Banksy fa causa al Mudec di Milano (ma non al Museo di Baden Baden) . Il giudice fa ritirare il merchandising per il resto gli dà torto

la camera Bansky dell’Hotel Walled Off di proprietà dell’artista di Bristol. photo via Designboom

la camera Bansky dell’Hotel Walled Off di proprietà dell’artista di Bristol. photo via Designboom

La società Pest Control, creata da Banksy per tutelare il proprio marchio, alla fine dello scorso anno ha fatto causa agli organizzatori della mostra “A Visual Protest. The Art of Banksy” (in corso fino al 14 aprile al Mudec di Milano). L’azione legale non è stata un successo. Anzi. Ma soprattutto contribuisce a far emergere le contraddizioni di un artista che combatte un sistema di cui, volente o nolente, è parte. Vero anche però che il Mudec ha mancato di tatto, vista la poetica di Banksy, nel decidere per un evento a pagamento anziché per uno ad ingresso gratuito.

L’esposizione non era autorizzata (come del resto tutte le altre) e si sapeva, era chiaramente scritto ovunque. Sull’autenticità delle opere poi, tutte comperate da acquirenti che hanno consentito ad esporle, non c’erano dubbi. Così Banksy ha deciso di contestare altri aspetti. Il merchandisign, l’uso del suo nome, la riproduzione delle sue opere su catalogo e materiali promozionali vari.

Il giudice del Tribunale di Milano gli ha dato ragione solo per quanto riguarda il merchandising (agendine, quaderni, cartoline, gomme, segnalibri) che sono stati ritirati dal bookshop del Mudec. Per il resto la società 24 Ore Cultura (che appartiene al gruppo che edita il Sole 24 Ore) ha avuto la meglio. Lecito usare il suo nome, visto che non facendolo sarebbe stato difficile informare il pubblico dell’evento. Idem per le riproduzioni su materiale promozionale gratuito. Per quanto riguarda il catalogo (che invece si paga e quindi porta un introito) l’artista per far valere le sue ragioni dovrebbe dimostrare di essere il titolare dei diritti di riproduzione delle opere (che sono state vendute e editate su consenso dei proprietari). Insomma per farlo L’identità di Banksy dovrebbe essere svelata.

Fin qui i fatti della disputa tra l’artista di Bristol e gli organizzatori della mostra milanese. Ma per avere un quadro completo è necessario ricordare gli eventi degli ultimi mesi: Girl with Balloon viene venduta da Sotherby’s alla cifra record (per una sua opera) di 1 milione e 42 mila sterline ma si distrugge di fronte al pubblico; il tritadocumenti inserito in cornice si blocca e l’opera viene tagliata solo a metà; i media ne parlano; Banksy sostiene di aver voluto rendere manifesta la sua avversione al sistema delle aste; la Pest Control, tuttavia, autentica nuovamente l’opera e le cambia nome in Love is in the Bin; Love is in the Bin è stato esposto a Baden Baden al Museum Frieder Burda (creato dall’omonimo influente collezionista) dove rimarrà fino al 3 marzo.

Ed è soprattutto quest’ultimo fatto a interessarci: perchè Banksy non ha fatto causa al Museum Frieder Burda. Le due mostre si tengono contemporaneamente ed entrambe non sono autorizzate. Va detto che il Burda espone una sola opera (quindi nessun catalogo) e che l’accesso è gratuito. Ma è pure vero che Love is in the Bin è l’unica cosa nel museo tedesco la cui visione non sia a pagamento e la maggior parte delle persone accorse per il Banksy della TV spenderà del denaro per vedere anche altro. (via Artsy News, il Sole 24 ore)

Banksy, Love is in the Bin

Banksy, Love is in the Bin

Girogio Andreotta Calò fa nuotare l'Hangar Bicocca negli abissi di un sogno di mare e di pianura

Giorgio Andreotta Calò; Medusa, 2014; Legno di rovere, argilla. Courtesy Wilfried Lentz, Rotterdam. Foto: John Bohnen

Giorgio Andreotta Calò; Medusa, 2014; Legno di rovere, argilla. Courtesy Wilfried Lentz, Rotterdam. Foto: John Bohnen

E’ un po’ un percorso sottomarino, un po’ un sogno ad occhi aperti, la mostra personale di Giorgio Andreotta Calò, CITTADIMILANO, che inaugura domani all’Hangar Bicocca (fino al 21 Luglio 2019). Si tratta di un viaggio in cui le opere di oggi e di ieri dell’artista veneziano riconfigurano lo spazio dell’edificio in cui la Pirelli un tempo fabbricava locomotive. Riconfermando, se ce ne fosse stato ancora bisogno dopo la sua partecipazione alla scorse edizione della Biennale d’arte, il talento visionario e la sensibilità di Andreotta Calò.

All’Hangar Bicocca Giorgio Andreotta Calò parte dalla tragedia della nave posacavi Città di Milano che il 16 giugno 1919 si inabissò presso la secca di Capo Graziano a Filicudi per costruire un percorso nelle profondità acquee dell’immaginazione e della Storia. La vicenda, che dà il titolo alla mostra, ha qui tanta importanza perchè ai tempi ad occuparsi di queste operazioni era la Pirelli. E l’artista ha l’abitudine di modificare il suo lavoro in base al contesto in cui l’espone. Senza contare il fatto che l’acqua, insieme e più del fuoco, è un suo elemento ricorrente.

