci mettere in discussione il modo in cui percepiamo il mondo e il nostro rapporto con lo spazio ( nella già citata “Phantom”, ad esempio, il visitatore si sente immerso nella foresta ma non può vedere le sue mani , i suoi piedi, se stesso che cerca di muoversi e interagire con l’ambiente).

"A Leaf-Shaped Animal Draws The Hand" di Daniel Steegmann Mangrané permetterà di visitare angoli di vera foresta pluviale e interi scorci della sua versione virtuale senza uscire dal Pirelli HangarBicocca fino al 12 gennaio 2020.

Daniel Steegmann Mangrané, A Transparent Leaf Instead Of The Mouth,, 2016-17 (dettaglio). Vetro, metallo, ecosistema con insetti stecco e insetti foglia. Courtesy dell’artista e Esther Schipper, Berlino. Foto: Matt Grub

Daniel Steegmann Mangrané, A Transparent Leaf Instead Of The Mouth,, 2016-17 (dettaglio). Vetro, metallo, ecosistema con insetti stecco e insetti foglia. Courtesy dell’artista e Esther Schipper, Berlino. Foto: Matt Grub

Daniel Steegmann Mangrané, Orange Oranges 2 (Medium Lemon/ Summer Blue), 2004; Struttura modulare in acciaio, filtro fotografico, tessuto di seta indiana, sgabelli, tavolo, coltelli, spremiagrumi, bicchieri, arance fresche. Veduta dell’ installazione: CRAC Alsace Centre Rhénan d'Art Contemporain, Altkirch, 2014. Courtesy dell’artista e Esther Schipper, Berlino. Foto: Andrea Rossetti

Daniel Steegmann Mangrané, Orange Oranges 2 (Medium Lemon/ Summer Blue), 2004; Struttura modulare in acciaio, filtro fotografico, tessuto di seta indiana, sgabelli, tavolo, coltelli, spremiagrumi, bicchieri, arance fresche. Veduta dell’ installazione: CRAC Alsace Centre Rhénan d'Art Contemporain, Altkirch, 2014. Courtesy dell’artista e Esther Schipper, Berlino. Foto: Andrea Rossetti

Daniel Steegmann Mangrané, Phantom (Kingdom of all the animals and all the beasts in my name), 2015. Ambiente di realtà virtuale, visore HTC Vive. sviluppato da ScanLAB Projects, Londra. Veduta dell’ installazione: Nottingham Contemporary, 2019. Courtesy dell’artista. Foto: Stuart Whipps

Daniel Steegmann Mangrané, Phantom (Kingdom of all the animals and all the beasts in my name), 2015. Ambiente di realtà virtuale, visore HTC Vive. sviluppato da ScanLAB Projects, Londra. Veduta dell’ installazione: Nottingham Contemporary, 2019. Courtesy dell’artista. Foto: Stuart Whipps

Daniel Steegmann Mangrané, Phantom (Kingdom of all the animals and all the beasts in my name), 2015. Ambiente di realtà virtuale, visore HTC Vive, sviluppato da ScanLAB Projects, Londra. Courtesy dell’artista. Photo: ScanLab projects, Londra

Daniel Steegmann Mangrané, Phantom (Kingdom of all the animals and all the beasts in my name), 2015. Ambiente di realtà virtuale, visore HTC Vive, sviluppato da ScanLAB Projects, Londra. Courtesy dell’artista. Photo: ScanLab projects, Londra

Daniel Steegmann Mangrané, Spiral Forest (Kingdom of all the animals and all the beasts in my name) 2013-15. Film 16mm, colore, silenzioso; 11 min 4 sec. Veduta dell’installazione: CCS Bard Hessel Museum, 2018. Courtesy dell’artista. Foto: Matt Grub

Daniel Steegmann Mangrané, Spiral Forest (Kingdom of all the animals and all the beasts in my name) 2013-15. Film 16mm, colore, silenzioso; 11 min 4 sec. Veduta dell’installazione: CCS Bard Hessel Museum, 2018. Courtesy dell’artista. Foto: Matt Grub

Daniel Steegmann Mangrané, Elegancia y renuncia, 2011; Foglia essiccata (ficus elastica japonicum), supporto in metallo, proiezione di diapositive. Veduta dell’installazione: CRAC Alsace Centre Rhénan d'Art Contemporain, Altkirch, 2014. Courtesy dell’artista e Esther Schipper, Berlino. Foto: Andrea Rossetti

