Con acqua e colonne di travertino rosa SUPERFLEX trasforma il cortile di Palazzo Strozzi in una piscina per i pesci del futuro

SUPERFLEX, There are other fish in the sea”, Palazzo Strozzi. Installation view. Photo: Ela Bialkowska, OKNO Studio. Courtesy Fondazione Palazzo Strozzi, Firenze

Anche mentre una lieve pioggerella comincia a cadere e il cielo scuro di nubi preannuncia un vero e proprio temporale primaverile su Firenze l’installazione del collettivo SUPERFLEXThere are other fish in the sea” (“Ci sono altri pesci nel mare”), continua a riversare tutta la vita che si consuma intorno (e sopra) di essa nello spazio del cortile di Palazzo Strozzi. Come uno schermo cinematografico liquido ante litteram riflette poi anche la bellezza immota e perfetta dell’edificio rinascimentale con cui l’opera dialoga e bisticcia al tempo stesso (mettendo in discussione i principi fondanti fatti di ordine e simmetria del fabbricato con le sue colonne frammentate ed apparentemente precarie). Così, mentre passato e presente fanno valere le loro ragioni, lo specchio d’acqua di cui è ora ricoperto il secolare selciato si increspa più e più volte, ricordandoci l’esistenza di linguaggi, organismi e percezioni che i nostri sensi non possono cogliere.

Prodotta da Fondazione Palazzo Strozzi in collaborazione con la Kunsthal Spritten di Aalborg in Danimarca (che a sua volta ospiterà l’opera in una versione rinnovata in occasione della sua inaugurazione) e con la Fondazione Hillary Merkus Recordati, “There are other fish in the sea” è un’installazione site-specific che ha richiesto tre anni di lavoro ai danesi di SUPERFLEX. Inaugurata martedì scorso, è anche un’opera d’arte pubblica accessibile a tutti e rivolta sia ai visitatori della mostra “Rothko a Firenze (attualmente al piano nobile dell’edificio tardo quattrocentesco) che agli avventori del piccolo bar che si affaccia sul loggiato e ai semplici passanti. In maniera assolutamente democratica.

La scultura commemora anche il sessantennale dell’alluvione di Firenze, in cui morirono 35 persone,

Abbiamo il cortile sommerso d’acqua - ha detto il direttore generale della Fondazione Palazzo Strozzi e curatore del progetto, Arturo Galansino – e otto colonne in travertino rosa che sono potenziali habitat, potenziali architetture, per pesci. Quindi il collettivo SUPERFLEX suggerisce una realtà interspecie dove uomini, creature marine, altri animali e piante dovranno imparare a sopravvivere in futuro ad un livello delle acque che minaccia di essere pericolosamente diverso, mentre ricorda la tragedia dell’alluvione di Firenze del 1966 come un monito e un punto di reimmaginazione e ripensamento.

Le sfaccettate colonne in travertino hanno altezze diverse e non sono casualmente rosa. L’installazione infatti è accompagnata da un manifesto dell’architettura interspecie (“Interspecies Architectural Manifesto”) che indica questo colore al primo punto dell’elenco di sei assiomi da cui è composto: “I polipi di corallo preferiscono insediarsi in ambienti rosa grazie al loro rapporto mutuamente vantaggioso con le alghe coralline rosa. Usando materiali rosa o dipingendo le nostre strutture di rosa, stiamo adottando un colore suggerito dal mare, lasciando che siano le altre specie a prendere decisioni estetiche”.

SUPERFLEX, There are other fish in the sea”, Palazzo Strozzi. Installation view. Photo: Ela Bialkowska, OKNO Studio. Courtesy Fondazione Palazzo Strozzi, Firenze

Fondato nel 1993 da Jakob Fenger, Rasmus Rosengren Nielsen e Bjørnstjerne Christiansen (allora tutti fotografi tra i 24 e i 25 anni d’età), SUPERFLEX nel corso del tempo ha lavorato con un’ampia varietà di collaboratori (dai giardinieri agli ingegneri fino al pubblico stesso). Sempre in bilico tra sovversione, un certo atipico pragmatismo ed ironia, hanno strutturato il loro gruppo come un’azienda e scelto un nome abbastanza aperto da trarre in inganno i nuovi conoscenti sul genere d’attività da loro svolta.

