“KAWS: THE MESSAGE”, Palazzo Strozzi, Florence, 2025. Photo Ela Bialkowska, OKNO studio © KAWS
Il protagonista del gruppo scultoreo è rannicchiato per terra con le spalle curve e il volto nascosto dallo schermo del cellulare che sta guardando rapito, mentre davanti a lui una figura eretta gli parla accorata mostrando a sua volta lo smartphone. “The Message”, la nuova opera d’arte pubblica di Brian Donnelly, universalmente conosciuto come KAWS, per il cortile di Palazzo Strozzi a Firenze, mentre al piano nobile dell’edificio rinascimentale si celebra la mostra “Beato Angelico” e l’Occidente si appresta a festeggiare il Natale, è quanto mai appropriata. Sia perché rilegge con gli occhi laici della contemporaneità il tema artistico dell’Annunciazione, sia perché in legno com’è fa pensare un po’ al presepe. Non fosse che “The Message” è decisamente meno raccolta della tradizionale rappresentazione della Natività.
“Amo particolarmente il legno con le sculture in scala monumentale - ha spiegato il signor Donnelly - La scultura è alta sei metri e tu sei di fronte a questo lavoro gigante ma che in qualche modo sembra vulnerabile”.
D’altra parte le dimensioni monumentali dei personaggi creati negli anni ’90 da KAWS sono un elemento ricorrente dei suoi progetti urbani, in cui distorce sottilmente il significato dei monumenti mixando pose dell’iconografia classica a forme da cartoon e scene rubate alla quotidianità. Sottolineando nel contempo il rapporto con lo spazio architettonico attraverso la composizione e il prevalere di sinuosità o linee rette.
Anche perché le sculture sovradimensionate attirano più facilmente l’attenzione di una platea eterogenea e frettolosa, spesso di passaggio, come quella a cui si rivolgono le opere d’arte pubblica.
“Non tutti hanno voglia o possono pagare un biglietto - ha detto il direttore generale della Fondazione Palazzo Strozzi, Arturo Galansino - Come sapete siamo una fondazione privata e i biglietti sono molto importanti per noi però vogliamo anche fare in modo che l’arte sia davvero parte della vita di chiunque”.
“KAWS: THE MESSAGE”, Palazzo Strozzi, Florence, 2025. Photo Ela Bialkowska, OKNO studio © KAWS
Nato nel ’74 a Jersey City (una città di 300 mila abitanti che si affaccia direttamente sul fiume Hudson negli Stati Uniti), Brian Donnelly ha cominciato a interessarsi all’arte fin da ragazzino ma non ha mai pensato di poter trasformare questa passione in un lavoro (“Credevo che avrei dovuto fare altro per poter continuare”, ha dichiarato, una volta). Invece la sua ascesa è stata impressionante e l’ha portato a decine di collaborazioni con marchi dalla diffusione globale (tra questi: Nike, Comme des Garçons o Kiehl's); ad avere opere esposte, se non stabilmente conservate, in musei pubblici e privati; ad essere un beniamino di collezionisti famosi come i rapper Pharrell Williams e Kid Cudi, la star di YouTube PewDiePie, e i membri della boy band sudcoreana BTS. Oltre a fargli toccare cifre a sei zeri sul mercato secondario.
Nonostante ciò l’impressione che si ha di lui, quando lo si sente parlare in pubblico o si legge una sua intervista, è quella di una persona schiva, persino timida, che nasconde dietro una profusione di “you know” (lo usa come intercalare e lo ripete continuamente) e la tenuta da skater (cappellino a visiera, felpa e maglietta) parte della propria personalità.
Skateboarder accanito fin da adolescente, dopo un breve impiego come illustratore alla Disney (ha tra l’altro collaborato agli sfondi per “La Carica dei 101”) si è dedicato all’arte a tempo pieno. KAWS, il nome che si è dato, non significa niente in particolare (gli piaceva l’effetto grafico del concatenarsi delle lettere). Dai tempi dell’università abita a New York (che durante gli esordi ha usato come tela diffusa per le sue opere di street art e in cui oggi sono collocati alcuni suoi monumenti) dove ha uno studio con un numero variabile di assistenti. È sposato con la pittrice e ceramista Julia Chiang, dalla quale ha avuto due figlie.
