La seconda vita di Matisse: al Grand Palais gli ultimi 14 anni in una grande mostra

Vue de l'exposition "Matisse 1941-1954", Grand Palais x Centre Pompidou. Photo© Luc Castel, 2026

Era il 1949 quando il Museum of Modern Art di New York acquisì ed espose “L'Atelier Rouge” di Henri Matisse; Marc Rothko che allora aveva 43 anni, e proprio in quel periodo stava definendo quello che sarebbe stato il suo stile distintivo; ne rimase particolarmente colpito: andò a vederlo e poi tornò ancora e ancora. In seguito avrebbe dichiarato: "Quando vedi quel quadro, diventi quel colore, ne sei completamente immerso." Dall’altra parte dell’oceano Matisse, ormai ottantenne, era costretto su una sedia a rotelle e si stava riprendendo la sua vita dopo una fase buia (nel ’41 era stato operato di un tumore all’intestino, mentre nel ’45 la moglie e la figlia erano state arrestate per attività di resistenza e lui era rimasto mesi senza loro notizie nella Villa Le Rêve sulle alture alle spalle di Nizza). Il che per l’artista significava lavorare senza posa: non poteva più dipingere come prima ma ritagliava carta colorata a guazzo, studiava gli accostamenti cromatici, semplificava sempre più le composizioni, a volte fissava un pennello su un bastone per poter tracciare sagome essenziali sulle superfici. La critica prima e gli studiosi poi avrebbero salutato quegli ultimi anni della carriera di Matisse come una “seconda vita” (espressione usata da lui stesso).

Sarebbe morto nell’autunno del ’54 e Rothko gli avrebbe dedicato un’opera.

Adesso, mentre Palazzo Strozzi mette in luce il legame di Mark Rothko con Firenze e con gli antichi maestri italiani (“Rothko a Firenze”), il Grand Palais di Parigi in collaborazione con il Centre Pompidou (al momento chiuso per una ristrutturazione straordinaria che durerà 5 anni), ricostruisce proprio gli ultimi 14 anni del lavoro di Henri Matisse attraverso “Matisse 1941 – 1954”.

Queste grandi ed importanti mostre legano con un filo invisibile e, per quanto ne sappiamo, del tutto casuale, il Grand Palais a Palazzo Strozzi (oltre all’ex-convento di San Marco che sia l’americano che il francese visitarono, e in cui gli affreschi di Frate Angelico sono accostati ai dipinti di Rothko). Come se i due spazi espositivi fossero tappe di un percorso circolare di approfondimento e conoscenza in cui l’una non può prescindere dall’altra.

Se infatti l’opera di Mark Rothko non sarebbe stata la stessa se non fosse esistito Henri Matisse, quest’ultimo (come lo statunitense dopo di lui) doveva molto ai maestri protorinascimentali e in particolare al Beato Angelico di cui ammirava la sensazione metafisica che sapeva infondere nello spettatore: “Un quadro di Rembrandt, del Beato Angelico - disse una volta - il quadro di un buon artista, suscita sempre questa specie di senso di liberazione e di elevazione dello spirito”. Così come gli accostamenti cromatici o gli impianti compositivi sintetici (anche se intensamente decorati) e in definitiva la capacità del frate domenicano di “scolpire il colore”, cosa che lo stesso signor Matisse avrebbe perseguito con la consueta inflessibile disciplina soprattutto negli ultimi anni della sua vita.

Coprodotta dal Centre Pompidou e GrandPalaisRmn (istituzione pubblica francese, nata nel 2011 dalla fusione tra la Réunion des Musées Nationaux e il Grand Palais) e curata da Claudine Grammont (a capo del Dipartimento d’Arti Grafiche del Musée national d’art moderne – Centre Pompidou), “Matisse 1941 – 1954” riunisce oltre 300 lavori realizzati dal signor Matisse tra il ’41 (quando viene operato) e l’anno della sua morte, per testimoniare la straordinaria creatività dell’artista originario della regione dell’Alta Francia in tarda età. Tra le opere in mostra molte sono esposte in Francia per la prima volta e, per quanto il nucleo centrale provenga dalla ricca collezione del Centre Pompidou (l’evento ne raggruppa ben 180), altre provengono da prestigiosi musei del mondo come: l’Hammer Museum di Los Angeles, MoMA e il Metropolitan Museum of Art di New York, la National Gallery of Art di Washington, la Barnes Foundation di Filadelphia (Filadelfia) e la Fondation Beyeler di Basilea.

