Superflex: “Vogliamo un nuovo Rinascimento che abbia al centro tutte le specie animali. E non solo gli umani”

installazione superflex firenze

Superflex, "There are other fish in the sea", 2026, Palazzo Strozzi (Firenze). Foto © Artbooms

Intervista a Superflex
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Mentre le ondate di calore flagellano l’Europa arrivando perfino a sciogliere i ghiacciai delle Alpi (con conseguenze sul livello dei mari), l’installazione del collettivo di artisti danesi Superflex, “There Are Other Fish In The Sea”, pensata per il cortile di Palazzo Strozzi a Firenze, e il loro “Manifesto architettonico interspecie” appaiono decisamente d’attualità. Se non addirittura premonitori.

Artbooms ha parlato con Superflex di entrambi.

Molti artisti hanno affrontato il tema dei cambiamenti climatici, della salute dei mari e del nostro rapporto con la Natura e gli altri animali; alcuni hanno ideato sculture nate per vivere sott’acqua, mentre altri hanno collaborato con gli scienziati. Il modo di reinventare l’ambiente urbano e l’architettura in chiave ecologica ha radici nel passato, il legame tra città e altri animali è stato teorizzato tra gli anni ’30 e gli anni ’90 del secolo scorso, e il mito dell’artista-esploratore ha vissuto il suo periodo di gloria già nel Romanticismo (tra la fine del ‘700 e la prima metà dell’800). Eppure, forse nessuno prima ha saputo restituire insieme tutti questi argomenti con un mix di ironia e pragmatismo, leggerezza e serietà, come Superflex. Tanto da arrivare a creare un “Manifesto architettonico interspecie” da affiancare alle loro opere d’arte e a includere i pesci nel loro collettivo.

SUPERFLEX As Close As We Get 2022 Photo: SUPERFLEX

Fondato a Copenaghen nel 1993 da Jakob Fenger, Rasmus Rosengren Nielsen e Bjørnstjerne Christiansen, Superflex, durante alcuni progetti, diventa un gruppo davvero numeroso, ma fino a poco tempo fa era composto sempre e solo da umani. Adesso le cose sono cambiate.

Prima dell’inaugurazione dell’installazione “There Are Other Fish In The Sea” a Palazzo Strozzi, il signor Christiansen mi ha detto: “Superflex è un collettivo composto da tre persone, quindi abbiamo sin dall’inizio deciso di non lavorare secondo una prospettiva individuale; abbiamo lavorato a progetti come quello dei parchi che coinvolgevano le comunità cittadine; in altri numerosi interventi abbiamo collaborato con degli specialisti di specifici settori. Quindi, ci è sembrato naturale estendere quest’esperienza ad altre specie”.

Tutto è cominciato nel 2018, quando Superflex ha avviato una collaborazione per affrontare la crisi ambientale che potrebbe scaturire dall’innalzamento del livello dei mari. Hanno condotto spedizioni subacquee in una piccola isola del Pacifico appartenente a Tonga (nel cuore della Polinesia), insieme a biologi marini ed esperti di comportamento ittico (l’isoletta era appena emersa ed era il luogo ideale per osservare come la vita microscopica e i coralli stavano decidendo di colonizzare la roccia vulcanica). Da quel momento hanno cominciato a testare materiali su materiali (dalla schiuma di alluminio alla ceramica di cemento) per individuare quelli che si adattassero meglio alle esigenze degli organismi che popolano i fondali. Hanno fatto poi molti esperimenti sulle forme e i colori più adatti a raggiungere l’obiettivo.

Ma immergersi è stata una parte fondamentale del progetto, perché erano determinati ad affrontare le cose dal punto di vista di un pesce. In un’intervista condotta dal Direttore Generale della Fondazione Palazzo Strozzi, Arturo Galansino, e pubblicata sul catalogo edito in occasione dell’intervento di arte pubblica nel cortile dell’edificio rinascimentale, hanno spiegato: “Il mare può fare paura; si può annegare. Ma succede qualcosa quando sei nell’acqua e ti lasci andare. Scopri di poter resistere molto più a lungo di quanto pensassi. Questa capacità di abbandonarsi a un elemento sconosciuto è, credo, la lezione più profonda”.

