Last Supper in Pompeii: l'ultima cena dei pompeiani all'Ashmoleum Museum di Oxford tra ghiri arrosto, cucine sporche e incredibili opere d'arte

Monochrome mosaic panel of a skeleton holding two wine jugs, AD 1–50. Pompeii, House of the Vestals (91 x 70 cm). Museo Archeologico Nazionale di Napoli

Monochrome mosaic panel of a skeleton holding two wine jugs, AD 1–50. Pompeii, House of the Vestals (91 x 70 cm). Museo Archeologico Nazionale di Napoli

“Lo scheletro coppiere” è un mosaico, che rappresenta, appunto, uno scheletro con la testa tonda, un’espressione ingenua e divertita, che regge due anfore da vino. Assomiglia molto a Jack Skellington (il protagonista di "Nightmare Before Christmas" di Tim Burton) ma richiama anche altre figure ugualmente poco in carne dei cartoni animati. Lui però nasce molto prima di tutte questi personaggi. Datato tra l’1 e il 50 dopo Cristo, vene dalla Casa delle Vestali di Pompei e nonostante l’età avanzata mantiene la sua, come dire, vivacità e ultimamente è persino volato ad Oxford. Per spiegare agli inglesi cosa mangiavano gli antichi romani.

E non è l’unico, ci sono cibi in ceramica e colini da cucina, sculture e affreschi a tema gastronomico. Sono oltre 300 i tesori che hanno lasciato la canicola della calda estate italiana per animare la grande mostra “Last Supper in Pompeii” (L’ultima cena a Pompei) allestita all’ Ashmolean Museum of Art and Archaeology di Oxford (fino al 12 gennaio 2020). Alcuni tra questi preziosi reperti non avevano mai varcato le Alpi.

"È un enorme privilegio poter mostrare questi straordinari tesori, molti per la prima volta nel Regno Unito- ha detto il Direttore dell'Ashmolean Dr Xa Sturgis- La generosità dei finanziatori lo ha reso possibile, in particolare il Parco Archeologico di Pompei, il Museo Archeologico Nazionale di Napoli e il Parco Archeologico di Paestum che ci hanno prestato oggetti notevoli e preziosi. "Last Supper in Pompei"i permette uno sguardo delizioso sul mondo di Pompei e della Gran Bretagna romana, dalle cucine sporche, negozi e bar, ai banchetti del triclinio. Nella cultura odierna così ossessionata dal cibo, non credo esista un argomento migliore per aiutarci a stabilire una connessione con le persone del mondo antico. "

Tutta incentrata sul cibo, la mostra spazia dalle ricette agli ingredienti che i pompeiani usavano per prepararle (da che paesi provenivano e dove li esportavano), fino alle cucine e agli attrezzi che venivano usati. E poi i magazzini, i bar e le trattorie dell’epoca. Il quadro che ne esce è ricco di particolari curiosi per la sensibilità moderna. Le cucine, ad esempio, per quanto fosse spaziosa l’abitazione in cui erano collocate, all’epoca erano sempre stanze buie, piccole e sporche. All’interno c’era persino una latrina. Gli utensili, invece, nel tempo non sono cambiati un granché: vaporiere, scolapasta, stampi a forma di animali, teglie da forno, mortai e pestelli. Senza dimenticare i forni portatili.

Ma cosa mangiavano i pompeiani? Oltre ai classici della dieta mediterranea arrivati fino ai giorni nostri (olive, noci, legumi e verdura, frutta e pesce) pare che non disdegnassero il ghiro e alcune specie di uccelli canori.

La mostra “Last Supper in Pompeii” all’Ashmolean Museum è sostenuta da Intesa Sanpaolo. "La collaborazione, che perdura da diversi anni- ha spiegato il dirigente della banca, Stefano Lucchini- con la Oxford University, un'istituzione riconosciuta tra le migliori al mondo nel campo della ricerca e della formazione, rappresenta per Intesa Sanpaolo una delle partnership più qualificanti.. Grazie ad essa, Intesa Sanpaolo e i suoi manager - così come giovani studenti meritevoli - hanno la possibilità di accrescere le proprie competenze in un luogo storicamente consacrato alla conoscenza e all'approfondimento.. Un legame che oggi si arricchisce di un nuovo significato con il nostro sostegno a una mostra che racconta la vita quotidiana degli antichi Romani e offre un notevole contributo scientifico alla diffusione della storia e della cultura italiana, a partire da scoperte archeologiche anche recenti."