Si tratta di un’esposizione eccezionalmente completa che comprende pressoché ogni tipo di tecnica affrontata dal signor Matisse in quegli anni (ovvero: dipinti, disegni, gouache ritagliate, libri illustrati, tessuti e persino vetrate). Inutile dire che include parecchi capolavori e grazie alle caratteristiche architettoniche del grande padiglione espositivo in muratura e vetro, costruito per l'Esposizione Universale di Parigi del 1900, riesce a presentare al meglio anche opere di dimensioni monumentali del grande modernista francese.

Nato nel 1869 nella fattoria dei nonni a Le Cateau-Cambrésis (un comune vicino al confine con il Belgio che adesso conta meno di 8mila abitanti), Henri Matisse, crebbe nel poco distante ed altrettanto piccolo Bohain-en-Vermandois, dove i genitori gestivano una drogheria e un negozio di sementi. Malgrado il padre desiderasse che il giovane Henri si dedicasse all’attività di famiglia, lui si trasferì a Parigi per seguire i corsi di giurisprudenza che frequentò per due anni.

Ma poi un’appendicite cambiò tutto: a letto continuava a disegnare e capì che in realtà voleva fare il pittore. Pochi anni dopo, dalla relazione con una modella che aveva posato per lui nacque la figlia Marguerite, mentre l’incontro con la moglie Amélie avrebbe dovuto aspettare fino al 1898. Con lei ebbe due maschi che crebbero insieme alla sorellastra che il signor Matisse si tenne vicina e ritrasse spesso durante tutta la sua vita.

Sul fronte professionale, dopo aver approfondito il lavoro degli impressionisti, rimase profondamente colpito da quello di Van Gogh e andò fino a Londra per studiare i dipinti di Turner (in seguito avrebbe visitato anche: la Corsica, il Marocco, l’Algeria, Tahiti, gli Stati Uniti, la Russia, la Spagna, la Germania e l’Italia). La stima che nutriva per l’opera di Cézanne è ben nota (e questo è un altro elemento che lo accomuna a Rothko) tanto che possedeva perfino un quadro firmato dal precursore del cubismo: “Trois baigneuses”, comprato con grandi sacrifici nel 1899 e che donò al Petit Palais nel ’36 affinché tutti potessero ammirarlo (attualmente il dipinto è in mostra alla Fondazione Beyeler di Basilea in occasione di una monografica su Cézanne).

Matisse 1941 – 1954” però si sofferma su un momento successivo a tutto questo: i viaggi, Parigi e persino la moglie (da cui si era separato) fanno già parte del passato.

Vue de l'exposition "Matisse 1941-1954", Grand Palais x Centre Pompidou. Photo© Luc Castel, 2026

In quel periodo il signor Matisse, passava più tempo nel suo studio di Nizza (allestito nell’hotel Regina dove risiedeva) che in quello di Parigi, anche se nel ’43, dopo un bombardamento, si era rifugiato in una casa colonica (Villa Le Rêve) nell’entroterra nizzardo. Qui, mentre i suoi amati gatti (Minouche e Coussi) sonnecchiavano pigramente, una voliera di colombe e uccelli esotici lo rallegrava e le finestre sul giardino gli regalavano molteplici giochi di luce, lui dipingeva nature morte che perseguivano una sintesi sempre più radicale. Mentre fuori la guerra rendeva effimero e fragile ogni momento di apparente quotidianità di quei giorni.

D’altra parte lui aveva rifiutato le proposte d’esilio che gli erano state presentate: “Se tutti coloro che valgono qualcosa lasciano il paese - scrive al figlio Pierre nel ’40 - che ne sarà della Francia? E del futuro? Io lo aspetto. Qualunque cosa accada, non mi muoverò da qui.”

La mostra del Grand Palais si apre proprio con gli “Intérieurs de Vence” (1946-1948). Ultima serie di dipinti dell’artista definita dal museo “magistrale”. Il critico Eddy Frankel ha parlato così di questa parte dell’esposizione nella sua recensione per The Guardian: “La mostra inizia in piccolo, persino in modo claustrofobico. Nel suo studio a Nizza, Matisse dipinge nature morte. Tulipani rossi e ostriche dalla polpa lilla, limoni e mimose, verdi, rossi e gialli (…) Se questi dipinti appaiono leggeri e ariosi, non lo sono affatto. Sono piccoli e compatti, rielaborati più e più volte. Matisse dipinge lo stesso gruppo di modelli, spostandoli per la stanza, aprendo le persiane per far entrare la luce, muovendo i paraventi per creare ombre. È un'opera ossessiva, ripetitiva e volutamente cinematografica, come se stesse creando decine di fotogrammi della stessa scena”.