Ad aprire il percorso espositivo sono proprio le immagini di repertorio del relitto inabissato (che l’artista ha montato fino a renderle un “lavoro e un leit motiv”). Per sottolineare l’interesse di Andreotta Calò per la trasmissione di dati (che al giorno d’oggi significa internet e telecomunicazioni). c’è invece, la porzione di un cavo rimasto sott’acqua per circa 20 anni.

La bellezza e il fascino tattile dei materiali usati dall’uomo che il mare si prende per poi restituirli, ritorna nell’ installazione Produttivo (costituita da campioni di roccia e sedimenti prelevati dal sottosuolo della laguna di Venezia e dell’area mineraria del Sulcis Iglesiente, in Sardegna). Nella serie delle Clessidre (i pali usati dai gondolieri per legare le barche che la marea erode fino a spezzarli, e che l’artista riproduce in bronzo raddoppiandoli, come si specchiassero nell’acqua). E in quella delle Meduse ( in questo caso interviene sugli ormeggi di legno, che trasforma in medusa, organismo marino composto principalmente di acqua, da cui poi trae delle sculture in bronzo.). Ma anche nella serie Pinna Nobilis (sculture che rappresentano delle conchiglie endemiche delle coste del Mar Mediterraneo e in particolare dei luoghi attraversati dalla mostra). E DOGOD (qui invece usa degli elementi ossei provenienti dall’Isola di Sant’Antioco in Sardegna e li assembla dandogli la forma del muso di un cane).

Giorgio Andreotta Calò; Volver, 2008; Courtesy ZERO…, Milano, e Studio Giorgio Andreotta Calò, Venezia. Foto: Davide Conconi

Giorgio Andreotta Calò; Volver, 2008; Courtesy ZERO…, Milano, e Studio Giorgio Andreotta Calò, Venezia. Foto: Davide Conconi

A imprimere una svolta circolare al cammino della mostra ci pensa, invece, la scultura Volver. Si tratta di una barca divisa in due e adagiata su uno specchio d’acqua. Ma quella barca ha una storia che si è svolta 10 anni fa proprio a Milano: l’artista all’interno della barca che usava nella laguna veneziana, ha volato ancorato a una gru sopra i tetti del quartiere Lambrate, compiendo un giro per poi terminare l’azione sulla terrazza della galleria Zero, dove ha tagliato la barca in due. Insomma, il passato chiude il cerchio e dà alla mostra un carattere onirico e personale. Come fosse una specie di viaggio nelle profondità dei ricordi personali e collettivi, con sprazzi di luce che si accendono sul futuro per poi spegnersi repentinamente.

Relitto del piroscafo Città di Milano, Filicudi. Foto:Global Underwater Explorers

Relitto del piroscafo Città di Milano, Filicudi. Foto:Global Underwater Explorers

Va detto che la mostra di Giorgio Andreotta Calò all’Hangar Bicocca, per molti versi si lega a quella di Mario Merz che l’ha preceduta (in corso fino al 24 Febbraio). Ma volendo ben vedere CITTADIMILANO può richiamare alla mente anche Treasures from the Wreck of the Unbelievable di Damien Hirst .

Si parte sempre da un relitto sottomarino che permette a un sogno di emergere dalle nebulose e fiabesche profondità dell’immaginazione. Poco importa in fondo se la circostanza da cui prendeva l’avvio la mostra di Hirst era immaginaria mentre quella da cui prende le mosse quella di Andreotta Calò è reale. A contare è il modo completamente diverso in cui i due artisti sviluppano il percorso. Hirst stupiva il visitatore, cercava di amaliarlo, Andreotta calò, invece, lo conduce per mano in una riflessione sottile su passato e presente, lonatano e vicino, natura e opera dell’uomo, corsi e ricorsi storici. E quindi, indirettamente, anche su globalizzazione e identità. Lontano dall’egocentrismo del precedente, il racconto di Andreotta Calò è aperto e intriso di poesia. Venato da una vaga malinconia che si percepisce appena tra forme ridotte all’osso (i materiali con la loro tattilità le assorbono) e il rigore trasognato del racconto.

Giorgio Andreotta Calò,; Clessidra, 2014, Bronzo; Veduta dell’installazione, Peep-Hole, Milano, 2014. Courtesy Studio Giorgio Andreotta Calò, Venezia. Foto: Stefania Scarpini

Giorgio Andreotta Calò,; Clessidra, 2014, Bronzo; Veduta dell’installazione, Peep-Hole, Milano, 2014. Courtesy Studio Giorgio Andreotta Calò, Venezia. Foto: Stefania Scarpini

Giorgio Andreotta Calò, Senza titolo (La fine del mondo), 2017 (particolare); Veduta dell’installazione, Padiglione Italia, 57ma; Biennale di Venezia, 2017. Courtesy Studio Giorgio Andreotta Calò, Venezia. Foto: Kirsten de Graaf

Giorgio Andreotta Calò, Senza titolo (La fine del mondo), 2017 (particolare); Veduta dell’installazione, Padiglione Italia, 57ma; Biennale di Venezia, 2017. Courtesy Studio Giorgio Andreotta Calò, Venezia. Foto: Kirsten de Graaf

Giorgio Andreotta Calò; Meduse, 2015, Bronzo; Veduta dell’installazione, Triennale, Milano, 2015. Courtesy Studio Giorgio Andreotta Calò, Venezia. Foto: Kirsten de Graaf

