“Beato Angelico” il frate che piace agli artisti contemporanei in una magnifica mostra che sta per concludersi a Palazzo Strozzi

Beato Angelico, exhibition views, Palazzo Strozzi e Museo di San Marco, Firenze, 2025.

Photo: Ela Bialkowska, OKNO Studio  

Con una chiusura prevista per il 25 gennaio, la mostra “Beato Angelico” a Palazzo Strozzi e al Museo di San Marco di Firenze si sta per concludere, ma si tratta di un evento talmente importante che con ogni probabilità continuerà a rappresentare una pietra miliare anche in futuro. E non soltanto perché l’esposizione dedicata al frate domenicano vissuto nella prima metà del ‘400 è stata pensata per rivolgersi sia al grande pubblico che agli studiosi ma anche per l’influsso dell’artista sul presente.

Realizzata dalla collaborazione tra Fondazione Palazzo Strozzi, Ministero della Cultura -Direzione regionale Musei nazionali Toscana e Museo di San Marco, “Beato Angelico” si snoda in due sedi espositive distinte (trattano periodi diversi dell’attività dell’artista, hanno biglietti differenti e orari d’apertura dissimili se non incompatibili in certe fasce orarie): Palazzo Strozzi e Museo di San Marco. Il secondo è la sede in cui il maggior numero di opere dell’Angelico è abitualmente conservato (tanto da aver fornito al primo diverse tavole) e durante questi mesi concentra la produzione giovanile e i codici miniati oltre agli affreschi del pittore, ma il cuore pulsante dell’opera del frate è installata a Palazzo Strozzi. E si parla di una bella porzione di capolavori. Senza contare che il museo situato all’interno di quello che una volta era il convento in cui Angelico effettivamente viveva il pomeriggio è chiuso finendo per essere di fatto inaccessibile a molti visitatori. Il prezzo dei biglietti di entrambi gli spazi è decisamente popolare e sono previste tra l’altro riduzioni per alcune tipologie di utenti.

Anche in considerazione della qualità. E senza tener conto del fatto che era la prima volta dopo settant’anni che qualcuno decideva di dedicarsi a un’impresa simile.

Beato Angelico, exhibition views, Palazzo Strozzi e Museo di San Marco, Firenze, 2025. Photo: Ela Bialkowska, OKNO Studio  

Curata da Carl Brandon Strehlke (curatore emerito del Philadelphia Museum of Art) in collaborazione con Stefano Casciu (direttore regionale Musei nazionali Toscana) e Angelo Tartuferi (storico dell’arte, ex direttore degli Uffizi, della Galleria dell’Accademia e, appunto, del Museo di San Marco), la mostra mette insieme oltre 140 opere (tra dipinti, disegni, miniature e sculture), provenienti da 70 prestatori sparsi qua e là nel mondo. Tra loro ci sono prestigiosi musei come il Louvre di Parigi, la Gemäldegalerie di Berlino, il Metropolitan Museum of Art di New York, la National Gallery di Washington, i Musei Vaticani, la Alte Pinakothek di Monaco e il Rijksmuseum di Amsterdam oltre a biblioteche e collezioni italiane e internazionali, chiese e istituzioni territoriali (75 lavori per esempio, provengono da musei statali e 41 dal Museo di San Marco stesso). Ma oltre alla vastità (e qualità) del materiale esposto ha dalla sua un massiccio lavoro di restauro (ben 28 interventi in tutto) in alcuni casi eseguito proprio per l’evento e con tecniche all’avanguardia.

Lo straordinario trittico francescano- ha detto il Direttore generale della Fondazione Palazzo Strozzi, Arturo Galansino- è una vera riscoperta di questa mostra perché appartiene a San Marco ma, troppo rovinato per essere esposto, anzi considerato irrecuperabile, grazie alle nuove tecnologie l’opera si è trasformata in una gemma”.

Degli interventi restaurativi si è occupato l’Opificio delle Pietre Dure (sempre con sede a Firenze è nato come manifattura medicea nel 1588 anche se svolge le attuali funzioni solo dal 1975) e tra le tecniche operate figura il laser. Usato qui per la prima volta in assoluto per pulire un dipinto.