Il suo pantheon di personaggi (a volte di fantasia a volte presi in prestito tali e quali), a un tempo giocosi, malinconici e sottilmente trasgressivi, ruota attorno a Companion. Una figura ispirata a Topolino con delle X al posto degli occhi, delle ossa incrociate per orecchie, che può essere considerato l’alter ego dell’artista ma anche colui con cui chi guarda può immedesimarsi.
“KAWS: THE MESSAGE”, Palazzo Strozzi, Florence, 2025. Photo Ela Bialkowska, OKNO studio © KAWS
A Firenze Companion è impegnato in un muto duetto con BFF (per quest’ultimo, KAWS ha invece preso spunto da uno dei Muppets). Le forme che costituiscono i due personaggi, più della composizione (che porta subito alla mente Angelico e il Rinascimento pittorico), riprendono i motivi architettonici mentre la tessitura del materiale e della lavorazione contribuisce al dinamismo di una scena che è aperta all’interpretazione del pubblico.
“Per me è impossibile dire come i visitatori interpretino la scena - ha detto l’artista- artista - Ma io? A cosa stavo pensando io quando sono stato invitato? Ci ho dovuto riflettere molto. Perché quando un lavoro è finito è come se cancellasse il resto (...) Ho recentemente perso mio padre e questo ha influenzato tutto il mio mondo. Così questa è un’opera sul Rinascimento ma, per me, ha anche una lettura più personale”.
Il signor Donnelly, che a seconda dell’ambiente sceglie materiali diversi (fibra di vetro, metallo, legno, gonfiabili ecc.), è anche capace di garantire risultati molto vicini alla perfezione (in termini estetici così come di sicurezza) lavorando con ditte specializzate e in alcuni casi collaborando con un team di ingegneri. Non molti anni fa un suo progetto (d’arte pubblica) al porto di Hong Kong ha fatto il giro dei media del mondo: “Uso i gonfiabili da quando ho veramente cominciato a lavorare su larga scala: cose di 30-40 metri. Lavori che si devono poter installare e disinstallare dopo un determinato periodo di tempo. A Hong Kong c’era il gonfiabile ma era ancorato al fondale con 40 tonnellate di metallo, oltre a tutti i macchinari necessari”.
Tuttavia, gestire innovativi progetti d’arte pubblica può sembrare semplice ma non lo è affatto: “A Victoria Harbor abbiamo avuto acque molto agitate. Quindi avevamo un subacqueo due volte al giorno per controllare l’opera la mattina e ripararla il pomeriggio. Ogni giorno avevo bisogno di sistemarla perché le cose si rovinavano”.
A Firenze ha invece usato il legno: “La scelta del legno è stata una maniera per aggiungere un po' di calore al lavoro”.
“The Message” di KAWS resterà nel cortile di Palazzo Strozzi per tutta la durata della mostra di Beato Angelico (di cui è un’integrazione contemporanea). Cioè fino al 25 gennaio 2026.
“KAWS: THE MESSAGE”, Palazzo Strozzi, Florence, 2025. Photo Ela Bialkowska, OKNO studio © KAWS
“KAWS: THE MESSAGE”, Palazzo Strozzi, Florence, 2025. Photo Ela Bialkowska, OKNO studio © KAWS
“KAWS: THE MESSAGE”, Palazzo Strozzi, Florence, 2025. Photo Ela Bialkowska, OKNO studio © KAWS
“KAWS: THE MESSAGE”, Palazzo Strozzi, Florence, 2025. Photo Ela Bialkowska, OKNO studio © KAWS
“KAWS: THE MESSAGE”, Palazzo Strozzi, Florence, 2025. Photo Ela Bialkowska, OKNO studio © KAWS
L’opera onirica e perturbante di Andro Erazde porta la scena artistica georgiana al Project Space di Palazzo Strozzi:
Andro Eradze, Flowering and Fading, 2024 single-channel video, color, sound, 16’ LED wall size: cm 250 x 450 Prodotto da Lo schermo dell’arte con Fondazione In Between Art Film nel contesto di VISIO Production Fund initiative. Courtesy l’artista; Lo schermo dell’arte; Fondazione In Between Art Film; e SpazioA, Pistoia
E’ notte in una foresta: il buio e il silenzio sono pressochè totali. E mentre i nostri occhi cercano di abituarsi, mentre la mente cerca di elaborare una quiete che gli è estranea ma dalla quale è attratta, esplodono i fuochi d’artificio; squarciando il silenzio con malagrazia illuminano il bosco a giorno. Così ci appaiono i suoi improbabili abitanti: un gruppo di animali selvatici impagliati, spaventati dal baccano e dai colori irreali. La civiltà dell’uomo non si ferma e non ha pietà neppure per i morti.
