I ritratti iperrealisti del pittore Leng Jun, tanto dettagliati da sembrare fotografie

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La precisione è tale che i dipinti iperrealisti dell’artista cinese Leng Jun sembrano fotografie. Non solo lo sguardo e la struttura dei volti ma anche i capelli, la grana della pelle, persino le fibre dei tessuti sono perfetti. E pensare che Leng Jun dipinge ad olio su tela, senza disegni preparatori, senza scorciatoie. A mano libera, con i modelli (anzi le modelle, visto che più spesso ritrae delle donne) immobili davanti a se.

Leng Jun è nato nel ‘63 e ha raggiunto la maggiore età quando il maoismo era ormai cosa del passato. Così Jun ha potuto studiare i maestri occidentali del passato, che cita in ogni dipinto realizzi. Le pose delle modelle ma anche l’espressione dei volti rimandano, infatti, a famose opere riportate dai libri di Storia dell’Arte. Solo che il pittore cinese ritrae delle ragazze orientali vestite con indumenti contemporanei. Anche se gli abiti sono indossati in maniera da alludere alle linee di quelli d’epoca.

La semplicità, quasi povertà, del vestiario, insieme alla maniacale riproduzione fotorealistica dei tessuti marcano la linea di confine tra le epoche e i continenti.

Le opere di Leng Jun sembrano, infine, influenzate anche dalle fotografie (di moda, dei magazine) che a loro volta hanno assorbito le memorie pittoriche, in un cerchio di citazioni più o meno consapevoli.

Per vedere il talentuoso artista cinese al lavoro ho inserito due video in cui dipinge davanti alla telecamera. Il primo è molto breve, per il secondo occorre più tempo e pazienza ma, almeno l’inizio, è utile per capire come affronta la tela bianca.

Leng Jun dipinge anche nature morte e paesaggi che vorrebbero riprendere il lavoro degli impressionisti. I ritratti, tuttavia sono le opere in cui da il meglio di se. Per vederne altri si può ricorrere al suo account Facebook.

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Ian Berry ha dipinto la luce accecante di 'Hotel California 'con scampoli di Denim sovrapposti

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Ispirata all’album degli Eagles del ‘77 e alle piscine di David Hockney, la serie di opere ‘Hotel California’ dell’artista inglese Ian Berry, mette in scena la luce intensa , l’estate permanente e il mito, dello Stato affacciato sull’Oceano Pacifico. Dipingendo con scampoli di denim. Una versione del sogno americano declinata in migliaia di sfumature di bluejeans, che Ian Berry ha completato dopo aver visitato gli Stati Uniti per lavoro.

La tecnica di Ian Berry, pur collocandosi in una terra di confine tra collage, bassorilievo e scultura, è saldamente ancorata nell’ambito della pittura. Anche viste dal vivo le tele dell’artista londinese sembrano frutto di pennellate monocromatiche. Viene da se quindi che i punti di riferimento finiscano per essere i classici generi pittorici giocati in chiave contemporanea (come il ritratto o il paesaggio) e le citazioni alla Storia dell’Arte si sprechino. Guardando ‘Hotel California’, ad esempio, non si può non pensare (oltre al già nominato Hockney) ad Edward Hopper e persino all’Impressionismo di Monet. Meno scontata è la ricerca sulla luce che si diffonde viva o si rifrange sugli oggetti. Rapresentati però, usando un materiale ruvido, opaco e dal colore freddo.

"Ho adorato il corpo di lavoro di Behind Closed Doors (una precedente serie di Berry ndr)- spiega l'artista- sia dal punto di vista concettuale che tecnico, è stato uno spettacolo che ha funzionato davvero, rappresentava anche la mia mentalità all'epoca. Mi ha davvero commosso il modo in cui è collegato a così tante persone. Era piuttosto buio comunque, e volevo fare il prossimo spettacolo con del denim brillante. Qualcosa che non penso che la gente sappia del mio lavoro a parte il fatto che sia fatto di jeans è la sfida che mi pongo nell’osservare come la luce colpisce le cose. Come le mattonelle del pavimento del corridoio, le file metalliche di lavatrici in una lavanderia a gettoni o un piano lucido."

Dal 30 giugno Ian Berry presenterà la serie ‘Hotel California” alla Catto Gallery di Londra (fino al 28 luglio). Affiancando le opere a parete all’installazione Secret Garden.

Per seguire il lavoro di Berry virtualmente c’è il suo sito internet oltre all’account instagram in cui l’artista condivide anche piccoli video che mostrano come fa a “dipingere” con gli scampoli di jeans.

