Biennale di Venezia 2019| Con 'Flight' Roman Stańczak porta un aereo rivoltato come un calzino nel Padiglione Polonia

Pavilion of POLAND, Flight. Photo by: Francesco Galli. Courtesy: La Biennale di Venezia

Pavilion of POLAND, Flight. Photo by: Francesco Galli. Courtesy: La Biennale di Venezia

Durante la Biennale d’Arte di Venezia 2019 il Padiglione Polonia si trasforma in un hangar. Ospita infatti un vero aereoplano, anche se… al contrario. La scultura, realizzata dall’artista Roman Stańczak, si intitola ‘Flight’ (‘Il Volo’) e parla di metamorfosi, vita, morte e diseguaglianze. Non necessariamente in quest’ordine.

Roman Stańczak esordisce negli anni’90 intervenendo su oggetti d’uso quotidiano, per portare l’interno di questi ultimi all’esterno e viceversa, dopo averli privati del rivestimento. Rivoltandoli, insomma, come si potrebbe fare con le calze. In questo modo l’artista faceva riferimento alle trasformazioni sociali del suo Paese ma toccava anche una dimensione spirituale: gli oggetti, e con essi le esperienze di cui sono muti testimoni, mutano per prepararsi a morire. Stańczak, infatti, una volta ha dichiarato: "Le mie sculture parlano della vita, ma non quella che si svolge tra gli oggetti, ma tra gli spiriti"

‘Flight’ non si discosta dalle opere realizzate in quel periodo dell’artista (che dopo si ritirò dalla scena a lungo). Non a caso l’idea di rivoltare un aereo a Stańczak venne proprio negli anni ‘90. Ma il progetto era troppo ambizioso ed è rimasto in un cassetto fino ad oggi. (per vedere Roman Stańczak al lavoro su questa grande e spettacolare scultura ho inserito un video in coda a questo post). Ogni parte del velivolo è stata mantenuta. Gli spettatori possono guardare anche all’interno (che in realtà è l’esterno) dell’opera. I sedili sono stati posizionati sotto, per esigenze compositive. Le ali, invece, sono state arrotolate dentro l’aeromobile.

Surreale e concreta ad un stesso tempo, ‘Flight’, ritrae il mezzo di trasporto comunemente usato dell’1% di popolazione ricca del pianeta. Ma l’aereo è al contrario. La scultura, quindi, è in primo luogo un monumento ai paradossi della modernità e una critica alle diseguaglianze.

Il Padiglione Polonia si trova ai Giardini. La mostra, curata da Łukasz Mojsak e Łukasz Ronduda, è stata organizzata dalla Zachęta — Galeria Nazionale d’ Arte. ‘Flight’ di Roman Stańczak si potrà ammirare per tutta la durata della 58. Esposizione Internazionale d'Arte — La Biennale di Venezia

Flight, sculpture by Roman Stańczak at the Polish Pavilion, exhibition documentation, 2019, photo: Zachęta – National Gallery of Art/Weronika Wysocka.

Flight, sculpture by Roman Stańczak at the Polish Pavilion, exhibition documentation, 2019, photo: Zachęta – National Gallery of Art/Weronika Wysocka.

Flight, sculpture by Roman Stańczak at the Polish Pavilion, exhibition documentation, 2019, photo: Zachęta – National Gallery of Art/Weronika Wysocka.

Flight, sculpture by Roman Stańczak at the Polish Pavilion, exhibition documentation, 2019, photo: Zachęta – National Gallery of Art/Weronika Wysocka.

Flight, sculpture by Roman Stańczak at the Polish Pavilion, exhibition documentation, 2019, photo: Zachęta – National Gallery of Art/Weronika Wysocka.

Flight, sculpture by Roman Stańczak at the Polish Pavilion, exhibition documentation, 2019, photo: Zachęta – National Gallery of Art/Weronika Wysocka.

Flight, sculpture by Roman Stańczak at the Polish Pavilion, exhibition documentation, 2019, photo: Zachęta – National Gallery of Art/Weronika Wysocka.

Flight, sculpture by Roman Stańczak at the Polish Pavilion, exhibition documentation, 2019, photo: Zachęta – National Gallery of Art/Weronika Wysocka.

Flight, sculpture by Roman Stańczak at the Polish Pavilion, exhibition documentation, 2019, photo: Zachęta – National Gallery of Art/Weronika Wysocka.

Flight, sculpture by Roman Stańczak at the Polish Pavilion, exhibition documentation, 2019, photo: Zachęta – National Gallery of Art/Weronika Wysocka.

Flight, sculpture by Roman Stańczak at the Polish Pavilion, exhibition documentation, 2019, photo: Zachęta – National Gallery of Art/Weronika Wysocka.