Ma l’utilizzo di quanto c’è di innovativo nella contemporaneità non si ferma al restauro. Infatti, un altro unicum di “Beato Angelico” è la ricomposizione di pannelli smembrati secoli fa (nella maggior parte dei casi dopo che Napoleone confiscò le opere degli ordini religiosi, le tavole si dispersero per poi passare di mano in mano) e attualmente riuniti per l’occasione. Tra i capolavori in mostra ben sette straordinari e complessi polittici avevano fatto questa fine. Adesso, su 18 pezzi sparpagliati in giro per le grandi collezioni pubbliche del mondo, 17 sono tornati momentaneamente al loro posto (una sola tavola conservata a Chicago non ha fatto in tempo ad arrivare).

Ma cosa andava messo accanto a cosa e dove, al principio non era per niente chiaro. Per risolvere il puzzle il team di “Beato Angelico” ha usato l’analisi radiografica X e la riflettografia infrarossa. Entrambe queste tecniche hanno fornito importanti indizi, tra cui la mappatura della direzione delle venature del legno, e alla fine tutto è andato al proprio posto per la prima volta in assoluto da quando le opere vennero separate.

Inutile dire che ne è uscita mostra è stupenda. E per niente piccola. Le pareti tinteggiate in un tono di azzurro abbastanza discreto da non disturbare la visita eppure sufficientemente carico da enfatizzare la magnifica tavolozza del frate, le eleganti barriere per evitare che le persone si avvicinino inavvertitamente ai dipinti, e l’impianto di illuminazione drammatico quel tanto che basta, senza strafare, vanno tutti menzionati.

Beato Angelico, exhibition views, Palazzo Strozzi e Museo di San Marco, Firenze, 2025. Photo: Ela Bialkowska, OKNO Studio

Enigmatica resta invece la vita e la personalità dell’artista. Infatti di Guido di Piero, originario di Rupecanina in provincia di Vicchio nel Mugello, non si conosce nemmeno con certezza la data di nascita (dovrebbe essere avvenuta intorno al 1395), mancano informazioni sulla famiglia ed è avvolto nel mistero anche il motivo preciso per cui decise di farsi frate. Si sa che completò un primo apprendistato come pittore nel Mugello per poi andare a bottega da Lorenzo Monaco e Gherardo Starnina a Firenze. Che da quando prese i voti il suo nome diventò Giovanni da Fiesole e che solo dopo la morte i suoi confratelli presero a chiamarlo Fra Angelico. O Beato, sia per le doti personali che per la rapita dolcezza contemplativa dei dipinti. Nel 1982 il Papa beato lo proclamò davvero e adesso tutti lo conoscono come Beato Angelico quasi come se si trattasse del suo vero nome e cognome.

Di certo Angelico dipingeva solo composizioni a tema religioso e dà l’impressione di essersi trovato del tutto a suo agio nell’identità di frate. Il signor Strehlke sull’argomento ha detto: “Tutti dicono: 'Oh, Fra Angelico, è così religioso, eccetera', il che è vero, ma la maggior parte dei contemporanei dell'artista dipingevano solo soggetti religiosi, quindi bisognava contestualizzare le cose in quel periodo".

Ma i tempi cambiano e dalla seconda metà del ‘900 quella ingombrante religiosità priva di ombre all’Angelico artista ha portato via non solo la capacità d’immedesimarsi nelle opere da parte del pubblico ma anche una porzione del suo ruolo nelle pagine dei manuali di storia dell’arte. Questa mostra cerca di restituirglielo mettendo in luce la carica innovativa del lavoro e la sicurezza con cui abbraccia la prospettiva che allora era una tecnica non solo all’avanguardia ma addirittura pionieristica.