 Ian Berry June 2019
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 Ian Berry June 2019

Biennale di Venezia 2019| La pittura ibrida, raffinata e costoissima di Njideka Akunyili Crosby a May you Live Interesting Times

All images: Njideka Akunyili Crosby, Mixed media. Courtesy the artist, Victoria Miro, and David Zwirner

All images: Njideka Akunyili Crosby, Mixed media. Courtesy the artist, Victoria Miro, and David Zwirner

Njideka Akunyili Crosby, con una pittura sorprendente nella sua complessità e accuratezza, racconta tante storie che si sovrappongono. Eppure sono una sola, grande, narrazione collettiva, fatta di immagini. Origini nigeriane ma da anni residente negli Stati Uniti, figlia di una ex-ministro del suo paese natale, è arrivata in fretta a quotazioni di mercato importanti (nel 2017 un’ opera è stata venduta a oltre 3 milioni di dollari) . I suoi dipinti, oltre a essere stati collocati in diversi musei, fanno parte della Biennale di Venezia 2019, May you Live Interesting Times, curata da Ralph Rugoff

Oggetti d’uso quotidiano, tessuti, fotografie, loghi, pagine di riviste, riferimenti artistici storici, politici e personali, tutto si fonde nei grandi dipinti di Njideka Akunyili Crosby, in cui i colori vivi che albergano nei particolari rinvigoriscono un racconto sospeso. Senza risolvere, tuttavia, la malinconia e il senso d’attesa che vibrano muti al centro della scena.

D’altra parte le opere hanno due chiavi di lettura. Quando si guarda una delle sue tele si vedono, infatti, i colori, i personaggi e la situazione che Crosby ritrae. Concepiti come un set in cui nulla è lasciato al caso, i dipinti ci calano in un universo ibrido sospeso tra passato e presente dalla vaga collocazione geografica. Ma concreto. Eppure ad un’occhiata più ravvicinata ed attenta si scoprono centinaia e centinaia di piccole immagini stampigliate qua e la (tutte tratte dalla cultura pop nigeriana: star dei film di Nollywood, dittatori, avvocati con parrucca bianca ecc. ) .

"Questi elementi-scrive la galleria Victoria Mirò sulla pagina dedicata a Crosby del suo sito web- presentano una metafora visiva convincente per gli strati della memoria personale e della storia culturale che informano e intensificano l'esperienza del presente."

Alla Biennale di Venezia 2019 Njideka Akunyili Crosby presenta una nutrita serie di piccoli ritratti (all’Arsenale) e una carrellata di grandi composizioni con figure intere rigorosamente rappresentate in ambiente domestico (ai Giardini).

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Njideka Akunyili Crosby ai Giardini, Biennale 2019

Njideka Akunyili Crosby ai Giardini, Biennale 2019

Njideka Akunyili Crosby all’Arsenale, Biennale 2019

Njideka Akunyili Crosby all’Arsenale, Biennale 2019

Nella serie fotografica 'Not Longer Life' le nature morte degli antichi maestri rappresentano frutta imballata in plastica

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Nella serie fotografica ‘Not Longer Life’, lo studio di architettura e design spagnolo Quatre Caps, ha reinterpretato un classico della rappresentazione pittorica: la natura morta. Gli autori hanno parzialmente ricalcato le composizioni di frutta di alcuni antichi maestri. Solo che nella versione contemporanea tutto ha spessi imballaggi in plastica.

Nelle immagini, angurie, fichi, uva ma anche pane, conserva di pomodoro, bottiglie di bibite e acqua minerale (al posto delle brocche del passato), emergono da chiaroscuri drammatici. Quatre Caps ha tratto ispirazione da Claude Monet, Michelangelo Merisi da Caravaggio e Juan Sánchez Cotán, ma pur mantenendo vivo l’assetto compositivo e non discostandosi più di tanto dal set dei dipinti, ha scelto di presentare ogni singolo alimento riprodotto nel suo packaging originale. Direttamente dal supermercato alla rappresentazione.

‘Not Longer Life’ è una riflessione sulla quantità di plastica che le aziende usano, per imballare, rendere appetibile ma anche facilitare il consumo di frutta e verdura. E’ il caso del succo di limone contenuto in una bottiglietta che riproduce l’agrume o delle arance già sbucciate e inscatolate. E’ poi sottolineata la varietà di packaging non biodegradabili e la loro sostanziale inutilità (le reti che proteggono angurie dalla buccia solida).

Questo progetto fotografico si basa sulla rilettura del genere pittorico della natura morta, ma richiama un po’ alla mente il lavoro della fotografa Suzanne Jongmans (che ha, invece, preso a soggetto il ritratto). (via Colossal)

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A Venezia qualcuno ha vinto la lotteria di Banksy. Rivendicato Naufrago Bambino

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Banksy ha rivendicato attraverso il suo account instagram il murale realizzato a Venezia nella notte tra il 9 e il 10 di maggio, durante la pre-inaugurazionne della Biennale 2019. L’opera immediatamente ribattezzata dalla stampa Naufrago Bambino si trova su Rio Novo, in Campiello Mosca e si è già guadagnata una sua segnalazione su Google Maps. Il pellegrinaggio, infatti, è cominciato.