Perturbante e onirica, questa favola nera, il trentaduenne georgiano, Andro Erazde, l’ha inventata, messa in scena e portata alla Biennale di Venezia nel 2022. La bellezza rifinita delle immagini, i richiami a Surrealismo e Realismo Magico, oltre al legame con il ritmo della poesia (“Raised in the dust” era ispirato alla conclusione del poema “The Snake Eater” del connazionale dell’artista, Vazha-Pshavela, vissuto tra 1861 e il 1915 e considerato una gloria nazionale) hanno garantito al signor Erazde una visibilità senza pari. Che negli anni successivi lui ha sfruttato con attenzione, partecipando ad altre collettive di alto profilo.
Adesso Andro Erazde è protagonista della mostra “Bones of Tomorrow”, in contemporanea al Project Space di Palazzo Strozzi e all’Ex-Teatro dell’Oriuolo (sede tra l’altro dell’Istituto Europeo di Design di Firenze), che è importante per molti versi.
Innanzitutto il fatto che si tratti della sua prima personale in una sede istituzionale, ma anche la tempistica (inaugurata il 20 di novembre, l’esposizione si potrà visitare fino al 25 gennaio, incluse tutte le feste) e poi la simultaneità del suo spettacolo con quello dedicato a Beato Angelico su cui il museo fiorentino ha investito molte risorse e impegno (la preparazione che ha incluso studi e interventi di restauro è durata ben quattro anni e riunisce in due sedi oltre 140 opere tra dipinti, disegni, sculture e miniature provenienti da prestigiosi musei come il Louvre di Parigi, la Gemäldegalerie di Berlino, il Metropolitan Museum of Art di New York, la National Gallery di Washington, i Musei Vaticani, la Alte Pinakothek di Monaco, il Rijksmuseum di Amsterdam, oltre a biblioteche e collezioni italiane e internazionali, chiese e istituzioni territoriali).
Non a caso il signor Erazde ha commentato: “Sono estremamente onorato di avere questa mostra qui in contemporanea con quella dell’Angelico. Beato Angelico che è uno dei miei eroi nel mondo dell’arte. Sono andato a vedere l’Annunciazione in San Marco più volte, penso che sia un maestro assoluto di tutte le epoche”.
Del resto, se Tracey Emin prima di lui aveva speso parole simili per elogiare il frate domenicano che onorava Dio dipingendo, non sono pochi gli artisti contemporanei che devono il proprio successo all’aver fatto tesoro della lezione di Beato Angelico (come ha dimostrato il recente record d’asta di “High Society” di Cecily Brown). E anche se Andro Erazde, con le sue tavolozze notturne, le atmosfere inquietanti e la sottile e onnipresente fascinazione per la morte, sembra molto lontano dall’universo dell’Angelico, non si può negare che la sua ricerca artistica abbia una componente spirituale molto spiccata.
Andro Eradze, Bones of Tomorrow, exhibition views, Firenze, Palazzo Strozzi, Project Space, e/and Ex-Teatro dell’Oriuolo, IED Firenze. Photo Ela Bialkowska, OKNO Studio.
Nato nel ’93 a Tiblisi, dove vive e lavora, Andro Erazde d’altro canto è naturalmente un figlio del suo tempo. Il suo lavoro mixa media impalpabili come video arte ed elaborazione digitale con altri più concreti come le stampe fotografiche fino ad arrivare a pesanti interventi scultorei in ferro. Dal punto di vista concettuale trae ispirazione dalle teorie delle relazioni interspecie della studiosa e professoressa statunitense di storia della coscienza e studi femministi, Donna Haraway (Leone d’oro alla carriera alla Biennale di Venezia di architettura che si è appena conclusa) così come dal controverso critico d’arte e novellista di estrema sinistra britannico, John Berger.
Il signor Erazde è anche parte di una delle scene artistiche europee che più hanno creato interesse negli ultimi anni.