Vue de l'exposition "Matisse 1941-1954", Grand Palais x Centre Pompidou. Photo© Luc Castel, 2026

Un espediente quello della ripetizione dello stesso soggetto, che aveva già usato precedentemente al periodo di Vence ma che di lì in avanti si fa ricorrente e sostanziale. Le odalische, i volti ritratti, i motivi vegetali: tutto si moltiplica (come testimoniano le tavole per “Dessins. Thèmes et variations” e le pagine del suo acclamato libro sul colore: “Jazz”). Tanto che comincia a fotografare le opere in fase di lavorazione e ad esporre le fotografie accanto al lavoro finito (anche queste sono in mostra a Parigi), per sottolineare come la forma assunta da personaggi e oggetti nei suoi quadri fosse il coronamento di un processo meticoloso di semplificazione che prevedeva: dipingere, raschiare il colore, rifare e modificare nuovamente.

Anche gli accostamenti cromatici e la scelta dei toni si fa ancora più ponderata. Lentamente abbandona (anche se non del tutto) la pittura a favore dei ritagli a gouache che realizzava tagliando con le forbici i fogli dipinti dai suoi assistenti in vari colori, per poi fissare le forme alle pareti del suo studio, staccandole e ridisponendole più e più volte finché non aveva raggiunto l’accordo perfetto.

Ne nasceranno dei capolavori come “La Tristesse du roi” (Centre Pompidou), “Zulma” (Museo Nazionale d'Arte di Copenaghen), “La Danseuse créole” (Musée Matisse di Nizza) e la serie “Nus bleus” (alcuni di questi arrivati dalla Fondazione Beyeler di Basilea). Oltre ai monumentali (sono tutti intorno ai 3 metri - 3 metri e mezzo sia in altezza che in larghezza) “La Gerbe” (Los Angeles County Museum of Art), “Acanthes” (Fondazione Beyeler), “L’Escargot” (Tate Modern di Londra) e “Mémoire d’Océanie” (MoMA di New York).

Vue de l'exposition "Matisse 1941-1954", Grand Palais x Centre Pompidou. Photo© Luc Castel, 2026

Matisse 1941 – 1954” non si limita però a raccontare il febbrile lavoro del signor Matisse dall’operazione in avanti (che lui considerava come una “seconda vita”: “La mia operazione è stata per me una cosa straordinaria, mentalmente. Mi ha riequilibrato la mente, chiarito i pensieri. È come una seconda vita.”) ma cerca di ridare corpo al suo studio, restituendolo allo spettatore come proiezione dello spazio interiore dell’artista: “Quest’ultimo periodo creativo - hanno spiegato gli organizzatori - fu caratterizzato da una crescente simbiosi fra l’opera e lo spazio dello studio. Affinate sulle pareti del suo appartamento al Régina, le opere erano intrinsecamente mobili e contribuivano alla dinamica vegetalizzazione dell’ambiente. La mostra cerca di ricreare questo contesto in costante evoluzione e invita il visitatore nel ‘giardino’ di Matisse attraverso uno spazio che cresce e si espande da una sala all’altra”.

Negli anni ’50 poi il signor Matisse si dedicò a vetrate non religiose. Adattando (con l’aiuto del maestro vetraio Paul Bony) i propri disegni a una materia fatta di luce e trasparenza. Fragili e complesse da montare, queste grandi opere vengono esposte di rado. “Matisse 1941 – 1954” presenta sia “Nuit de Noël” (commissione di Life Magazine del 1952) arrivata dal Moma (MoMA) di New York per l’occasione che “La Vigne” (ideata nel 1953 per la villa di Pierre e Patricia Matisse a Saint-Jean-Cap-Ferrat) e presentata ora per la prima volta al pubblico dopo la donazione al Centre Pompidou nel 2024.

Per finire va ricordato che al Grand Palais ci sono anche parecchi studi preparatori per la Chapelle du Rosaire de Vence (conosciuta soprattutto come Chapelle Matisse, 1951) che lui considerava come un coronamento del suo percorso artistico. La cappella di Vence poco più di una decina d’anni dopo sarebbe stata una fonte d’ispirazione basilare per la Rothko Chapel di Marc Rothko a Houston (Texas).