Daniel Steegmann Mangrané, Elegancia y renuncia, 2011; Foglia essiccata (ficus elastica japonicum), supporto in metallo, proiezione di diapositive. Veduta dell’installazione: CRAC Alsace Centre Rhénan d'Art Contemporain, Altkirch, 2014. Courtesy dell’artista e Esther Schipper, Berlino. Foto: Andrea Rossetti

Daniel Steegmann Mangrané, Mano con hojas, 2013; Ologramma. Courtesy dell’artista, KADIST collection

Daniel Steegmann Mangrané, Mano con hojas, 2013; Ologramma. Courtesy dell’artista, KADIST collection

Daniel Steegmann Mangrané, A Transparent Leaf Instead Of The Mouth,, 2016-17 (dettaglio). Vetro, metallo, ecosistema con insetti stecco e insetti foglia. Courtesy dell’artista e Esther Schipper, Berlino. Foto: Matt Grub

Daniel Steegmann Mangrané, A Transparent Leaf Instead Of The Mouth,, 2016-17 (dettaglio). Vetro, metallo, ecosistema con insetti stecco e insetti foglia. Courtesy dell’artista e Esther Schipper, Berlino. Foto: Matt Grub

Daniel Steegmann Mangrané Ritratto. Courtesy Esther Schipper, Berlino. Foto: Andrea Rossetti

Daniel Steegmann Mangrané Ritratto. Courtesy Esther Schipper, Berlino. Foto: Andrea Rossetti

Toshihiko Shibuya tratteggia le origini della vita usando soltanto 800 puntine da disegno

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Toshihiko Shibuya ha appena inaugurato una mostra personale alla galleria Houmura di Sapporo. L’esposizione si intitola “White Generation origin-birth” e presenta lavori vecchi e nuovi. Tra loro un capitolo della serie “White Generation” realizzato per l’occasione. Le opere sono dei pezzi di legno che Shibuya ha raccolto, dipinto di bianco e ricoperto di puntine da disegno a testa sferica. Ben 800. puntine

L’artista giapponese Toshihiko Shibuya in tutte le sue opere parla di rinnovamento, della capacità della vita di rigenerarsi e prendere il sopravvento. Un lavoro silenzioso e discreto in cui l’opera è la natura stessa e all’artista spetta solo il compito di evocare, sottolineando uno spettacolo misterioso che si ripete sempre uguale e sempre diverso sotto i nostri occhi resi ciechi dalla distrazione e dall’abitudine.

Per questo Shibuya dà il meglio di se durante gli interventi all’aria aperta sia in estate che nel nevoso inverno di Hokkaido. Le opere che fanno parte della mostra, tuttavia, appaiono come un riuscito compromesso tra interno ed esterno. I rami e i tronchi raccolti dall’artista sono stati scelti per le loro forme complesse e vissute, ma soprattutto la stratificata tessitura è stata mantenuta inalterata. Così muschio, incrostazioni e irregolarità varie possono arricchire il fascino di questi oggetti che il colore bianco rende simili a fossili o rocce intagliate in modo primordiale.

Le puntine da disegno, come note di una partitura musicale , fioriscono in ordine sparso sulle linee tracciate dalla corteccia. L’artista ne ha posizionate 800, divise su 7 pezzi di legno, nella sola nuova serie di lavori del ciclo ‘White Generation’.

"In questo modo- dice Toshihiko Shibuya- ho evocato immagini di vita che si espande. Dovrebbero essere guardati come la massa di uova depositate dai pesci, o dagli anfibi oppure come fossero molluschi, funghi e muffe."

In queste opere come in tutta la produzione dell’artista di Sapporo si nasconde un messaggio in qualche modo nostalgico: “La legge dei "cicli naturali" ha cominciato a perdersi a poco a poco.!” ripete.

“White Generation origin-birth” di Toshihiko Shibuya resterà allestita alla Houmura Gallery fino al 28 di questo mese.