Ne è nata una serie di opere, tra cui l’installazione a Palazzo Strozzi (quest’ultima si basa su otto colonne composte da più elementi, che si specchiano sull’acqua, parte della serie in corso “As Close As We Get”), ma anche interventi eseguiti direttamente nell’ambiente sottomarino: nel 2022 hanno installato delle sculture composte da vari moduli nel Porto di Copenaghen, anche se il loro progetto più ambizioso è “Super Reef”, che mira a ricostruire ben 55 chilometri di barriera corallina rocciosa distrutta dalla pesca a strascico nei mari danesi.

Tuttavia il “Manifesto architettonico interspecie”, che mette in fila una serie di assiomi basati su verità osservate sperimentalmente, è uno degli interventi più dirompenti sull’argomento.

Volevamo discostarci dalla prospettiva umana e focalizzare l’attenzione sulle esigenze e sui bisogni degli altri - mi spiega Christiansen - Devo dire che l’essere umano è andato un po’ oltre con questo concentrarsi unicamente su se stesso, senza considerare il ruolo di tutte le altre specie”.

Superflex, "There are other fish in the sea", 2026, Palazzo Strozzi (Firenze). Foto © Artbooms

Gli artisti di Superflex non sono i primi ad affrontare l’argomento; il loro manifesto corona, anzi, un dibattito post-umanista di lunga data: “Nella nostra società c’è un grande movimento di gente che vuole ritornare a capire la natura e ad interagire con essa in modo consapevole. E diciamo che noi facciamo parte di questo”.

Infatti da anni ormai architetti e urbanisti stanno cercando di imparare a progettare con e per le altre specie: ne sono un esempio il celebre Monarch Sanctuary di New York (un intero grattacielo-rifugio per salvare le farfalle monarca dall'estinzione) e le avanguardie urbanistiche di Berlino (che hanno saputo integrare la fauna selvatica nella pianificazione dei quartieri), fino ai percorsi olfattivi per il benessere dei cani. Ma Superflex, dal suo punto di osservazione privilegiato (al crocevia tra arte, scienza e progettazione), oltre a includere i pesci nella questione, ha introdotto sfumature distopiche, ironicamente post-apocalittiche ed emotivamente cariche nella discussione.

Superflex, "There are other fish in the sea", 2026, Palazzo Strozzi (Firenze). Foto © Artbooms

Composto da otto punti, il “Manifesto architettonico interspecie” si propone di ripensare la città, ma anche il modo di costruire in generale: “Pratica collettiva estesa: Invitando piante, animali e corsi d'acqua a partecipare a collaborazioni collettive, possiamo progredire in modo sostenibile come pari dal punto di vista ecologico. La pratica di plasmare il nostro ambiente dovrebbe tenere conto delle esigenze e delle preferenze delle altre specie.

Ma come fare? Il signor Christiansen, con ancora più verve del solito, ha spiegato: “Palazzo Strozzi è un simbolo del Rinascimento e del genio che c’era allora anche nell’architettura. Lavorando qui non abbiamo potuto non pensare a come trasformare questo passato in qualcosa di nuovo. Nel manifesto, ad esempio, si dice che l’angolo retto è l’angolo sbagliato. Perché noi siamo abituati a stare in spazi simili a scatole che si dividono a seconda di chi ne fa uso: questo spazio è mio e questo spazio è tuo. Ma questo non esiste in natura! In natura ci sono anfratti, fessure, buchi e superfici sfaccettate. Le superfici che privilegiamo sono piatte e impediscono agli altri animali di usarle per arrampicarsi o per nidificare”.

Superflex riunisce in questo manifesto altre regole, a momenti fantasiose o apparentemente controintuitive, come “Dì no alla gravità: Gli esseri umani sono ancorati alla superficie del pianeta, ma altre specie hanno un rapporto diverso con la gravità. Dovremmo costruire strutture che possano funzionare come luoghi d’incontro per creature che si muovono in altri modi, per esempio nuotando, galleggiando, strisciando e volando”; a momenti semplicemente lucide, come quando suggeriscono di rendere le città più silenziose per evitare di disturbare la fauna esterna e interna alle città.

C’è anche il rosa, un colore che il collettivo danese predilige da ben prima di scoprire che è particolarmente attrattivo per le forme di vita sottomarine. Quando chiedo a Bjørnstjerne Christiansen cosa pensi dell’abbinamento della loro installazione con la mostra dedicata a Mark Rothko (“Rothko a Firenze”, fino al 23 agosto 2026), mi dice è avvenuta casualmente e che ne sono stati contenti. Poi aggiunge: “Sta a lei fare dei collegamenti”. Nell’immediato suppongo si riferisca alle trasparenze, ma soprattutto al rosa che l’espressionista astratto statunitense usava frequentemente (spesso per dare profondità o ancora più intensità ad altri colori).

