Mohamed L'Ghacham che trasforma le fotografie vintage in grandi murales

Separación De Poderes II, Ostenda (Belgio) 2019

Separación De Poderes II, Ostenda (Belgio) 2019

Lo street artist spagnolo di origini marocchine Mohamed L'Ghacham, usa come soggetto dei suoi grandi murales le fotografie della fine dello scorso secolo. Immagini vintage di vita quotidiana, scattate per congelare un momento, che dipinte in grande formato, diventano più emotivamente risonanti.

Mohamed L'Ghacham usa una tavolozza di colori tenui che non entra in contrasto con il paesaggio circostante (di solito periferie urbane o aree rurali) e pennellate liquide, vagamente impressioniste. Le forme non sono mai completamente finite accentuando il senso di nostalgia e curiosità suscitato dai suoi personaggi senza nome

Sono molto interessato a rappresentare piccole scene della vita di tutti i giorni a cui diamo poca importanza- ha spiegato in un’intervista- Dai bambini che giocano a casa, alla famiglia a cena..”

L’artista riproduce anche oggetti d’uso comune che, tuttavia, sceglie per la loro atemporalità. O meglio per la capacità che hanno di rievocare il tempo passato senza necessariamente appartenervi.

Ci sono murales di Mohamed L'Ghacham anche in Italia (Monte San Giusto, Ragusa, Caposele, Lioni). Si possono vedere altre sue opere sia sul sito internet che su Instagram. (via Colossal)

Le Cadeau IV, Jacksonville, Florida (USA) 2017

Le Cadeau IV, Jacksonville, Florida (USA) 2017

Aquí no et faltarà pa..., Granollers (Spagna), 2018

Aquí no et faltarà pa..., Granollers (Spagna), 2018

Cena para dos II, Fuerteventura, Isole Canarie (Spagna)

Cena para dos II, Fuerteventura, Isole Canarie (Spagna)

Separación De Poderes, Monte San Giusto (Italia)

Separación De Poderes, Monte San Giusto (Italia)

Por Angelo!, Lioni (Italia), 2018

Por Angelo!, Lioni (Italia), 2018

Untitled, Mataró, (Spagna) 2018

Untitled, Mataró, (Spagna) 2018

I cianotipi di Zhang Dalì, un erbario di poetiche testimonianze blù di Prussia del presente senza futuro

Zhang Dali, Rosa Invernale (50X50cm) Cyanotype on Canvas

Zhang Dali, Rosa Invernale (50X50cm) Cyanotype on Canvas

Malinconiche e sfuggenti, immensamente poetiche, le erbe di campo e i rami di bambù che sono al centro dell’ultima serie di cianotipi che l’artista cinese Zhang Dali (ne ho parlato qui) ha recentemente presentato alla galleria Fondantico di Bologna (fino all’11 febbraio 2019), sembrano sul punto di svanire. Come apparizioni.

E, in effetti, è proprio così. Umili simboli di un passato recente che la crescita forsennata della Cina ha cancellato e che l’urbanizzazione delle aree intorno alle città rischia di collocare nel libro dei ricordi.

A ovest del mio studio di Heiqiao- dice Zhang Dali- ci sono ancora campi abbandonati, dove crescono erbe dai nomi a me sconosciuti. (...) So che questo spazio è del tutto temporaneo, presto i bulldozer arriveranno a spianarlo, il nome di Heiqiao forse scomparirà dalla mappa e nessuno ricorderà la sua storia, così anche i ricordi legati a questo luogo se ne andranno per sempre.“

Dopo essersi imposto sulla scena internazionale come l’artista che ha portato la street-art in Cina, Zhang Dali, ha esplorato un ampio ventaglio di medium espressivi. Dalla fotografia alla pittura, dalla scultura all’uso di frasi. Fino alla cianotipia, appunto, che realizza secondo un metodo semplice e antico: due prodotti chimici vengono miscelati per produrre un'emulsione sensibile alla luce che viene applicata con un pennello su un panno di cotone. Poi appoggia sulla tela degli oggetti .

Continuerò a esplorare questa tecnica non-digitale-prosegue l’artista- come un mezzo per interagire e documentare l’ambiente temporaneo che mi circonda qui a Pechino.