Matisse 1941 – 1954” è una mostra davvero importante, che non si limita a esporre una carrellata di opere di Henri Matisse facendo leva sul suo nome ma propone al pubblico e agli studiosi una prospettiva seria sulla sua tarda produzione (e in qualche modo su di lui come persona allora). Rimarrà al Grand Palais di Parigi fino al 26 luglio 2026.

Vue de l'exposition "Matisse 1941-1954", Grand Palais x Centre Pompidou. Photo© Luc Castel, 2026

Vue de l'exposition "Matisse 1941-1954", Grand Palais x Centre Pompidou. Photo© Luc Castel, 2026

Vue de l'exposition "Matisse 1941-1954", Grand Palais x Centre Pompidou. Photo© Luc Castel, 2026

Vue de l'exposition "Matisse 1941-1954", Grand Palais x Centre Pompidou. Photo© Luc Castel, 2026

Rigore e caso giocano a dadi nella pittura di Gerhard Richter. Alla Fondation Louis Vuitton di Parigi con una monumentale retrospettiva

 Gerhard Richter, Lesende, 1994 (CR 804) : Gerhard Richter Lesende, 1994 (CR 804) [Femme lisant] Huile sur toile / Oil on canvas 72 x 102 cm Collection San Francisco Museum of Modern Art. Purchase through the gifts of Mimi and Peter Haas and Helen and Charles Schwab, and the Accessions Committee Fund: Barbara and Gerson Bakar, Collectors Forum, Evelyn D. Haas, Elaine McKeon, Byron R. Meyer, Modern Art Council, Christine and Michael Murray, Nancy and Steven Oliver, Leanne B. Roberts, Madeleine H. Russell, Danielle and Brooks Walker, Jr., Phyllis C. Wattis, and Pat and Bill Wilson © Gerhard Richter 2025 (18102025)

E’ il 1966, una giovane donna scende le scale, è nuda, tuttavia la scena non trasmette erotismo (lei sembra anzi molto concentrata a non inciampare durante la discesa nel chiaro scuro della sera), ai lati il dipinto è sfocato fin quasi a dissolversi. L’immagine, infatti, moderata eppure vibrante, ha le caratteristiche e il realismo di un’istantanea ma è un ritratto che Gerhard Richter fece all’allora moglie Marianne Eufinger (detta Ema). L’opera, attualmente in mostra alla Fondation Louis Vuitton di Parigi, che è insieme una prima esplorazione del colore da parte di un artista che fino a quel momento si era dedicato al bianco e nero, un omaggio a Marcel Duchamp e una celebrazione della gravidanza appena scoperta di Ema, oltre cinquant’anni dopo sarebbe stata al centro di un film, lo avrebbe fatto stringere amicizia e poi litigare con un regista premio-oscar e avrebbe riportato alla luce uno scherzo del destino, oltre ad una tragedia familiare sepolta.

D’altra parte la biografia del signor Richter è piena di drammi. Così come il caso (che lo ha portato dalle miserie del Nazismo a quelle del Comunismo, dall’essere un rispettabile insegnante d’Accademia a uno degli uomini più ricchi della Germania), sembra avervi avuto un ruolo. Lui, l’intervento di eventi fortuiti, lo ha spesso cercato durante il suo lavoro, ma sul fatto che da anni sia considerato come uno degli artisti più influenti a livello mondiale, il fato nulla ha potuto. Quella è stata una questione di talento, disciplina e dedizione incrollabile.

Gerhard Richter, che adesso ha 93 anni, ne sta dando prova per l’ennesima volta alla Fondation Louis Vuitton di Parigi, dove dallo scorso 17 aprile è in corso una sua monumentale mostra personale. Descritta dal museo come una “retrospettiva eccezionale, senza pari sia per dimensioni che per ampiezza cronologica” conta un totale di 257 opere tra dipinti a olio, sculture in vetro e acciaio, disegni a matita e inchiostro, acquerelli e fotografie sovradipinte datate dal ’62 in avanti. Come già quella dedicata a David Hockney la scorsa primavera, l’esposizione, occupa interamente le undici gallerie dell’edificio progettato dall’archistar canadese-americano, Frank Gehry (le sale in totale sono invece 34) e comprende pezzi cardine della sua carriera ultra sessantennale, arrivati apposta da musei e istituzioni in tutto il mondo (non c’è tutto quel che ha prodotto, ma quasi).