Ritenuta una terra semi-inesplorata fino a non molto tempo addietro, la Georgia, dopo una guerra veloce ma distruttiva con la Russia (nel 2008) ha dovuto affrontare tensioni e arretratezza culturale (ne è un esempio il mai del tutto risolto problema del rapimento delle spose, talvolta bambine, per costringerle a maritarsi con uno degli aggressori). Considerato una porta tra Occidente e Oriente, lo stato del Caucaso, ha anche da tempo chiesto l’annessione all’Unione Europea e aspira a far prevalere la sua anima di ponente sui complicati rapporti con l’ingombrante vicino dell’est, nonostante una tendenza autocratica emersa recentemente. Gli artisti, per la maggior parte, hanno tramutato questa complessità in negazione e tendono ad abbracciare il linguaggio trasfigurato del sogno e della poesia. Tuttavia, e l’opera del signor Erazde ne è una dimostrazione, grattando la superficie l’inquietudine prende il sopravvento. Infatti, a Firenze i visitatori si troveranno di fronte fotografie attraenti ma che ritraggono particolari di vegetali in decomposizione, talvolta incorniciate da acuminate trappole meccaniche. O mentre assistono alla bellissima immagine del sogno condiviso di un uomo e di un cane (che probabilmente il giovane artista georgiano ha tratto da una scultura presentata da Maurizio Cattelan al Pirelli Hangar Bicocca nel 2022) vedranno lo spazio quotidiano distorcersi intorno ai protagonisti in maniera davvero poco rassicurante.
Intitolata “Bones of Tomorrow” la personale di Andro Erazde al Project Space di Palazzo Strozzi, fa riferimento sia alla surreale inclinazione delle opere che all’insanabile alterazione del tempo sotto la pressione della Storia. E’ curata da Arturo Galansino (Direttore Generale della Fondazione Palazzo Strozzi), insieme a Daria Filardo (coordinatrice dipartimento Arte di IED Firenze), con il supporto della classe del Master in Curatorial Practice 2024-2025. Ed è a ingresso gratuito come l’intervento monumentale dello statunitense Kaws (“The Message”) nel cortile del magnifico edificio rinascimentale.
Andro Eradze, Bones of Tomorrow, exhibition views, Firenze, Palazzo Strozzi, Project Space, e/and Ex-Teatro dell’Oriuolo, IED Firenze. Photo Ela Bialkowska, OKNO Studio.
Andro Eradze, Bones of Tomorrow, exhibition views, Firenze, Palazzo Strozzi, Project Space, e/and Ex-Teatro dell’Oriuolo, IED Firenze. Photo Ela Bialkowska, OKNO Studio.
Andro Eradze, Bones of Tomorrow, exhibition views, Firenze, Palazzo Strozzi, Project Space, e/and Ex-Teatro dell’Oriuolo, IED Firenze. Photo Ela Bialkowska, OKNO Studio.
Andro Eradze, Ghost Carriers, 2025 film still, 05:00 min; 4K Courtesy l‘artista e SpazioA, Pistoia
Andro Eradze, Bones of Tomorrow, exhibition views, Firenze, Palazzo Strozzi, Project Space, e/and Ex-Teatro dell’Oriuolo, IED Firenze. Photo Ela Bialkowska, OKNO Studio.
Andro Eradze, Bones of Tomorrow, exhibition views, Firenze, Palazzo Strozzi, Project Space, e/and Ex-Teatro dell’Oriuolo, IED Firenze. Photo Ela Bialkowska, OKNO Studio.
Andro Eradze, Bones of Tomorrow, exhibition views, Firenze, Palazzo Strozzi, Project Space, e/and Ex-Teatro dell’Oriuolo, IED Firenze. Photo Ela Bialkowska, OKNO Studio.
Ritratto di Andro Eradze nel suo studio Courtesy l‘artista e SpazioA, Pistoia
"Reaching for the stars": a Palazzo Strozzi un viaggio intergalattico nel firmamento dell'arte contemporanea
Reaching for the stars, Palazzo Strozzi, Firenze, 2023. Installation view. photo: Ela Bialkowska OKNO Studio
Dallo scorso fine settimana, nel cortile quattrocentesco di Palazzo Strozzi c’è un razzo. Più o meno a grandezza naturale, si capisce che non potrà mai volare, ma con la rampa blu elettrico e il corpo metallico che si estende fino allo spicchio di cielo incorniciato dal tetto, è ugualmente d’impatto. Capace di proiettare gli animi verso il futuro. E i visitatori della mostra “Reaching for the Stars” direttamente nel firmamento dell’arte contemporanea.
