Come freschi acquerelli dai colori del cielo le saline australiane catturate dalla fotografia aerea di Tom Hegen

Salt Series Part II. © Tom Hegen

Salt Series Part II. © Tom Hegen

Le immagini di Tom Hegen a volte sembrano acquerelli, altre fanno pensare a tessuti, altre ancora a smalti intarsiati o a dipinti astratti. Tutto tranne quello che sono realmente: fotografie. Scatti aerei delle saline australiane.

Il fotografo tedesco Tom Hegen aveva già catturato la bellezza delle campiture e dei toni di colore delle saline europee (ne ho parlato qui) e in questa nuova carrellata di immagini, intitolata ‘Salt Series Part II’, ha deciso di tornare a concentrarsi sullo stesso tema. Cambiando solo la location. Barattando i rassicuranti confini del vecchio continente per gli scenari selvaggi dell’Australia Occidentale. Il risultato premia questa scommessa con cromie delicate e fredde così diverse da quelle del primo capitolo.

"Il sale marino è un prodotto pesantemente incluso nella nostra vita quotidiana, ma non sappiamo da dove venga e come sia stato prodotto- spiega Hegen.- L'acqua di mare viene alimentata in bacini di evaporazione, l'energia del sole e del vento concentrano l'acqua per favorire la crescita del sale. Il colore dell'acqua deriva dai micro batteri, che cambiano le loro tonalità quando la concentrazione salina si alza (…)”

Attraverso le due serie sulle saline ma anche altre immagini Tom Hegen cerca di documentare il rapporto tra ambiente e esseri umani. La fotografia aerea è il suo mezzo espressivo preferito. Di solito pubblica i suoi scatti sul sito internet e li condivide sull’account instagram. (via Creativeboom)

Salt Series Part II. © Tom Hegen

Salt Series Part II. © Tom Hegen

Salt Series Part II. © Tom Hegen

Salt Series Part II. © Tom Hegen

Salt Series Part II. © Tom Hegen

Salt Series Part II. © Tom Hegen

Salt Series Part II. © Tom Hegen

Salt Series Part II. © Tom Hegen

Salt Series Part II. © Tom Hegen

Salt Series Part II. © Tom Hegen

Le sezioni di palline da golf fotografate da James Friedman rivelano colori vivaci e tessiture sempre diverse

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Al fotografo dell’Ohio James Friedman è venuta l’idea di immortalare l’interno delle palline da golf. La serie di immagini intitolata ironicamente Interior Design, mostra colori vari e vivaci che spiccano incorniciati dal candido rivestimento. E tessiture cangianti.

I materiali di cui è composto l’interno, poi, non sono sempre gli stessi. Anzi. Proprio per questo motivo Friedman ha pensato di tagliare le palline in diversi modi. Creando un universo tattile e scultoreo.

Posizionate su fondo nero e fotografate in un immutabile primo piano frontale le sfere fanno virare l’immagine verso l’astrattismo e ricordano un po’ dei pianeti. "Per alcuni spettatori, le mie fotografie di questa serie, intitolata Interior Design , alludono ai corpi celesti e al sublime- scrive James Friedman sul suo sito web- A me, la loro squisita elasticità strutturale e la loro sottile e appassionato gamma di colori, hanno ispirato nuove esplorazioni fotografiche".

Per vedere altri scatti di James Friedman ci sono il suo sito web e l’account Instagram. (via My Modern Met)

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Sheela Gowda , che scolpisce con il letame, tesse capelli e dipinge con il kumkum, porta tutte le suggestioni di un'India scenografica e dolente all'Hangar Bicocca di Milano

Sheela Gowda; Stopover, 2012; In collaborazione con Christoph Storz; Veduta dell’installazione, Kochi-Muziris Biennale, 2012. Courtesy dell’artista. Foto: Sheela Gowda

Sheela Gowda; Stopover, 2012; In collaborazione con Christoph Storz; Veduta dell’installazione, Kochi-Muziris Biennale, 2012. Courtesy dell’artista. Foto: Sheela Gowda

Le installazioni dell’artista indiana Sheela Gowda attraggono e respingono. Vanno viste da lontano ma si sente la necessità di avvicinarsi per capire meglio qualcosa che sfugge. Sono concrete come i rifiuti, i capelli, il letame che le compone eppure virano all’astrazione. Sono enigmatiche e dolenti ma incuranti di apparirlo. Come l’India, di cui parlano incessantemente.