Giorgio Andreotta Calò; Meduse, 2015, Bronzo; Veduta dell’installazione, Triennale, Milano, 2015. Courtesy Studio Giorgio Andreotta Calò, Venezia. Foto: Kirsten de Graaf

Giorgio Andreotta Calò; Monumento ai Caduti, 2010; Intervento performativo; Comune di Bologna, 2010. Courtesy Studio Giorgio Andreotta Calò, Venezia. Foto: Matteo Monti

Giorgio Andreotta Calò; Monumento ai Caduti, 2010; Intervento performativo; Comune di Bologna, 2010. Courtesy Studio Giorgio Andreotta Calò, Venezia. Foto: Matteo Monti

Giorgio Andreotta Calò; Carotaggi, 2016; vulcanite, basalto, carbone, acciaio. Veduta dell’installazione, 16a Quadriennale d’arte, Roma, 2016. Foto: Ela Bialkowska

Giorgio Andreotta Calò; Carotaggi, 2016; vulcanite, basalto, carbone, acciaio. Veduta dell’installazione, 16a Quadriennale d’arte, Roma, 2016. Foto: Ela Bialkowska

Giorgio Andreotta Calò; Senza titolo (La fine del mondo), 2017; Veduta dell’installazione, Padiglione Italia, 57ma; Biennale di Venezia, 2017. Courtesy Studio Giorgio Andreotta Calò, Venezia. Foto: Roberto Marossi

Giorgio Andreotta Calò; Senza titolo (La fine del mondo), 2017; Veduta dell’installazione, Padiglione Italia, 57ma; Biennale di Venezia, 2017. Courtesy Studio Giorgio Andreotta Calò, Venezia. Foto: Roberto Marossi

Giorgio Andreotta Calò; Senza titolo (La fine del mondo), 2017; Veduta dell’installazione, Padiglione Italia, 57ma; Biennale di Venezia, 2017. Courtesy Studio Giorgio Andreotta Calò, Venezia. Foto: Roberto Marossi

Giorgio Andreotta Calò; Senza titolo (La fine del mondo), 2017; Veduta dell’installazione, Padiglione Italia, 57ma; Biennale di Venezia, 2017. Courtesy Studio Giorgio Andreotta Calò, Venezia. Foto: Roberto Marossi

Giorgio Andreotta Calò; Senza titolo (La fine del mondo), 2017; Veduta dell’installazione, Padiglione Italia, 57ma; Biennale di Venezia, 2017. Courtesy Studio Giorgio Andreotta Calò, Venezia. Foto: Roberto Marossi

Giorgio Andreotta Calò; Senza titolo (La fine del mondo), 2017; Veduta dell’installazione, Padiglione Italia, 57ma; Biennale di Venezia, 2017. Courtesy Studio Giorgio Andreotta Calò, Venezia. Foto: Roberto Marossi

Giorgio Andreotta Calò; Veduta della mostra, “La scultura lingua morta III”, Sprovieri Gallery, Londra, 2015. Courtesy Sprovieri Gallery, Londra. Foto: Riccardo Abate

Giorgio Andreotta Calò; Veduta della mostra, “La scultura lingua morta III”, Sprovieri Gallery, Londra, 2015. Courtesy Sprovieri Gallery, Londra. Foto: Riccardo Abate

Giorgio Andreotta Calò, Anàstasis (ἀνάστασις), 2018; Veduta dell’installazione, Oude Kerk, Amsterdam, 2018. Courtesy Studio Giorgio Andreotta Calò, Venezia. Foto: Maarten Nauw

Giorgio Andreotta Calò, Anàstasis (ἀνάστασις), 2018; Veduta dell’installazione, Oude Kerk, Amsterdam, 2018. Courtesy Studio Giorgio Andreotta Calò, Venezia. Foto: Maarten Nauw

Giorgio Andreotta Calò, Anàstasis (ἀνάστασις), 2018; Veduta dell’installazione, Oude Kerk, Amsterdam, 2018. Courtesy Studio Giorgio Andreotta Calò, Venezia. Foto: Gert Jan Van Rooij

Giorgio Andreotta Calò, Anàstasis (ἀνάστασις), 2018; Veduta dell’installazione, Oude Kerk, Amsterdam, 2018. Courtesy Studio Giorgio Andreotta Calò, Venezia. Foto: Gert Jan Van Rooij

Nel Vulcano: l'esplosiva arte di Cai Guo-Qiang a Pompei e al Museo Archeologico Nazionale di Napoli

cai guo qiang prova la polvere da sparo ai piedi del Vesuvio con la collaborazione della compagnia di fuochi d'artificio con sede a Napoli, Pompei, 2018; photo by sang luo, courtesy cai studio; photo by  andy holmes

cai guo qiang prova la polvere da sparo ai piedi del Vesuvio con la collaborazione della compagnia di fuochi d'artificio con sede a Napoli, Pompei, 2018; photo by sang luo, courtesy cai studio; photo by andy holmes

Mentre Flora Commedia (l’esposizione che l’ha visto protagonista agli Uffizi di Firenze) si avvia alla chiusura Cai Guo-Qiang si prepara a una nuova grande mostra italiana e a uno spettacolo pirotecnico esplosivo. D’altra parte sta’volta a ispirarlo sarà il Vesuvio.