E non si fermerà di sicuro durante l’estate. Rischia anzi di essere più visitata della Biennale stessa (obbiettivo che probabilmente l’artista si era prefissato, come testimonia il video dei giorni scorsi) D’ora in poi si apre una nuova fase, croce e delizia di tutte le figure che si trovano tra capo e collo un murale del writer britannico. Perchè qualcuno ha appena vinto la lotteria di Banksy. Ma rischia anche di vedere la sua fortuna andare in fumo tra mille polemiche.

Fatte in fretta e furia con gli stencil, su edifici, di solito, dall’aria malconcia, le opere dell’artista di Bristol, forse non sono fatte per resistere al lento succedersi dei secoli, ma potrebbero comunque sopravvivere serenamente per anni. Non fosse per l’interesse che suscitano.

I vandali sono la prima fonte di preoccupazione. Lo scorso anno a Parigi ne sono andati perduti diversi, mentre a Port Talbot un attacco è stato fermato appena in tempo. Ma l’elenco di episodi simili è molto più lungo e costella pressoché tutta la storia del lavoro di Banksy.Poi ci sono i rischi legati all’afflusso di persone. E naturalmente i furti: nel tempo i ladri hanno raschiato pareti, tagliato sezioni di muro e divelto porte. Persino il murale realizzato al Bataclan in memoria delle vittime dell’attentato terroristico, è stato portato via.

Nel caso di Naufrago Bambino, si aggiunge anche il pericolo costituito dall’acqua. Che potrebbe rendere più complicato e urgente isolare il murale.

Tuttavia, il futuro di questo dipinto resterà comunque un’incognita. Perchè le opere di Banksy possono facilmente fruttare qualche centinaio di migliaia di euro. E di solito i proprietari dei muri, comprensibilmente, decidono di venderle.

Banksy va in laguna travestito da pittore di strada per sbertucciare la Biennale di Venezia

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In un video girato con una telecamera nascosta e pubblicato ieri (lo potete guardare qui sotto), Banksy più o meno travestito e armato di banchetto si finge pittore di strada in Piazza San Marco. Il collage di quadri che mostra parla della fragilità della città lagunare di fronte all’ingresso delle navi da crociera. Ma si capisce subito che non è il vero obbiettivo dello street artist britannico. Perchè a pochi metri si sta svolgendo la Biennale di Venezia 2019, “May you Live Interesting Times”.

E infatti, Banksy, correda il video con questo commento: "Sto allestendo la mia bancarella alla Biennale di Venezia- scrive- Nonostante sia il più grande e prestigioso evento artistico del mondo, per qualche ragione non sono mai stato invitato."

Solo una manciata di giorni addietro, mentre a Venezia si svolgeva la pre-inaugurazione della famosa kermesse e tutti gli addetti ai lavori del mondo erano confluiti nei sestrieri cittadini, aveva fatto la sua comparsa un misterioso murale. Che, sulle prime, non era stato notato da nessuno.

Soprannominata dalla stampa Naufrago Bambino, l’opera non è ancora stata rivendicata. Ma il nuovo intervento conferma che Banksy era in laguna più o meno nello stesso periodo e che aveva nel mirino la Biennale di Venezia. Insomma, restano pochi dubbi sul fatto che sia sua.

D’altra parte quale modo migliore esisterebbe per irridere il mondo dell’arte, se non quello di fare un murale mentre tutti i critici, i galleristi, i direttori di museo e i collezionisti del globo sono riuniti a Venezia senza autenticarlo? Risultato: nonostante il bambino tenesse una torcia in mano (che dal fumo sembrava più un razzo di salvataggio), nessuno, durante i giorni del pre-opening, l’ha notato. E una volta scoperto, neanche uno si è preso la responsabilità di confermarne o negarne la paternità senza ombra di dubbio.

Anche il nuovo intervento in cui Banksy (o chi per lui) appare travestito da artista di strada ha sortito l’effetto desiderato. Infatti, nel video dopo aver osservato il nostro eroe posizionare il suo banchetto, con il volto nascosto da occhiali scuri sciarpa e cappello, e aver sentito i commenti positivi dei passanti (in uno in particolare dicono: “è più bello di quelli che abbiamo visto in Biennale”), vediamo i vigili che lo cacciano via. Perchè sprovvisto di autorizzazione (come, appunto, per esporre in Biennale).

all images courtesy of Banksy. via  designboom

all images courtesy of Banksy. via designboom

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