La retrospettiva curata da Sir Nicholas Serota (attuale presidente dell'Arts Council England ed ex direttore della Tate Modern di Londra dove aveva già organizzato una mostra del signor Richter) in collaborazione con lo svizzero Dieter Schwarz (che è invece reputato il maggior esperto della sua opera) è stata definita “uno spettacolo di elettrizzante genialità” dal critico Adrian Searle su The Guardian e prosegue la serie di “mostre monografiche epocali- ha invece scritto la fondazione stessa- dedicate a figure di spicco dell'arte del XX e XXI secolo, tra cui Jean-Michel Basquiat, Joan Mitchell, Mark Rothko e David Hockney”.

Per quanto il signor Richter abbia smesso di dipingere nel 2017 (in merito a questa scelta, sebbene rilasci rare interviste, ha fatto varie dichiarazioni come: “Avevo detto che a 88 anni avrei smesso di dipingere e così ho fatto”; anche se sono state la difficoltà del processo con l’avanzare dell’età a motivarlo), non ha mai abbandonato il lavoro. Da allora prevalentemente disegna ma si dedica pure ad altri media meno impegnativi dal punto di vista fisico della pittura. Il gallerista David Zwirner (attuale rappresentante del signor Richter dopo la chiacchierata rottura con la sua storica mercante newyorkese, Marian Goodman), che ospita nella sua sede parigina una personale dell’artista tedesco proprio in parallelo alla retrospettiva al Bois de Boulogne, ha detto: “C'è un'aura enorme attorno a lui a livello internazionale, ma poi lo incontri in studio e lo vedi semplicemente seduto in una stanza, a creare qualcosa dal nulla. È molto umile. È un uomo straordinariamente serio e umile". Anche le opere più recenti sono in mostra alla Fondation Louis Vuitton.

Gerhard Richter, Venedig (Treppe) [Venezia (staircase)], 1985 (CR 586-3) Gerhard Richter, Venedig (Treppe) [Venezia (staircase)], 1985 (CR 586-3) Oil on canvas, 51,4 x 71,8 cm The Art Institute of Chicago. Gift of Edlis Neeson Collection © Gerhard Richter 2025 (18102025)

Il signor Richter, che non dipinge mai direttamente il soggetto rappresentato ma lo filtra attraverso una fotografia o un disegno (gli schizzi sono sempre suoi, mentre le fotografie a volte sono state scattate da lui altre provengono da fonti varie, come riviste o quotidiani, tanto che anni fa le ordinò e le usò per comporre un atlante visivo), nel tempo ha esplorato tutti i generi pittorici tradizionali: ritratto, occasionalmente autoritratto, paesaggio, natura morta, dipinti storici e rappresentazioni religiose. Ha anche adottato uno stile eterogeneo durante il medesimo corso (che è stato descritto come “una rottura di stile come principio stilistico”): pittura in bianco e nero o a colori, composizioni freddamente iperrealiste o romanticamente evocative, astrattismo informale o concreto. Per poi ritornare sull’uno o sull’altro metodo a scadenza ciclica. Dal punto di vista tecnico a farlo conoscere sono state le sfocature (in pratica, prima copiava un soggetto con la massima ricchezza di sfumature, chiaroscuri e dettagli, dopo, mentre il colore era ancora fresco, vi passava sopra un pennello pulito e piatto spostando letteralmente parti dell’immagine qua e là) che in seguito avrebbe eseguito più visceralmente con raschietti di varie dimensioni. Tanto che si può dire che buona parte di quanto sia possibile fare con la pittura lui l’abbia fatto.

Gerhard Richter, Ema (Akt auf einer Treppe) [Ema (Nude on a Staircase)], 1966 (CR 134) Gerhard Richter, Ema (Akt auf einer Treppe) [Ema (Nude on a Staircase)], 1966 (CR 134) Oil on canvas, 200 x 130 cm Museum Ludwig, Cologne / Donation Ludwig Collection 1976 © Gerhard Richter 2025 (18102025)