Superflex, "There are other fish in the sea", 2026, Palazzo Strozzi (Firenze). Foto © Artbooms

L’installazione per il cortile di Palazzo Strozzi è stata sviluppata in tre anni (tutto è stato attentamente calibrato dall’altezza massima delle colonne, che fa riferimento al livello dell’acqua durante l’alluvione di Firenze, di cui a novembre ricorrerà il sessantennale, alla tutela dell’edificio, all’effetto sui visitatori dai molteplici punti d’osservazione), ma l’idea al collettivo danese è venuta in un istante: “Siamo stati qui tre anni fa per la prima volta e l’idea è stata immediata. Cioè il concetto su cui si basa il lavoro. L’ispirazione era il cortile stesso: una piazza circondata da colonne. Volevamo creare una comunicazione tra il pensiero del Rinascimento e una prospettiva diversa, attuale”.

There Are Other Fish In The Sea” è anche un’opera pubblica installata nei mesi di maggior afflusso turistico per la città toscana: “Il fatto che l’opera si trovi in una piazza aperta al pubblico fa sì che spesso le persone prendano questo cortile come scorciatoia, anziché fare l’intero giro del palazzo. Ma poi si trovano a guardare qualcosa di inaspettato e si fermano a pensare al suo significato”.

Sono i momenti più belli della vita - conclude - Quando ti confronti con qualcosa di inaspettato”.

Bjørnstjerne Christiansen mentre parla ai giornalisti delle reti televisive

Mentre mi alzo per salutare mi accorgo che vicino a Christiansen si è seduto, chissà quanto tempo prima, anche Jakob Fenger. È proprio accanto all’amico e ha l’aria di chi non ha perso una parola della conversazione, pur non avendo aperto bocca. Ha un’espressione indecifrabile; d’altra parte è l’anima più politica del gruppo. In seguito, in conferenza stampa, dichiarerà: “Viviamo da sempre con una visione antropocentrica del mondo: quell'immagine dell'Uomo Vitruviano al centro di un cerchio. Noi vogliamo espandere un po' quel cerchio e includere anche altre specie.”

Realizzata per il cuore dell’edificio rinascimentale, “There Are Other Fish In The Sea” di Superflex resterà nel cortile di Palazzo Strozzi ancora per meno di un mese (fino al 2 agosto 2026). Ma la si potrà vedere di nuovo all’inaugurazione ufficiale della Kunsthal Spritten (ad Aalborg, in Danimarca), nel 2027.

Superflex, "There are other fish in the sea", 2026, Palazzo Strozzi (Firenze). Foto © Artbooms

Giuseppe Penone alle Serpentine Galleries: il Respiro della Materia

Giuseppe Penone, Alberi libro (Book Trees), 2017 and Respirare l’ombra (To Breathe the Shadow), 2000, installation view, Serpentine South. ©Photo: George Darrell. Courtesy Giuseppe Penone and Serpentine.

Giuseppe Penone alle Serpentne Galleries
la mostra londinese è la più completa di sempre nel el Regno Unito

Le Serpentine Galleries di Londra ospitano, fino al 7 Settembre 2025, la più ampia retrospettiva mai dedicata nel Regno Unito a Giuseppe Penone, uno dei maggiori esponenti dell’Arte Povera.

La grande esposizione, dal titolo “Thoughts in the Roots, ripercorre oltre cinquant’anni di carriera dell’artista piemontese, presentando opere dal 1969 ad oggi.

Curata da Claude Adjil, Hans Ulrich Obrist (direttore delle Serpentine che quest’anno sarà anche presidente della giuria alla 19esima Mostra Internazionale di Architettura della Biennale di Venezia) e Alexa Chow, l’esposizione si sviluppa sia all’interno della galleria che all’esterno, nei Kensington Gardens, creando un percorso immersivo che riflette la poetica dell’artista, incentrata fortemente sul dialogo tra Uomo e Natura.

La mostra offre un’esperienza sensoriale e meditativa, invitando il visitatore a riflettere sulla sua personale relazione con il mondo naturale.