In un viaggio intergalattico, nato dalla collaborazione tra la Fondazione Palazzo Strozzi di Firenze e la Fondazione Sandretto Re Rebaudengo di Torino, e orientato da stelle polari come Maurizio Cattelan, Damien Hirst o Cindy Sherman e che condurrà a raggiugere astri nascenti come quello di Lynette Yiadom-Boakye. Senza dimenticarsi di fare una tappa nel pianeta irriproducibile di Tino Seghal, dove video e fotocamere sono bandite.
Tra capolavori, ironia, storia contemporanea, identità culturali e tanta musica.
Goshka Makuga, Gonogo, Palazzo Strozzi Firenze. Photo: Ela Bialkowska OKNO Studio
GONOGO:
Il razzo si chiama “Gonogo” (il titolo fa riferimento al processo di verifica “go/no go” che precede un lancio aerospaziale), alto 15 metri, è l’ultima installazione dell’artista polacca Goshka Macuga, e il suo scopo principale, a Firenze, è quello di trasportare i visitatori nel firmamento dell’arte contemporanea. Ma, in genere ne ha diversi. Prima di tutto, la monumentale scultura, allude al rapporto contraddittorio con il futuro del genere umano (da una parte l’entusiasmo, dall’altra insicurezza e la paura).
“Gonogo”, realizzato in una fonderia fiorentina per “Reaching for the Stars”, su commissione della Fondazione Sandretto Re Rebaudengo di Torino, è stato tra i progetti finalisti al concorso per il Fourth Plinth di Trafalgar Square a Londra. E, a fine mostra, aspetterà di essere collocato sull’Isola di San Giacomo a Venezia dove sorgerà la nuova sede della fondazione piemontese.
Fino ad allora è un’opera d’arte pubblica accessibile a chiunque metta piede nel cortile di Palazzo Strozzi.
Reaching for the stars, Palazzo Strozzi, Firenze, 2023. Installation view. photo: Ela Bialkowska OKNO Studio
LA MOSTRA – INFORMAZIONI ESSENZIALI:
Nata per celebrare il trentennale della collezione Sandretto Re Rebaudengo di Torino, “Reaching for the Stars. Da Mauriziodi Cattelan a Lynette Yiadom-Boakye”, ha unito gli sforzi economici e organizzativi della Fondazione Palazzo Strozzi con la Fondazione Sandretto Re Rebaudengo. Ha richiesto oltre due anni di pianificazione e con 70 opere di importanti artisti italiani ed internazionali (tutte provenienti dalla collezione torinese), suddivise in 9 aree tematiche, vuole essere una ricognizione sulla storia più recente dell’arte contemporanea e delle ultime tendenze. Il raggio temporale coperto dalle opere è piuttosto vasto (dagli anni ’70 ai giorni nostri, anche se la maggior concentrazione di lavori è tra gli anni ’90 e i primi decenni del XXI secolo).
Gli artisti provengono da tutti i continenti e la mostra occupa l’intero spazio espositivo dell’edificio quattrocentesco (Cortile, Piano Nobile e Strozzina).
Naturalmente “Reaching for the Stars” è anche un’occasione di dialogo tra i capolavori contemporanei e l’architettura rinascimentale dello storico palazzo fiorentino.
Il curatore, Arturo Galasino (Direttore generale della Fondazione Palazzo Strozzi), ha salutato l’inaugurazione dicendo: “Reaching for the Stars è un viaggio in quarant’anni di scoperte e ricerca nell’arte contemporanea. Ospitare a Firenze una collezione come questa significa celebrare i valori del mecenatismo e della committenza nella città dove il grande collezionismo è nato”.
Mentre Patrizia Sandretto Re Rebaudengo, Presidente della Fondazione Sandretto Re Rebaudengo ha affermato: “È per me un onore e una grande emozione poter rivedere le ‘stelle’ della collezione esposte nelle splendide saledella Fondazione Palazzo Strozzi. Festeggiare i trent’anni della mia pratica collezionistica all’interno di questo palazzo, capolavoro dell’architettura rinascimentale”.
Reaching for the stars, Palazzo Strozzi, Firenze, 2023. Installation view. photo: Ela Bialkowska OKNO Studio
GLI ARTISTI:
Si tratta di 50 nomi, quando presenti con un singolo lavoro, quando con più di uno (di Cattelan ad esempio ne sono esposti 5). Sono comunque (fatta eccezione per i più giovani) tutti molto famosi. Vere e proprie stelle.
