“Beato Angelico” il frate che piace agli artisti contemporanei in una magnifica mostra che sta per concludersi a Palazzo Strozzi

Beato Angelico, exhibition views, Palazzo Strozzi e Museo di San Marco, Firenze, 2025.

Photo: Ela Bialkowska, OKNO Studio  

Con una chiusura prevista per il 25 gennaio, la mostra “Beato Angelico” a Palazzo Strozzi e al Museo di San Marco di Firenze si sta per concludere, ma si tratta di un evento talmente importante che con ogni probabilità continuerà a rappresentare una pietra miliare anche in futuro. E non soltanto perché l’esposizione dedicata al frate domenicano vissuto nella prima metà del ‘400 è stata pensata per rivolgersi sia al grande pubblico che agli studiosi ma anche per l’influsso dell’artista sul presente.

Realizzata dalla collaborazione tra Fondazione Palazzo Strozzi, Ministero della Cultura -Direzione regionale Musei nazionali Toscana e Museo di San Marco, “Beato Angelico” si snoda in due sedi espositive distinte (trattano periodi diversi dell’attività dell’artista, hanno biglietti differenti e orari d’apertura dissimili se non incompatibili in certe fasce orarie): Palazzo Strozzi e Museo di San Marco. Il secondo è la sede in cui il maggior numero di opere dell’Angelico è abitualmente conservato (tanto da aver fornito al primo diverse tavole) e durante questi mesi concentra la produzione giovanile e i codici miniati oltre agli affreschi del pittore, ma il cuore pulsante dell’opera del frate è installata a Palazzo Strozzi. E si parla di una bella porzione di capolavori. Senza contare che il museo situato all’interno di quello che una volta era il convento in cui Angelico effettivamente viveva il pomeriggio è chiuso finendo per essere di fatto inaccessibile a molti visitatori. Il prezzo dei biglietti di entrambi gli spazi è decisamente popolare e sono previste tra l’altro riduzioni per alcune tipologie di utenti.

Anche in considerazione della qualità. E senza tener conto del fatto che era la prima volta dopo settant’anni che qualcuno decideva di dedicarsi a un’impresa simile.

Beato Angelico, exhibition views, Palazzo Strozzi e Museo di San Marco, Firenze, 2025. Photo: Ela Bialkowska, OKNO Studio  

Curata da Carl Brandon Strehlke (curatore emerito del Philadelphia Museum of Art) in collaborazione con Stefano Casciu (direttore regionale Musei nazionali Toscana) e Angelo Tartuferi (storico dell’arte, ex direttore degli Uffizi, della Galleria dell’Accademia e, appunto, del Museo di San Marco), la mostra mette insieme oltre 140 opere (tra dipinti, disegni, miniature e sculture), provenienti da 70 prestatori sparsi qua e là nel mondo. Tra loro ci sono prestigiosi musei come il Louvre di Parigi, la Gemäldegalerie di Berlino, il Metropolitan Museum of Art di New York, la National Gallery di Washington, i Musei Vaticani, la Alte Pinakothek di Monaco e il Rijksmuseum di Amsterdam oltre a biblioteche e collezioni italiane e internazionali, chiese e istituzioni territoriali (75 lavori per esempio, provengono da musei statali e 41 dal Museo di San Marco stesso). Ma oltre alla vastità (e qualità) del materiale esposto ha dalla sua un massiccio lavoro di restauro (ben 28 interventi in tutto) in alcuni casi eseguito proprio per l’evento e con tecniche all’avanguardia.

Lo straordinario trittico francescano- ha detto il Direttore generale della Fondazione Palazzo Strozzi, Arturo Galansino- è una vera riscoperta di questa mostra perché appartiene a San Marco ma, troppo rovinato per essere esposto, anzi considerato irrecuperabile, grazie alle nuove tecnologie l’opera si è trasformata in una gemma”.

Degli interventi restaurativi si è occupato l’Opificio delle Pietre Dure (sempre con sede a Firenze è nato come manifattura medicea nel 1588 anche se svolge le attuali funzioni solo dal 1975) e tra le tecniche operate figura il laser. Usato qui per la prima volta in assoluto per pulire un dipinto.