Penone lavora utilizzando materiali organici come legno, pietra, bronzo, cera, pelle e foglie. Le sue opere rivelano e suggeriscono un’evoluzione, un respiro, una crescita nel tempo della natura, al pari del corpo umano. Ogni opera esprime una trasformazione che si lega al concetto di Memoria, agli alberi e alle radici, in connessione e dialogo con la terra. L’artista non impone la forma alla materia, non la ‘plasma’ nel senso classico del termine, ma la ascolta, la vive nel profondo della sua anima e ne fa emergere il suo universo intrinseco. Il suo è un approccio filosofico, capace di innescare una riflessione attenta nell’essere umano sul suo legame con il paesaggio. L’artista diventa il gancio tra umano e vegetale, fino a dissolvere i confini tra il corpo umano e l’elemento naturale.

Le installazioni di Penone sono tra le espressioni più potenti della sua arte; si fondono nel paesaggio, quasi fino a diventarne parte integrante. In mostra spiccano Respirare l’ombra (2000) che presenta pareti rivestite di foglie di alloro, e Soffio di foglie che cattura l’Impronta del respiro dell’artista su un letto di foglie.

All’esterno sculture in bronzo come Albero folgorato (2012) esprimono tutta la vitalità della natura. 

Giuseppe Penone, Idee di pietra (Ideas of Stone), 2010 - 2024. Bronze and river stones. ©Photo: George Darrell. Courtesy Giuseppe Penone and Serpentine.

Giuseppe Penone, Idee di pietra (Ideas of Stone), 2010 - 2024. Bronze and river stones. ©Photo: George Darrell. Courtesy Giuseppe Penone and Serpentine.

Giuseppe Penone, Respirare l’ombra (To Breathe the Shadow), 2000. Metal grids, laurel leaves, and bronze. ©Photo: George Darrell. Courtesy Giuseppe Penone and Serpentine.

Giuseppe Penone, Respirare l’ombra (To Breathe the Shadow), 2000. Metal grids, laurel leaves, and bronze. ©Photo: George Darrell. Courtesy Giuseppe Penone and Serpentine

Giuseppe Penone, Albero folgorato (Thunderstruck Tree), 2012. Bronze and gold. ©Photo: George Darrell. Courtesy Giuseppe Penone and Serpentine.

Giuseppe Penone, Albero folgorato (Thunderstruck Tree), 2012. Bronze and gold. ©Photo: George Darrell. Courtesy Giuseppe Penone and Serpentine.

Giuseppe Penone, Alberi libro (Book Trees), 2017. White fir wood, cedar wood, and larch wood. ©Photo: George Darrell. Courtesy Giuseppe Penone and Serpentine.

Giuseppe Penone, A occhi chiusi (With Eyes Closed), 2009. Acrylic, glass microspheres, acacia thorns on canvas, and white Carrara marble. ©Photo: George Darrell. Courtesy Giuseppe Penone and Serpentine.

Giuseppe Penone, A occhi chiusi (With Eyes Closed), 2009. Acrylic, glass microspheres, acacia thorns on canvas, and white Carrara marble. Photo © Archivio Penone. Courtesy Giuseppe Penone.

Giuseppe Penone, Thoughts in the Roots, 2025. Installation view, Serpentine South. © Photo: George Darrell. Courtesy Giuseppe Penone and Serpentine.

Giuseppe Penone, Verde del bosco (Forest Green), 1986 and Verde del bosco – estate 2017 (Forest Green – Summer 2017), 2017, installation view, Serpentine South. ©Photo: George Darrell. Courtesy Giuseppe Penone and Serpentine.

Giuseppe Penone, Sguardo vegetale (Vegetal Gaze), 1995. Photo ceramic. ©Photo: George Darrell. Courtesy Giuseppe Penone and Serpentine.

A Firenze Drift fa sbocciare le sculture come fiori e poi danzare a ritmo hip hop

DRIFT, Shy Society, Palazzo Strozzi, Firenze, 2024. Photo Ela Bialkowska, OKNOstudio. Video The Factory Prd.

Il Selenicereus o Principessa della notte è un cactus dagli enormi fiori bianchi, con solo qualche accenno giallo crema qua e là, che si schiudono al tramonto e cominciano ad appassire all’alba del giorno successivo. Sono profumatissimi. In realtà i sette elementi che compongono l’installazione “Shy Society”, appena posizionata nel cortile di Palazzo Strozzi (Firenze) dal duo di designers Drift, non gli assomigliano affatto, con le loro corolle ricche di petali come quelle delle ortensie e più simili nella forma ai tulipani (olandesi come i loro creatori) o alle campanule. Ma chissà perché, quando le sculture si aprono a ritmo di musica, si ha l’impressione che si stia per sprigionare lo stesso profumo intenso ed esotico.