Secondo Zhang Dali viviamo in un epoca caratterizzata da una proliferazione delle immagini. Vediamo più cose di quante la nostra mente ne possa elaborare e il nostro sguardo registrare. Tuttavia le immagini sono spesso imprecise, scelte con malizia per essere smaccatamente parziali e, quel che è peggio, manipolate fino a diventare altro dalla realtà. La cianotipia, invece, è una tecnica antica e come tale ingenua e sincera. Capace di consegnarci una memoria, magari meno dettagliata, ma che ricalca la verità. Per questo la usa spesso.

Ed è proprio nella cianotipia che Zhang Dali rende evidente la natura nostalgica, profondamente poetica e quasi circolare del suo lavoro. Dove contestazione socio-politica e presente si fondono nel rimpianto per il passato e nello smarrimento angosciato per la transitorietà della vita umana.

Alla galleria Fondantico di Bologna sono esposte in tutto una trentina di opere di Zhang Dali. Otre alla nuova serie di cianotipi anche sculture e tele della serie AK-47.

Zhang Dali, Erbe Selvatiche (70X50cm) Cyanotype on Canvas 2018

Zhang Dali, Erbe Selvatiche (70X50cm) Cyanotype on Canvas 2018

Zhang Dali, Bambù (50X50cm) Cyanotype on Cotton 2018

Zhang Dali, Bambù (50X50cm) Cyanotype on Cotton 2018

Zhang Dali, Bambù (70X50cm) Cyanotype on Canvas 2018

Zhang Dali, Bambù (70X50cm) Cyanotype on Canvas 2018

Zhang Dali, Erbe Selvatiche (50X40cm) Cyanotype on Cotton 2018

Zhang Dali, Erbe Selvatiche (50X40cm) Cyanotype on Cotton 2018

Zhang Dali, Bambù (56X45cm) Cyanotype on Cotton 2018

Zhang Dali, Bambù (56X45cm) Cyanotype on Cotton 2018

Zhang Dali, Bambù (80X40cm) Cyanotype on Canvas 2018

Zhang Dali, Bambù (80X40cm) Cyanotype on Canvas 2018

Zhang Dali, olio su tela, serie AK-47

Zhang Dali, olio su tela, serie AK-47

Zhang Dali, scultura, serie 100 Chinese

Zhang Dali, scultura, serie 100 Chinese

Zhang Dali nel suo studio di Pechino

Zhang Dali nel suo studio di Pechino

Iké Udé racconta Nollywood tra abiti, stoffe e pose da star, in una serie di spettacolari ritratti fotografici

Iké Udé, Nollywood Portraits: A Radical Beauty, Genevieve Nnaji , Actress and producer

Iké Udé, Nollywood Portraits: A Radical Beauty, Genevieve Nnaji , Actress and producer

Con un fatturato multi milionario e un numero di titoli sfornati annualmente davvero sorprendente Nollywood, la Hollywood nigeriana, è la seconda industria cinematografica al mondo. L’artista nigeriano-statunitense Iké Udé ne è rimasto affascinato e l’ha raccontata ritraendo i personaggi più o meno famosi che la popolano in una serie di fotografie che, pur riflettendo sulla perdita di identità degli africani, celebrano il loro orgoglio e la loro resilienza.

Famiglia benestante, solida istruzione, con doppia cittadinanza nigeriano-statunitense l’artista (ma anche autore ed editore) Iké Udé nelle sue fotografie affronta “rappresentazione e identità sessuale, di genere, culturale e stilistica” con dei ritratti eleganti e scenografici in cui nulla è lasciato al caso.

A fare di lui un’icona di uno stile creativo e sopra le righe è stata la serie di autoritratti ‘Sartorial Anarchy’ in cui Udé indossa dei ricercati costumi (da lui stesso creati) che non tengono conto di storia e geografia, mixando abiti di epoche differenti e indumenti comunemente indossati da persone che provengono da paesi diversi.

La serie di opere dedicate a Nollywood, così come l’intero corpus di lavoro di Udé del resto, almeno su un piano d’interpretazione, intende sfidare la visione stereotipata che le altre persone hanno degli africani, in cui prevalgono immagini di miseria e squallore sul ritratto di una realtà più complessa e stratificata socialmente.

Nollywood probabilmente è la cosa più bella che viene dall’Africa- ha detto Iké Udé in un’intervista rilasciata a Griot- dai tempi delle Piramidi, dei Faraoni e delle Regine. Ecco perchè ho focalizzato il mio interesse su questo progetto.”