Intitolato Explosion Studio l’evento si svolgerà il 21 febbraio a Pompei e inaugurerà la mostra Nel Vulcano. Cai Guo-Qian a Pompei che aprirà ufficialmente il giorno successivo al Museo Archeologico Nazionale di Napoli (MANN). Come al solito l’artista cinese, oltre a intrattenere il pubblico con complesse sequenze di fuochi d’artificio, dipingerà con le esplosioni . Una tela di ben 33 metri verrà, infatti, posizionata nell’Anfiteatro insieme a una manciata di oggetti simbolo della decadenza della città prima del disastro.

"Le opere, create dopo un evento con fuochi d’artificio-spiega il sito del Ministero dei Beni Culturali- dialogheranno con le collezioni permanenti, in un gioco di assonanze e dissonanze tematiche, mentre mosaici ed affreschi antichi accompagneranno il visitatore in un labirintico viaggio di scoperta tra passato e presente."

Ancora una volta dunque, l’artista cinese famoso per aver trovato il modo per dipingere con la polvere da sparo si troverà a confrontarsi con le opere degli antichi maestri del passato (prima della Galleria degli Uffizi era stata la volta del Museo del Prado). E c’è da credere che non sarà l’ultima. Explosion Studio e Nel Vulcano. Cai Guo-Qian a Pompei, infatti, fanno parte del progetto pluriennale di Cai “An Individual’s Journey Through Western Art History.” Che, dopo la tappa italiana, lo porterà a Parigi per una mostra in un museo non ancora reso noto.

Lo spettacolo pirotecnico di Pompei si ispira alla forza primordiale del vulcano. E Cai Guo-Qian ha dichiarato di aver creato qualcosa di pervaso da “un tocco di ferocia”. La mostra Nel Vulcano. Cai Guo-Qian a Pompei al Museo Archeologico Nazionale di Napoli resterà aperta fino al 20 maggio 2019. (via artnet, designboom)

cai guo qiang, study for pompeii no. 2 (2018); photo by yvonne zhao, courtesy cai studio

cai guo qiang, study for pompeii no. 2 (2018); photo by yvonne zhao, courtesy cai studio

cai guo qiang, study for pompeii: fierce lion (2018); photo by yvonne zhao, courtesy cai studio

cai guo qiang, study for pompeii: fierce lion (2018); photo by yvonne zhao, courtesy cai studio

cai guo qiang, sketch for pompeii (2018); image courtesy of cai studio

cai guo qiang, sketch for pompeii (2018); image courtesy of cai studio

Trent'anni di Jeff Koons in mostra all'Ashmolean di Oxford, il museo universitario più antico del mondo

10a. Detail of Ballerina (c) Jeff Koons.jpg

“Controverso”, “ricchissimo”, “geniale”, “falso”, “incredibilmente professionale”, “un pallone gonfiato”. Sono pochi gli artisti che suscitano giudizi così discordanti ma non smettono, nel bene e nel male, di far parlare di se. Jeff Koons è sicuramente uno di loro. E almeno sul fatto che sia ricchissimo c’è unità di vedute.

Mercoledì scorso l’Ashmolean Museum dell’Università di Oxford ha inaugurato una mostra che ripercorre trent’anni del lavoro di Jeff Koons (fino al 9 giungo 2019). Si intitola, appunto, “Jeff Koons at the Ashmolean”. Curata dallo stesso Koons in collaborazione allo storico dell’arte Norman Rosenthal, riunisce diciassette opere importanti dell’artista statunitense (14 di queste non erano mai state esposte prima in Regno Unito). La mostra abbraccia l'intera carriera dell'artista e comprende le sue serie più famosa tra cui Equilibrium, Statuary, Banality, Antiquity e le più recenti sculture e dipinti di Gazing Ball.

L’Ashmolean Museum, la cui collezione permanente raccoglie pezzi che vanno dalle mummie egizie fino all’arte contemporanea, è stato fondato nel 1683 ed è il museo universitario più antico al mondo.

"Non potrei pensare a un posto migliore-ha detto Jeff Koons- per un dialogo sull'arte oggi e su cosa possa essere."

Così, invece, il Dr. Xa Sturgis, direttore dell'Ashmolean: “Questa mostra genera un dialogo tra il lavoro di Jeff Koons e la storia dell'arte e delle idee alla quale la sua opera partecipa. Sono sicuro che provocherà anche conversazioni tra coloro che la vedranno. "

Insomma, Jeff Koons at the Ashmolean si basa sul modello del dialogo tra arte contemporanea e antichi maestri, adesso molto in voga (qui ho parlato ad esempio delle mostre di Ai Weiwei a Palazzo Strozzi e Cai Guo-Qiang agli Uffizi, ma vi si potrebbe ascrivere, anche se con un progetto curatoriale più ambizioso, pure la collettiva Sanguine alla Fondazione Prada).

L’esposizione comprende alcune delle opere più iconiche e conosciute dell’artista statunitense. A partire da One Ball Total Equilibrium Tank (1985), della serie Equilibrium, in cui un pallone da basket immerso in una teca di vetro piena d’acqua, riesce a rimanere esattamente a metà del liquido (il trucco Koons lo trovò grazie alla collaborazione del fisico vincitore del Nobel Richard Feynman). O Rabbit (1986) in cui l’artista riproduce in acciaio specchiato un giocattolo di plastica. Fino a pezzi più recenti come Seated Ballerina del 2010-15 (di cui Jeff Koons ha fatto anche una versione sovradimensionata e gonfiabile; ne ho parlato qui), o Balloon Venus (Magenta) (2008-12) che rappresenta l’antichissima Venere di Willendorf come se fosse fatta in palloncini annodati. Entrambe della serie Antiquity.