Flight, sculpture by Roman Stańczak at the Polish Pavilion, exhibition documentation, 2019, photo: Zachęta – National Gallery of Art/Weronika Wysocka.

Flight, sculpture by Roman Stańczak at the Polish Pavilion, exhibition documentation, 2019, photo: Zachęta – National Gallery of Art/Weronika Wysocka.

Flight, sculpture by Roman Stańczak at the Polish Pavilion, exhibition documentation, 2019, photo: Zachęta – National Gallery of Art/Weronika Wysocka.

Flight, sculpture by Roman Stańczak at the Polish Pavilion, exhibition documentation, 2019, photo: Zachęta – National Gallery of Art/Weronika Wysocka.

Flight, sculpture by Roman Stańczak at the Polish Pavilion, exhibition documentation, 2019, photo: Zachęta – National Gallery of Art/Weronika Wysocka.

Flight, sculpture by Roman Stańczak at the Polish Pavilion, exhibition documentation, 2019, photo: Zachęta – National Gallery of Art/Weronika Wysocka.

Flight, sculpture by Roman Stańczak at the Polish Pavilion, exhibition documentation, 2019, photo: Zachęta – National Gallery of Art/Weronika Wysocka.

Flight, sculpture by Roman Stańczak at the Polish Pavilion, exhibition documentation, 2019, photo: Zachęta – National Gallery of Art/Weronika Wysocka.

Flight, sculpture by Roman Stańczak at the Polish Pavilion, exhibition documentation, 2019, photo: Zachęta – National Gallery of Art/Weronika Wysocka.

Flight, sculpture by Roman Stańczak at the Polish Pavilion, exhibition documentation, 2019, photo: Zachęta – National Gallery of Art/Weronika Wysocka.

Flight, sculpture by Roman Stańczak at the Polish Pavilion, exhibition documentation, 2019, photo: Zachęta – National Gallery of Art/Weronika Wysocka.

Flight, sculpture by Roman Stańczak at the Polish Pavilion, exhibition documentation, 2019, photo: Zachęta – National Gallery of Art/Weronika Wysocka.

Flight, sculpture by Roman Stańczak at the Polish Pavilion, exhibition documentation, 2019, photo: Zachęta – National Gallery of Art/Weronika Wysocka.

Flight, sculpture by Roman Stańczak at the Polish Pavilion, exhibition documentation, 2019, photo: Zachęta – National Gallery of Art/Weronika Wysocka.

Flight, sculpture by Roman Stańczak at the Polish Pavilion, exhibition documentation, 2019, photo: Zachęta – National Gallery of Art/Weronika Wysocka.

La desolazione maestosa di Edward Burtynsky e un massiccio uso di nuove tecnologie raccontano l' Anthropocene al MAST di Bologna

Edward Burtynsky, Uralkali Potash Mine #4, Berezniki, Russia 2017. photo © Edward Burtynsky, courtesy Admira Photography, Milan / Nicholas Metivier Gallery, Toronto

Edward Burtynsky, Uralkali Potash Mine #4, Berezniki, Russia 2017. photo © Edward Burtynsky, courtesy Admira Photography, Milan / Nicholas Metivier Gallery, Toronto

Alla fondazione MAST di Bologna è in corso una grande mostra che attraverso gli scatti stupefacenti del fotografo canadese Edward Burtynsky e un massiccio uso di tecnologie multimediali, documenta il segno del passaggio dell’uomo sul Pianeta. L’esposizione si chiama appunto Anthropocene e tra le tante opere c’è pure un abete Douglas millenario in realtà aumentata.

Classe 1955, fama internazionale, Edward Burtynsky è il padre dei tanti fotografi che negli ultimi anni focalizzano il loro lavoro sui siti industriali o urbanizzati ricorrendo a posizioni panoramiche. L’interesse per l’ecologia per lui non è una moda passeggera ma il frutto dell’impatto che gli stabilimenti della General motors ebbero sulla sua città natale (St. Catharines, in Ontario). Scatta con una fotocamera da campo e usa più droni contemporaneamente. Alla fine stampa in hd su grande formato. Le sue immagini sono conservate in importanti musei del mondo tra cui il Museum of Modern Art e il Guggenheim Museum di New York, il Reina Sofia Museum di Madrid e la Tate Modern di Londra. Ha ricevuto ben otto lauree ad honorem

Anthropocene presenta 35 immagini di Burtynsky . Si tratta di paesaggi di grande impatto, sospesi tra monumentalità e fotogiornalismo. Tuttavia parte della meraviglia che il visitatore prova di fronte alle opere, che in un primo momento sembrano avvicinarsi all’astrazione, si scontra con il degrado reale dei paesaggi ritratti. Burtynsky, infatti, scatta da lontano, il più delle volte dall’alto. Parte del racconto, quindi, si sarebbe persa, non fosse stato per i pluripremiati registi Jennifer Baichwal e Nicholas de Pencier. Che hanno lavorato con Burtynsky per quattro anni, al fine di combinare arte, cinema, realtà aumentata e scienza.