Intervistati da Arturo Galansino in occasione della mostra in merito alla scelta di costituire un collettivo hanno detto: “Eravamo un po’ stanchi di quell’attenzione sull’individuo. Ci siamo incontrati, siamo diventati amici e volevamo fare cose insieme, così abbiamo deciso di formare un collettivo: SUPERFLEX. Questo ci ha permesso di allontanarci dalle nostre identità individuali e convogliare tutto in una forma condivisa. E, attraverso questo, potevamo giocare con ciò che un artista è realmente. Nel 1993 non c’era niente di simile. Certo, gli artisti collaboravano tra loro anche prima, ma per noi era un modo di mettere in discussione le strutture di potere e la più grande era il mito del genio artistico”.

Si sono negli anni confrontati con modelli alternativi di organizzazione sociale ed economica, mentre le loro opere hanno assunto la forma di sistemi energetici, bevande, sculture, sessioni di ipnosi, infrastrutture, dipinti, vivai, contratti e spazi pubblici. Nel frattempo la loro fama cresceva e il loro lavoro raggiungeva istituzioni e spazi espositivi sempre più prestigiosi (come la Tate Modern di Londra, il Museo Jumex di Città del Messico, il Van Abbemuseum nei Paesi Bassi, il 21st CenturyMuseum of Contemporary Art di Kanazawa o la Biennale di Venezia).

Il futuro distopico evocato dall’acqua di “There are other fish in the sea” e il passato tragico cui fa riferimento non deve trarre in inganno: l’opera non è affatto cupa ma anzi surreale, magica e persino giocosa. L’umorismo di cui il collettivo solitamente fa largo uso non è immediatamente razionalizzabile ma crea come un’aura di leggerezza intorno alla scultura; la quale riesce a raccogliere suggestioni storico-architettoniche dell’edificio insieme ad aggiunte recenti (come i display digitali appesi alle pareti) ed enfatizzare il tutto mentre lo mette in discussione. Con questa installazione gli artisti hanno anche cercato di attutire un po’ l’inquinamento sonoro e creare uno spazio di meditazione e relax nel tessuto urbano (anche se il caos del centro toscano rendeva difficile l’impresa).

L’installazione di SUPERFLEX, che verrà accompagnata da un catalogo sull’impegno ecologico e il lavoro del collettivo danese, resterà nel cortile di Palazzo Strozzi fino al 2 agosto 2026.

SUPERFLEX, There are other fish in the sea”, Palazzo Strozzi. Installation view. Photo: Ela Bialkowska, OKNO Studio. Courtesy Fondazione Palazzo Strozzi, Firenze

SUPERFLEX, There are other fish in the sea”, Palazzo Strozzi. Installation view. Photo: Ela Bialkowska, OKNO Studio. Courtesy Fondazione Palazzo Strozzi, Firenze

SUPERFLEX, There are other fish in the sea”, Palazzo Strozzi. Installation view. Photo: Ela Bialkowska, OKNO Studio. Courtesy Fondazione Palazzo Strozzi, Firenze

SUPERFLEX, There are other fish in the sea”, Palazzo Strozzi. Installation view. Photo: Ela Bialkowska, OKNO Studio. Courtesy Fondazione Palazzo Strozzi, Firenze

L’opera onirica e perturbante di Andro Erazde porta la scena artistica georgiana al Project Space di Palazzo Strozzi:

Andro Eradze, Flowering and Fading, 2024 single-channel video, color, sound, 16’ LED wall size: cm 250 x 450 Prodotto da Lo schermo dell’arte con Fondazione In Between Art Film nel contesto di VISIO Production Fund initiative. Courtesy l’artista; Lo schermo dell’arte; Fondazione In Between Art Film; e SpazioA, Pistoia

E’ notte in una foresta: il buio e il silenzio sono pressochè totali. E mentre i nostri occhi cercano di abituarsi, mentre la mente cerca di elaborare una quiete che gli è estranea ma dalla quale è attratta, esplodono i fuochi d’artificio; squarciando il silenzio con malagrazia illuminano il bosco a giorno. Così ci appaiono i suoi improbabili abitanti: un gruppo di animali selvatici impagliati, spaventati dal baccano e dai colori irreali. La civiltà dell’uomo non si ferma e non ha pietà neppure per i morti.

Perturbante e onirica, questa favola nera, il trentaduenne georgiano, Andro Erazde, l’ha inventata, messa in scena e portata alla Biennale di Venezia nel 2022. La bellezza rifinita delle immagini, i richiami a Surrealismo e Realismo Magico, oltre al legame con il ritmo della poesia (“Raised in the dust” era ispirato alla conclusione del poema “The Snake Eater” del connazionale dell’artista, Vazha-Pshavela, vissuto tra 1861 e il 1915 e considerato una gloria nazionale) hanno garantito al signor Erazde una visibilità senza pari. Che negli anni successivi lui ha sfruttato con attenzione, partecipando ad altre collettive di alto profilo.

Adesso Andro Erazde è protagonista della mostra “Bones of Tomorrow”, in contemporanea al Project Space di Palazzo Strozzi e all’Ex-Teatro dell’Oriuolo (sede tra l’altro dell’Istituto Europeo di Design di Firenze), che è importante per molti versi.

Innanzitutto il fatto che si tratti della sua prima personale in una sede istituzionale, ma anche la tempistica (inaugurata il 20 di novembre, l’esposizione si potrà visitare fino al 25 gennaio, incluse tutte le feste) e poi la simultaneità del suo spettacolo con quello dedicato a Beato Angelico su cui il museo fiorentino ha investito molte risorse e impegno (la preparazione che ha incluso studi e interventi di restauro è durata ben quattro anni e riunisce in due sedi oltre 140 opere tra dipinti, disegni, sculture e miniature provenienti da prestigiosi musei come il Louvre di Parigi, la Gemäldegalerie di Berlino, il Metropolitan Museum of Art di New York, la National Gallery di Washington, i Musei Vaticani, la Alte Pinakothek di Monaco, il Rijksmuseum di Amsterdam, oltre a biblioteche e collezioni italiane e internazionali, chiese e istituzioni territoriali).

Non a caso il signor Erazde ha commentato: “Sono estremamente onorato di avere questa mostra qui in contemporanea con quella dell’Angelico. Beato Angelico che è uno dei miei eroi nel mondo dell’arte. Sono andato a vedere l’Annunciazione in San Marco più volte, penso che sia un maestro assoluto di tutte le epoche”.

Del resto, se Tracey Emin prima di lui aveva speso parole simili per elogiare il frate domenicano che onorava Dio dipingendo, non sono pochi gli artisti contemporanei che devono il proprio successo all’aver fatto tesoro della lezione di Beato Angelico (come ha dimostrato il recente record d’asta di “High Society” di Cecily Brown). E anche se Andro Erazde, con le sue tavolozze notturne, le atmosfere inquietanti e la sottile e onnipresente fascinazione per la morte, sembra molto lontano dall’universo dell’Angelico, non si può negare che la sua ricerca artistica abbia una componente spirituale molto spiccata.

Andro Eradze, Bones of Tomorrow, exhibition views, Firenze, Palazzo Strozzi, Project Space, e/and Ex-Teatro dell’Oriuolo, IED Firenze. Photo Ela Bialkowska, OKNO Studio.