Della fazione dei detrattori, il The Guardian, in occasione di questa mostra ha dedicato a Koons un’intervista e un testo critico sulla sua carriera. Entrambi poco lusinghieri per l’artista ma davvero piacevoli da leggere.

exibition view photo: © David Fisher, 2019

exibition view photo: © David Fisher, 2019

Jeff Koons (b. 1955); One Ball Total Equilibrium Tank (Spalding Dr. J 241 Series); 1985; Glass, steel, sodium chloride reagent, distilled water, one basketball; 164.5 x 78.1 x 33.7 cm; Edition 2 of an edition of 2; Collection of BZ + Michael Schwartz, New York © Jeff Koons

Jeff Koons (b. 1955); One Ball Total Equilibrium Tank (Spalding Dr. J 241 Series); 1985; Glass, steel, sodium chloride reagent, distilled water, one basketball; 164.5 x 78.1 x 33.7 cm; Edition 2 of an edition of 2; Collection of BZ + Michael Schwartz, New York © Jeff Koons

Jeff Koons (b. 1955); Seated Ballerina; 2010–15; Mirror-polished stainless steel with transparent colour coating; 210.8 x 113.5 x 199.8 cm; Artist’s proof of an edition of 3 plus AP; Collection of the artist © Jeff Koons. Photo: Fredrik Nilsen, 2017. Courtesy Gagosian

Jeff Koons (b. 1955); Seated Ballerina; 2010–15; Mirror-polished stainless steel with transparent colour coating; 210.8 x 113.5 x 199.8 cm; Artist’s proof of an edition of 3 plus AP; Collection of the artist © Jeff Koons. Photo: Fredrik Nilsen, 2017. Courtesy Gagosian

Jeff Koons (b. 1955); Gazing Ball (Rubens Tiger Hunt); 2015; Oil on canvas, glass, and aluminium; 163.8 x 211.1 x 37.5 cm; Collection of the artist © Jeff Koons. Photo: Tom Powel Imaging. Courtesy Gagosian

Jeff Koons (b. 1955); Gazing Ball (Rubens Tiger Hunt); 2015; Oil on canvas, glass, and aluminium; 163.8 x 211.1 x 37.5 cm; Collection of the artist © Jeff Koons. Photo: Tom Powel Imaging. Courtesy Gagosian

Jeff Koons (b. 1955); Rabbit; 1986; Stainless steel; 104.1 x 48.3 x 30.5 cm; Edition 3 of and edition of 3 plus AP; The Eli and Edythe L. Broad Collection © Jeff Koons

Jeff Koons (b. 1955); Rabbit; 1986; Stainless steel; 104.1 x 48.3 x 30.5 cm; Edition 3 of and edition of 3 plus AP; The Eli and Edythe L. Broad Collection © Jeff Koons

Jeff Koons (b. 1955); Antiquity 1; 2009–12; Oil on canvas; 274.3 x 213.4 cm; Collection of the artist © Jeff Koons. Photo: Tom Powell Imaging

Jeff Koons (b. 1955); Antiquity 1; 2009–12; Oil on canvas; 274.3 x 213.4 cm; Collection of the artist © Jeff Koons. Photo: Tom Powell Imaging

Jeff Koons (b. 1955); Balloon Venus (Magenta); 2008–12; Mirror-polished stainless steel with transparent colour coating; 259.1 x 121.9 x 127 cm; One of 5 unique versions (Magenta, Red, Violet, Yellow, Orange); The Broad Art Foundation, Los Angeles; © Jeff Koons. Photo: Marc Domage. Courtesy Almine Rech Gallery

Jeff Koons (b. 1955); Balloon Venus (Magenta); 2008–12; Mirror-polished stainless steel with transparent colour coating; 259.1 x 121.9 x 127 cm; One of 5 unique versions (Magenta, Red, Violet, Yellow, Orange); The Broad Art Foundation, Los Angeles; © Jeff Koons. Photo: Marc Domage. Courtesy Almine Rech Gallery

Jeff Koons (b. 1955); Ushering in Banality; 1988; Polychromed wood; 96.5 x 157.5 x 76.2 cm; Edition 1 of an edition of 3 plus AP; Private Collection; © Jeff Koons

Jeff Koons (b. 1955); Ushering in Banality; 1988; Polychromed wood; 96.5 x 157.5 x 76.2 cm; Edition 1 of an edition of 3 plus AP; Private Collection; © Jeff Koons

Jeff Koons (b. 1955); Ballerinas; 2010–14; Mirror-polished stainless steel with transparent colour coating; 254 x 177.8 x 157.5 cm; Edition 3 of an edition of 3 plus AP; The Broad Art Foundation, Los Angeles © Jeff Koons. Photo: Fredrik Nilsen, 2017. Courtesy Gagosian

Jeff Koons (b. 1955); Ballerinas; 2010–14; Mirror-polished stainless steel with transparent colour coating; 254 x 177.8 x 157.5 cm; Edition 3 of an edition of 3 plus AP; The Broad Art Foundation, Los Angeles © Jeff Koons. Photo: Fredrik Nilsen, 2017. Courtesy Gagosian