La mostra che si basa sulla ricerca del gruppo internazionale di scienziati Anthropocene Working Group, infatti. utilizza diversi mezzi espressivi. Oltre alla fotografia ci sono quattro murales ad alta risoluzione in cui delle brevi estensioni video di Baichwal e de Pencier integrate nelle normali immagini di Burtynsky permettono al visitatore di vedere da vicino scaricando una App sul telefono (AVARA su Apple App Store e Google Play) . Il MAST mette pure a disposizione dei tablet a questo scopo.

Ci sono poi tredici videoinstallazioni HD curate dai due registi. Ma il fiore all’occhiello in termini di spettacolo tecnologico sono le tre installazioni in realtà aumentatache ricreano su smartphone e tablet un modello fotorealistico tridimensionale a grandezza naturale di impressionante verosimiglianza”. Per farle bisogna usare la fotogrammetria, cioè scattare migliaia di fotografie ad altadefinizione da tutte le angolazioni, per poi assemblarle.

Con la realtà aumentata gli artisti hanno potuto anche piantare nel giardino della fondazione il Big Lonely Doug, un abete Douglas canadese quasi millenario, diventato famoso nel 2011 quando un boscaiolo, che l’aveva contrassegnato con la scritta “Non toccate questo albero”, lo salvò da un intervento di deforestazione.

Il film “ANTHROPOCENE: The Human Epoch(che fa parte della mostra) ha debuttato lo scorso anno al Toronto International Film Festival. In contemporanea all’Art Gallery of Ontario di Toronto e alla National Gallery of Canada di Ottawa è stata allestita Anthropocene per la prima volta. Adesso arriva in Italia.

Per divertirsi a guardare l’abete douglas in realtà aumentata, i murales hd o ammirare le fotografie di Edward Burtynsky alla Fondazione MAST di Bologna c’è tempo fino al 6 ottobre.

Edward Burtynsky, Saw Mills #1, Lagos, Nigeria 2016. photo © Edward Burtynsky, courtesy Admira Photography, Milan / Nicholas Metivier Gallery, Toronto

Edward Burtynsky, Saw Mills #1, Lagos, Nigeria 2016. photo © Edward Burtynsky, courtesy Admira Photography, Milan / Nicholas Metivier Gallery, Toronto

Edward Burtynsky, Carrara Marble Quarries, Cava di Canalgrande #2, Carrara, Italy 2016. photo © Edward Burtynsky, courtesy Admira Photography, Milan / Nicholas Metivier Gallery, Toronto

Edward Burtynsky, Carrara Marble Quarries, Cava di Canalgrande #2, Carrara, Italy 2016. photo © Edward Burtynsky, courtesy Admira Photography, Milan / Nicholas Metivier Gallery, Toronto

Edward Burtynsky, Dandora Landfill #3, Plastics Recycling, Nairobi, Kenya 2016. photo © Edward Burtynsky, courtesy Admira Photography, Milan / Nicholas Metivier Gallery, Toronto

Edward Burtynsky, Dandora Landfill #3, Plastics Recycling, Nairobi, Kenya 2016. photo © Edward Burtynsky, courtesy Admira Photography, Milan / Nicholas Metivier Gallery, Toronto

Edward Burtynsky, Phosphor Tailings Pond #4, Near Lakeland, Florida, USA 2012. photo © Edward Burtynsky, courtesy Admira Photography, Milan / Nicholas Metivier Gallery, Toronto

Edward Burtynsky, Phosphor Tailings Pond #4, Near Lakeland, Florida, USA 2012. photo © Edward Burtynsky, courtesy Admira Photography, Milan / Nicholas Metivier Gallery, Toronto

Edward Burtynsky, Clearcut #1, Palm Oil Plantation, Borneo, Malaysia 2016. photo © Edward Burtynsky, courtesy Admira Photography, Milan / Nicholas Metivier Gallery, Toronto

Edward Burtynsky, Clearcut #1, Palm Oil Plantation, Borneo, Malaysia 2016. photo © Edward Burtynsky, courtesy Admira Photography, Milan / Nicholas Metivier Gallery, Toronto

Edward Burtynsky, Coal Mine #1, North Rhine, Westphalia, Germany 2015. photo © Edward Burtynsky, courtesy Admira Photography, Milan / Nicholas Metivier Gallery, Toronto