Terracotta votive food: pomegranates (open and closed); grapes; figs; almonds; cheeses; focaccia; honeycomb; mold; long bread, 360 BC. Tomb 11, Contrada Vecchia, Agropoli. Parco Archeologico Di Paestum

Terracotta votive food: pomegranates (open and closed); grapes; figs; almonds; cheeses; focaccia; honeycomb; mold; long bread, 360 BC. Tomb 11, Contrada Vecchia, Agropoli. Parco Archeologico Di Paestum

Polychrome mosaic emblema (panel) showing fish and sea creatures, 100–1 BC. Pompeii, House of the Geometric Mosaics (103 x 103 cm). Museo Archeologico Nazionale di Napoli

Polychrome mosaic emblema (panel) showing fish and sea creatures, 100–1 BC. Pompeii, House of the Geometric Mosaics (103 x 103 cm). Museo Archeologico Nazionale di Napoli

Bronze strainer, 500–300 BC (25.5 cm long, diameter 12.5 cm) Findspot unknown. Ashmolean Museum, University of Oxford,

Bronze strainer, 500–300 BC (25.5 cm long, diameter 12.5 cm) Findspot unknown. Ashmolean Museum, University of Oxford,

Still life wall panel fresco showing a cockerel pecking at figs, pears and pomegranates, AD 45–79. Pompeii, House of the Chaste Lovers (55 x 52 cm). Parco Archeologico di Pompeii

Still life wall panel fresco showing a cockerel pecking at figs, pears and pomegranates, AD 45–79. Pompeii, House of the Chaste Lovers (55 x 52 cm). Parco Archeologico di Pompeii

Gilded silver cups decorated with repoussé olive, vine and myrtle sprays (left to right), 50 BC–AD 150. Ashmolean Museum, University of Oxford

Gilded silver cups decorated with repoussé olive, vine and myrtle sprays (left to right), 50 BC–AD 150. Ashmolean Museum, University of Oxford

Fresco wall panel showing the distribution of bread, AD 40–79. Pompeii, House of the Baker (69 x 60 cm). Museo Archeologico Nazionale di Napoli

Fresco wall panel showing the distribution of bread, AD 40–79. Pompeii, House of the Baker (69 x 60 cm). Museo Archeologico Nazionale di Napoli

Rhyton (drinking or pouring vessel) in the form of a cockerel, AD 1–79. Pompeii, House of the Venus in a bikini (31.5 x 34.5 cm). Parco Archeologico di Pompeii

Rhyton (drinking or pouring vessel) in the form of a cockerel, AD 1–79. Pompeii, House of the Venus in a bikini (31.5 x 34.5 cm). Parco Archeologico di Pompeii

Still life wall panel fresco showing a rabbit nibbling at figs, AD 40–79. Pompeii (35 x 42 cm). Museo Archeologico Nazionale di Napoli

Still life wall panel fresco showing a rabbit nibbling at figs, AD 40–79. Pompeii (35 x 42 cm). Museo Archeologico Nazionale di Napoli

Marble fountain figure of a seated cupid wearing an animal skin filled with fruit, with traces of polychromy surviving, 50 BC–AD 50. Pompeii (26 x 21 cm). Parco Archeologico di Pompeii

Marble fountain figure of a seated cupid wearing an animal skin filled with fruit, with traces of polychromy surviving, 50 BC–AD 50. Pompeii (26 x 21 cm). Parco Archeologico di Pompeii

Blue glass cup with white speckles, 50 BC–AD 50. Pompeii (6.2 x 9.4 cm diameter). Parco Archeologico di Pompeii

Blue glass cup with white speckles, 50 BC–AD 50. Pompeii (6.2 x 9.4 cm diameter). Parco Archeologico di Pompeii

Marble statue of Bacchus with a panther, AD 50–150. From the ruins of a temple in Piacenza, Emilia-Romagna (180 x 64 x 38 cm). Museo Archeologico Nazionale di Napoli

Marble statue of Bacchus with a panther, AD 50–150. From the ruins of a temple in Piacenza, Emilia-Romagna (180 x 64 x 38 cm). Museo Archeologico Nazionale di Napoli

Attesi migliaia di visitatori a Palazzo Reale per Picasso Metamorfosi. Nel frattempo guardalo al lavoro in questi video d’epoca!