Jeff Koons (b. 1955); Gazing Ball (Gericault Raft of the Medusa); 2014–15; Oil on canvas, glass, and aluminium; 175.9 x 259.1 x 37.5 cm; Collection of the artist © Jeff Koons. Photo: Tom Powel Imaging. Courtesy Gagosian

Jeff Koons (b. 1955); Gazing Ball (Gericault Raft of the Medusa); 2014–15; Oil on canvas, glass, and aluminium; 175.9 x 259.1 x 37.5 cm; Collection of the artist © Jeff Koons. Photo: Tom Powel Imaging. Courtesy Gagosian

Jeff Koons (b. 1955); Gazing Ball (Mailbox); 2013; Plaster and glass; 188.6 x 61.9 x 105.4 cm; Artist’s proof of an edition of 3 plus AP; Collection of the artist © Jeff Koons. Photo: Tom Powel Imaging. Courtesy David Zwirner

Jeff Koons (b. 1955); Gazing Ball (Mailbox); 2013; Plaster and glass; 188.6 x 61.9 x 105.4 cm; Artist’s proof of an edition of 3 plus AP; Collection of the artist © Jeff Koons. Photo: Tom Powel Imaging. Courtesy David Zwirner

Jeff Koons accanto a Baloon Venus; photo: © David Fisher, 2019

Jeff Koons accanto a Baloon Venus; photo: © David Fisher, 2019

Continua a guardare le immagini della mostra Jeff Koons at the Ashmolean qui

Maurizio Cattelan fa una mostra sui falsi nella patria delle imitazioni. Nel frattempo Jeff Koons viene condannato per aver copiato una scultura

The Artist is Present mural, Shanghai. Courtesy of Gucci.

The Artist is Present mural, Shanghai. Courtesy of Gucci.

Portare in Cina una mostra d’arte contemporanea sulle imitazioni può sembrare come se qualcuno cercasse di vendere ghiaccio agli esquimesi. Ma se quel qualcuno è una stella come Maurizio Cattelan (ne ho parlato qui) che ha costruito una carriera su sfottò e colpi di teatro usando i media (che abboccavano, spesso ignari. all’amo dell’artista) come grancassa e parte dell’opera d’arte per la loro (la nostra, quindi) maliziosa ingenuità, il discorso cambia. Se poi accanto a lui c’è il direttore creativo di Gucci, Alessandro Michele, che definisce la moda come “un frullato di bellezza”, si capisce che l’evento vuole stupire e seguirà la strada di una trasgressione controllata.

E, infatti, The artist is present(titolo rubato alla mostra evento che Palazzo Strozzi stà dedicando alla carriera di Marina Abramovic), ideata da Alessandro Michele e curata da Maurizio Cattelan allo Yuz Museum di Shanghai (fino al 16 dicembre), ha scelto di riflettere sul tema della contraffazione partendo dal presupposto che “l’originalità è sopravvalutata. Insomma secondo Cattelan i falsi promuovono e preservano le opere d’arte (e gli oggetti di design, come le borse di Gucci) e l’ossessiva ripetizione può portare a raggiungere l’originalità.

“The Artist is Present- scrivono nella presentazione della mostra Cattelan e Michele- si concentra su progetti di artisti che propongono la simulazione e la copia come paradigma della cultura globale. Il titolo stesso mira a dimostrare come l'atto di copiare possa essere considerato un nobile atto di creazione, con lo stesso valore artistico dell'originale.

Maurizio Cattelan, Untitled, 2018. Courtesy of the artist.

Maurizio Cattelan, Untitled, 2018. Courtesy of the artist.

La mostra è composta dalle opere di oltre 30 artisti ed è stata anticipata da grandi pubblicità sui muri di Milano, New York, Londra e Hong Kong che riproducevano i poster originali della mostra di Marina Abramovic. Tra le opere da tenere a mente: la copia in scala ridotta della Cappella Sistina ‘Untitled’ firmata dallo stesso Cattelan;

Kapwani Kiwanga, pink-blue, 2017. Courtesy of the artist and galerie Jérôme Poggi, Paris / Goodman gallery, Johannesburg and Cape Town / Tanja Wagner gallery, Berlin.

Kapwani Kiwanga, pink-blue, 2017. Courtesy of the artist and galerie Jérôme Poggi, Paris / Goodman gallery, Johannesburg and Cape Town / Tanja Wagner gallery, Berlin.

‘Rosa-blu’ di Kapwani Kiwanga che affronta il tema del plagio facendo attraversare al visitatore un corridoio colorato di rosa Baker-Miller (un tono che gli esperimenti hanno dimostrato avere un effetto tranquillizzante in modo univoco sui soggetti), e dopo di un intenso blu neon (che viene spesso utilizzato nei bagni pubblici per scoraggiare l'uso di droghe per via endovenosa e nelle metro giapponesi per dissuadere dal suicidio),

Superflex, Power Toilets/Council of the European Union, 2018. Power Toilets / Council of the European Union is designed in close collaboration with NEZU AYMO architects. Courtesy of the artist.

Superflex, Power Toilets/Council of the European Union, 2018. Power Toilets / Council of the European Union is designed in close collaboration with NEZU AYMO architects. Courtesy of the artist.

oltre, per esempio, a ‘Power Toilets / Council of the European Union’ di Superflex, replica a grandezza naturale eseguita in modo minuzioso, del bagno del Consiglio dell’Unione Europea di Bruxelles.