Ma l’utilizzo di quanto c’è di innovativo nella contemporaneità non si ferma al restauro. Infatti, un altro unicum di “Beato Angelico” è la ricomposizione di pannelli smembrati secoli fa (nella maggior parte dei casi dopo che Napoleone confiscò le opere degli ordini religiosi, le tavole si dispersero per poi passare di mano in mano) e attualmente riuniti per l’occasione. Tra i capolavori in mostra ben sette straordinari e complessi polittici avevano fatto questa fine. Adesso, su 18 pezzi sparpagliati in giro per le grandi collezioni pubbliche del mondo, 17 sono tornati momentaneamente al loro posto (una sola tavola conservata a Chicago non ha fatto in tempo ad arrivare).

Ma cosa andava messo accanto a cosa e dove, al principio non era per niente chiaro. Per risolvere il puzzle il team di “Beato Angelico” ha usato l’analisi radiografica X e la riflettografia infrarossa. Entrambe queste tecniche hanno fornito importanti indizi, tra cui la mappatura della direzione delle venature del legno, e alla fine tutto è andato al proprio posto per la prima volta in assoluto da quando le opere vennero separate.

Inutile dire che ne è uscita mostra è stupenda. E per niente piccola. Le pareti tinteggiate in un tono di azzurro abbastanza discreto da non disturbare la visita eppure sufficientemente carico da enfatizzare la magnifica tavolozza del frate, le eleganti barriere per evitare che le persone si avvicinino inavvertitamente ai dipinti, e l’impianto di illuminazione drammatico quel tanto che basta, senza strafare, vanno tutti menzionati.

Beato Angelico, exhibition views, Palazzo Strozzi e Museo di San Marco, Firenze, 2025. Photo: Ela Bialkowska, OKNO Studio

Enigmatica resta invece la vita e la personalità dell’artista. Infatti di Guido di Piero, originario di Rupecanina in provincia di Vicchio nel Mugello, non si conosce nemmeno con certezza la data di nascita (dovrebbe essere avvenuta intorno al 1395), mancano informazioni sulla famiglia ed è avvolto nel mistero anche il motivo preciso per cui decise di farsi frate. Si sa che completò un primo apprendistato come pittore nel Mugello per poi andare a bottega da Lorenzo Monaco e Gherardo Starnina a Firenze. Che da quando prese i voti il suo nome diventò Giovanni da Fiesole e che solo dopo la morte i suoi confratelli presero a chiamarlo Fra Angelico. O Beato, sia per le doti personali che per la rapita dolcezza contemplativa dei dipinti. Nel 1982 il Papa beato lo proclamò davvero e adesso tutti lo conoscono come Beato Angelico quasi come se si trattasse del suo vero nome e cognome.

Di certo Angelico dipingeva solo composizioni a tema religioso e dà l’impressione di essersi trovato del tutto a suo agio nell’identità di frate. Il signor Strehlke sull’argomento ha detto: “Tutti dicono: 'Oh, Fra Angelico, è così religioso, eccetera', il che è vero, ma la maggior parte dei contemporanei dell'artista dipingevano solo soggetti religiosi, quindi bisognava contestualizzare le cose in quel periodo".

Ma i tempi cambiano e dalla seconda metà del ‘900 quella ingombrante religiosità priva di ombre all’Angelico artista ha portato via non solo la capacità d’immedesimarsi nelle opere da parte del pubblico ma anche una porzione del suo ruolo nelle pagine dei manuali di storia dell’arte. Questa mostra cerca di restituirglielo mettendo in luce la carica innovativa del lavoro e la sicurezza con cui abbraccia la prospettiva che allora era una tecnica non solo all’avanguardia ma addirittura pionieristica.

Beato Angelico, exhibition views, Palazzo Strozzi e Museo di San Marco, Firenze, 2025. Photo: Ela Bialkowska, OKNO Studio

E girando per le sale di Palazzo Strozzi, malgrado l’intento evidentemente narrativo e l’argomento palese delle tavole, la religiosità di Angelico e il contesto storico (ricostruito dai pannelli e dal ricco catalogo) appaiono secondari rispetto alla sontuosità al limite del maniacale delle decorazioni e alla viva intensità del colore. Le figure si muovono sul piano principale o, grazie appunto alla neonata prospettiva, un po’ più in dietro, ma è il completo padroneggiare la tavolozza da parte dell’artista a condurre il nostro occhio attraverso la folla o a riportarlo al soggetto principale dando in un sol colpo dinamismo e stabilità. L’intensità dei blu pavone, dei toni di salmone, dei lavanda e occasionalmente dei porpora è indescrivibile. E irriproducibile.