Beato Angelico, exhibition views, Palazzo Strozzi e Museo di San Marco, Firenze, 2025. Photo: Ela Bialkowska, OKNO Studio

E girando per le sale di Palazzo Strozzi, malgrado l’intento evidentemente narrativo e l’argomento palese delle tavole, la religiosità di Angelico e il contesto storico (ricostruito dai pannelli e dal ricco catalogo) appaiono secondari rispetto alla sontuosità al limite del maniacale delle decorazioni e alla viva intensità del colore. Le figure si muovono sul piano principale o, grazie appunto alla neonata prospettiva, un po’ più in dietro, ma è il completo padroneggiare la tavolozza da parte dell’artista a condurre il nostro occhio attraverso la folla o a riportarlo al soggetto principale dando in un sol colpo dinamismo e stabilità. L’intensità dei blu pavone, dei toni di salmone, dei lavanda e occasionalmente dei porpora è indescrivibile. E irriproducibile.

Infatti, dato il numero di visitatori che sostano davanti alle opere, la distanza di sicurezza che si è tenuti a mantenere dai lavori e i grandi gruppi di figure che si ritrovano in certe tavole, oltre ad un’infinità di particolari in ognuna, il modo migliore per vedere la mostra è mixando lo sguardo ad occhio nudo con lo zoom dello schermo del telefonino. Facendolo ci si rende conto che la distanza dei colori reali da quelli sul display è abissale. Persino le fotografie scattate da professionisti che accompagnano questo articolo non tengono il passo. La tavolozza dell’Angelico risuona ad altezze irraggiungibili. Tanto che una volta usciti in cortile ci si domanda se si riuscirà a conservarne memoria o se nei ricordi gli splendidi toni originali verranno sostituiti da quelli delle riproduzioni.

La foglia d’oro è applicata a profusione contribuendo all’atmosfera luminosa e ricca delle composizioni. Per modificare la rifrazione della luce, creare ulteriori particolari decorativi e non interrompere il flusso calligrafico minuto e inarrestabile che incorona il soggetto della scena, l’artista incide la tavola migliaia di volte e applica colori di fondo che talvolta emergono ormai fusi all’oro in sfumature di una bellezza tale che sono anche in questo caso impossibili da descrivere.

Nel frattempo particolari architettonici, angoli cittadini dai toni pastello di una perfezione geometrica tale da sembrare fatti di pan di zucchero, lembi di paesaggio che dovrebbero essere mediorientali e invece sono quelli dell’Italia centrale si materializzano per un istante di fronte ai nostri occhi, che tuttavia l’abilità dell’artista riporta ostinatamente al centro della scena.

I panneggi dei vestiti dei personaggi sono scultorei ma i volti privi di chiaroscuri sono piatti. In parte perché la verosimiglianza non era una delle priorità di Guido di Piero, in parte anche questo è un espediente per attirare l’attenzione sugli unici punti delle tavole privi di stimoli tattili (tra decorazioni pittoriche, cornici cesellate e in un caso bassorilievi sul retro, i dipinti sono in bilico tra pittura e scultura). La partizione delle scene, di certo influenzata dai testi miniati (in cui Angelico si cimentava come testimonia una parte del materiale esposto al Museo di San Marco), è fatta da angoli retti e linee che si intersecano dividendo tutto in quadrati e rettangoli. All’interno di questi si muovono le figure che pur cominciando a rispondere alle regole della prospettiva se ne infischiano bellamente delle proporzioni. Il che regala una nota surreale capace di rendere più interessante e attuale ogni tavola.

David Hockney, Annunciation II, After Fra Angelico (2017). Officina Profumo-Farmaceutica di Santa Maria Novella

Forse anche per questo la pittura di Angelico ha ispirato molti artisti contemporanei. Recentemente “High Society” dipinto tra il ’97 e il ’98 dalla britannica Cecily Brown ha toccato i 9milioni e 800 mila dollari in asta da Sotheby’s: tematicamente non aveva niente a che fare con la religione ma artisticamente traeva esplicitamente spunto dal maestro rinascimentale. Mentre Tracey Emin, in visita a Firenze la scorsa primavera quando anche il suo lavoro è stato esposto a Palazzo Strozzi, ha speso parole di accorata ammirazione per l’opera del frate.