“(…) Sicuramente l’immagine e la bellezza dell’Africa sono state deturpate dal colonialismo occidentale e ironicamente dai quei buffi personaggi africani chiamati leader, che sono, tutti insieme, un’immisurabile e costante fonte di imbarazzo ed in più una pallida imitazione dei colonialisti, se non peggio di loro alle volte.”

Le sue opere sono stati esposte e fanno parte delle collezioni permanenti di importanti musei internazionali d’arte contemporanea come il Solomon R. Guggenheim, lo Smithsonian Museum of Art e lo Sheldon Museum.

Per vedere altri lavori di Iké Udé, della serie ‘Nollywood Portraits: a Radical Beauty’ e di altri gruppi di immagini, si può ricorrere al suo sito internet o all’account Instagram.

Iké Udé, Nollywood Portraits: A Radical Beauty,Alexx Ekubo, Actor

Iké Udé, Nollywood Portraits: A Radical Beauty,Alexx Ekubo, Actor

Iké Udé, Nollywood Portraits: A Radical Beauty, Linda Ihuoma Ejiofor, Actress

Iké Udé, Nollywood Portraits: A Radical Beauty, Linda Ihuoma Ejiofor, Actress

Iké Udé, Nollywood Portraits: A Radical Beauty, Mary Lazarus, Actress

Iké Udé, Nollywood Portraits: A Radical Beauty, Mary Lazarus, Actress

Iké Udé, Nollywood Portraits: A Radical Beauty,Sadiq Daba , Actor, producer, and director

Iké Udé, Nollywood Portraits: A Radical Beauty,Sadiq Daba , Actor, producer, and director

Iké Udé, Nollywood Portraits: A Radical Beauty, Beverly Naya , Actress

Iké Udé, Nollywood Portraits: A Radical Beauty, Beverly Naya , Actress

Iké Udé, Nollywood Portraits: A Radical Beauty, Daniel K. Daniel aka DKD , Actor

Iké Udé, Nollywood Portraits: A Radical Beauty, Daniel K. Daniel aka DKD , Actor

Iké Udé, Nollywood Portraits: A Radical Beauty, Gbenro Ajibade, Actor, producer, host, and model

Iké Udé, Nollywood Portraits: A Radical Beauty, Gbenro Ajibade, Actor, producer, host, and model

Liu Bolin -The Invisible Man, nascosto tra le bellezze italiane al Vittoriano

Liu Bolin, Sala del Trono, Reggia di Caserta, 2017, Courtesy Boxart, Verona

Liu Bolin, Sala del Trono, Reggia di Caserta, 2017, Courtesy Boxart, Verona

Il Complesso Vittoriano di Roma in questi giorni sta celebrando con una grande mostra Liu Bolin, detto anche ‘l’uomo invisibile’ (ne ho parlato qui e qui), l’artista cinese più sfuggente di sempre. Oltre ad essere tra quelli più corteggiati dai brand d’alta moda, ovviamente.
Si intitola, appunto, ‘Liu Bolin. The invisible man’ e oltre ad essere la prima esposizione-evento italiana focalizzata sull’opera del maestro del camouflage orientale, presenta anche due opere in anteprima mondiale. Si tratta delle fotografie delle performance di Bolin che si sono recentemente tenute al Colosseo e alla Reggia di Caserta.

Ma facciamo un passo indietro. 

Liu Bolin, classe ‘73, anni fa, si è inventato un intervento che è diventato il suo marchio di fabbrica e che per la straordinaria duttilità concettuale lo ha accompagnato per tutto questo tempo. In sostanza, Bolin, si dipinge volto, mani e abiti con i colori del paesaggio a cui si giustappone. E lì, immobile, resta, finchè non sono state scattate alcune foto in cui l’artista si intravede appena. Quasi del tutto invisibile, perfettamente mimetizzato come un camaleonte.

Questa serie di interventi che mixano performance, pittura, body painting e fotografia, sono nati per denunciare il governo cinese. Nel 2005, infatti, l’amministrazione di Pechino decise di abbattere il Suojia Village, un quartiere dove avevano sede gli studi di molti artisti, tra cui quello di Liu Bolin. Che si sentì non considerato, trasparente, appunto. 