Sheela Gowda vive e lavora a Bangalore e ha un curriculum importante. Le sue opere, infatti, fanno parte delle collezioni delle più prestigiose istituzioni internazionali (fra cui Tate Modern, MoMA e Guggenheim Museum di New York). Ha anche partecipato a Documenta e alla Biennale di Venezia. Da domani (4 aprile, fino al 15 settembre 2019) il Pirelli Hangar Bicocca di Milano le dedica una retrospettiva. Si intitola Remains ed è la sua prima grande mostra personale in Italia.

Sheela Gowda usa dei materiali che a noi occidentali possono sembrare esotici o tesi a suscitare clamore ma che fanno parte della vita quotidiana dell’artista come di qualsiasi altro cittadino di Bangalore. Scelti come simboli, per raccontare più che per costruire, sono molto importanti per capire la sua opera. Siano essi rifiuti, magari evocativi come delle coloratissime porte (Margins) o dei blocchi di granito tradizionalmente usati per macinare le spezie (in Stopover ne ha recuperati 200 dalle strade di Bangalore, dove erano stati abbandonati, collocandoli successivamente nello spazio espositivo lungo un un reticolo tracciato sul pavimento).

"Fonte d’ispirazione di queste opere-spiegano al Pirelli Hangar Bicocca- sono le tecniche manuali e artigianali che si sviluppano in contesti di sussistenza e privazione, creando un incessante dialogo fra lavoro e ingegnosità.”

Sheela Gowda; Margins, 2011; Veduta dell’installazione, GallerySKE, Bangalore, 2011; Collezione Kiran Nadar Museum of Art. Courtesy dell’artista. Foto: Sheela Gowda

Sheela Gowda; Margins, 2011; Veduta dell’installazione, GallerySKE, Bangalore, 2011; Collezione Kiran Nadar Museum of Art. Courtesy dell’artista. Foto: Sheela Gowda

O materiali costruttivi come il letame che in India serve da combustibile e isolante nell’edilizia. E pure considerato sacro e l’artista lo usa per dipingere e scolpire (Mortar Line, Stock)

Sheela Gowda; Stock, 2011; Collezione Masureel, Belgio. Courtesy dell’artista

Sheela Gowda; Stock, 2011; Collezione Masureel, Belgio. Courtesy dell’artista

I capelli poi hanno un significato fortemente metaforico e politico (venduti e lasciati come offerta votiva. l’artista li tesse). La Gowda usa spesso anche inceso e kumkum (un pigmento rosso comune nei riti religiosi) Nella monumentale And… , ad esempio, l'artista ha assemblato 270 metri di filo rosso, impregnato da un impasto di colla e kumkum, con aghi da cucito.

Sheela Gowda; And…, 2007 (dettaglio). Courtesy dell’artista e Office for Contemporary Art Norway (OCA), Oslo. Foto: OCA / Vegard Kleven

Sheela Gowda; And…, 2007 (dettaglio). Courtesy dell’artista e Office for Contemporary Art Norway (OCA), Oslo. Foto: OCA / Vegard Kleven

Sheela Gowda; And…, 2007 (dettaglio). Courtesy dell’artista e Office for Contemporary Art Norway (OCA), Oslo. Foto: OCA / Vegard Kleven

Sheela Gowda; And…, 2007 (dettaglio). Courtesy dell’artista e Office for Contemporary Art Norway (OCA), Oslo. Foto: OCA / Vegard Kleven

Sheela Gowda, che nasce come pittrice, non ha mai smesso di dipingere e recentemente usa anche l’acquerello. Al Pirelli Hangar Bicocca è in mostra anche una selezione di opere figurative.