Ma la dimostrazione più evidente dell’influsso di Angelico sulla contemporaneità è “Annunciation II, after Fra Angelico” (2017) di David Hockney in mostra nella sede storica dell’Officina Profumo-Farmaceutica di Santa Maria Novella (le sale si trovano in una parte del famoso complesso conventuale domenicano di Firenze) in contemporanea con “Beato Angelico”. In cui il signor Hockney reinterpreta il tema dell’Annunciazione applicando la prospettiva inversa con l’obiettivo di far entrare chi osserva al centro della scena.

Il grande pittore britannico che non ha mai fatto mistero del suo amore per i maestri del Rinascimento italiano ha anzi dichiarato di avere pensato sia a Piero della Francesca che all’Angelico quando ha dipinto tra gli altri il bellissimo e commovente “My parents” (1977). E in una recente intervista ha detto: “C'era una riproduzione dell'Annunciazione di Fra Angelico in un corridoio della Bradford Grammar School (la scuola elementare che David Hockney ha frequentato da bambino, ndr), che conosco da quando avevo 11 anni. E ho sempre pensato che fosse il quadro migliore che avessero lì”.

Beato Angelico, exhibition views, Palazzo Strozzi e Museo di San Marco, Firenze, 2025. Photo: Ela Bialkowska, OKNO Studio

Beato Angelico, exhibition views, Palazzo Strozzi e Museo di San Marco, Firenze, 2025. Photo: Ela Bialkowska, OKNO Studio

Beato Angelico, exhibition views, Palazzo Strozzi e Museo di San Marco, Firenze, 2025. Photo: Ela Bialkowska, OKNO Studio

Beato Angelico, exhibition views, Palazzo Strozzi e Museo di San Marco, Firenze, 2025. Photo: Ela Bialkowska, OKNO Studio

Beato Angelico, exhibition views, Palazzo Strozzi e Museo di San Marco, Firenze, 2025. Photo: Ela Bialkowska, OKNO Studio

Beato Angelico, exhibition views, Palazzo Strozzi e Museo di San Marco, Firenze, 2025. Photo: Ela Bialkowska, OKNO Studio

Beato Angelico, exhibition views, Palazzo Strozzi e Museo di San Marco, Firenze, 2025. Photo: Ela Bialkowska, OKNO Studio

Tutti gli artisti nella nuova pubblicità Coca-Cola a cominciare da Aket

Ambientata in un museo immaginario in cui sembrano concentrati tutti i capolavori iconici della storia dell’arte, la nuova pubblicità Coca-Cola, in realtà, dà spazio anche ad artisti contemporanei meno conosciuti A cominciare dallo street-artist francese Aket che, da un giorno all’altro, è diventato famoso.

Come lo spot. Cuore della campagna Masterpiece (comprende anche una galleria online, cartelloni pubblicitari in 3D e oggetti da collezione digitali), che non ha mancato di diventare virale e accendere un vero e proprio dibattito. D’altra parte, la pubblicità Coca-Cola, è un prodotto raffinato che non si limita a sfruttare la psicologia di chi guarda per raggiungere il consumatore ma mette in campo anche un cocktail visivo all’avanguardia, composto da riprese dal vivo, effetti digitali e intelligenza artificiale (ci hanno lavorato le agenzie: Electric Theatre Collective e Blitzworks).

Lo spot si svolge in uno spazio espositivo di fantasia, che ha caratteristiche architettoniche affascinanti ma ibride. Un po’ fa pensare a un museo europeo (forse il Louvre), un po’ al Moma di New York. Allo stesso modo, le opere tra le quali si svolge la danza virtuale della bottiglietta di Coca-Cola, sono opera di artisti del passato e del presente. Famosi e non. Eppure, accostati a Andy Warhol, William Turner, Edward Munch, Vincent Van Gogh, Utagawa Hiroshige e Johannes Vermeer, tutti sono apparentemente già parte della storia dell’arte.

In realtà, i contemporanei di Coca-Cola, prima di questo spot erano tutti poco conosciuti. Ma dall’uscita della campagna pubblicitaria sono diventati di botto, noti a persone di tutto il mondo. Si tratta del francese Aket, del fotografo idiano-inglese Vikram Kushwah, della pittrice egiziana Fatma Ramadan del pittore sudafricano Wonderbuhle e della pittrice colombiana-francese Stefania Tejada.