Da quella prima amara fotografia dell’artista camuffato in modo da sembrare invisibile tra le rovine ne sono seguite molte altre. La tecnica si è affinata, gli assistenti e gli studi preliminari moltiplicati, il malessere scomparso. E Liu Bolin ha cominciato a fare quest’intervento per sottolineare le abitudini contemporanee, puntare l’attenzione sul patrimonio culturale, eventi storici ecc. Ha collaborato spesso con aziende della moda ma non solo. E’ recente il lavoro svolto per il marchio di champagne Ruinart.

Liu Bolin ha viaggiato in tutto il mondo ma l’Italia segna gran parte del suo percorso. Si è mimetizzato un po’ dappertutto. Dall’Arena alla Scala della Ragione di Verona; dal Duomo al contemporaneo Palazzo Lombardia, passando per il Teatro alla Scala di Milano; dal Ponte di Rialto a Piazza San Marco di Venezia; dalla Villa dei Misteri al Tempio di Apollo di Pompei; dal Ponte Sant’Angelo alla Paolina della Galleria Borghese e al Colosseo di Roma; per finire con la Reggia di Caserta.

Liu Bolin. The invisible man’ parla di tutto questo attraverso 70 opere divise in sette sezioni. Qui potete dare uno sguardo a parte del percorso italiano di Liu Bolin Per vedere il resto al complesso Vittoriano c’è tempo fino al primo luglio.

Liu Bolin, Colosseo n°2, Roma, 2017, Courtesy Boxart, Verona

Liu Bolin, Colosseo n°2, Roma, 2017, Courtesy Boxart, Verona

Liu Bolin, Teatro di Corte Reggia di Caserta, Courtesy Boxart, Verona

Liu Bolin, Teatro di Corte Reggia di Caserta, Courtesy Boxart, Verona

Liu Bolin, Scalone d'Onore Reggia di Caserta, Courtesy Boxart, Verona

Liu Bolin, Scalone d'Onore Reggia di Caserta, Courtesy Boxart, Verona

Liu Bolin, Colosseo n°1, Roma, 2017, Courtesy Boxart, Verona

Liu Bolin, Colosseo n°1, Roma, 2017, Courtesy Boxart, Verona

Liu Bolin, Paolina Borghese Bonaparte, Galleria Borghese, Roma. Curtesy Boxart Verona

Liu Bolin, Paolina Borghese Bonaparte, Galleria Borghese, Roma. Curtesy Boxart Verona

Liu Bolin, Ponte Sant'Angelo, Roma, Courtesy Boxart Verona

Liu Bolin, Ponte Sant'Angelo, Roma, Courtesy Boxart Verona

Liu Bolin, Villa dei Misteri, Pompei, Courtesy Boxart Verona

Liu Bolin, Villa dei Misteri, Pompei, Courtesy Boxart Verona

Liu Bolin, Ponte dei Conzafelzi, Courtesy Boxart Verona

Liu Bolin, Ponte dei Conzafelzi, Courtesy Boxart Verona

Liu Bolin, Teatro alla Scala  No.2, Courtesy Boxart Verona

Liu Bolin, Teatro alla Scala  No.2, Courtesy Boxart Verona

Liu Bolin, Piazza San Marco, Courtesy Boxart Verona

Liu Bolin, Piazza San Marco, Courtesy Boxart Verona

Liu Bolin, Teatro alla Scala  No.1, Courtesy Boxart Verona

Liu Bolin, Teatro alla Scala  No.1, Courtesy Boxart Verona

Liu Bolin, Canal Grande, Ponte di Rialto, Courtesy Boxart Verona

Liu Bolin, Canal Grande, Ponte di Rialto, Courtesy Boxart Verona

Liu Bolin, Scala della Ragione, Courtesy Boxart Verona

Liu Bolin, Scala della Ragione, Courtesy Boxart Verona

Liu Bolin, Ponte di Castelvecchio, Courtesy Boxart Verona

Liu Bolin, Ponte di Castelvecchio, Courtesy Boxart Verona

Liu Bolin, Loggia di Fra Giocondo, Courtesy Boxart Verona

Liu Bolin, Loggia di Fra Giocondo, Courtesy Boxart Verona

Liu Bolin, Palazzo Lombardia, Courtesy Boxart Verona

Liu Bolin, Palazzo Lombardia, Courtesy Boxart Verona

Liu Bolin, Arena di Verona, Courtesy Boxart Verona

Liu Bolin, Arena di Verona, Courtesy Boxart Verona

Liu Bolin alla mostra 'Liu Bolin. The invisible man'; foto Iskra Coronelli per Arthemisia