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"Shiota Chiharu: The Soul Trembles" , al Mori Art Museum la la grande mostra mai dedicata all'artista che dipinge in 3d annodando fili

where are we going?  | 2017/2019 | white wool, wire, rope | dimensions variable. courtesy: galerie templon, paris/brussels. photo by kioku keizo, courtesy of mori art museum, tokyo

where are we going? | 2017/2019 | white wool, wire, rope | dimensions variable. courtesy: galerie templon, paris/brussels. photo by kioku keizo, courtesy of mori art museum, tokyo

L’arte contemporanea per tanti anni ha considerato fuori moda emotività e poesia. Ancora oggi qualcuno si sente più a suo agio in terreni meno insidiosi, come il sociale o la politica, e poco importa se spesso mancano di quel soffio di eternità che ripara i capolavori dallo scorrere del tempo. Non è il caso di Chiharu Shiota, il cui lavoro è un condensato di sensibilità e lirismo. Senza naturalmente dimenticare che è composto da migliaia di fili annodati a mano.

Il Mori Art Museum di Tokio le dedica una grande mostra che ripercorre tutta la sua carriera. 25 anni di Chiharu Shiota. Si intitola “The Soul Trembles” (“L’anima trema”) ed è la prima di questo genere mai realizzata. L’esposizione mette in fila tutte le più importanti installazioni immersive dell’artista giapponese, oltre a opere meno conosciute che tratteggiano l’abilità e la meticolosità di Shiota come scenografo (sculture rvideo, fotografie, disegni e materiale relativo alle arti dello spettacolo).

Le grandi installazioni tuttavia, restano il piatto forte. Realizzate con migliaia di fili intrecciati a mano dall’artista nello spazio, come enormi ragnatele, costituiscono una forma di pittura tridimensionale complessa. E affrontano temi come l’identità, le trasformazioni esistenziali, la vita, la morte, la religione (o comunque la spiritualità). A completarle Shiota inserisce degli oggetti di uso quotidiano (anche se quasi sempre vintage) dalla forte valenza simbolica: barche, valigie, sedie, pianoforti.

I colori dei fili, poi, sono pochissimi e a loro volta hanno un significato. il nero richiama il cielo notturno o il cosmo, e il rosso invece fa pensare al sangue, oltre a rappresentare il "filo rosso del destino" che nella tradizione dell'est asiatico lega le persone tra loro.

La monumentale retrospettiva “The Soul Trembles”, che il Mori Art Museum di Tokyo dedica a Chiharu Shiota, si potrà visitare fino al 27 ottobre 2019. (via Designboom)

uncertain journey  | 2016/2019 | metal frame, red wool | dimensions variable. courtesy: blain | southern, london/berlin/new york. photo by sunhi mang, courtesy of mori art museum, tokyo

uncertain journey | 2016/2019 | metal frame, red wool | dimensions variable. courtesy: blain | southern, london/berlin/new york. photo by sunhi mang, courtesy of mori art museum, tokyo

in silence  | 2002/2019 | burnt piano, burnt chair, alcantara black thread | dimensions variable, production support: alcantara s.p.a. | courtesy: kenji taki gallery, nagoya/tokyo. photo by sunhi mang, courtesy of mori art museum, tokyo

in silence | 2002/2019 | burnt piano, burnt chair, alcantara black thread | dimensions variable, production support: alcantara s.p.a. | courtesy: kenji taki gallery, nagoya/tokyo. photo by sunhi mang, courtesy of mori art museum, tokyo

accumulation: searching for the destination  | 2014/2019 | suitcase, motor and red rope | dimensions variable. courtesy: galerie templon, paris/brussels. photo by kioku keizo, courtesy of mori art museum, tokyo

accumulation: searching for the destination | 2014/2019 | suitcase, motor and red rope | dimensions variable. courtesy: galerie templon, paris/brussels. photo by kioku keizo, courtesy of mori art museum, tokyo

reflection of space and time  | 2018 | white dress, mirror, metal frame, alcantara black thread | 280 × 300 × 400 cm. commissioned by alcantara s.p.a. photo by sunhi mang, courtesy of mori art museum, tokyo

reflection of space and time | 2018 | white dress, mirror, metal frame, alcantara black thread | 280 × 300 × 400 cm. commissioned by alcantara s.p.a. photo by sunhi mang, courtesy of mori art museum, tokyo

inside – outside  | 2009/2019 | old wooden window | dimensions variable. courtesy: kenji taki gallery, nagoya/tokyo. photo by sunhi mang, courtesy of mori art museum, tokyo

inside – outside | 2009/2019 | old wooden window | dimensions variable. courtesy: kenji taki gallery, nagoya/tokyo. photo by sunhi mang, courtesy of mori art museum, tokyo

connecting small memories  | 2019 | mixed media | dimensions variable. photo by sunhi mang, courtesy of mori art museum, tokyo

connecting small memories | 2019 | mixed media | dimensions variable. photo by sunhi mang, courtesy of mori art museum, tokyo