Ad aprire le danze è l’opera "Divine Idyll" di Aket, che per questo rimane particolarmente impressa. L’autore è uno street-artist originario di un paese della Piccardia, che adesso vive a Lille. Si fa chiamare anche Aket Kubic, perchè di solito rappresenta personaggi dalle forme ispirate al Cubismo. Al centro dei suoi graffiti: scene di vita quotidiana, combattimenti ma anche una sua versione di soggetti classici (come “le bagnanti”). Ha anche creato un personaggio, “Mr. Tarin”, che ironizza sui difetti dei francesi. Tra gli artisti contemporanei della pubblicità è l’unico occidentale.

Nello spot Coca-Cola, il protagonista del dipinto di Aket, dopo aver rubato una bottiglietta di Coca-Cola dipinta da Warhol nel ‘62 (“Coca-Cola 3”), la lancia a un marinaio de “Il Naufragio” (1804) di Turner. Quest’ultimo la tira alla protagonista di “Falling in Library” di Kushwah, che, con l’aiuto delle signore rappresentate in “The Blow Dryer”, riesce a raggiungere l’eroe de “L’Urlo” di Munch. A sua volta, il disperato protagonista, la passa al ragazzo ritratto da Wonderbuhle che, esce dal quadro, per poi cadere sul letto della famosa “Camera di Vincent ad Arles” di Van Gogh. A questo punto lo spot mette in gioco l’azione, e la protagonista del decoratissimo dipinto di Tejada, si esibisce in una vera e propria acrobazia, per far atterrare la preziosa bibita nel paesaggio innevato de "Il ponte-tamburo di Meguro e collina del tramonto" (parte della serie "Cento vedute famose di Edo") di Hiroshige. Di qui la “Ragazza con l’orecchino di Perla” di Vermeer può prenderla. Ed ecco che, finalmente, quest’ultima la fa avere, con tanto di strizzatina d’occhio, ad uno studente a corto d’ispirazione durante una prova di disegno al museo.

In breve, Coca-Cola ha messo in scena una danza a cui partecipano i soggetti delle opere d’arte. In uno spirito multiculturale molto attuale. A cui altri artisti, di ieri e di oggi, hanno contribuito, secondo la stessa multinazionale americana, che gli ha citati come fonte d’ispirazione (da Modigliani o Monet fino a Zena Assi).

"Reaching for the stars": a Palazzo Strozzi un viaggio intergalattico nel firmamento dell'arte contemporanea

Reaching for the stars, Palazzo Strozzi, Firenze, 2023. Installation view. photo: Ela Bialkowska OKNO Studio

Dallo scorso fine settimana, nel cortile quattrocentesco di Palazzo Strozzi c’è un razzo. Più o meno a grandezza naturale, si capisce che non potrà mai volare, ma con la rampa blu elettrico e il corpo metallico che si estende fino allo spicchio di cielo incorniciato dal tetto, è ugualmente d’impatto. Capace di proiettare gli animi verso il futuro. E i visitatori della mostra “Reaching for the Stars” direttamente nel firmamento dell’arte contemporanea.

In un viaggio intergalattico, nato dalla collaborazione tra la Fondazione Palazzo Strozzi di Firenze e la Fondazione Sandretto Re Rebaudengo di Torino, e orientato da stelle polari come Maurizio Cattelan, Damien Hirst o Cindy Sherman e che condurrà a raggiugere astri nascenti come quello di Lynette Yiadom-Boakye. Senza dimenticarsi di fare una tappa nel pianeta irriproducibile di Tino Seghal, dove video e fotocamere sono bandite.

Tra capolavori, ironia, storia contemporanea, identità culturali e tanta musica.