Liu Bolin alla mostra 'Liu Bolin. The invisible man'; foto Iskra Coronelli per Arthemisia

Hong Kong Ballet: Un po’ personaggi di un manga un po’ attori di un musical anni ‘50, i ballerini che danzano per le strade della metropoli

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La compagnia di danza Hong Kong Ballet ha appena presentato la sua nuova campagna pubblicitaria stagionale. Una serie di immagini spettacolari, che fondono gli angoli iconici della metropoli asiatica con le acrobazie dei ballerini. Già, perchè per realizzarla gli artisti hanno dovuto infilare le scarpe da punta e lanciarsi nelle figure più difficili della danza classica nel bel mezzo di Hong Kong.

La campagna pubblicitaria realizzata dall’agenzia creativa statunitense Design Army arriva insieme alla direzione artistica del cubano americano Septime Webre che dopo il periodo passato a tenere le redini del Washington Ballet è sbarcato in Asia con l’intenzione di dare ancora più freschezza e vigore agli spettacoli degli orientali.

L’Hong Kong Ballet, infatti, è attiva dal ’79 (una delle prime compagnie di danza classica in tutta l’Asia) e rappresentando opere che vanno dal XIX secolo ai giorni nostri, ha sempre puntato sull’innovazione.

La campagna pubblicitaria sottolinea, con la forza dei costumi, con i colori intensi e attraverso i luoghi simbolo della città, la voglia di stupire della compagnia pur mettendo in scena dei pezzi classici. Ma a lasciare a bocca aperta sono i ballerini che con la massima, apparente, naturalezza, si esibiscono in contorsioni e piroette in luoghi poco adatti a questo tipo di movimenti. Come su una barca o nel bel mezzo di una via del centro.

L'Hong Kong Ballet fa dei tour in giro per il mondo. Per tenersi informati sui loro spettacoli e sulle suggestive coreografie, tuttavia, ci sono il sito internet della compagnia ma anche il canale youtube e l'account instagram.(via Creative Boom)

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Zhang Dali, il provocatorio papà della street-art made in Cina, che imparò a fare i murales a Bologna

Zhang Dali, AK-47 (H8), 2008, acrylic on canvas

Zhang Dali, AK-47 (H8), 2008, acrylic on canvas

Pittore, scultore, performer ma soprattutto padre della street-art cinese, Zhang Dali è stato il primo artista dopo Keith Haring e Jackson Pollock ad apparire sulla copertina di Times. Ma si è guadagnato anche quella di Newsweek oltre a mostre nei più importanti musei e gallerie del mondo (dal MoMa di New York alla Saatchi Gallery di Londra allo Smart Museum di Chicago). 

Però tutto è iniziato a Bologna nell‘89 dove Zhang Dali ha vissuto e  imparato a fare street-art. Adesso, a oltre 20 anni dalla sua partenza dall‘Italia, Bologna gli dedica ‘Meta-Morphosis’ (dal 23 marzo  al 24 giugno). Organizzata da Fondazione Carisbo e Genus Bononiae. Musei nella Città, è curata da Marina Timoteo e si compone di ben 220 opere (divise in nove sezioni)

L‘esposizione, che ha il sapore dei grandi eventi, si terrà a Palazzo Fava, in pieno centro. Sotto i soffitti affrescati da Annibale Carracci. E sarà la prima antologica italiana di Zhang Dali.

Zhang Dali è il padre della street-art cinese. Che detta così può sembrare una piccola cosa. Ma a Pechino in pieni anni ‘90, quei graffiti  (serie 'Dialogue and Demolition) che apparivano sugli edifici destinati alla demolizione scatenarono un vero putiferio. I media ne parlavano in continuazione, c’era chi proponeva 20 anni di prigione per l‘autore. Ma nessuno sapeva chi era. E il tempo passò finchè quelle opere così provocatorie non si trasformarono in immagini alla moda. Allora Zhang Dali smise di farle.

