Toshihiko Hosaka ha riprodotto in formato gigante una pagina completa di giornale sulla sabbia, per parlare di inquinamento dei mari

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L’artista giapponese Toshihiko Hosaka, ha recentemente riprodotto in grande scala l’intera prima pagina del quotidiano Tokyo Shimbun sulla sabbia. Comprese fotografie, infografiche e articoli.

Specializzato in sculture popolari in sabbia, Toshihiko Hosaka, ha copiato sul litorale l’edizione uscita il 31 maggio, che in Giappone è il giorno del rifiuto zero, per richiamare l’attenzione sull’inquinamento dei mari. In cima al ciclopico foglio di Hosaka, infatti, spicca il titolo dell’editoriale apparso a piena pagina per l’occasione: “Plastiche che fluttuano nei nostri mari.” Ma anche le immagini approfondiscono lo stesso tema, trasformando la cronaca in un mezzo per creare eco intono all’ecosistema marino ferito. E alle creature che lo abitano.

"Anche noi giapponesi-è scritto nell'editoriale- siamo in gran parte responsabili. Il Giappone produce la seconda maggior quantità di rifiuti a persona. Per rettificare questo, dobbiamo dare una buona occhiata a ciò che sta accadendo nell'oceano. Dobbiamo pensare a cose che abbiamo ignorato come risultato della priorità della crescita economica, della convenienza quotidiana e così via."

Per completare l’opera intitolata ‘Full Page Editorial’, Toshihiko Hosaka si è fatto aiutare da abitanti e scolari di Iioka Beach (nella prefettura di Chiba). Nonostante ciò gli sono serviti 11 giorni per finire. Comprensibilmente, viste le dimensioni importanti dell’efffimera incisione (50 metri per 35).

Il video in fondo illustra velocemente il mastodontico lavoro svolto. A questo link è possibile leggere l’editoriale riprodotto sulla sabbia per intero (in inglese). (via Spoon and Tamago)

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Nella serie fotografica 'Not Longer Life' le nature morte degli antichi maestri rappresentano frutta imballata in plastica

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Nella serie fotografica ‘Not Longer Life’, lo studio di architettura e design spagnolo Quatre Caps, ha reinterpretato un classico della rappresentazione pittorica: la natura morta. Gli autori hanno parzialmente ricalcato le composizioni di frutta di alcuni antichi maestri. Solo che nella versione contemporanea tutto ha spessi imballaggi in plastica.

Nelle immagini, angurie, fichi, uva ma anche pane, conserva di pomodoro, bottiglie di bibite e acqua minerale (al posto delle brocche del passato), emergono da chiaroscuri drammatici. Quatre Caps ha tratto ispirazione da Claude Monet, Michelangelo Merisi da Caravaggio e Juan Sánchez Cotán, ma pur mantenendo vivo l’assetto compositivo e non discostandosi più di tanto dal set dei dipinti, ha scelto di presentare ogni singolo alimento riprodotto nel suo packaging originale. Direttamente dal supermercato alla rappresentazione.

‘Not Longer Life’ è una riflessione sulla quantità di plastica che le aziende usano, per imballare, rendere appetibile ma anche facilitare il consumo di frutta e verdura. E’ il caso del succo di limone contenuto in una bottiglietta che riproduce l’agrume o delle arance già sbucciate e inscatolate. E’ poi sottolineata la varietà di packaging non biodegradabili e la loro sostanziale inutilità (le reti che proteggono angurie dalla buccia solida).

Questo progetto fotografico si basa sulla rilettura del genere pittorico della natura morta, ma richiama un po’ alla mente il lavoro della fotografa Suzanne Jongmans (che ha, invece, preso a soggetto il ritratto). (via Colossal)

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Nasce ‘Living Light’, la lampada alimentata da una pianta by Ermi van Oers

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La lampada ‘Living Light’, firmata dalla giovane designer olandese Ermi van Oers, e presentata in occasione del Duch Design Week di Rotterdam, verrà distribuita dal prossimo anno. Solo 15 pezzi, certo, ma tanto basta per convincersi che si basa su una tecnologia che è già realtà. E un po’ di impegno ci vuole, perché ‘Living Light’ non è alimentata dall’energia elettrica ma dai processi di fotosintesi vegetale.

La lampada non ha fili, è composta da un semplice tubo di vetro, all’interno del quale una pianta produce luce al tocco di una foglia. Living light, infatti, usa i microorganismi per convertire l'energia chimica naturalmente prodotta da una qualsiasi piante in energia elettrica. E per accenderla basta sfiorare una foglia.

La tecnologia che rende possibile questo risultato si basa su una pila a combustibile microbiologica (o pila a combustibile biologica), che imita le interazioni batteriche presenti in natura per produrre energia. Gli elettroni che nascono da questo processo si liberano e scorrono fino a un led inserito alla base del fusto.

Il potenziale dell’energia microbica è enorme- ha detto Ermi van Oers alla rivista Dezeen- le luci della strada potrebbero essere collegate agli alberi, le foreste diventare centrali elettriche, i campi di riso in Indonesia produrre cibo ed elettricità per la popolazione locale.”

E di sicuro il comune di Rotterdam ci crede, visto che ha chiesto alla designer ventiseienne di collaborare all’illuminazione di uno dei suoi parchi.