Sheela Gowda; Sanjaya Narrates, 2004-2008 (dettaglio). Courtesy dell’artista e GallerySKE, Bangalore

Sheela Gowda; Sanjaya Narrates, 2004-2008 (dettaglio). Courtesy dell’artista e GallerySKE, Bangalore

Sheela Gowda; And that is no lie, 2015; Veduta dell’installazione: Pérez Art Museum Miami, 2015–16. Courtesy dell’artista e Pérez Art Museum Miami. Foto: Oriol Tarridas

Sheela Gowda; And that is no lie, 2015; Veduta dell’installazione: Pérez Art Museum Miami, 2015–16. Courtesy dell’artista e Pérez Art Museum Miami. Foto: Oriol Tarridas

Sheela Gowda; What Yet Remains, 2017., Veduta dell’installazione, Ikon Gallery, Birmingham, 2017. Courtesy dell’artista e Ikon Gallery, Birmingham. Foto: Stuart Whipps

Sheela Gowda; What Yet Remains, 2017., Veduta dell’installazione, Ikon Gallery, Birmingham, 2017. Courtesy dell’artista e Ikon Gallery, Birmingham. Foto: Stuart Whipps

Sheela Gowda; What Yet Remains, 2017 (dettaglio). Courtesy dell’artista e Ikon Gallery, Birmingham. Foto: Stuart Whipps

Sheela Gowda; What Yet Remains, 2017 (dettaglio). Courtesy dell’artista e Ikon Gallery, Birmingham. Foto: Stuart Whipps

Sheela Gowda, Kagebangara, 2008. Veduta dell’installazione: Artes Mundi 5, 2012 Courtesy dell’artista. Foto: Wales News Service

Sheela Gowda, Kagebangara, 2008. Veduta dell’installazione: Artes Mundi 5, 2012 Courtesy dell’artista. Foto: Wales News Service

Sheela Gowda; Stopover, 2012 (dettaglio); In collaborazione con Christoph Storz. Courtesy dell’artista. Foto: Sheela Gowda

Sheela Gowda; Stopover, 2012 (dettaglio); In collaborazione con Christoph Storz. Courtesy dell’artista. Foto: Sheela Gowda

Sheela Gowda; Breaths, 2002 (dettaglio); Collezione Sunitha and Niall Emmart. Courtesy dell’artista

Sheela Gowda; Breaths, 2002 (dettaglio); Collezione Sunitha and Niall Emmart. Courtesy dell’artista

Sheela Gowda; Collateral, 2007 (dettaglio). Courtesy dell’artista e Iniva, Londra. Foto: Sheela Gowda

Sheela Gowda; Collateral, 2007 (dettaglio). Courtesy dell’artista e Iniva, Londra. Foto: Sheela Gowda

Sheela Gowda; Collateral, 2007 (dettaglio). Courtesy dell’artista e Iniva, Londra. Foto: Sheela Gowda

Sheela Gowda; Collateral, 2007 (dettaglio). Courtesy dell’artista e Iniva, Londra. Foto: Sheela Gowda

Sheela Gowda; Mortar Line, 1996 (dettaglio). Courtesy dell’artista

Sheela Gowda; Mortar Line, 1996 (dettaglio). Courtesy dell’artista

Sheela Gowda Ritratto Foto: Thierry Bal

Sheela Gowda Ritratto Foto: Thierry Bal

Le vulcaniche esplosioni di colore e consistenza nelle ceramiche astratte di Brian Rochefort

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Le ceramiche astratte dell’artista statunitense Brian Rochefort a volte ricordano traboccanti: boccali di birra, vaschette di gelato, barattoli di vernice. Altre sembrano ecosistemi sottomarini, rocce ricoperte di muschio, crateri, piume di uccelli esotici. Fanno pensare persino al pongo. Sono una tale festa di forme incontenibili e colori vivaci da accendere ricordi sempre diversi.

Brian Rochefort vive a Los Angeles e nella sua scultura c’è di sicuro l’amore per i colori vibranti della sua città. Ma mixato con il diario di un viaggi in mezzo alla natura incontaminata del Sud America.