Jeff Koons, Fait d’Hiver, 1988. Photo: Christie’s. Franck Davidovici, Naf Naf ad, 1985. Photo: Naf Naf.

Jeff Koons, Fait d’Hiver, 1988. Photo: Christie’s. Franck Davidovici, Naf Naf ad, 1985. Photo: Naf Naf.

Mentre la mostra sulla falsificazione del duo Maurizio Cattelan- Alessandro Michele è in corso un’altra stella sempre splendente nel firmamento dell’arte contemporanea è nei guai per aver copiato una pubblicità.

La Corte di Giustizia di Parigi, infatti, ha dato ragione al creativo Franck Davidovici e condannato Jeff Koons per violazione del copyright. Davidovici sosteneva che una scultura (‘Winter fact’ attualmente di proprietà della Fondazione Prada di Milano) di Koons fosse una copia della sua pubblicità ‘Fait d’hiver’, realizzata per il brand d’abbigliamento Naf Naf. Koons non ha mai negato di aver usato l’immagine come base per la sua scultura ma non come copia bensì come esplicita citazione. La corte tuttavia ha multato Koons, il Museo Pompidou (per averla esposta) e un editore (per averla pubblicata).

Poster of the Exhibit. Photo by Ronan Gallagher; from an image by Marco Anelli ©️ 2010

Poster of the Exhibit. Photo by Ronan Gallagher; from an image by Marco Anelli ©️ 2010

Nel frattempo una compagnia cinese che non si voleva far battere sul campo da un gruppo di occidentali ha organizzato una grande mostra itinerante di Takashi Murakami e Yayoi Kusama. Peccato che gli artisti non ne sapessero niente e che sembrino orientati a ritenere che le opere esposte fossero false. Stanno valutando se fare causa.

La concatenazione di questi eventi ci fa capire che in un mondo digitalizzato e globalizzato il tema della proprietà intellettuale è più che mai d’attualità anche per gli artisti, ma che in questo campo rischia più facilmente che in altri settori ,di tramutarsi in un coltello a doppio manico (via yatzer, artforum)

The Artist is Present, Shanghai 2018. Exhibition View. HOLLYWOOD TM & Design © 2018. Hollywood Chamber of Commerce. The Hollywood Sign is a trademark and intellectual property of Hollywood Chamber of Commerce. All Rights Reserved.

The Artist is Present, Shanghai 2018. Exhibition View. HOLLYWOOD TM & Design © 2018. Hollywood Chamber of Commerce. The Hollywood Sign is a trademark and intellectual property of Hollywood Chamber of Commerce. All Rights Reserved.

The Artist is Present, Shanghai 2018. Exhibition View. In the foreground porcelain TVs made by artist Ma Jun.

The Artist is Present, Shanghai 2018. Exhibition View. In the foreground porcelain TVs made by artist Ma Jun.

XU ZHEN®, Eternity – Northern Qi golden and painted Buddha, Tang Dynasty torso of standing Buddha from Quyang city, Northern Qi painted Bodhisattva, Tang Dynasty seated Buddha from Tianlongshan, Northern Qi painted Buddha, Tang Dynasty torso of a seated Buddha from Tianlonshan grotto No. 4, Parthenon East pediment, 2013-2014. Courtesy of the artist and MadeIn Company.

XU ZHEN®, Eternity – Northern Qi golden and painted Buddha, Tang Dynasty torso of standing Buddha from Quyang city, Northern Qi painted Bodhisattva, Tang Dynasty seated Buddha from Tianlongshan, Northern Qi painted Buddha, Tang Dynasty torso of a seated Buddha from Tianlonshan grotto No. 4, Parthenon East pediment, 2013-2014. Courtesy of the artist and MadeIn Company.

The Artist is Present, Shanghai 2018. Exhibition View.

The Artist is Present, Shanghai 2018. Exhibition View.

Ragnar Kjartansson, My great, great, grandmother’s song (for China), 2018. Performance. Courtesy of the artist and Luhring Augustine.

Ragnar Kjartansson, My great, great, grandmother’s song (for China), 2018. Performance. Courtesy of the artist and Luhring Augustine.

The Artist is Present, Shanghai 2018. Exhibition View.

The Artist is Present, Shanghai 2018. Exhibition View.

The Artist is Present, Yuz Museum, Shanghai 2018

The Artist is Present, Yuz Museum, Shanghai 2018

Un intera villaggio di igloo firmati Mario Merz in mostra all'Hangar Bicocca di Milano

mario merz, “igloos”, exhibition view at pirelli hangarbicocca, milan, 2018: courtesy pirelli; hangarbicocca, milano: photo: renato ghiazza © mario merz, by siae 2018

mario merz, “igloos”, exhibition view at pirelli hangarbicocca, milan, 2018: courtesy pirelli; hangarbicocca, milano: photo: renato ghiazza © mario merz, by siae 2018

Per Mario Merz (1925-2003) l’igloo era l’archetipo delle abitazioni ma anche il simbolo di tante cose . Il rapporto che lega esterno ad interno, ad esempio, oppure individualità e collettività ma anche spazio fisico a luogo concettuale, Tutto questo lo diceva costruendo quelle minuscole casette che a volte facevano pensare più a una tenda canadese che alle nobili (per quanto spartane) antenate degli spazi abitativi contemporanei. E da loro oggi, non escono gli eschimesi ma una parte della Storia del ‘900. Ci sono i materiali che cambiano e con essi l’industria che cresce finchè non smette e non cresce più, la tecnologia che si evolve, le idee che si rinnovano, le mode che repentine perturbano il modo di sentire.