Gerhard Richter è nato a Dresda (in quella che in seguito sarebbe diventata la Germania dell’Est) il 9 febbraio del ’32, figlio di un insegnante e di una libraia che suonava il piano per passione. Quando era ancora un bambino il padre (che non aveva mai espresso apprezzamento per il nazionalsocialismo ma in quanto impiegato pubblico aveva dovuto tesserarsi) partì per il fronte e il piccolo Gerhard insieme a quel che rimaneva della famiglia si trasferì in campagna. Per quanto la guerra da dove stava apparisse lontana, il dolore che portava con sé non mancò di travolgerlo: due suoi zii morirono al fronte (negli anni ’90 dichiarò di sentire ancora le urla delle donne dopo averlo saputo; uno di loro il signor Richter lo avrebbe poi dipinto in bianco e nero con la sua divisa militare e un sorriso goffamente dolce stampato in volto) e la sorella di sua madre a cui era stata diagnosticata la schizofrenia venne prima sterilizzata e poi “letteralmente lasciata morire di fame” in un ospedale psichiatrico parte di un programma di omicidio medico nazista (avrebbe poi ritratto pure lei: giovanissima, quasi una bambina, con Gerhard neonato in braccio, nel quadro appare bella e sorridente ma il suo sguardo sfuggente di fronte all’obbiettivo e le sfocature che ne cancellano parte del volto, fa percepire una vaga ed inquietante cupezza incombente all’osservatore). Il padre dopo la guerra, invece, tornò a casa, ma come reduce del terzo reich non potè più fare l’insegnante (in seguito si sarebbe suicidato).

La famiglia era molto più povera di prima e i Comunisti esercitavano attraverso la Stasi un controllo opprimente sulla vita di chiunque. Il signor Richter frequentò l’accademia di Belle Arti di Dresda, si fidanzò e poi sposò con la figlia di uno stimato ginecologo, Marianne Eufinger (Ema, appunto). Per un po' visse a casa dei genitori di lei, e in quel periodo ritrasse il suocero, ma quando cominciarono a costruire il muro lui e la moglie scapparono ad ovest. Il signor Richter portò con sé solo delle foto di una famiglia che non avrebbe mai più rivisto e che alcuni anni dopo gli sarebbero servite per dipingere gran parte delle opere ora esposte a Parigi nella Prima Galleria.  

Gerhard Richter, Onkel Rudi [Uncle Rudi], 1965 (CR 85)  Gerhard Richter, Onkel Rudi [Uncle Rudi], 1965 (CR 85) Huile sur toile, 87 x 50 cm Collection Lidice Memorial, Czech Republic © Gerhard Richter 2025 (18102025)

In Occidente frequentò Accademia d'arte di Düsseldorf e più avanti vi insegnò. Il matrimonio con Ema finì e lui si risposò. Nel frattempo il suo nome era sempre più conosciuto e le quotazioni delle sue opere esplosero. Proprio mentre il mercato gli si inchinava (all’asta il suo lavoro in genere arriva alle decine di milioni) incontrò quella che sarebbe diventata la sua terza moglie.

Nei primi anni duemila un giornalista investigativo del quotidiano berlinese, Tagesspiegel, si interessò della storia personale del Signor Richter e scoprì il tragico destino di sua zia Marianne, ma anche che il suo primo suocero era stato tra i responsabili del programma di sterilizzazione forzata cui venne sottoposta. Lui non ne sapeva niente.

Nel 2019 tutta questa vicenda, che fino ad allora era stata dibattuta nella sola Germania, attirò l’attenzione del mondo intero, quando un regista hollywoodiano di origine tedesca (rimasto particolarmente colpito dal ritratto di Ema) presentò un film ad essa ispirato. Il signor Richter che si è sempre sforzato di proteggere la propria vita privata si arrabbiò moltissimo.

 Série Birkenau de Gerhard Richter lors de l'exposition "Gerhard Richter. Neupräsentation im Albertinum" en 2015 Vue d'installation de la série Birkenau de Gerhard Richter lors de l'exposition "Gerhard Richter. Neupräsentation im Albertinum", de février à septembre 2015 à la Staatliche Kunstsammlungen Dresden Gerhard Richter Birkenau, 2014 Huile sur toile / Oil on canvas 260 x 200 cm chacun / each Neue Nationalgalerie, Stiftung Preußischer Kulturbesitz, Berlin, prêt de la / loan from Gerhard Richter Art Foundation Photographe : David Brandt © Gerhard Richter 2025 (18102025)

Nonostante lui abbia spesso tratto ispirazione da fatti d’attualità destinati a passare alla Storia (ha, ad esempio, effigiato i volti delle otto infermiere uccise dal serial killer Richard Speck e l’attacco alle torri gemelle) quando non dalla Storia stessa, una serie di quattro opere in particolare appartenenti a questo filone è considerata un capolavoro indiscusso. Intitolato “Birkenau”, il ciclo del 2014, riproduce alcune fotografie che un prigioniero era riuscito a scattare all’interno del campo di sterminio di Auschwitz. E lo fa in stile iperrealista con pittura ad olio in bianco e nero minuziosamente applicata. Tuttavia, noi non possiamo vedere l’abilità dell’artista, perché il signor Richter dopo è intervenuto sui dipinti finiti: li ha coperti con numerosi strati di pigmento, che a tratti ha spostato con i raschietti e dipinto ancora, trasformandoli in composizioni astratte. Così gli orrori storici impressi sulla tela come gli eventi che catturano sono vivi sotto la superficie ma celati agli occhi del presente.