Edward Burtynsky, Coal Mine #1, North Rhine, Westphalia, Germany 2015. photo © Edward Burtynsky, courtesy Admira Photography, Milan / Nicholas Metivier Gallery, Toronto

Edward Burtynsky, Oil Bunkering #4, Niger Delta, Nigeria 2016. photo © Edward Burtynsky, courtesy Admira Photography, Milan / Nicholas Metivier Gallery, Toronto

Edward Burtynsky, Oil Bunkering #4, Niger Delta, Nigeria 2016. photo © Edward Burtynsky, courtesy Admira Photography, Milan / Nicholas Metivier Gallery, Toronto

Edward Burtynsky, Tyrone Mine #3, Silver City, New Mexico, USA 2012. photo © Edward Burtynsky, courtesy Admira Photography, Milan / Nicholas Metivier Gallery, Toronto

Edward Burtynsky, Tyrone Mine #3, Silver City, New Mexico, USA 2012. photo © Edward Burtynsky, courtesy Admira Photography, Milan / Nicholas Metivier Gallery, Toronto

Edward Burtynsky, Makoko #2, Lagos, Nigeria 2016. photo © Edward Burtynsky, courtesy Admira Photography, Milan / Nicholas Metivier Gallery, Toronto

Edward Burtynsky, Makoko #2, Lagos, Nigeria 2016. photo © Edward Burtynsky, courtesy Admira Photography, Milan / Nicholas Metivier Gallery, Toronto

Jennifer Baichwal, Nicholas de Pencier and Edward Burtynsky working in Northern British Columbia, Canada, 2012. Photo courtesy of Anthropocene Films Inc. © 2018

Jennifer Baichwal, Nicholas de Pencier and Edward Burtynsky working in Northern British Columbia, Canada, 2012. Photo courtesy of Anthropocene Films Inc. © 2018

Behind-the scenes-image; on location, Edward Burtynsky with Jim Panou on location north of Port Renfrew, Vancouver Island, British Columbia. Photograph: TJ Watt, courtesy of Anthropocene Films Inc. © 2018

Behind-the scenes-image; on location, Edward Burtynsky with Jim Panou on location north of Port Renfrew, Vancouver Island, British Columbia. Photograph: TJ Watt, courtesy of Anthropocene Films Inc. © 2018

Biennale di Venezia 2019| Il Padiglione Australia di Angelica Mesiti è un'ode alla Democrazia ambientata a Palazzo Madama

Pavilion of AUSTRALIA, Angelica Mesiti, Assembly. Photo by: Francesco Galli. Courtesy: La Biennale di Venezia

Pavilion of AUSTRALIA, Angelica Mesiti, Assembly. Photo by: Francesco Galli. Courtesy: La Biennale di Venezia

Monumentale e poetica la videoinstallazione Assembly di Angelica Mesiti, presentata dal Padiglione Australia alla Biennale d’arte di Venezia 2019, è un’ode alla Democrazia che parla di linguaggi, comunicazione e incomunicabilità. Il girato è ambientato tra la sede del Senato italiano e quello australiano. E come punto di partenza prende la Macchina Michela, un’invenzione ottocentesca tutt’ora utilizzata per tenere traccia dei dibattiti di Palazzo Madama.

La sede del padiglione è immersa nella penombra, sul pavimento ricoperto di velluto rosso è stato creata una sorta di anfiteatro (uno spazio circolare con due gradini su cui i visitatori possono sedersi), tutt’intorno gli schermi mostrano il video di Mesiti. Le immagini cambiano da monitor a monitor, così per guardare tutto bisogna spostare gli occhi, girare la testa, cambiare posizione. Muoversi insomma, proprio come se si partecipasse a una vera assemblea.

Nel frattempo le immagini del Senato italiano scorrono e le mani di uno stenografo digitano su Michela, macchina per la stenografia con i tasti di un pianoforte, una poesia dello scrittore australiano David Malouf. I colpi chiave dell’uomo stanno alla base della partitura creata dal compositore Max Lyandvert e tutto si fa musica. Poi parola scritta su vari dispositivi, gesti, danza, manipolazione e scultura.

Assembly infatti, usa la traduzione tra linguaggi espressivi diversi come metafora della democrazia in una società in via di mutazione. E lo fa in maniera corale ma non necessariamente sincrona. Una stilla di significato di traduzione in traduzione si perde e assume nuove sfumature, così come le voci dell’una o dell’altra parte nel processo democratico si fanno meno nette, talvolta scontrandosi, contrapponendosi, altre sovrapponendosi, fino ad attenuarsi singolarmente e a fondersi. Ma la sinfonia, almeno nel video di Mesiti, è via via più partecipata ed intensa.