Goshka Makuga, Gonogo, Palazzo Strozzi Firenze. Photo: Ela Bialkowska OKNO Studio

GONOGO:

Il razzo si chiama “Gonogo (il titolo fa riferimento al processo di verifica “go/no go” che precede un lancio aerospaziale), alto 15 metri, è l’ultima installazione dell’artista polacca Goshka Macuga, e il suo scopo principale, a Firenze, è quello di trasportare i visitatori nel firmamento dell’arte contemporanea. Ma, in genere ne ha diversi. Prima di tutto, la monumentale scultura, allude al rapporto contraddittorio con il futuro del genere umano (da una parte l’entusiasmo, dall’altra insicurezza e la paura).  

Gonogo”, realizzato in una fonderia fiorentina per “Reaching for the Stars”, su commissione della Fondazione Sandretto Re Rebaudengo di Torino, è stato tra i progetti finalisti al concorso per il Fourth Plinth di Trafalgar Square a Londra. E, a fine mostra, aspetterà di essere collocato sull’Isola di San Giacomo a Venezia dove sorgerà la nuova sede della fondazione piemontese.

Fino ad allora è un’opera d’arte pubblica accessibile a chiunque metta piede nel cortile di Palazzo Strozzi.

Reaching for the stars, Palazzo Strozzi, Firenze, 2023. Installation view. photo: Ela Bialkowska OKNO Studio

LA MOSTRA – INFORMAZIONI ESSENZIALI:

Nata per celebrare il trentennale della collezione Sandretto Re Rebaudengo di Torino, “Reaching for the Stars. Da Mauriziodi  Cattelan a Lynette Yiadom-Boakye, ha unito gli sforzi economici e organizzativi della Fondazione Palazzo Strozzi con la Fondazione Sandretto Re Rebaudengo. Ha richiesto oltre due anni di pianificazione e con 70 opere di importanti artisti italiani ed internazionali (tutte provenienti dalla collezione torinese), suddivise in 9 aree tematiche, vuole essere una ricognizione sulla storia più recente dell’arte contemporanea e delle ultime tendenze. Il raggio temporale coperto dalle opere è piuttosto vasto (dagli anni ’70 ai giorni nostri, anche se la maggior concentrazione di lavori è tra gli anni ’90 e i primi decenni del XXI secolo).

Gli artisti provengono da tutti i continenti e la mostra occupa l’intero spazio espositivo dell’edificio quattrocentesco (Cortile, Piano Nobile e Strozzina).

Naturalmente “Reaching for the Stars” è anche un’occasione di dialogo tra i capolavori contemporanei e l’architettura rinascimentale dello storico palazzo fiorentino.

Il curatore, Arturo Galasino (Direttore generale della Fondazione Palazzo Strozzi), ha salutato l’inaugurazione dicendo: “Reaching for the Stars è un viaggio in quarant’anni di scoperte e ricerca nell’arte contemporanea. Ospitare a Firenze una collezione come questa significa celebrare i valori del mecenatismo e della committenza nella città dove il grande collezionismo è nato”.

Mentre Patrizia Sandretto Re Rebaudengo, Presidente della Fondazione Sandretto Re Rebaudengo ha affermato: “È per me un onore e una grande emozione poter rivedere le ‘stelle’ della collezione esposte nelle splendide saledella Fondazione Palazzo Strozzi. Festeggiare i trent’anni della mia pratica collezionistica all’interno di questo palazzo, capolavoro dell’architettura rinascimentale”.

Reaching for the stars, Palazzo Strozzi, Firenze, 2023. Installation view. photo: Ela Bialkowska OKNO Studio

GLI ARTISTI:

Si tratta di 50 nomi, quando presenti con un singolo lavoro, quando con più di uno (di Cattelan ad esempio ne sono esposti 5). Sono comunque (fatta eccezione per i più giovani) tutti molto famosi. Vere e proprie stelle.