Esposti prima in Germania, poi in Inghilterra e in occasione della retrospettiva dell'artista al Metropolitan Museum of Art di New York nel 2020, i dipinti di Birkenau sono attualmente nella Galleria 10 insieme ad altri capolavori astratti dello stesso periodo.

La retrospettiva dedicata all’opera di Gerhard Richter alla Fondation Louis Vuitton tuttavia non si limita a questo: ci sono paesaggi che riattualizzano e smorzano le emozioni forti dei romantici tedeschi; una serie di ritratti in bianco e nero di personaggi illustri (“48 Ritratti”) con cui ha rappresentato la Germania alla Biennale di Venezia del 1972 (il Leone d’oro alla carriera gli è stato invece assegnato nel 2003); una galleria è dedicata interamente ai lavori su carta; un’altra ricostruisce la storia della realizzazione della vetrata composta da “11.500 quadrati di vetro antico soffiato a bocca in 72 colori diversi” accostati casualmente, che ha creato per il Duomo di Colonia (città in cui vive).  L’esposizione resterà a Parigi fino al 2 marzo 2026.

Gerhard Richter, Gudrun, 1987 (CR 633) Gerhard Richter, Gudrun, 1987 (CR 633) Oil on canvas, 250 x 250 cm Fondation Louis Vuitton, Paris © Gerhard Richter 2025 (18102025)

Gerhard Richter, Kerze [Candle], 1982 (CR 511-1) Gerhard Richter, Kerze [Candle], 1982 (CR 511-1) Oil on canvas, 95 x 90 cm Collection Institut d'art contemporain, Villeurbanne/Rhône-Alpesm © Gerhard Richter 2025 (18102025)

Gerhard Richter, Gegenüberstellung 2, 1988 (CR 671-2) : Gerhard Richter Gegenüberstellung 2, 1988 (CR 671-2) [Confrontation 2] Huile sur toile / Oil on canvas 112 x 102 cm The Museum of Modern Art, New York. The Sidney and Harriet Janis Collection, gift of Philip Johnson, and acquired through the Lillie P. Bliss Bequest (all by exchange); Enid A. Haupt Fund; Nina and Gordon Bunshaft Bequest Fund; and gift of Emily Rauh Pulitzer, 1995 © Gerhard Richter 2025 (18102025)

Gerhard Richter, Verkündigung nach Tizian, 1973 (CR 343-1) Gerhard Richter Verkündigung nach Tizian, 1973 (CR 343-1) [Annonciation d’après le Titien] Huile sur toile / Oil on canvas 125 x 200 cm Hirshhorn Museum and Sculpture Garden, Smithsonian Institution, Washington DC, Joseph H. Hirshhorn Purchase Fund, 1994 © Gerhard Richter 2025 (18102025)

Gerhard Richter, Birkenau, 2014 (CR 937-4) Gerhard Richter Birkenau, 2014 (CR 937-4) Huile sur toile / Oil on canvas 260 x 200 cm Neue Nationalgalerie, Stiftung Preußischer Kulturbesitz, Berlin, prêt de la / loan from Gerhard Richter Art Foundation © Gerhard Richter 2025 (18102025)

Gerhard Richter, Apfelbäume [Appletree], 1987 (CR 650-1) Gerhard Richter, Apfelbäume [Appletree], 1987 (CR 650-1) Oil on canvas, 67 x 92 cm Private collection © Gerhard Richter 2025 (18102025)

Gerhard Richter, Strip, 2011 (CR 921-2) Gerhard Richter Strip, 2011 (CR 921-2) Impression numérique sur papier entre aluminium et Perspex (Diasec) / Digital print on paper between aluminium and Perspex (Diasec) 200 x 440 cm Fondation Louis Vuitton, Paris Photographe : Louis Bourjac © Gerhard Richter 2025 (18102025)

 Gerhard Richter, Selbstportrait, 1996 (CR 836-1) Gerhard Richter Selbstportrait, 1996 (CR 836-1) [Autoportrait] Huile sur lin / Oil on linen 51 x 46 cm The Museum of Modern Art, New York. Gift of Jo Carole and Ronald S. Lauder and Committee on Painting and Sculpture Funds, 1996 © Gerhard Richter 2025 (18102025)