Attraverso sia la metafora delle traduzione che l’azione stessa, sto esplorando l’imperativo, assai umano e sempre più urgente, che proviamo di radunarci in maniera fisica, in uno spazio fisico in questi tempi così complessi- dice Angelica Mesiti- La Traduzione è stata per me un’indagine ed una metodologia particolare per diversi anni. In ASSEMBLY, esploro lo spazio in cui la comunicazione si sposta dalle espressioni verbali e scritte a quelle non-verbali, gestuali e musicali. Quest’ultima crea una specie di codice sul quale possono essere sovrapposti significato, desideri e memoria”.

Cresciuta in Australia in una famiglia di lingua italiana, Angelica Mesiti, oggi vive tra Parigi e Sydney. Per realizzare Assembly ha lavorato con quasi quaranta artisti australiani, compresi ballerini, musicisti e professionisti del film e del suono.

Il Padiglione Australia si trova ai Giardini ed è stato curato da Juliana Engberg. Sarà possibile vedere Assembly di Angelica Mesiti per tutta la durata della Biennale di Venezia 2019.

Angelica Mesiti, ASSEMBLY, 2019 (production still) three-channel video installation in architectural amphitheater. HD video projections, color, six-channel mono sound, 25 mins, dimensions variable. © Photography: Bonnie Elliott. Commissioned by the Australia Council for the Arts. Courtesy of the artist and Anna Schwartz Gallery, Australia and Galerie Allen, Paris.

Angelica Mesiti, ASSEMBLY, 2019 (production still) three-channel video installation in architectural amphitheater. HD video projections, color, six-channel mono sound, 25 mins, dimensions variable. © Photography: Bonnie Elliott. Commissioned by the Australia Council for the Arts. Courtesy of the artist and Anna Schwartz Gallery, Australia and Galerie Allen, Paris.

Pavilion of AUSTRALIA, Angelica Mesiti, Assembly. Photo by: Francesco Galli. Courtesy: La Biennale di Venezia

Pavilion of AUSTRALIA, Angelica Mesiti, Assembly. Photo by: Francesco Galli. Courtesy: La Biennale di Venezia

Angelica Mesiti, ASSEMBLY, 2019 (production still) three-channel video installation in architectural amphitheater. HD video projections, color, six-channel mono sound, 25 mins, dimensions variable. © Photography: Bonnie Elliott. Commissioned by the Australia Council for the Arts. Courtesy of the artist and Anna Schwartz Gallery, Australia and Galerie Allen, Paris.

Angelica Mesiti, ASSEMBLY, 2019 (production still) three-channel video installation in architectural amphitheater. HD video projections, color, six-channel mono sound, 25 mins, dimensions variable. © Photography: Bonnie Elliott. Commissioned by the Australia Council for the Arts. Courtesy of the artist and Anna Schwartz Gallery, Australia and Galerie Allen, Paris.

Pavilion of AUSTRALIA, Angelica Mesiti, Assembly. Photo by: Francesco Galli. Courtesy: La Biennale di Venezia

Pavilion of AUSTRALIA, Angelica Mesiti, Assembly. Photo by: Francesco Galli. Courtesy: La Biennale di Venezia

Angelica Mesiti, ASSEMBLY, 2019 (production still) three-channel video installation in architectural amphitheater. HD video projections, color, six-channel mono sound, 25 mins, dimensions variable. © Photography: Bonnie Elliott. Commissioned by the Australia Council for the Arts. Courtesy of the artist and Anna Schwartz Gallery, Australia and Galerie Allen, Paris.

Angelica Mesiti, ASSEMBLY, 2019 (production still) three-channel video installation in architectural amphitheater. HD video projections, color, six-channel mono sound, 25 mins, dimensions variable. © Photography: Bonnie Elliott. Commissioned by the Australia Council for the Arts. Courtesy of the artist and Anna Schwartz Gallery, Australia and Galerie Allen, Paris.

Pavilion of AUSTRALIA, Angelica Mesiti, Assembly. Photo by: Francesco Galli. Courtesy: La Biennale di Venezia

Pavilion of AUSTRALIA, Angelica Mesiti, Assembly. Photo by: Francesco Galli. Courtesy: La Biennale di Venezia

Pavilion of AUSTRALIA, Angelica Mesiti, Assembly. Photo by: Francesco Galli. Courtesy: La Biennale di Venezia

Pavilion of AUSTRALIA, Angelica Mesiti, Assembly. Photo by: Francesco Galli. Courtesy: La Biennale di Venezia

Angelica Mesiti, ASSEMBLY, 2019 (production still) three-channel video installation in architectural amphitheater. HD video projections, color, six-channel mono sound, 25 mins, dimensions variable. © Photography: Bonnie Elliott. Commissioned by the Australia Council for the Arts. Courtesy of the artist and Anna Schwartz Gallery, Australia and Galerie Allen, Paris.