Sarà l’evento dell’autunno milanese. Picasso Metamorfosi, la grande mostra che Palazzo Reale dedicherà al discusso autore di Guernica dal 18 ottobre al 17 febbraio (coprendo quindi anche l‘arco delle feste), si annuncia come uno di quegli appuntamenti a cui il pubblico non saprà dire di no. Non a caso le prenotazioni (sia per i singoli che per i gruppi) apriranno già domani nel pieno di un’afosa estate padana.

D’altra parte Pablo Picasso, insieme agli impressionisti e agli altri capifila delle avanguardie primo novecentesche, non ha più lo smalto di una volta quando le sue opere arrivano in casa d’asta ma continua a difendersi: solo lo scorso maggio un suo lavoro appartenuto alla collezione Rockfeller ha raggiunto la dignitosissima cifra di 115 milioni di dollari (circa 99 milioni di euro). E se i collezionisti (che attualmente sembrano avere concentrato il loro amore verso l’arte contemporanea) continuano a non disdegnare il famoso Pablo, ci si aspetta che gli spettatori siano più indulgenti.

A maggior ragione perché Metamorfosi affiancherà alle ben 200 opere del maestro andaluso dei dipinti antichi a cui Picasso si ispirò.

Quando nel 1953 – ha dichiarato il Sindaco di Milano, Giuseppe Sala – Picasso scelse Milano e la Sala delle Cariatidi di Palazzo Reale, in parte distrutta dalla guerra, per mostrare al mondo Guernica, simbolo della sua straordinaria capacità espressiva, tra il suo genio e la nostra città nacque un legame unico e reso evidente, ad ogni ritorno delle sue opere, da una appassionata partecipazione di pubblico. È stato così nel 2001 con 450.000 visitatori e nel 2012 con più di mezzo milione.”

Le opere in mostra arriveranno dal Musée National Picasso di Parigi e da altri importanti musei europei tra cui, il Musée du Louvre di Parigi,  i Musei Vaticani di Roma, il Museo Archeologico Nazionale di Napoli, il Musée Picasso di Antibes, il Musée des Beaux-Arts di Lione, il Centre Pompidou di Parigi, il Musée de l’Orangerie di Parigi e il Museu Picasso di Barcellona.

Picasso Metamorfosi’ a Palazzo Reale di Milano, si contende la palma delle mostre più attese insieme a ‘The Cleaner’, che più o meno nello stesso arco temporale (dal 21 settembre al 20 gennaio) Palazzo Strozzi di Firenze dedicherà a Marina Abramovic. E chissà che al vecchio Pablo non sarebbe dispiaciuto.

Nell’attesa dell’evento milanese allego a questo post tutti i video d’epoca di Pablo Picasso che è possibile recuperare in rete. E che ci ricordano la freschezza e la potenza del tratto di questo gigante del ‘900.

Tutti i volti di Marilyn Monroe in una serie di rare fotografie di Milton Greene

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Il sodalizio tra Marilyn Monroe e il fotografo e produttore cinematografico statunitense Milton H. Greene diede vita a un vero e proprio archivio di immagini dell’iconica attrice. Ben cinquemila scatti in cinquantadue diverse locations, che raccontano la metamorfosi di Marilyn da stereotipo in persona. 
La mostra “Up Close with Marilyn: Portraits by Milton H. Greene” alla Proud Central Gallery di Londra ripercorre questo rapporto ma soprattutto svela tutti i volti di Marilyn, che Green riuscì a catturare nei suoi scatti.

Milton H. Greene quando incontrò la Monroe era già un famoso fotografo. Conosciuto per i suoi servizi su Vogue, nel tempo avrebbe ritratto tutte le celebrità dell’epoca, dalla Cardinale alla Hepburn, passando per Hitchcock, Elizabeth Taylor, Cary Grant, Groucho Marx, Newman, la Dietrich, la Bacall e molte altre. Con Marilyn fondò addirittura una società di produzione (la Marylin Monroe Production). Ma soprattutto la convinse ad abbandonare lo stereotipo della bionda svampita che l’aveva resa famosa per incarnare una personalità ben più complessa e sfaccettata.

Così la Marilyn Monroe che ci restituisce l’obbiettivo di Milton Greene è di volta in volta naturale o raffinata, dolce e scherzosa o sensuale ma anche indipendente ed enigmatica. E il fotografo in molti scatti riesce a far prevalere un clima di intimità che non frappone barriere tra chi guarda e la persona ritratta.