Tra quelli più noti: Anish Kapoor, Damien Hirst, Maurizio Cattelan, Cindy Sherman, Barbara Kruger, Katharina Fritsch (premiata con il Leone d’oro proprio alla Biennale di Venezia dello scorso anno). Ma anche Lara Favaretto, William Kentridge, Berlinde De Bruyckere, Sarah Lucas, Lynette Yiadom-Boakye. E poi: Glenn Brown, Cerith Wyn Evans, Tino Seghal, David Medalla, Rudolf Stingel, Vanessa Beecroft, Paola Pivi, Pawel Althamer, Shirin Neshat, Josh Kline, Jeff Wall, Thomas Ruff, Thomas Struth, Charles Ray, Mark Manders, Michael Armitage, Adrián Villar Rojas, Thomas Schütte, Wolfgang Tillmans, Cecily Brown, Douglas Gordon & Philippe Parreno, Fiona Tan, Ragnar Kjartansson.
E tanti altri.
Reaching for the stars, Palazzo Strozzi, Firenze, 2023. Installation view. photo: Ela Bialkowska OKNO Studio
LE OPERE:
“Reaching for the stars” ha il merito di aver selezionato quasi esclusivamente lavori importanti. Di Damien Hirst, per esempio, c’è un bel quadro della serie Love (“Love is Great”, 1994), di quelli con le farfalle (vere) che stanno per essere inghiottite dal colore implacabilmente appiccicoso pur se splendido della tela. E una grande scultura dove una stanza priva di qualsiasi attrattiva, se ne stà lì, capovolta, con tanto di scrivania, sedia, pacchetto di sigarette e posacenere al suo interno (“The acquired inability to escape- Inverted and divided”, 1993).
Maurizio Cattelan (Padova, IT, 1960, vive e lavora tra New York e Milano) Bidibidobidiboo, 1996 scoiattolo tassidermizzato, formica, ceramica, legno, acciaio verniciato; cm 45 x 60 x 58 Courtesy Fondazione Sandretto Re Rebaudengo Photo: Zeno Zotti
E, dove le gotiche riflessioni cariche di humor nero di Hirst, lasciano spazio all’ironia caustica di Maurizo Cattelan, si incontrano dei veri e propri capolavori come lo scoiattolino suicida di “Bibidibobidiboo” (1996) e l’autoritratto dell’artista originario di Padova appeso in completo di feltro grigio di “La Rivoluzione siamo noi” (2000). Senza contare le rovine dell’attentato mafioso di via Palestro a Milano (1993), che Cattelan raccolse in discarica e mise in un sacco (“Ninnananna”).
Sempre italiane sono “Gummo V” (2012) di Lara Favaretto, con le sue spazzole rotanti, di varie dimensioni e colori, che lasciano lo spettatore stupito (e pronto a girare un video) e l’orso rivestito di piume di pulcino in posa tenera di Paola Pivi (“Have you seen me before?” , 2008).
E, anche se l’orso di Pivi ci facesse un’immensa tristezza pensando ai pulcini sacrificati per creare l’opera, ci potremmo consolare ammirando una splendida collezione di fotografie in bianco e nero di Cindy Sherman, in cui l’artista statunitense ci porta in un mondo di suggestioni cinematografiche, facendo da modella, scenografa e fotografa contemporaneamente (vari “Untitled film still #” degli anni ’70).
Muovendosi velocemente per le sale, non si può non rimanere colpiti da sculture come “Cloud Canyons” (1988) dello scomparso David Medalla, in cui dall’opera-macchina continuano a uscire bolle di sapone che la modificano ininterrottamente. O dal grande busto che sembra d’argilla crepata ma invece è di metallo dipinto (“Unfired Clay Torse”, 2015) del belga Mark Manders. Oppure rimanere indifferenti di fronte alla scultura in cera, grasso, capelli e intestino animale (“Self-portrait”, 1993), in cui l’artista di Varsavia, Pawel Althamer, si fa più vecchio e brutto.