Infatti, dato il numero di visitatori che sostano davanti alle opere, la distanza di sicurezza che si è tenuti a mantenere dai lavori e i grandi gruppi di figure che si ritrovano in certe tavole, oltre ad un’infinità di particolari in ognuna, il modo migliore per vedere la mostra è mixando lo sguardo ad occhio nudo con lo zoom dello schermo del telefonino. Facendolo ci si rende conto che la distanza dei colori reali da quelli sul display è abissale. Persino le fotografie scattate da professionisti che accompagnano questo articolo non tengono il passo. La tavolozza dell’Angelico risuona ad altezze irraggiungibili. Tanto che una volta usciti in cortile ci si domanda se si riuscirà a conservarne memoria o se nei ricordi gli splendidi toni originali verranno sostituiti da quelli delle riproduzioni.

La foglia d’oro è applicata a profusione contribuendo all’atmosfera luminosa e ricca delle composizioni. Per modificare la rifrazione della luce, creare ulteriori particolari decorativi e non interrompere il flusso calligrafico minuto e inarrestabile che incorona il soggetto della scena, l’artista incide la tavola migliaia di volte e applica colori di fondo che talvolta emergono ormai fusi all’oro in sfumature di una bellezza tale che sono anche in questo caso impossibili da descrivere.

Nel frattempo particolari architettonici, angoli cittadini dai toni pastello di una perfezione geometrica tale da sembrare fatti di pan di zucchero, lembi di paesaggio che dovrebbero essere mediorientali e invece sono quelli dell’Italia centrale si materializzano per un istante di fronte ai nostri occhi, che tuttavia l’abilità dell’artista riporta ostinatamente al centro della scena.

I panneggi dei vestiti dei personaggi sono scultorei ma i volti privi di chiaroscuri sono piatti. In parte perché la verosimiglianza non era una delle priorità di Guido di Piero, in parte anche questo è un espediente per attirare l’attenzione sugli unici punti delle tavole privi di stimoli tattili (tra decorazioni pittoriche, cornici cesellate e in un caso bassorilievi sul retro, i dipinti sono in bilico tra pittura e scultura). La partizione delle scene, di certo influenzata dai testi miniati (in cui Angelico si cimentava come testimonia una parte del materiale esposto al Museo di San Marco), è fatta da angoli retti e linee che si intersecano dividendo tutto in quadrati e rettangoli. All’interno di questi si muovono le figure che pur cominciando a rispondere alle regole della prospettiva se ne infischiano bellamente delle proporzioni. Il che regala una nota surreale capace di rendere più interessante e attuale ogni tavola.

David Hockney, Annunciation II, After Fra Angelico (2017). Officina Profumo-Farmaceutica di Santa Maria Novella

Forse anche per questo la pittura di Angelico ha ispirato molti artisti contemporanei. Recentemente “High Society” dipinto tra il ’97 e il ’98 dalla britannica Cecily Brown ha toccato i 9milioni e 800 mila dollari in asta da Sotheby’s: tematicamente non aveva niente a che fare con la religione ma artisticamente traeva esplicitamente spunto dal maestro rinascimentale. Mentre Tracey Emin, in visita a Firenze la scorsa primavera quando anche il suo lavoro è stato esposto a Palazzo Strozzi, ha speso parole di accorata ammirazione per l’opera del frate.

Ma la dimostrazione più evidente dell’influsso di Angelico sulla contemporaneità è “Annunciation II, after Fra Angelico” (2017) di David Hockney in mostra nella sede storica dell’Officina Profumo-Farmaceutica di Santa Maria Novella (le sale si trovano in una parte del famoso complesso conventuale domenicano di Firenze) in contemporanea con “Beato Angelico”. In cui il signor Hockney reinterpreta il tema dell’Annunciazione applicando la prospettiva inversa con l’obiettivo di far entrare chi osserva al centro della scena.

Il grande pittore britannico che non ha mai fatto mistero del suo amore per i maestri del Rinascimento italiano ha anzi dichiarato di avere pensato sia a Piero della Francesca che all’Angelico quando ha dipinto tra gli altri il bellissimo e commovente “My parents” (1977). E in una recente intervista ha detto: “C'era una riproduzione dell'Annunciazione di Fra Angelico in un corridoio della Bradford Grammar School (la scuola elementare che David Hockney ha frequentato da bambino, ndr), che conosco da quando avevo 11 anni. E ho sempre pensato che fosse il quadro migliore che avessero lì”.