La mostra “Up Close with Marilyn: Portraits by Milton H. Greene” alla Proud Central Gallery di Londra si concluderà il 24 giugno. (via Fubiz)

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L’incredibile storia dei locali notturni sugli alberi che animavano la frizzante Parigi degli Impressionisti

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Erano gli anni degli Impressionisti e la vita ‘en plain air’ era quasi un dovere per i parigini anche quando si trattava di divertirsi. Complici i confini meno definiti tra città e campagna per oltre un secolo gli abitanti della ville lumiere si sono spinti fino al vicino villaggio di Le Plessis-Piquet (che adesso si chiama Le Plessis- Robinson) per vivere delle incantevoli serate sulle cime degli alberi. 

Iniziò tutto con il successo di una sala da ballo all’aperto. La ‘guinguette’ (il nome deriva dal vino bianco) ebbe una fortuna che convinse il proprietario del ristorante Joseph Gueusquin a costruire Le Grand Robinson nel 1848. Il cabaret era una casa sull’albero.
Si trovava tra i rami di un grande castagno e si chiamava così perché Gueusquin aveva cercato di riprodurre la casa sull’ albero descritta nelle avventure di Robinson Crusoe.

Le persone se ne innamorarono e i ristoranti sugli alberi cominciarono a spuntare come funghi in tutta la cittadina. Nei decenni che seguirono la concorrenza fu spietata: alcuni ospitarono gare di asini mentre altri costruirono altissime altalene. Gueusquin dal canto suo alla fine decise di cambiare il nome del suo ‘Le Grand Robinson’ in ‘Le Vrai Arbre de Robinson’ per rivendicare il suo primato.

Nel 1909, dopo sessant’anni di successi delle case sugli alberi, il comune diventò ufficialmente Le Plessis- Robinson. Oggi nessun locale simile è ancora attivo (l’ultimo chiuse nel ’76), tuttavia in silenzioso ricordo di quell’epoca festosa restano dei tavoli attaccati agli alberi della città. (via Jeroen Apers)

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Guarda questo dipinto del’600 riprendere vita sotto i tuoi occhi, dopo essere stato liberato da 300 anni di sporcizia

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A postare questo breve video su Twitter è stato Philip Mould, storico d’arte, mercante e conduttore di un programma culto sulla BBC (‘Fake o Fortune?’ giunto alla sua sesta edizione). Il filmato mostra lo stesso Mould mentre rimuove con solvente e tampone i danni provocati da 300 anni di polvere su un ritratto femminile datato 1618. Un’idea semplice se vogliamo, che ha avuto un successo travolgente.

Il tweet di Mould si è guadagnato oltre 190mila like, 77mila retweet, e un numero di visualizzazioni stupefacente (ben oltre 7 milioni e mezzo mentre scrivo).
150000 like & 7,5 milioni di impressioni dopo (e ancora in crescita)-scrive- la nostra signora in rosso (#womaninred ndr) sta facendo la storia dell’arte di Twitter”.

Curiosamente in tempi di branding delle opere d’arte, del dipinto si sa poco o niente. E’ inglese, datato 1618 e la donna che vi è ritratta è stata effigiata quando aveva 36 anni. Punto.

Philip Mould invece oltremanica (e non solo) è una vera e propria celebrità. Specializzato in arte british (la vende, la studia e la restaura pure) ha all’attivo due libri di grande successo (che per qualche motivo a me ignoto non sono stati tradotti in italiano), un figlio e un cucciolo di nome Cedric. 
E’ stato consigliere artistico per il Palazzo di Westmister e, durante questo periodo, ha ritrovato, sparse per il globo, circa 200 opere storicamente e politicamente rilevanti per l’istituzione britannica. E se non bastasse, nel curriculum di Philip Mould, c’è anche la scoperta di 5 dipinti di Van Dick perduti.

L’opera al centro del video-tweet, invece, era stata coperta dall’autore con un finish protettivo di pittura che nel corso del tempo aveva assorbito polvere e sporcizia fino a diventare giallo. Mould non ha fatto altro che rimuoverlo riprendendo l‘operazione con un telefonino.  Il successo di quest’operazione dovrebbe insegnare qualcosa a molti che dovrebbero avere il compito di promuovere mostre e musei. Ma che invece di divulgare la Storia dell’arte si impegnano nell’allontanare l’interesse del pubblico e magari nel facilitare lo sbadiglio.

Per vedere l’immagine della #womaninred di Philip Mould a pulizia completata o seguire le sue cacce al tesoro e le sue avventure a sfondo artistico c'è  il suo Twitter. (via Colossal

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