Reaching for the stars, Palazzo Strozzi, Firenze, 2023. Installation view. photo: Ela Bialkowska OKNO Studio
Altri lavori possono pure ispirare riflessioni legate al contesto. E’ il caso di “Viral Research” (1986) di Charles Ray, con i suoi contenitori pieni di un liquido nero e vischioso, posti su un tavolo e collegati gli uni agli altri da cannucce, che sono stati installati davanti a un grande dipinto carico di motivi ripetuti e dorature del tirolese, Rudolf Stingel (“Untitled Ex unico”, 2004). La scultura di Ray, infatti, che in partenza esprimeva la paura dell’Aids, nel contesto di “Reaching for the Stars”, può anche richiamare un punto di ristoro signorile in un antico palazzo e far pensare all’ambivalenza dei riti quotidiani e all’ansia ossessiva che possono nascondere.
Poi c’è la monumentale divinità ancestrale-sirena in bronzo del tedesco, Thomas Schütte (“Nixe”, 2021), che per qualche inspiegabile motivo, dal vivo, nella cornice di Palazzo Strozzi, diventa molto più ponte ed evocativa che nelle fotografie scattatele altrove.
Reaching for the stars, Palazzo Strozzi, Firenze, 2023. Installation view. photo: Ela Bialkowska OKNO Studio
Non si può, poi, non citare la grande scultura in argilla e cemento del brasiliano Adrián Villar Rojas (“Return the World (the Fat Lady)”, 2012), l’infilata di fotografie spettacolari e pittoriche del canadese Wall e dei tedeschi Ruff e Struth. Gli splendidi dipinti dell’inglese di origini ghanesi, Lynette Yiadom-Boakye (di recente ospite di una personale alla Tate Britain di Londra).
Per scendere, infine, nella Strozzina e ammirare l’ampia rassegna di video presentata (ce ne sono di centrati sull’animazione, la musica o la fotografia).
Lì, inaspettata, si avrà pure modo d’incontrare l’opera del tedesco-indiano Tino Seghal. Artista e ballerino, Seghal, crea quelle che lui definisce “situazioni costruite”, cioè performance sintetiche, divertenti e a tratti poetiche, che coinvolgono lo spettatore. Tra l’altro è tassativamente contrario ad ogni forma di riproduzione delle sue opere, per questo se non si va a vederle in mostra è difficile figurarsele. A “Reaching for the stars”, comunque, si avrà occasione di trovarsi faccia a faccia con una performer che, in vece di Seghal, canterà una canzone diversa a seconda dello spettatore, ispirata solo dallo stato d’animo di quest’ultimo.
La performance si chiama “This You” (2006) ed è davvero bella (ma attenzione: nascondete il telefonino!).
Reaching for the stars, Palazzo Strozzi, Firenze, 2023. Installation view. photo: Ela Bialkowska OKNO Studio
LA MOSTRA – COSIDERAZIONI:
“Reaching for the Stars. Da Maurizio Cattelan a Lynette Yiadom-Boakye” è un’esposizione che scorre fluida, ricca di sollecitazioni visive e spunti di riflessione. Molto ben allestita.
Composta da opere importanti, attentamente selezionate, senza cedere alla tentazione di inserire troppo o di sbilanciare il percorso. Tante ma non troppe, appunto, ben posizionate nelle antiche sale del palazzo.
Anche le aree tematiche, tutto sommato, la tengono insieme con grazia, nonostante l’esposizione sia stata ideata partendo da materiale pre- selezionato (le opere dovevano essere quelle già presenti nella collezione Sandretto Re Rebaudengo).
Il riferimento alle stelle, poi, che accompagna il visitatore fin dal titolo, regala ulteriore solidità concettuale alla mostra. Quest’ultima, infatti, va letta come si farebbe con gli astri che punteggiano la volta celeste. Prima di tutto stella per stella (cioè opera per opera), per poi considerare il significato delle costellazioni nel loro insieme.
“Reaching for the Stars. Da Maurizio Cattelan a Lynette Yiadom-Boakye” rimarrà a Palazzo Strozzi fino al 18 giugno 2023.
Reaching for the stars, Palazzo Strozzi, Firenze, 2023. Installation view. photo: Ela Bialkowska OKNO Studio
Reaching for the stars, Palazzo Strozzi, Firenze, 2023. Installation view. photo: Ela Bialkowska OKNO Studio
Reaching for the stars, Palazzo Strozzi, Firenze, 2023. Installation view. photo: Ela Bialkowska OKNO Studio
Reaching for the stars, Palazzo Strozzi, Firenze, 2023. Installation view. photo: Ela Bialkowska OKNO Studio