Tra quelli più noti: Anish Kapoor, Damien Hirst, Maurizio Cattelan, Cindy Sherman, Barbara Kruger, Katharina Fritsch (premiata con il Leone d’oro proprio alla Biennale di Venezia dello scorso anno). Ma anche Lara Favaretto, William Kentridge, Berlinde De Bruyckere, Sarah Lucas, Lynette Yiadom-Boakye. E poi: Glenn Brown, Cerith Wyn Evans, Tino Seghal, David Medalla, Rudolf Stingel, Vanessa Beecroft, Paola Pivi, Pawel Althamer,  Shirin Neshat, Josh Kline, Jeff Wall, Thomas Ruff, Thomas Struth, Charles Ray, Mark Manders, Michael Armitage, Adrián Villar Rojas, Thomas Schütte, Wolfgang Tillmans, Cecily Brown, Douglas Gordon & Philippe Parreno, Fiona Tan, Ragnar Kjartansson.

E tanti altri.

Reaching for the stars, Palazzo Strozzi, Firenze, 2023. Installation view. photo: Ela Bialkowska OKNO Studio

LE OPERE:

Reaching for the stars” ha il merito di aver selezionato quasi esclusivamente lavori importanti. Di Damien Hirst, per esempio, c’è un bel quadro della serie Love (“Love is Great”, 1994), di quelli con le farfalle (vere) che stanno per essere inghiottite dal colore implacabilmente appiccicoso pur se splendido della tela. E una grande scultura dove una stanza priva di qualsiasi attrattiva, se ne stà lì, capovolta, con tanto di scrivania, sedia, pacchetto di sigarette e posacenere al suo interno (“The acquired inability to escape- Inverted and divided”, 1993).

Maurizio Cattelan (Padova, IT, 1960, vive e lavora tra New York e Milano) Bidibidobidiboo, 1996 scoiattolo tassidermizzato, formica, ceramica, legno, acciaio verniciato; cm 45 x 60 x 58 Courtesy Fondazione Sandretto Re Rebaudengo Photo: Zeno Zotti

E, dove le gotiche riflessioni cariche di humor nero di Hirst, lasciano spazio all’ironia caustica di Maurizo Cattelan, si incontrano dei veri e propri capolavori come lo scoiattolino suicida di “Bibidibobidiboo” (1996) e l’autoritratto dell’artista originario di Padova appeso in completo di feltro grigio di  “La Rivoluzione siamo  noi” (2000). Senza contare le rovine dell’attentato mafioso di via Palestro a Milano (1993), che Cattelan raccolse in discarica e mise in un sacco (“Ninnananna”).

Sempre italiane sono “Gummo V” (2012) di Lara Favaretto, con le sue spazzole rotanti, di varie dimensioni e colori, che lasciano lo spettatore stupito (e pronto a girare un video) e l’orso rivestito di piume di pulcino in posa tenera di Paola Pivi (“Have you seen me before?” , 2008).

 E, anche se l’orso di Pivi ci facesse un’immensa tristezza pensando ai pulcini sacrificati per creare l’opera, ci potremmo consolare ammirando una splendida collezione di fotografie in bianco e nero di Cindy Sherman, in cui l’artista statunitense ci porta in un mondo di suggestioni cinematografiche, facendo da modella, scenografa e fotografa contemporaneamente (vari “Untitled film still #” degli anni ’70).

Muovendosi velocemente per le sale, non si può non rimanere colpiti da sculture come “Cloud Canyons” (1988) dello scomparso David Medalla, in cui dall’opera-macchina continuano a uscire bolle di sapone che la modificano ininterrottamente. O dal grande busto che sembra d’argilla crepata ma invece è di metallo dipinto (“Unfired Clay Torse”, 2015) del belga Mark Manders. Oppure rimanere indifferenti di fronte alla scultura in cera, grasso, capelli e intestino animale (“Self-portrait”, 1993), in cui l’artista di Varsavia, Pawel Althamer, si fa più vecchio e brutto.

Reaching for the stars, Palazzo Strozzi, Firenze, 2023. Installation view. photo: Ela Bialkowska OKNO Studio

Altri lavori possono pure ispirare riflessioni legate al contesto. E’ il caso di “Viral Research” (1986) di Charles Ray, con i suoi contenitori pieni di un liquido nero e vischioso, posti su un tavolo e collegati gli uni agli altri da cannucce, che sono stati installati davanti a un grande dipinto carico di motivi ripetuti e dorature del tirolese, Rudolf Stingel (“Untitled Ex unico”, 2004). La scultura di Ray, infatti, che in partenza esprimeva la paura dell’Aids, nel contesto di “Reaching for the Stars”, può anche richiamare un punto di ristoro signorile in un antico palazzo e far pensare all’ambivalenza dei riti quotidiani e all’ansia ossessiva che possono nascondere.