Nato nel ’93 a Tiblisi, dove vive e lavora, Andro Erazde d’altro canto è naturalmente un figlio del suo tempo. Il suo lavoro mixa media impalpabili come video arte ed elaborazione digitale con altri più concreti come le stampe fotografiche fino ad arrivare a pesanti interventi scultorei in ferro. Dal punto di vista concettuale trae ispirazione dalle teorie delle relazioni interspecie della studiosa e professoressa statunitense di storia della coscienza e studi femministi, Donna Haraway (Leone d’oro alla carriera alla Biennale di Venezia di architettura che si è appena conclusa) così come dal controverso critico d’arte e novellista di estrema sinistra britannico, John Berger.

Il signor Erazde è anche parte di una delle scene artistiche europee che più hanno creato interesse negli ultimi anni.

Ritenuta una terra semi-inesplorata fino a non molto tempo addietro, la Georgia, dopo una guerra veloce ma distruttiva con la Russia (nel 2008) ha dovuto affrontare tensioni e arretratezza culturale (ne è un esempio il mai del tutto risolto problema del rapimento delle spose, talvolta bambine, per costringerle a maritarsi con uno degli aggressori). Considerato una porta tra Occidente e Oriente, lo stato del Caucaso, ha anche da tempo chiesto l’annessione all’Unione Europea e aspira a far prevalere la sua anima di ponente sui complicati rapporti con l’ingombrante vicino dell’est, nonostante una tendenza autocratica emersa recentemente. Gli artisti, per la maggior parte, hanno tramutato questa complessità in negazione e tendono ad abbracciare il linguaggio trasfigurato del sogno e della poesia. Tuttavia, e l’opera del signor Erazde ne è una dimostrazione, grattando la superficie l’inquietudine prende il sopravvento. Infatti, a Firenze i visitatori si troveranno di fronte fotografie attraenti ma che ritraggono particolari di vegetali in decomposizione, talvolta incorniciate da acuminate trappole meccaniche. O mentre assistono alla bellissima immagine del sogno condiviso di un uomo e di un cane (che probabilmente il giovane artista georgiano ha tratto da una scultura presentata da Maurizio Cattelan al Pirelli Hangar Bicocca nel 2022) vedranno lo spazio quotidiano distorcersi intorno ai protagonisti in maniera davvero poco rassicurante.

Intitolata “Bones of Tomorrow” la personale di Andro Erazde al Project Space di Palazzo Strozzi, fa riferimento sia alla surreale inclinazione delle opere che all’insanabile alterazione del tempo sotto la pressione della Storia. E’ curata da Arturo Galansino (Direttore Generale della Fondazione Palazzo Strozzi), insieme a Daria Filardo (coordinatrice dipartimento Arte di IED Firenze), con il supporto della classe del Master in Curatorial Practice 2024-2025. Ed è a ingresso gratuito come l’intervento monumentale dello statunitense Kaws (“The Message”) nel cortile del magnifico edificio rinascimentale.

Andro Eradze, Bones of Tomorrow, exhibition views, Firenze, Palazzo Strozzi, Project Space, e/and Ex-Teatro dell’Oriuolo, IED Firenze. Photo Ela Bialkowska, OKNO Studio.

Andro Eradze, Bones of Tomorrow, exhibition views, Firenze, Palazzo Strozzi, Project Space, e/and Ex-Teatro dell’Oriuolo, IED Firenze. Photo Ela Bialkowska, OKNO Studio.

Andro Eradze, Bones of Tomorrow, exhibition views, Firenze, Palazzo Strozzi, Project Space, e/and Ex-Teatro dell’Oriuolo, IED Firenze. Photo Ela Bialkowska, OKNO Studio.

Andro Eradze, Ghost Carriers, 2025 film still, 05:00 min; 4K Courtesy l‘artista e SpazioA, Pistoia 

Andro Eradze, Bones of Tomorrow, exhibition views, Firenze, Palazzo Strozzi, Project Space, e/and Ex-Teatro dell’Oriuolo, IED Firenze. Photo Ela Bialkowska, OKNO Studio.