Per farla breve, questi vasi astratti, caratterizzati da un’importante dimensione tattile, fondono scampoli di immagini della città (cartelloni pubblicitari, vetrine dei negozi ecc) con quelle di luoghi remoti

Le ceramiche di Rochefort sono disseminati di particolari che già di per se hanno una loro completezza. I materiali fanno la differenza: lavora con il gres porcellanato e la terracotta (oltre alla ceramica, poi, usa smalto e vetro). E la tecnica: crea i pezzi, li rompe, li ricompone, li cuoce più e più volte.

Compie rigorose indagini su processi e materiali-dice di lui il materiale della galleria Vandoren Waxter di New York- Il lavoro di Rochefort sposta i confini formali e tecnici della ceramica come mezzo legato alla tradizione; si espande oltre i suoi limiti in nuovi territori di libertà, invenzione e gioco.”.

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L'astrattismo di Liza Lou tra nuvole, pittura, perline e martellate

LIZA LOU The Clouds, 2015-2018 site-specific installation of oil paint on woven glass beads and thread on canvas 600 parts, each 35 x 35 cm; Courtesy the artist and Lehmann Maupin, New York, Hong Kong, and Seoul. Photo: Matthew Herrmann

LIZA LOU The Clouds, 2015-2018 site-specific installation of oil paint on woven glass beads and thread on canvas 600 parts, each 35 x 35 cm; Courtesy the artist and Lehmann Maupin, New York, Hong Kong, and Seoul. Photo: Matthew Herrmann

Liza Lou , per realizzare la sua ultima serie di opere astratte dedicate all’eterea e poetica mutevolezza delle nuvole ha di sicuro dovuto sudare sette camicie. L’artista statunitense, infatti, usa come tela dei panni di perline di vetro bianco tessuti a mano, uno ad uno, su cui dipinge con sensibilità e delicatezza. Infine li prende a martellate.

Il metodo apparentemente mortificante della Lou è in realtà strettamente legato alle tecniche di meditazione orientale, e poi permette all’artista di mostrare la trama di filo nascosta, slabbrata e macchiata di pittura, aggiungendo eterogeneità, dinamismo e levità alle sue opere. Come fossero nuvole, appunto.

Nel dipinto The Clouds il cielo della Lou poi diventa maestoso. Composto com’è di 600 panni di perline accostati l’uno all’altro, fino a raggiungere le ragguardevoli dimensioni di oltre 15 metri per 7.

Questa serie dedicata alle nuvole è stata creata en plain air, pensando e osservando i cieli delle città tra cui si divide la vita di Liza Lou (Los Angeles e Durban).

Lo scorso autunno è stata esposta alla galleria Lehmann Maupin di New York in una mostra intitolata Liza Lou: Classification and Nomenclature of Clouds ispirata agli scritti del metereologo dilettante Luke Howard: "Il poeta Mark Strand ha recentemente scritto ‘Le nuvole sono pensieri senza parole’- spiegava il comunicato stampa della mostra- Classificando e nominando le nuvole [Howard], ha influenzato egualmente pittori e poeti."

Nella stessa mostra sono stati esposti anche due disegni di Liza Lou (trovate due fotografie in fondo a questo post). Che c’è di strano? Beh per farli l’artista ha impiegato 11 anni dato che sono composti da migliaia di minuscoli cerchi concentrici accostati l’uno l’altro. Ma non basta, perchè la Lou ogni volta che tracciava un cerchiolino cantava la parla’ oh’. Pare che la melodia che è venuta fuori registrando i vocalizzi dell’artista, a discapito di quanto si potrebbe pensare, abbia rapito gli spettatori della mostra.