Biennale di Venezia 2019| Con 'Flight' Roman Stańczak porta un aereo rivoltato come un calzino nel Padiglione Polonia

Pavilion of POLAND, Flight. Photo by: Francesco Galli. Courtesy: La Biennale di Venezia

Pavilion of POLAND, Flight. Photo by: Francesco Galli. Courtesy: La Biennale di Venezia

Durante la Biennale d’Arte di Venezia 2019 il Padiglione Polonia si trasforma in un hangar. Ospita infatti un vero aereoplano, anche se… al contrario. La scultura, realizzata dall’artista Roman Stańczak, si intitola ‘Flight’ (‘Il Volo’) e parla di metamorfosi, vita, morte e diseguaglianze. Non necessariamente in quest’ordine.

Roman Stańczak esordisce negli anni’90 intervenendo su oggetti d’uso quotidiano, per portare l’interno di questi ultimi all’esterno e viceversa, dopo averli privati del rivestimento. Rivoltandoli, insomma, come si potrebbe fare con le calze. In questo modo l’artista faceva riferimento alle trasformazioni sociali del suo Paese ma toccava anche una dimensione spirituale: gli oggetti, e con essi le esperienze di cui sono muti testimoni, mutano per prepararsi a morire. Stańczak, infatti, una volta ha dichiarato: "Le mie sculture parlano della vita, ma non quella che si svolge tra gli oggetti, ma tra gli spiriti"

‘Flight’ non si discosta dalle opere realizzate in quel periodo dell’artista (che dopo si ritirò dalla scena a lungo). Non a caso l’idea di rivoltare un aereo a Stańczak venne proprio negli anni ‘90. Ma il progetto era troppo ambizioso ed è rimasto in un cassetto fino ad oggi. (per vedere Roman Stańczak al lavoro su questa grande e spettacolare scultura ho inserito un video in coda a questo post). Ogni parte del velivolo è stata mantenuta. Gli spettatori possono guardare anche all’interno (che in realtà è l’esterno) dell’opera. I sedili sono stati posizionati sotto, per esigenze compositive. Le ali, invece, sono state arrotolate dentro l’aeromobile.

Surreale e concreta ad un stesso tempo, ‘Flight’, ritrae il mezzo di trasporto comunemente usato dell’1% di popolazione ricca del pianeta. Ma l’aereo è al contrario. La scultura, quindi, è in primo luogo un monumento ai paradossi della modernità e una critica alle diseguaglianze.

Il Padiglione Polonia si trova ai Giardini. La mostra, curata da Łukasz Mojsak e Łukasz Ronduda, è stata organizzata dalla Zachęta — Galeria Nazionale d’ Arte. ‘Flight’ di Roman Stańczak si potrà ammirare per tutta la durata della 58. Esposizione Internazionale d'Arte — La Biennale di Venezia

Flight, sculpture by Roman Stańczak at the Polish Pavilion, exhibition documentation, 2019, photo: Zachęta – National Gallery of Art/Weronika Wysocka.

Flight, sculpture by Roman Stańczak at the Polish Pavilion, exhibition documentation, 2019, photo: Zachęta – National Gallery of Art/Weronika Wysocka.

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Flight, sculpture by Roman Stańczak at the Polish Pavilion, exhibition documentation, 2019, photo: Zachęta – National Gallery of Art/Weronika Wysocka.

Flight, sculpture by Roman Stańczak at the Polish Pavilion, exhibition documentation, 2019, photo: Zachęta – National Gallery of Art/Weronika Wysocka.

Flight, sculpture by Roman Stańczak at the Polish Pavilion, exhibition documentation, 2019, photo: Zachęta – National Gallery of Art/Weronika Wysocka.

Flight, sculpture by Roman Stańczak at the Polish Pavilion, exhibition documentation, 2019, photo: Zachęta – National Gallery of Art/Weronika Wysocka.

Flight, sculpture by Roman Stańczak at the Polish Pavilion, exhibition documentation, 2019, photo: Zachęta – National Gallery of Art/Weronika Wysocka.

Flight, sculpture by Roman Stańczak at the Polish Pavilion, exhibition documentation, 2019, photo: Zachęta – National Gallery of Art/Weronika Wysocka.