Nonostante ciò ‘Living Light’, che è la prima tangibile applicazione di consumo dell‘energia microbica, è un bell’oggetto di design ma ancora poco utile a fini pratici. Infatti i processi di fotosintesi impiegano una giornata ad alimentare il led per una mezzora. Senza contare che chi non ha il pollice verde può mettere in preventivo di trovarsi al buio, dato che la quantità di energia prodotta dipende dallo stato di salute della pianta. (via Dezeen

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L’artista Serge Attukwei Clottey che crea tessuti tradizionali africani con bidoni abbandonati e vecchi pneumatici

Serge Attukwei Clottey, I Shall Return, 2016, plastics, wire and oil paint, 104'' x 56'' , courtesy the artist and Gallery 1957

Serge Attukwei Clottey, I Shall Return, 2016, plastics, wire and oil paint, 104'' x 56'' , courtesy the artist and Gallery 1957

Le sculture di Serge Attukwei Clottey viste da lontano sembrano tessuti in cui prevalgono i toni del giallo e dell’ocra. Un po’ come le stoffe che a volte si vedono addosso alle donne africane. Ma avvicinandosi si scopre che l’artista ghanese ha raccolto, tagliato e cucito tra loro bidoni e taniche abbandonati.

Tagliando, forando, cucendo e fondendo materiali trovati- scrive del lavoro di Clottery la Galleria 1957- le installazioni scultoree di Clottey sono assemblaggi audaci che fungono da strumento per indagare sulle lingue della forma e dell'astrazione.”

Ovviamente Clottery parla di recupero e riutilizzo dei rifiuti della società di massa e della tradizione artistica e culturale del suo Paese che si tramanda attraverso i tessuti africani, come il kente. Ma anche della globalizzazione e del ruolo del Ghana in questo contesto.

A volte Serge Attukwei Clottey interviene con del colore sui quadratini di plastica a volte li accosta soltanto. Con cura, come fossero tessere di un mosaico. Bidoni e taniche gialli sono i suoi materiali preferiti ma spesso usa anche sacchi di iuta, pneumatici usati e pezzi di legno
La storia che l’artista racconta attraverso le sue bizzarre stoffe prende le mosse dal passato per poi parlare del presente.

“(…) Altre opere si riferiscono ai codici a barre e mostrano i caratteri cinesi in riferimento all’emergere di nuove strutture di potere in Ghana.

All’inizio di ottobre il lavoro di Serge Attukwei Clottey insieme a quello di altri artisti africani è stato esposto a Londra dalla Galleria 1957 di Accara in occasione della ‘1:54Contemporary African Art Fair’. Per saperne di più sui suoi tessuti di rifiuti e sulle sue pittoresche performance c’è il suo blog.

Serge Attukwei Clottey, Voices Demanding, 2016, plastics, wire and oil paint, 64''x 64'', courtesy the artist and Gallery 1957

Serge Attukwei Clottey, Voices Demanding, 2016, plastics, wire and oil paint, 64''x 64'', courtesy the artist and Gallery 1957

Serge Attukwei Clottey, Intents and Purposes, 2016, plastics, wire and oil paint, 53''x 75'', courtesy the artist and Gallery 1957

Serge Attukwei Clottey, Intents and Purposes, 2016, plastics, wire and oil paint, 53''x 75'', courtesy the artist and Gallery 1957

Serge Attukwei Clottey, Packed Community, 2016, plastics, wire and oil paint, 60'' x 78'', courtesy the artist and Gallery 1957

Serge Attukwei Clottey, Packed Community, 2016, plastics, wire and oil paint, 60'' x 78'', courtesy the artist and Gallery 1957

Serge Attukwei Clottey, Preventable Accident, 2016, plastics, wire and oil paint, 50'' x 72'', courtesy the artist and Gallery 1957

Serge Attukwei Clottey, Preventable Accident, 2016, plastics, wire and oil paint, 50'' x 72'', courtesy the artist and Gallery 1957

Le sculture in legno di Willy Verginer stravolte da vivaci strisce di colori-design

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L'artista Willy Verginer a dispetto del nome che potrebbe trarre in inganno è italiano. Vive e lavora ad Ortisei in Val Gardena. Ed è proprio nell’artigianato locale che affondano le radici le sue sculture.

L’artista realizza opere in bilico tra il ritratto e la metafora, intagliando solidi ceppi di legno di tiglio. Di sicuro è abile nel modellare le forme delle figure che intende rappresentare ma quello che lo affranca con decisione dalla tradizione scultorea delle montagne in cui vive, sono delle fasce monocrome che tagliano le sue statue e le reinterpretano. Colori accesie brillanti, persino modaioli, che a volte si sommano a dei motivi decorativi pronti ad irrompere imprevedibili nelle composizioni.

Il modo in cui dipinge le sue statue è uno degli elementi che lo distingue dai figli Matthias e Christian. Entrambi scultori a loro volta.

I soggetti di Willy Verginer non sono mai atemporali ma riflettono i problemi del nostro tempo. In particolare l’artista si sofferma spesso sull’inquinamento e la necessità di salvaguardare l’ambiente e le sue biodiversità.

Adesso è appunto impegnato nella mostra collettiva che tocca questi temi “After industry”, al Wasserman Project della lontana Detroit (fino al 8 aprile 2017). Va ricordato che nel 2011 fu inserito nel Padiglione Italia della Biennale di Venezia.
Per vedere altre colorate sculture ecologiste di Willy Verginer si può anche seguire il suo account Instagram. (via Fubiz)

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I cambiamenti climatici diventano opere astratte nella fotografia aerea di Timo Lieber

Nella serie THAW di Timo Lieber ci sono solo due colori, il bianco e il blu. Toni intensi e incontrastati, a cui una moltitudine di linee scure regalano spessore e una tridimensionalità da basso rilievo. Nessuno vedendola potrebbe sospettare che si tratti di fotografia.

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