L’installazione “Shy Society” di Drift è composta appunto da sette sculture sospese nel punto più alto del cortile rinascimentale, che ricalcano una loro lampada di quasi dieci anni fa (Shylight, 2015; è simile a un fiore di tessuto e metallo), ma che adesso oltre a illuminarsi, aprirsi e chiudersi, si muovono in sincronia e danzano a ritmo di un brano sinfonico del compositore contemporaneo statunitense RZA (Robert Fitzgerald Diggs, che è anche rapper, produttore discografico, attore e regista).

Da ferma, l’installazione si regge sulla ricercatezza stilizzata delle forme contrapposta alla semplicità dei colori e dei materiali (tessuto e metallo) ma a rendere l’opera straordinaria è il movimento: le sculture sembrano davvero sbocciare, come in un video timelapse che ci renda percepibile l’aprirsi delle corolle di fronte ai nostri occhi. Alla base di questo mimetismo c’è un software progettato per imitare i movimenti imprevedibili e naturali dei fiori. La luce rende teatrale e drammatico il tutto

Fondato dagli artisti olandesi Lonneke Gordijn e Ralph Nauta una ventina di anni fa, Studio Drift, è orami un brand famoso a livello globale che al suo interno riunisce un team interdisciplinare composto da sessantacinque persone.Sono talmente conosciuti e ben introdotti che nel 2025, negli enormi edifici di archeologia industriale che formano il Van Gendthallen di Amsterdam, si aprirà un museo dedicato solo a loro. Appassionata di botanica lei, fan della fantascienza lui, non stupisce che a regalare il successo al loro marchio sia stato il modo in cui coniuga riferimenti alla natura e alla tecnologia. Oltre all’equilibrio tra semplicità e sofisticatezza, soggetti un po’ old style e freschezza contemporanea. Un altro pallino della loro ricerca è trovare il modo di far sentire il pubblico al centro delle opere. Tra queste, una famosissima, presentata in più contesti (come ad esempio, Art Basel 2017 o Noor Riyadh 2023) sempre simile ma con delle differenze da una volta all’altra, è quella in cui fanno volare centinaia di droni luminosi che si muovono nel cielo esattamente come stormi d’uccelli durante la migrazione.

Naturalezza, metamorfosi e varietà sono anche il cuore di “Shy Society”.

Gli elementi che formano l’opera si aprono e chiudono e, da determinati punti di vista sembrano fiori, mentre da altri o mentre si calano e risalgono, assomigliano a dei veri e propri ballerini. Come se il cortile rinascimentale diventasse magicamente il palcoscenico di uno spettacolo animato in cui i visitatori sono chiamati ad immergersi. Inoltre l’installazione è fatta per essere vista e rivista, per la lunghezza cangiante della coreografia ma anche per come lo show appare diverso a seconda delle condizioni meteo, dell’ora e soprattutto se guardato durante la notte o il giorno. Cambia anche in base al punto d’osservazione (soprattutto se si è nel cortile o al piano nobile dell’edificio rinascimentale.

Palazzo Strozzi, durante le importanti mostre che organizza, ha l’abitudine di offrire alla città e ai turisti una grande opera pubblica di cui tutti possono fruire semplicemente entrando nel cortile del museo. “Shy Society” di Studio Drift con musica di RZA, è tra queste. Resterà incorniciata dalle colonne dell’antico loggiato fino al 26 gennaio 2025, quando si concluderà anche “Helen Frankenthaler. Dipingere senza regole”, la prima retrospettiva italiana centrata sulla bravissima espressionista astratta statunitense.

DRIFT, Shy Society, Palazzo Strozzi, Firenze, 2024. Photo Ela Bialkowska, OKNOstudio. Video The Factory Prd.

DRIFT, Shy Society, Palazzo Strozzi, Firenze, 2024. Photo Ela Bialkowska, OKNOstudio. Video The Factory Prd.

DRIFT, Shy Society, Palazzo Strozzi, Firenze, 2024. Photo Ela Bialkowska, OKNOstudio. Video The Factory Prd.

DRIFT, Shy Society, Palazzo Strozzi, Firenze, 2024. Photo Ela Bialkowska, OKNOstudio. Video The Factory Prd.