Andro Eradze, Bones of Tomorrow, exhibition views, Firenze, Palazzo Strozzi, Project Space, e/and Ex-Teatro dell’Oriuolo, IED Firenze. Photo Ela Bialkowska, OKNO Studio.

Andro Eradze, Bones of Tomorrow, exhibition views, Firenze, Palazzo Strozzi, Project Space, e/and Ex-Teatro dell’Oriuolo, IED Firenze. Photo Ela Bialkowska, OKNO Studio.

Ritratto di Andro Eradze nel suo studio Courtesy l‘artista e SpazioA, Pistoia

L’eleganza sfarzosa della neve a Hokkaido nelle fotografie di Toshihiko Shibuya ancora al Consolato del Giappone di Milano fino al 19 dicembre

Toshihiko Shibuya, Snow Pallet 12. Courtesy: the Artist. © Toshihiko Shibuya

I francesi nel cuore della vecchia Milano sembrano fare di tutto per farsi notare: hanno i militari davanti all’ingresso e un’insegna in ottone con scritto ‘Francia’ a caratteri cubitali. Il Consolato giapponese, letteralmente alla porta accanto, pare aver scelto l’approccio opposto: la targa non si nota quasi mentre si varca la soglia del palazzo discreto ed elegante che li ospita per visitare la mostra di fotografie dell’artista Toshihiko Shibuya.

È una tiepida giornata autunnale quella dell’inaugurazione, in una zona del capoluogo lombardo dove i rappresentanti amministrativi di Paesi europei ed extra-europei abbondano, e Toshihiko Shibuya ha lavorato fin dalla prima mattina per preparare l’esposizione intitolata “Snow Pallet Fotografica” che inizialmente avrebbe dovuto occupare l’atrio del Consolato Generale del Giappone fino al 28 di novembre. Ma è stata poi prorogata fino al 19 dicembre 2025.

Lo spazio non è molto perché gli strumenti necessari ai controlli di sicurezza ne riempiono una gran parte, ma questo non l’ha scoraggiato. Una volta ha detto: “Se l’ambiente è piccolo non è un problema: ci sono tecniche precise di allestimento”. Ed effettivamente la serie di fotografie che documentano e reinterpretano la sua opera più nota, una sorta di saga scultorea minimale con cui da oltre dieci anni a questa parte sottolinea la bellezza transitoria e mutevole dell’inverno nell’estremo nord dell’arcipelago nipponico, conquista questo strano interregno ambiguamente sospeso tra Italia e Giappone in maniera garbata.

Selezionare le immagini dev’essere stata un’impresa titanica vista la mole di materiale accumulatosi nel tempo, ma la cernita ha dato buoni frutti e la stampa arricchisce di sfumature e suggestioni il racconto, congelando istanti fugaci e invitando a guardare più da vicino. Nel dettaglio.

Toshihiko Shibuya, Snow Pallet (particolare dell’installazione). Courtesy: the Artist. © Toshihiko Shibuya

Nato e cresciuto sull’isola di Hokkaido, Toshihiko Shibuya riporta l’incanto di questa terra costiera che dista appena 3,7 chilometri dal confine marittimo con la Russia (e ultimamente ne suggerisce anche la fragilità). In genere, infatti, noi siamo abituati a pensare al Giappone come a un corpo omogeneo mentre l’arcipelago che racchiude è vasto (come una mezza luna allungata punteggiata tutt’attorno da migliaia di minuscole isolette). Il sud ha un clima piuttosto mite anche durante i mesi freddi, mentre il nord è conosciuto per gli sport invernali e le epiche nevicate, con uno sbalzo termico di una decina di gradi tra i due estremi.