Mario Merz era un milanese e adesso l’Hangar Bicocca (Milano) gli dedica un’importante mostra che si intitola Igloos e lo racconta attraverso le sue casette. Tante casette. L’esposizione, infatti, mette insieme un vero e proprio villaggio scultoreo composto da ben 30 igloo di Mario Merz, recuperati tra collezioni private e musei internazionali (come il Museo Reina Sofia di Madrid, la Tate Gallery di Londra e la Nationalgalerie di Berlino).

A cure Igloos è Vicente Todolì (che fa anche parte del comitato scientifico della Fondazione Merz di Torino). 'Come punto di partenza, la mostra Igloos'- ha detto Todolì- riprende la personale di Mario Merz curata da Harald Szeemann nel 1985 al Kunsthaus di Zurigo, dove tutti i tipi di igloo prodotti fino a quel momento venivano riuniti per essere ammirati '"come un villaggio, una città, una città irreale nella grande sala espositiva, " come afferma Szeemann. La nostra mostra alla Pirelli Hangar Bicocca sarà un'occasione irripetibile per rivivere quell'esperienza (ma estesa da 17 a più di 30 igloo) creata da uno dei più importanti artisti della generazione del dopoguerra ".

Igloos di Mario Merz sarà all’Hangar Bicocca di Milano fino al 25 febbraio 2019. In occasione della fiera Artissima, Pirelli Hangar Bicocca propone per domenica 4 novembre visite speciali (con il supporto dei mediatori culturali) e un servizio bus navetta dalla Fondazione Merz di Torino (chiuso invece l'1, il 2 e il 3).

Mario Merz; Senza titolo, 1999; Installation view, Fundação de Serralves,; Porto, 1999; Courtesy Fondazione Merz, Turin: Photo: Rita Burmester © Mario Merz, by SIAE 2018

Mario Merz; Senza titolo, 1999; Installation view, Fundação de Serralves,; Porto, 1999; Courtesy Fondazione Merz, Turin: Photo: Rita Burmester © Mario Merz, by SIAE 2018

mario merz igloos, exhibition view at pirelli hangarbicocca, milan, 2018; courtesy pirelli; hangarbicocca, milan; photo: renato ghiazza © mario merz, by siae 2018

mario merz igloos, exhibition view at pirelli hangarbicocca, milan, 2018; courtesy pirelli; hangarbicocca, milan; photo: renato ghiazza © mario merz, by siae 2018

Mario Merz; Spostamenti della terra e della luna su un asse, 2003; Installation view, Fondazione Merz, Turin,2011; Courtesy Fondazione Merz, Turin; Photo: © Paolo Pellion © Mario Merz, by SIAE 2018

Mario Merz; Spostamenti della terra e della luna su un asse, 2003; Installation view, Fondazione Merz, Turin,2011; Courtesy Fondazione Merz, Turin; Photo: © Paolo Pellion © Mario Merz, by SIAE 2018

courtesy pirelli hangarbicocca, milan; photo: renato ghiazza © mario merz, by siae 2018

courtesy pirelli hangarbicocca, milan; photo: renato ghiazza © mario merz, by siae 2018

Mario Merz, Le case girano intorno a noi o noi giriamo intorno alle case?, 1994; Installation view, Fondazione Merz, Turin, 2005; Courtesy Fondazione Merz, Turin; Photo: © Paolo Pellion © Mario Merz, by SIAE 2018

Mario Merz, Le case girano intorno a noi o noi giriamo intorno alle case?, 1994; Installation view, Fondazione Merz, Turin, 2005; Courtesy Fondazione Merz, Turin; Photo: © Paolo Pellion © Mario Merz, by SIAE 2018

noi giriamo intorno alle case o le case girano intorno a noi?, 1977 (reconstruction 1985); installation view at pirelli hangarbicocca, milan, 2018; tate; courtesy pirelli hangarbicocca, milan; photo: renato ghiazza © mario merz, by siae 2018

noi giriamo intorno alle case o le case girano intorno a noi?, 1977 (reconstruction 1985); installation view at pirelli hangarbicocca, milan, 2018; tate; courtesy pirelli hangarbicocca, milan; photo: renato ghiazza © mario merz, by siae 2018

Mario Merz; Senza titolo, 1991; Installation view, Fondazione Merz, Turin, 2005; Courtesy Fondazione Merz, Turin; Photo: © Paolo Pellion © Mario Merz, by SIAE 2018

Mario Merz; Senza titolo, 1991; Installation view, Fondazione Merz, Turin, 2005; Courtesy Fondazione Merz, Turin; Photo: © Paolo Pellion © Mario Merz, by SIAE 2018

mario merz igloos, exhibition view at pirelli hangarbicocca, milan, 2018; courtesy pirelli; hangarbicocca, milan; photo: renato ghiazza © mario merz, by siae 2018

mario merz igloos, exhibition view at pirelli hangarbicocca, milan, 2018; courtesy pirelli; hangarbicocca, milan; photo: renato ghiazza © mario merz, by siae 2018