Angelica Mesiti, ASSEMBLY, 2019 (production still) three-channel video installation in architectural amphitheater. HD video projections, color, six-channel mono sound, 25 mins, dimensions variable. © Photography: Bonnie Elliott. Commissioned by the Australia Council for the Arts. Courtesy of the artist and Anna Schwartz Gallery, Australia and Galerie Allen, Paris.

Biennale di Venezia 2019| Con 'Island weather' Mark Justiniani trasforma il Padiglione Filippine in un arcipelago sospeso sull'abisso

Pavilion of PHILIPPINES, Mark Justiniani, Island Weather. Photo by: Italo Rondinella. Courtesy: La Biennale di Venezia

Pavilion of PHILIPPINES, Mark Justiniani, Island Weather. Photo by: Italo Rondinella. Courtesy: La Biennale di Venezia

Immerso nella semi oscurità, il Padiglione Filippine della Biennale di Venezia 2019, si compone di tre isole stilizzate dell’artista Mark Justiniani su cui i visitatori possono salire (rigorosamente senza scarpe), per ammirare dal vetro profondità apparentemente infinite aprirsi sotto i loro piedi . Abissi simili a grotte sottomarine, antichi pozzi o scavi archeologici, da cui fanno capolino luci vive, oggetti e schegge di paesaggio.

La mostra si intitola 'Island weather', alludendo al tempo in senso metaforico. E sfrutta i sentimenti di meraviglia e paura dello spettatore per spingerlo a riflettere su quanto il mondo, per come lo percepiamo, sia illusorio. Infatti l’impressione di profondità infinita è un inganno che Justiniani ha creato mettendo uno specchio spia (come quelli che si usano per gli interrogatori) di fronte a un altro specchio. In questo modo l’artista è anche riuscito a tratteggiare la memoria collettiva del popolo filippino attraverso il ripetersi di poche cose inanimate.

"L'idea dello scavo riguarda anche lo scavo dei ricordi- ha dichiiarato Mark Justiniani in alcune interviste- Dissotterrare le cose che sono state sepolte nella nostra storia”.

‘Island weather’ prende avvio dal concetto di “Sandaigdigan”, che si potrebbe tradurre in “Un unico mondo”, come a dire che tutte le cose sono interconnesse tra loro. Un'idea che affonda le radici nelle religioni ancestrali indigene delle Filippine, semi cancellate dalla colonizzazione spagnola. Una testimonianza di una memoria arcaica, quindi, che si fonde agli oggetti più recenti che compaiono nelle installazioni: le seggiole della scuola pubblica, i contatori elettrici ecc. Anche loro, ripetuti all’infinito dal gioco di specchi, a comporre una memoria collettiva e un’identità nazionale fatta di esperienze quotidiane e stati emotivi comuni.

Il Padiglione Filippine di Mark Justiniani è curato da Tessa Maria Guazon e si trova all’Arsenale. Si potrà ovviamente visitarlo per tutta la durata della Biennale d’Arte di Venezia 2019 (fino al 24 novembre)

Pavilion of PHILIPPINES, Mark Justiniani, Island Weather. Photo by: Italo Rondinella. Courtesy: La Biennale di Venezia

Pavilion of PHILIPPINES, Mark Justiniani, Island Weather. Photo by: Italo Rondinella. Courtesy: La Biennale di Venezia

Pavilion of PHILIPPINES, Mark Justiniani, Island Weather. Photo by: Italo Rondinella. Courtesy: La Biennale di Venezia

Pavilion of PHILIPPINES, Mark Justiniani, Island Weather. Photo by: Italo Rondinella. Courtesy: La Biennale di Venezia

Pavilion of PHILIPPINES, Mark Justiniani, Island Weather. Photo by: Italo Rondinella. Courtesy: La Biennale di Venezia

Pavilion of PHILIPPINES, Mark Justiniani, Island Weather. Photo by: Italo Rondinella. Courtesy: La Biennale di Venezia

Pavilion of PHILIPPINES, Mark Justiniani, Island Weather. Photo by: Italo Rondinella. Courtesy: La Biennale di Venezia

Pavilion of PHILIPPINES, Mark Justiniani, Island Weather. Photo by: Italo Rondinella. Courtesy: La Biennale di Venezia

Pavilion of PHILIPPINES, Mark Justiniani, Island Weather. Photo by: Italo Rondinella. Courtesy: La Biennale di Venezia

Pavilion of PHILIPPINES, Mark Justiniani, Island Weather. Photo by: Italo Rondinella. Courtesy: La Biennale di Venezia