Liza Lou è originaria di New York ma divide la sua vita tra il suo studio di Durban (Sud Africa) e quello di Los Angeles. Le sue opere sono conservate in molti musei del mondo (prevalentemente statunitensi ed australiani). In Italia si possono ammirare a Palazzo Grassi, di Venezia nell'ambito della Collezione François Pinault,

LIZA LOU The Clouds, (detail) 2015-2018 site-specific installation of oil paint on woven glass beads and thread on canvas 600 parts, each 35 x 35 cm; Courtesy the artist and Lehmann Maupin, New York, Hong Kong, and Seoul. Photo: Matthew Herrmann

LIZA LOU The Clouds, (detail) 2015-2018 site-specific installation of oil paint on woven glass beads and thread on canvas 600 parts, each 35 x 35 cm; Courtesy the artist and Lehmann Maupin, New York, Hong Kong, and Seoul. Photo: Matthew Herrmann

LIZA LOU Stratus Fractus, 2018, oil paint on woven glass beads on canvas, 151.1 x 141 x 6.4 cm; Courtesy the artist and Lehmann Maupin, New York, Hong Kong, and Seoul.. Photo: Joshua White

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LIZA LOU Stratus Fractus (detail), 2018, oil paint on woven glass beads on canvas, 151.1 x 141 x 6.4 cm; Courtesy the artist and Lehmann Maupin, New York, Hong Kong, and Seoul.. Photo: Joshua White

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LIZA LOU Pyrocumulus, 2018, oil paint on woven glass beads on canvas,141.6 x 142.9 x 7.6 cm. Courtesy the artist and Lehmann Maupin, New York, Hong Kong, and Seoul.. Photo: Joshua White

LIZA LOU Pyrocumulus, 2018, oil paint on woven glass beads on canvas,141.6 x 142.9 x 7.6 cm. Courtesy the artist and Lehmann Maupin, New York, Hong Kong, and Seoul.. Photo: Joshua White

LIZA LOU Pyrocumulus (detail), 2018, oil paint on woven glass beads on canvas,141.6 x 142.9 x 7.6 cm. Courtesy the artist and Lehmann Maupin, New York, Hong Kong, and Seoul.. Photo: Joshua White

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LIZA LOU The Clouds (detail), 2015-2018 site-specific installation of oil paint on woven glass beads and thread on canvas 600 parts, each 35 x 35 cm; Courtesy the artist and Lehmann Maupin, New York, Hong Kong, and Seoul. Photo: Matthew Herrmann

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LIZA LOU, Drawing Instrument II, 2016-2018, ink and paint on canvas on wood, 177.8 x 177.8 x 3.2 cm, Courtesy the artist and Lehmann Maupin, New York, Hong Kong, and Seoul., Photo: Joshua White

LIZA LOU, Drawing Instrument II, 2016-2018, ink and paint on canvas on wood, 177.8 x 177.8 x 3.2 cm, Courtesy the artist and Lehmann Maupin, New York, Hong Kong, and Seoul., Photo: Joshua White

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LIZA LOU, Drawing Instrument II, 2016-2018 (detail), ink and paint on canvas on wood, 177.8 x 177.8 x 3.2 cm, Courtesy the artist and Lehmann Maupin, New York, Hong Kong, and Seoul., Photo: Joshua White

Le fotografie aeree di Leah Kennedy che fanno diventare la Namibia simile a un quadro di Burri

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E’ una Namibia morbida, quasi liquida, tattile, fatta di colori caldi che si spengono nei grigio-azzurri di alcune rocce, quella che ritrae la fotografia aerea dell’ australiana Leah Kennedy.

Come capita quasi sempre quando le immagini vengono catturate dall’alto, gli scatti della Kennedy sconfinano nell’astrattismo. Richiamano un po’ le opere di Alberto Burri per la paletta di colori ma soprattutto per quella vaga sensazione di sofferenza lontana che riescono ad evocare senza appigliarsi a nessuna forma di narrazione..

Leah Kennedy non usa droni per catturare il paesaggio dall’alto . Scatta lei stessa da aerei ultraleggeri o elicotteri (per la serie dedicata alla Namibia gliene è toccato uno senza porte). E’ appassionata di fotocamere e attrezzatura fotografica. Della fotografia aerea ama l’ambiguità, la perdita del senso della prospettiva che è in grado di generare.

Per vedere altri scatti di Leah Kennedy ci sono il suo sito internet e gli account Facebook o Instagram.

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