Flight, sculpture by Roman Stańczak at the Polish Pavilion, exhibition documentation, 2019, photo: Zachęta – National Gallery of Art/Weronika Wysocka.

Flight, sculpture by Roman Stańczak at the Polish Pavilion, exhibition documentation, 2019, photo: Zachęta – National Gallery of Art/Weronika Wysocka.

Flight, sculpture by Roman Stańczak at the Polish Pavilion, exhibition documentation, 2019, photo: Zachęta – National Gallery of Art/Weronika Wysocka.

Flight, sculpture by Roman Stańczak at the Polish Pavilion, exhibition documentation, 2019, photo: Zachęta – National Gallery of Art/Weronika Wysocka.

Flight, sculpture by Roman Stańczak at the Polish Pavilion, exhibition documentation, 2019, photo: Zachęta – National Gallery of Art/Weronika Wysocka.

Flight, sculpture by Roman Stańczak at the Polish Pavilion, exhibition documentation, 2019, photo: Zachęta – National Gallery of Art/Weronika Wysocka.

Flight, sculpture by Roman Stańczak at the Polish Pavilion, exhibition documentation, 2019, photo: Zachęta – National Gallery of Art/Weronika Wysocka.

Flight, sculpture by Roman Stańczak at the Polish Pavilion, exhibition documentation, 2019, photo: Zachęta – National Gallery of Art/Weronika Wysocka.

Flight, sculpture by Roman Stańczak at the Polish Pavilion, exhibition documentation, 2019, photo: Zachęta – National Gallery of Art/Weronika Wysocka.

Flight, sculpture by Roman Stańczak at the Polish Pavilion, exhibition documentation, 2019, photo: Zachęta – National Gallery of Art/Weronika Wysocka.

Flight, sculpture by Roman Stańczak at the Polish Pavilion, exhibition documentation, 2019, photo: Zachęta – National Gallery of Art/Weronika Wysocka.

Flight, sculpture by Roman Stańczak at the Polish Pavilion, exhibition documentation, 2019, photo: Zachęta – National Gallery of Art/Weronika Wysocka.

Flight, sculpture by Roman Stańczak at the Polish Pavilion, exhibition documentation, 2019, photo: Zachęta – National Gallery of Art/Weronika Wysocka.

Flight, sculpture by Roman Stańczak at the Polish Pavilion, exhibition documentation, 2019, photo: Zachęta – National Gallery of Art/Weronika Wysocka.

Flight, sculpture by Roman Stańczak at the Polish Pavilion, exhibition documentation, 2019, photo: Zachęta – National Gallery of Art/Weronika Wysocka.

Flight, sculpture by Roman Stańczak at the Polish Pavilion, exhibition documentation, 2019, photo: Zachęta – National Gallery of Art/Weronika Wysocka.

Flight, sculpture by Roman Stańczak at the Polish Pavilion, exhibition documentation, 2019, photo: Zachęta – National Gallery of Art/Weronika Wysocka.

Le minuscole e fragili sculture di (euglena) fatte con i semi dei soffioni

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Le sculture della giovanissima artista giapponese (euglena) sono piccole-piccole. Fragili e delicate come i semi dei soffioni di cui sono composte. Tanto minuscole che per guardarle bisogna avvicinarsi. E loro, per ricambiare l’attenzione dell’osservatore, si muovono con lui e ne accompagnano il respiro.

La pazienza e la fermezza che occorrono per costruire queste forme lillipuziane vengono bilanciate dalla leggerezza dei volumi e dall’impalpabile gioco dei chiaroscuri, ombra e luce che si riflettono sui piani e giocano con il materiale traslucido di cui sono fatti i semi di tarassaco.

Ma è nel movimento che queste piccole sculture si realizzano. L’elasticità e la leggerezza del materiale, infatti, è determinante per permettere ai volumi di aprirsi, distendersi, contrarsi, vibrare. Scongiurando l’effetto museo e rendendo lo spettatore partecipe della loro poetica danza e responsabile del loro futuro (in questo senso il lavoro si allontana dal mantra giapponese dell’osservazione della natura e si fa portavoce di istanze ambientaliste).

Le opere di (euglena) sono state recentemente esposte allo Japan Media Arts Festival 2019, dove ha vinto il premio come miglior artista esordiente. Per vederla al lavoro ho inserito un video in coda a questo post, cui seguono delle riprese delle sculture che s muovono durante un’esposizione. (via Spoon and Tamago)

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