È in questo quadro che oltre dieci anni addietro il signor Shibuya mise in scena la prima edizione di “Snow Pallet”. L’idea era quella di rendere visibile a tutti, anche a chi era di corsa o preoccupato, la bellezza quotidiana e prossima della natura, attraverso un intervento minimo da parte dell’artista. Ci riuscì usando dei supporti metallici simili a tavolini o sgabelli a tratti colorati (in genere sotto il piano d’appoggio) con tinte vivaci e zuccherose, capaci di dilatarsi in laghetti dai toni pastello sulla coltre bianca all’accumularsi dei primi fiocchi. L’opera, di cui il signor Shibuya ogni anno ha prodotto almeno una variante (moltiplicando i supporti, variando le altezze degli elementi, cambiando l’ambientazione e l’esposizione alla luce) da allora a oggi, mette in evidenza i volumi, le forme casuali e transitorie create dalle nevicate nel corso della stagione rigida ma nel tempo ha assunto anche la funzione di documentare la trasformazione del clima. Tratteggiando questa narrazione di riferimenti nostalgici, poetici e filosofici (non c’è dubbio che l’antica attitudine orientale ad osservare la volubilità del paesaggio abbia influito), insieme a considerazioni di carattere diverso come una riflessione sul confine che separa architettura e natura, o la ricerca dell’equilibrio tra installazione artistica e contesto.

Toshihiko Shibuya, Snow Pallet 15. Courtesy: the Artist. © Toshihiko Shibuya

A Milano, il signor Shibuya, tuttavia non espone l’opera in sé ma una serie anche piuttosto ristretta di fotografie che la ritraggono. Il che potrebbe scoraggiare chi ha già visto sullo schermo dello smartphone o del computer altre riproduzioni delle installazioni. Stranamente invece le immagini stampate riescono ad alterare il tono della storia quel tanto che basta per modificarla in modo sottile (un po’ come quando si dice la stessa cosa con allegria o serietà). Il messaggio è lo stesso, il soggetto è il medesimo ma i chiaroscuri raffinati restituiti dalle fotografie mentre ombre sobrie ma ben visibili si allungano ai piedi delle sculture o la neve assume forme totemiche, danno un senso di meraviglia completamente diverso all’osservatore. La bellezza minuta della fotografia prende il sopravvento e chi guarda viene guidato verso un istante memorabile all’interno di un lungo processo di trasformazione costante.

Nel contesto del Consolato poi, le opere assumono pure significati diversi da quelli originali che hanno a che fare con il senso d’identità nazionale e personale ma soprattutto su come questi sentimenti si modificano via via che ci allontaniamo da casa. Sulla scoperta dell’alterità e persino sulla globalizzazione.

Snow Pallet Fotografica” distorce un po’ le proporzioni nel momento in cui mette in involontario confronto l’autunno nella Pianura Padana con il rigido inverno di Hokkaido (uno squilibrio a cui una mostra dell’artista alla Gola Gallery di Milano in dicembre porrà rimedio). Poco tempo dopo aver installato la sua piccola personale, mentre il tepore di un pomeriggio soleggiato lasciava il posto a una serata ugualmente mite, Toshihiko Shibuya ha commentato: “Ho sospeso la neve in Consolato”.

Toshihiko Shibuya, Snow Pallet 13. Courtesy: the Artist. © Toshihiko Shibuya

Toshihiko Shibuya, Snow Pallet 4. Courtesy: the Artist. © Toshihiko Shibuya

Toshihiko Shibuya, Snow Pallet 9. Courtesy: the Artist. © Toshihiko Shibuya

Toshihiko Shibuya, Snow Pallet 13. Courtesy: the Artist. © Toshihiko Shibuya

Toshihiko Shibuya, Snow Pallet 2. Courtesy: the Artist. © Toshihiko Shibuya

Due bambine guardano la mostra al Consolato del Giappone di Milano

Toshihiko Shibuya (il primo sulla destra) al Consolato del Giappone di Milano