Beato Angelico, exhibition views, Palazzo Strozzi e Museo di San Marco, Firenze, 2025. Photo: Ela Bialkowska, OKNO Studio

Beato Angelico, exhibition views, Palazzo Strozzi e Museo di San Marco, Firenze, 2025. Photo: Ela Bialkowska, OKNO Studio

Beato Angelico, exhibition views, Palazzo Strozzi e Museo di San Marco, Firenze, 2025. Photo: Ela Bialkowska, OKNO Studio

Beato Angelico, exhibition views, Palazzo Strozzi e Museo di San Marco, Firenze, 2025. Photo: Ela Bialkowska, OKNO Studio

Beato Angelico, exhibition views, Palazzo Strozzi e Museo di San Marco, Firenze, 2025. Photo: Ela Bialkowska, OKNO Studio

Beato Angelico, exhibition views, Palazzo Strozzi e Museo di San Marco, Firenze, 2025. Photo: Ela Bialkowska, OKNO Studio

Beato Angelico, exhibition views, Palazzo Strozzi e Museo di San Marco, Firenze, 2025. Photo: Ela Bialkowska, OKNO Studio

Le 5 storie Top di arte contemporanea nel 2025 su Artbooms

Nel 2025 l’arte contemporanea è tornata a farsi bussola: tra grandi retrospettive, mostre-capitolo in Italia e tappe europee che valeva la pena seguire da vicino. In mezzo, le notizie che contano davvero — quelle che non si limitano a raccontare cosa succede, ma aiutano a capire dove stiamo andando.

Queste sono le 5 storie più importanti dell’anno su Artbooms: un percorso tra immagini, idee e segnali del futuro, pensato per orientarsi rapidamente e poi approfondire ogni tema con gli articoli completi.

1) Yayoi Kusama alla Fondazione Beyeler:

Installation view «Yayoi Kusama», Fondation Beyeler, Riehen/Basel, 2025 Infinity Mirrored Room – The Hope of the Polka Dots Buried in Infinity Will Eternally Cover the Universe, 2025 © YAYOI KUSAMA Photo: Mark Niedermann

Yayoi Kusama è uno di quei nomi che parlano a pubblici diversissimi senza perdere profondità: la sua ricerca, tra ossessioni visive, ripetizione e ambienti immersivi, è diventata un linguaggio riconoscibile anche fuori dal mondo dell’arte. La retrospettiva alla Fondazione Beyeler funziona come un punto fermo del 2025: riassume decenni di lavoro e trasforma la visita in un’esperienza. Una storia davvero evergreen, utile anche quando la mostra non sarà più in corso.

Leggi l’articolo completo: Yayoi Kusama alla Fondazione Beyeler

2) David Hockney a Parigi (Fondation Louis Vuitton):

Il neon di David Hockney sopra l’ingresso della Foundation Louis Vuitton di Parigi. Photo © artbooms

David Hockney è uno degli artisti più influenti del secondo Novecento: pittura, disegno e immagine digitale convivono in un linguaggio immediatamente riconoscibile, luminoso e rigoroso allo stesso tempo. L’interpretazione che da di ritratto, autoritratto e paesaggio in chiave contemporanea sono magistrali. La grande mostra a Parigi (nella meravigliosa sede della Fondation Louis Vuitton progettata dal recentemente scomparso Frank Gehry) è stata una delle tappe più forti dell’anno: non solo un evento da vedere, ma un’occasione per capire come il signor Hockney costruisca lo sguardo — e perché continui a parlare anche a chi si avvicina all’arte contemporanea per la prima volta.

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3) Maurizio Cattelan: “Seasons” a Bergamo

GAMeC, Pensare come una montagna, Maurizio Cattelan. Seasons. Bergamo 2025. Photo: Lorenzo Palmieri

Il progetto “Seasons” di Maurizio Cattelan si è concluso come una mostra diffusa che ha trasformato Bergamo in un percorso: non un solo gesto, ma una sequenza di apparizioni capaci di lavorare sulla memoria della città e sul nostro modo di guardare i simboli. È anche un ottimo punto di ingresso per capire perché il signor Cattelan continua a essere centrale (e discusso): la sua provocazione non resta mai solo idea, ma finisce per misurarsi con la realtà — dal mercato alle reazioni pubbliche. Per questo, accanto a “Seasons”, vale la pena rileggere due episodi che allargano lo sguardo: i record d’asta che raccontano come l’arte diventa notizia (incluso “America”, il water in oro 18 carati) e il caso della banana (“Comedian”) diventato un fenomeno globale.