Zhang Dali, Dialogue and demolition; Demolition: Forbidden City

Zhang Dali, Dialogue and demolition; Demolition: Forbidden City

La sua è la Cina raccontata dal regista Zhang Yimou prima di convertirsi ai colossal epici. Quella dei quartieri tradizionali che vanno giù per fare spazio ai grattacieli, quella della migrazione incessante e silenziosa dalle campagne alle città. Quella che giorno dopo giorno si è liberata della sua memoria.
Pechino in origine era una capitale imperiale, una città ben strutturata- ha detto in un’intervista pubblicata dal sito Asiancha- Ora, a causa dello sviluppo economico e di vari accordi di potere, è stata completamente distrutta. Quando ho visto la città demolita, ho sentito dolore. Chiunque fosse colto o educato penserebbe a questo problema: cioè, siamo assolutamente spietati a demolire la nostra cultura.”

Meta-Morphosis tratteggia tutto il percorso di Zhang Dali, durante il quale l'artista ha usato medium espressivi diversi e si è soffermato su aspetti differenti del mondo che aveva intorno. 

Ma tutte le serie di opere sono unite da un'accorata riflessione sulla memoria e sulla sua perdita.

Zhang Dali, A second History, immagine di propaganda maoista

Zhang Dali, A second History, immagine di propaganda maoista

Zhang Dali, A second History, foto originale dell'evento

Zhang Dali, A second History, foto originale dell'evento

A Second History: Questa serie è costata a Zhang Dali sette anni di lavoro. Sette anni trascorsi negli archivi per accostare le immagini di propaganda (che erano molto in uso dal regime durante il governo di Mao Zedong) alle fotografie originali. "Ho iniziato questa ricerca perché mi chiedevo come esplorare ciò che non è chiaramente visibile- ha detto in un'intervista riportata da Chinaphotoeducationmi chiedevo come entrare nella testa di qualcun altro  (i censori, in questo caso). Il mio progetto fotografico ha rivelato alcune cose inaspettate: la principale, quella propaganda è molto più complessa di quanto sembri. Non si limita a fare un punto politico: ciò che facevano i censori non era semplicemente la falsificazione dei documenti, ma obbedivano anche ai requisiti estetici dell'epoca.  Gli occhi stretti si allargano, le persone che sembrano troppo trasandate nelle scene di campagna venivano cancellate del tutto ".

Zhang Dali, AK-47 (H8), 2008, acrilico su tela (particolare)

Zhang Dali, AK-47 (H8), 2008, acrilico su tela (particolare)

AK-47: la sigla del kalashnikov, simbolo universale di guerra e sopraffazione, compone i ritratti  pittorici di uomini e donne, svelando la violenza quale elemento integrante e tessuto connettivo delle esistenze.

Zhang Dali, Slogan, acrilico su tela

Zhang Dali, Slogan, acrilico su tela

Slogan: Di nuovo pittura, semplice e corale nel ripetersi dei volti. Qui gli ideogrammi che compongono gli slogan della Repubblica Popolare rivelano, grazie alle variazioni di scale cromatiche, le foto-segnaletiche di uomini e donne.

Zhang Dali, Cianotipo su tela

Zhang Dali, Cianotipo su tela

Zhang Dali, Cianotipo, Bamboo

Zhang Dali, Cianotipo, Bamboo

World's Shadows: realizzata con l’antico processo fotografico della cianotipia, che disegna su tela di cotone o carta di riso delicate ombre umane, animali e vegetali. La cianotipia si realizza applicando un'emulsione sul tessuto che viene successivamente esposto alla luce ultravioletta. Spesso l'artista appoggia direttamente degli oggetti sulla base per far apparire le loro sagome. "Il mondo materiale costruisce e controlla il nostro sistema nervoso e può farci sentire agitati e turbati- commenta l'artista sempre su chinaphotoeducation- Quando manteniamo la calma e la tranquillità, ci rendiamo conto che il mondo sotto il nostro controllo è solo una piccola parte dell'universo, certamente non il tutto. Le ombre che documento esistono solo per pochissimo tempo, ma attraverso la fotografia le catturo, in modo che possano esistere per un tempo molto più lungo, davanti ai nostri occhi e sotto il nostro sguardo. "

Zhang Dali, Chinese Offspring, installazione

Zhang Dali, Chinese Offspring, installazione

Chinese Offspring: famosa serie di sculture colate in vetroresina dei mingong (i lavoratori migrati dalle campagne verso le grandi città cinesi). Una selva di sculture appese a testa in giù, a significare la mancanza di controllo che queste persone hanno sulla propria vita

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