Pavilion of PHILIPPINES, Mark Justiniani, Island Weather. Photo by: Italo Rondinella. Courtesy: La Biennale di Venezia

Pavilion of PHILIPPINES, Mark Justiniani, Island Weather. Photo by: Italo Rondinella. Courtesy: La Biennale di Venezia

Pavilion of PHILIPPINES, Mark Justiniani, Island Weather. Photo by: Italo Rondinella. Courtesy: La Biennale di Venezia

Pavilion of PHILIPPINES, Mark Justiniani, Island Weather. Photo by: Italo Rondinella. Courtesy: La Biennale di Venezia

Pavilion of PHILIPPINES, Mark Justiniani, Island Weather. Photo by: Italo Rondinella. Courtesy: La Biennale di Venezia

Pavilion of PHILIPPINES, Mark Justiniani, Island Weather. Photo by: Italo Rondinella. Courtesy: La Biennale di Venezia

Pavilion of PHILIPPINES, Mark Justiniani, Island Weather. Photo by: Italo Rondinella. Courtesy: La Biennale di Venezia

Pavilion of PHILIPPINES, Mark Justiniani, Island Weather. Photo by: Italo Rondinella. Courtesy: La Biennale di Venezia

Pavilion of PHILIPPINES, Mark Justiniani, Island Weather. Photo by: Italo Rondinella. Courtesy: La Biennale di Venezia

Pavilion of PHILIPPINES, Mark Justiniani, Island Weather. Photo by: Italo Rondinella. Courtesy: La Biennale di Venezia

Pavilion of PHILIPPINES, Mark Justiniani, Island Weather. Photo by: Italo Rondinella. Courtesy: La Biennale di Venezia

Pavilion of PHILIPPINES, Mark Justiniani, Island Weather. Photo by: Italo Rondinella. Courtesy: La Biennale di Venezia

Narine Arakelian ha trasformato la scala gotica di Palazzo Contarini del Bovolo in un faro multicolore

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L’artista armena di origini siberiane, Narine Arakelian, in occasione della Biennale di Venezia 2019, ha trasformato la scala a chiocciola dell’antichissimo Palazzo Contarini del Bovolo in un faro multicolore. L’installazione, realizzata con lastre di plexiglass colorato, disposte come fossero finestre e luci, fa riferimento alla storia della residenza e ai concetti di speranza e rinascita.

Narine Arakelian alla Biennale 2019 rappresenta il suo Paese (Padiglione Armenia, al Collegio Armeno Moorat-Raphael di Dorsoduro) insieme al gruppo artistico ArtLab Yerevan. La mostra, curata da Susanna Gyulamiryan, si intitola ‘Revolutionary Sensorium’ ed è una riflessione sulle tensioni e le proteste che hanno segnato la repubblica caucasica nella primavera dello scorso anno. All’esposizione Narine Arakelian contribuisce con una performance. Il progetto che reinventa la scala tardo gotica, invece, si concentra su temi universali creando un’atmosfera di sospensione nello scorrere incessante della Storia.

L’installazione realizzata a Palazzo Contarini del Bovolo (curata da Pier Paolo Scelsi) si intitola ‘The Pharos Flower’ e, secondo l’artista, costituisce un momento di raccordo tra passato, presente e futuro. Di certo c’è che raggiungere il panorama mozzafiato che si gode dalla cima sarà un po’ meno faticoso per i visitatori che saliranno immersi nella vivida purezza del colore.

All’interno del palazzo l’artista presenta poi dei tessuti e degli oggetti di vetro (realizzati allo Studio Abate Zanetti di Murano=. Non solo, perchè anche qui Arakelian si esibirà in una performance. Ispirato all’opera di Tintoretto ‘Bozzetto del Paradiso’, lo spettacolo la vede trasformarsi in una statua di marmo. (via Designboom)

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Biennale di Venezia 2019| Le travi di metallo di Carol Bove morbide e colorate come tessuti pregiati sfilano a May you Live in Interesting Times

Carol Bove, Various works, 2017-2019 (Arsenale); Stainless steel, found steel and urethane paint. Photo by Maris Mezulis

Carol Bove, Various works, 2017-2019 (Arsenale); Stainless steel, found steel and urethane paint. Photo by Maris Mezulis

Le sculture monumentali di Carol Bove sono fluide e ariose, intensamente, talvolta anche vivacemente, colorate, fanno pensare a materiali malleabili e infantili come le gomme da masticare o il pongo; ma più spesso richiamano alla mente i tessuti di una sfilata d’alta moda. Eppure sono fatte con solide travi di metallo, di quelle che si usano nei grandi progetti edilizi o per i ponti.