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4) Biennale di Venezia 2026: “In Minor Keys” e la curatela postuma di Koyo Kouoh:

Koyo Kouoh in una foto di © Antoine Tempé

La Biennale di Venezia 2026 si intitolerà "In Minor Keys" e ha una storia che cambia il modo in cui la leggeremo: Koyo Kouoh resterà la curatrice anche dopo la sua scomparsa e l’edizione verrà portata avanti con una curatela postuma. Non è solo cronaca: dice molto su istituzioni, responsabilità e continuità, e su come un progetto curatoriale possa sopravvivere alla persona che lo ha immaginato. Un passaggio chiave per capire il clima e le domande che accompagneranno l’arte nei prossimi mesi.

Leggi l’articolo completo: Biennale di Venezia 2026: “In Minor Keys” e la curatela postuma di Koyo Kouoh

5) KAWS a Firenze: “The Message”:

“KAWS: THE MESSAGE”, Palazzo Strozzi, Florence, 2025. Photo Ela Bialkowska, OKNO studio © KAWS

KAWS a Palazzo Strozzi di Firenze è uno di quegli episodi che escono dalla nicchia e diventano conversazione pubblica: un nome riconoscibile anche fuori dal circuito dell’arte, una città iconica e un’opera che funziona immediatamente nello spazio urbano. “The Message” è interessante proprio per questo: mostra come l’arte contemporanea possa essere pop senza essere semplice, e come l’arte pubblica cambi il modo in cui una città viene guardata, fotografata e raccontata.

Leggi l’articolo completo: KAWS a Firenze: “The Message”

L’eleganza sfarzosa della neve a Hokkaido nelle fotografie di Toshihiko Shibuya ancora al Consolato del Giappone di Milano fino al 19 dicembre

Toshihiko Shibuya, Snow Pallet 12. Courtesy: the Artist. © Toshihiko Shibuya

I francesi nel cuore della vecchia Milano sembrano fare di tutto per farsi notare: hanno i militari davanti all’ingresso e un’insegna in ottone con scritto ‘Francia’ a caratteri cubitali. Il Consolato giapponese, letteralmente alla porta accanto, pare aver scelto l’approccio opposto: la targa non si nota quasi mentre si varca la soglia del palazzo discreto ed elegante che li ospita per visitare la mostra di fotografie dell’artista Toshihiko Shibuya.

È una tiepida giornata autunnale quella dell’inaugurazione, in una zona del capoluogo lombardo dove i rappresentanti amministrativi di Paesi europei ed extra-europei abbondano, e Toshihiko Shibuya ha lavorato fin dalla prima mattina per preparare l’esposizione intitolata “Snow Pallet Fotografica” che inizialmente avrebbe dovuto occupare l’atrio del Consolato Generale del Giappone fino al 28 di novembre. Ma è stata poi prorogata fino al 19 dicembre 2025.

Lo spazio non è molto perché gli strumenti necessari ai controlli di sicurezza ne riempiono una gran parte, ma questo non l’ha scoraggiato. Una volta ha detto: “Se l’ambiente è piccolo non è un problema: ci sono tecniche precise di allestimento”. Ed effettivamente la serie di fotografie che documentano e reinterpretano la sua opera più nota, una sorta di saga scultorea minimale con cui da oltre dieci anni a questa parte sottolinea la bellezza transitoria e mutevole dell’inverno nell’estremo nord dell’arcipelago nipponico, conquista questo strano interregno ambiguamente sospeso tra Italia e Giappone in maniera garbata.

Selezionare le immagini dev’essere stata un’impresa titanica vista la mole di materiale accumulatosi nel tempo, ma la cernita ha dato buoni frutti e la stampa arricchisce di sfumature e suggestioni il racconto, congelando istanti fugaci e invitando a guardare più da vicino. Nel dettaglio.