Poi c’è la monumentale divinità ancestrale-sirena in bronzo del tedesco, Thomas Schütte (“Nixe”, 2021), che per qualche inspiegabile motivo, dal vivo, nella cornice di Palazzo Strozzi, diventa molto più ponte ed evocativa che nelle fotografie scattatele altrove.

Reaching for the stars, Palazzo Strozzi, Firenze, 2023. Installation view. photo: Ela Bialkowska OKNO Studio

Non si può, poi, non citare la grande scultura in argilla e cemento del brasiliano Adrián Villar Rojas (“Return the World (the Fat Lady)”, 2012), l’infilata di fotografie spettacolari e pittoriche del canadese Wall e dei tedeschi Ruff e Struth. Gli splendidi dipinti dell’inglese di origini ghanesi, Lynette Yiadom-Boakye (di recente ospite di una personale alla Tate Britain di Londra).

Per scendere, infine, nella Strozzina e ammirare l’ampia rassegna di video presentata (ce ne sono di centrati sull’animazione, la musica o la fotografia).

Lì, inaspettata, si avrà pure modo d’incontrare l’opera del tedesco-indiano Tino Seghal. Artista e ballerino, Seghal, crea quelle che lui definisce “situazioni costruite”, cioè performance sintetiche, divertenti e a tratti poetiche, che coinvolgono lo spettatore. Tra l’altro è tassativamente contrario ad ogni forma di riproduzione delle sue opere, per questo se non si va a vederle in mostra è difficile figurarsele. A “Reaching for the stars”, comunque, si avrà occasione di trovarsi faccia a faccia con una performer che, in vece di Seghal, canterà una canzone diversa a seconda dello spettatore, ispirata solo dallo stato d’animo di quest’ultimo.

La performance si chiama “This You” (2006) ed è davvero bella (ma attenzione: nascondete il telefonino!).

Reaching for the stars, Palazzo Strozzi, Firenze, 2023. Installation view. photo: Ela Bialkowska OKNO Studio

 LA MOSTRA – COSIDERAZIONI:

Reaching for the Stars. Da Maurizio Cattelan a Lynette Yiadom-Boakye” è un’esposizione che scorre fluida, ricca di sollecitazioni visive e spunti di riflessione. Molto ben allestita.

Composta da opere importanti, attentamente selezionate, senza cedere alla tentazione di inserire troppo o di sbilanciare il percorso. Tante ma non troppe, appunto, ben posizionate nelle antiche sale del palazzo.

Anche le aree tematiche, tutto sommato, la tengono insieme con grazia, nonostante l’esposizione sia stata ideata partendo da materiale pre- selezionato (le opere dovevano essere quelle già presenti nella collezione Sandretto Re Rebaudengo).

Il riferimento alle stelle, poi, che accompagna il visitatore fin dal titolo, regala ulteriore solidità concettuale alla mostra. Quest’ultima, infatti, va letta come si farebbe con gli astri che punteggiano la volta celeste. Prima di tutto stella per stella (cioè opera per opera), per poi considerare il significato delle costellazioni nel loro insieme.

Reaching for the Stars. Da Maurizio Cattelan a Lynette Yiadom-Boakye” rimarrà a Palazzo Strozzi fino al 18 giugno 2023.

Reaching for the stars, Palazzo Strozzi, Firenze, 2023. Installation view. photo: Ela Bialkowska OKNO Studio

Reaching for the stars, Palazzo Strozzi, Firenze, 2023. Installation view. photo: Ela Bialkowska OKNO Studio

Reaching for the stars, Palazzo Strozzi, Firenze, 2023. Installation view. photo: Ela Bialkowska OKNO Studio

Reaching for the stars, Palazzo Strozzi, Firenze, 2023. Installation view. photo: Ela Bialkowska OKNO Studio