Carol Bove è nata a Ginevra da genitori americani. Nonostante sia cresciuta negli Stati Uniti, dove ha studiato e tutt’ora vive, è stata chiamata a rappresentare la Svizzera alla Biennale di Venezia 2017. Due anni dopo ritroviamo il suo lavoro alla Biennale di Venezia 2019, May you Live Interesting Times, curata da Ralph Rugoff . Per la mostra ha creato anche una serie di nuove opere (Nike I, New Moon).

Bove riveste le sue sculture di lacche lucide e impeccabili rubate all’industria dell’automobile. Tuttavia, spesso le accosta a lastre di metallo arrugginito e graffiato. Più che di un matrimonio tra elementi apparentemente opposti ma evidentemente compatibili si tratta di una fusione, tanto le volute delle une vengono fatte combaciare con le increspature inquiete delle altre. Per Farlo Bove e il suo staff sollevano con delle gru le enormi parti scultoree e le muovono, o le fanno addirittura oscillare. L’artista non fa rendering ne studi preparatori ma ha l'abitudine di camminare per lo studio manipolando dei pezzi di Play-Doh dai colori vivaci.

A livello concettuale le opere parlano di forza e fragilità, comunione degli opposti, resilienza ma anche inganno.

“In questo momento storico- ha detto- il pensiero esecutivo, l’estroversione e i gesti intenzionali occupano posizioni tiranniche di dominio. Dobbiamo opporci riservando spazio alle immagini poetiche , al pensiero associativo e agli atti privi di uno scopo. E’ per questo motivo che mi piace l’acciaio: ha la potenzialità di rivelarsi molto testardo”.

Le sculture di Carol Bove si possono vedere sia all’Arsenale che ai Giardini per tutta la durata della Biennale di Venezia 2019.

Carol Bove, Various works, 2017-2019 (Arsenale); Stainless steel, found steel and urethane paint. Photo by Maris Mezulis

Carol Bove, Various works, 2017-2019 (Arsenale); Stainless steel, found steel and urethane paint. Photo by Maris Mezulis

Carol Bove, Various works, 2017-2019 (Arsenale); Stainless steel, found steel and urethane paint. Photo by Maris Mezulis

Carol Bove, Various works, 2017-2019 (Arsenale); Stainless steel, found steel and urethane paint. Photo by Maris Mezulis

Carol Bove, Various works, 2017-2019 (Arsenale); Stainless steel, found steel and urethane paint. Photo by Maris Mezulis

Carol Bove, Various works, 2017-2019 (Arsenale); Stainless steel, found steel and urethane paint. Photo by Maris Mezulis

Carol Bove, Various works, 2017-2019 (Arsenale); Stainless steel, found steel and urethane paint. Photo by Maris Mezulis

Carol Bove, Various works, 2017-2019 (Arsenale); Stainless steel, found steel and urethane paint. Photo by Maris Mezulis

Carol Bove, Various works, 2017-2019 (Arsenale); Stainless steel, found steel and urethane paint. Photo by Maris Mezulis

Carol Bove, Various works, 2017-2019 (Arsenale); Stainless steel, found steel and urethane paint. Photo by Maris Mezulis

Carol Bove, Various works, 2018 (Giardini della Biennale); Stainless steel, found steel and urethane paint. Photo by Maris Mezulis

Carol Bove, Various works, 2018 (Giardini della Biennale); Stainless steel, found steel and urethane paint. Photo by Maris Mezulis

Carol Bove, Various works, 2018 (Giardini della Biennale); Stainless steel, found steel and urethane paint. Photo by Maris Mezulis

Carol Bove, Various works, 2018 (Giardini della Biennale); Stainless steel, found steel and urethane paint. Photo by Maris Mezulis

Carol Bove, Various works, 2018 (Giardini della Biennale); Stainless steel, found steel and urethane paint. Photo by Maris Mezulis

Carol Bove, Various works, 2018 (Giardini della Biennale); Stainless steel, found steel and urethane paint. Photo by Maris Mezulis

Carol Bove, Various works, 2018 (Giardini della Biennale); Stainless steel, found steel and urethane paint. Photo by Maris Mezulis

Carol Bove, Various works, 2018 (Giardini della Biennale); Stainless steel, found steel and urethane paint. Photo by Maris Mezulis

Carol Bove, Various works, 2018 (Giardini della Biennale); Stainless steel, found steel and urethane paint. Photo by Maris Mezulis

Carol Bove, Various works, 2018 (Giardini della Biennale); Stainless steel, found steel and urethane paint. Photo by Maris Mezulis

Carol Bove, Various works, 2017-2019 (Arsenale); Stainless steel, found steel and urethane paint. Photo by Maris Mezulis

Carol Bove, Various works, 2017-2019 (Arsenale); Stainless steel, found steel and urethane paint. Photo by Maris Mezulis