Toshihiko Shibuya, Snow Pallet (particolare dell’installazione). Courtesy: the Artist. © Toshihiko Shibuya

Nato e cresciuto sull’isola di Hokkaido, Toshihiko Shibuya riporta l’incanto di questa terra costiera che dista appena 3,7 chilometri dal confine marittimo con la Russia (e ultimamente ne suggerisce anche la fragilità). In genere, infatti, noi siamo abituati a pensare al Giappone come a un corpo omogeneo mentre l’arcipelago che racchiude è vasto (come una mezza luna allungata punteggiata tutt’attorno da migliaia di minuscole isolette). Il sud ha un clima piuttosto mite anche durante i mesi freddi, mentre il nord è conosciuto per gli sport invernali e le epiche nevicate, con uno sbalzo termico di una decina di gradi tra i due estremi.

È in questo quadro che oltre dieci anni addietro il signor Shibuya mise in scena la prima edizione di “Snow Pallet”. L’idea era quella di rendere visibile a tutti, anche a chi era di corsa o preoccupato, la bellezza quotidiana e prossima della natura, attraverso un intervento minimo da parte dell’artista. Ci riuscì usando dei supporti metallici simili a tavolini o sgabelli a tratti colorati (in genere sotto il piano d’appoggio) con tinte vivaci e zuccherose, capaci di dilatarsi in laghetti dai toni pastello sulla coltre bianca all’accumularsi dei primi fiocchi. L’opera, di cui il signor Shibuya ogni anno ha prodotto almeno una variante (moltiplicando i supporti, variando le altezze degli elementi, cambiando l’ambientazione e l’esposizione alla luce) da allora a oggi, mette in evidenza i volumi, le forme casuali e transitorie create dalle nevicate nel corso della stagione rigida ma nel tempo ha assunto anche la funzione di documentare la trasformazione del clima. Tratteggiando questa narrazione di riferimenti nostalgici, poetici e filosofici (non c’è dubbio che l’antica attitudine orientale ad osservare la volubilità del paesaggio abbia influito), insieme a considerazioni di carattere diverso come una riflessione sul confine che separa architettura e natura, o la ricerca dell’equilibrio tra installazione artistica e contesto.

Toshihiko Shibuya, Snow Pallet 15. Courtesy: the Artist. © Toshihiko Shibuya

A Milano, il signor Shibuya, tuttavia non espone l’opera in sé ma una serie anche piuttosto ristretta di fotografie che la ritraggono. Il che potrebbe scoraggiare chi ha già visto sullo schermo dello smartphone o del computer altre riproduzioni delle installazioni. Stranamente invece le immagini stampate riescono ad alterare il tono della storia quel tanto che basta per modificarla in modo sottile (un po’ come quando si dice la stessa cosa con allegria o serietà). Il messaggio è lo stesso, il soggetto è il medesimo ma i chiaroscuri raffinati restituiti dalle fotografie mentre ombre sobrie ma ben visibili si allungano ai piedi delle sculture o la neve assume forme totemiche, danno un senso di meraviglia completamente diverso all’osservatore. La bellezza minuta della fotografia prende il sopravvento e chi guarda viene guidato verso un istante memorabile all’interno di un lungo processo di trasformazione costante.

Nel contesto del Consolato poi, le opere assumono pure significati diversi da quelli originali che hanno a che fare con il senso d’identità nazionale e personale ma soprattutto su come questi sentimenti si modificano via via che ci allontaniamo da casa. Sulla scoperta dell’alterità e persino sulla globalizzazione.

Snow Pallet Fotografica” distorce un po’ le proporzioni nel momento in cui mette in involontario confronto l’autunno nella Pianura Padana con il rigido inverno di Hokkaido (uno squilibrio a cui una mostra dell’artista alla Gola Gallery di Milano in dicembre porrà rimedio). Poco tempo dopo aver installato la sua piccola personale, mentre il tepore di un pomeriggio soleggiato lasciava il posto a una serata ugualmente mite, Toshihiko Shibuya ha commentato: “Ho sospeso la neve in Consolato”.

Toshihiko Shibuya, Snow Pallet 13. Courtesy: the Artist. © Toshihiko Shibuya

Toshihiko Shibuya, Snow Pallet 4. Courtesy: the Artist. © Toshihiko Shibuya

Toshihiko Shibuya, Snow Pallet 9. Courtesy: the Artist. © Toshihiko Shibuya

Toshihiko Shibuya, Snow Pallet 13. Courtesy: the Artist. © Toshihiko Shibuya

Toshihiko Shibuya, Snow Pallet 2. Courtesy: the Artist. © Toshihiko Shibuya

Due bambine guardano la mostra al Consolato del Giappone di Milano

Toshihiko Shibuya (il primo sulla destra) al Consolato del Giappone di Milano