Yulia Nesis che tesse i covoni di grano e usa le capsule del caffè usate per dipingere

Julia Nesis, installazione Rotolacampo all’Accademia delle Arti e del Disegno di Firenze. All images courtesy Accademia delle Arti e del Disegno and the artist

Alla giovane artista di origine russa, Yulia Nesis, piacciono gli elementi naturali. Che, nel suo immaginario, si legano indissolubilmente al ricordo nostalgico e mitizzato dell’infanzia. Un paesaggio psicologico in cui civiltà contadina e purezza si fondono al senso di appartenenza, tra passeggiate con il fango alle caviglie, covoni di grano e piante selvatiche. Ma anche le mani della bisnonna che lavorano veloci all’uncinetto. Un universo di ricordi e immagini che lei rielabora in forme semplici, belle e tattili, cariche di segni, che trovano nell’abilità artigianale la loro stella polare.

Perché Nesis è indubbiamente una brava tessitrice e una capace produttrice di carta. Tecniche padroneggiate talmente bene da consentirle di piegarle ad una ricerca creativa plasmata sulla Land Art in generale e su Richard Long in particolare. Di destreggiarsi tra arte e design (tra le altre cose, crea quadri, usando le capsule usate del caffè usate come fossero mattoncini Lego). Di sperimentare gli effetti di dimensioni e materiali inusuali sulla sua opera. Che, per il resto, cerca di disinnescare la malinconia dell’esule, attraverso l’alfabeto magico di una natura capace di abbattere le distanze, aliena eppure sempre familiare, perennemente in grado di stupire ma ciclica.

Quando osservo le opere di Richard Long- ha detto- il modo in cui cammina, mi torna in mente la mia infanzia. (…) ricordo le mie sensazioni, le passeggiate lungo i fiumi in Kuban, i miei piedi che affondano nel fango popolato da rane e girini. Andavamo in giro scalzi. Ovviamente quest'infanzia ‘senza calze né scarpe’ è la mia esperienza. Magari Richard Long parla di tutt'altro (…). Nella mia installazione "Il cammino degli eroi" gli spettatori associano le sfere di gesso alle uova di creature preistoriche, ma quasi nessuno sa che aspetto abbiano le uova dei ragni. Perché non parlare di questo allora? Spesso sono le cose semplici a farci pensare in maniera nuova”.

Nata nell’84, quando l’Unione Sovietica seppur traballante si reggeva ancora in piedi, Yulia Nesis, ha trascorso l’infanzia, coincisa con la rovinosa caduta del regime, nelle campagne pianeggianti e acquitrinose della cittadina portuale di Novorossijsk (affacciata sul Mar Nero si trova nella Russia Meridionale) per poi spostarsi a Mosca (dove ha studiato all'Università Statale delle Arti e dell'Industria) e infine in Europa. La miseria e il costo ambientale di un maggiore benessere del Paese hanno avuto sulla sua poetica un peso determinante. Adesso vive principalmente nel Regno Unito ma torna spesso in Russia.

Ed è proprio da un intervento compiuto direttamente nel paesaggio della sua terra natale che è nata l’installazione scultorea “Rotolacampo”, attualmente in mostra all’ Accademia delle Arti del Disegno di Firenze. L’opera è composta da sedici elementi cilindrici (in lino, canapa, iuta e metallo con una tecnica di tessitura personalizzata dall’artista) che sembrano covoni di grano. Tuttavia la sala in cui sono installati è immersa nell’oscurità e gli oggetti di Nesis, più che richiamare il ciclico scorrere delle stagioni (normalmente uno dei temi, insieme al costante mutare del paesaggio e all’impermanenza della bellezza, che le sono cari), sembrano alieni e spauriti.

Rotolacampo parla di me(…) Tengo molto a questa mostra. Gli oggetti del progetto Rotolacampo nel 2021 sono stati esposti nel parco del Museo di Tsaritsyno. Hanno già acquisito una certa esperienza dell'effetto esercitato dall'ambiente circostante: dagli elementi naturali, dagli uccelli, dalle persone... Rotolacampo è cambiato, ha vissuto le proprie storie e ora vuole raccontarci qualcosa, condividere con noi la sua esperienza”.

La mostra di Yulia Nesis a Firenze è curata da Inna Khegay e rimarrà all’Accademia delle Arti e del Disegno fino al 30 Novembre.

un particolare dall’installazione

Julia Nesis, Roccia

l’artista accanto alla sua opera a Firenze