Paul Anthony Smith che ammanta di mistero la cultura delle Indie Occidentali punzecchiando migliaia di volte delle grandi fotografie

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Paul Anthony Smith è un artista di origine giamaicana che si è formato negli Stati Uniti e abita a New York. Le sue opere parlano quasi sempre, in un modo o nell’altro, di colonialismo e migrazioni (intese come perdita di parte del senso d’identità e metamorfosi). Per farlo scatta delle fotografie che stampa in grande formato. E poi, armato di uno strumento acuminato e concavo, le punzecchia migliaia di volte, formando sulla superficie dell’immagine una moltitudine di minuscole orecchie.

Queste armate di pieghe lillipuziane non procedono casuali ma dirette con rigore militare dall’artista, che ne fa motivi decorativi geometrici, che ricordano recinzioni o vetrate. La forza o la quotidianità delle fotografie, così. ne esce annacquata . Astratta. Istillando una nota di mistero e mettendo distanza tra l’osservatore e le scene di vita che rappresentano.

La tecnica di Paul Anthony Smith si chiama picotage e richiede moltissima pazienza ma anche tempo. "A volte ci vuole una settimana perché ne finisca uno", ha detto in un’intervista rilasciata a New York Times Style Magazine.

Attualmente Paul Anthony Smith ha appena concluso Junction, una mostra personale alla Jack Shainman gallery della sua città adottiva. “Junction celebra le ricche e complesse storie dei Caraibi postcoloniali- scrive la galleria sul suo sito web- e del suo popolo, spesso intrappolato nell'intersezione tra politica culturale e identità individuale”. Le opere del laborioso artista di origine giamaicana, tuttavia, di quando in quando si possono vedere anche in Italia dov’è rappresentato dalla Brand New Gallery di Milano.

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Chiharu Shiota ha tessuto un'enorme nuvola di fili bianchi e pagine scritte al Gropius Bau di Berlino

Chiharu Shiota, Beyond Memory, Gropius Bau. Image by Mathias Völzke, courtesy of die künstlerin & VG bild-kunst, bonn 2019

Chiharu Shiota, Beyond Memory, Gropius Bau. Image by Mathias Völzke, courtesy of die künstlerin & VG bild-kunst, bonn 2019

L’artista giapponese Chiharu Shiota (nota, tra le altre cose, per aver rappresentato il paese del sol levante alla Biennale di Venezia)ha recentemente realizzato una grande ed evocativa installazione nel Gropius Bau di Berlino. Una sorta di nuvola di fili intrecciati a mano e pagine di materiale stampato, che ha invaso e ridisesegnato la sfarzosa architettura dell’ex-museo di arti decorative della capitale tedesca.

La grande opera di Chiharu Shiota si intitola Beyond Memory ed è stata realizzata nell’atrio del Gropius Bau, come monumentale introduzione alla mostra And Berlin Will Always Need You. Un’indagine, sul contributo di arti applicate e processi artigianali alla scena dell’arte contemporanea cittadina, che a sua volta si incasella nel nutrito programma di iniziative del Berliner Festspiele

Beyond Memory è composta da migliaia di fili bianchi in cui, oltre alle pagine strappate dai libri, sono stati imprigionati volantini, stampe in bianco e nero e vari oggetti di carta. E fa riferimento al legame che diverse forme di sapere instaurano l’una con l’altra, di epoca storica in epoca storica. E indirettamente, quindi, alla memoria collettiva. "Il filo bianco è senza tempo- ha detto Chiharu Shiota, alludendo alla scelta del colore- Non penso che il tempo sia qualcosa di lineare, ma ha piuttosto una nozione circolare".

L’installazione. come già ricordato, riempie l’altro del Gropius Bau, che automaticamente diventa più accogliente, capace di ispirare uno sguardo riflessivo ed intimo. D’altra parte secondo l’artista si tratta di: “una nuvola di pensieri e connessioni, che legano lo spettatore al passato e al futuro”. E’ anche possibile ammirare l’opera da due punti di osservazione (dal piano terra e dal balcone del primo piano.)

Beyond Memory di Chiharu Shiota rimarrà al Gropius Bau di Berlino fino al 16 giugno 2019. (via Designboom)

image by sunhi mang, courtesy of  chiharu shiota

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image by mathias völzke, courtesy of die künstlerin & VG bild-kunst, bonn 2019

image by mathias völzke, courtesy of die künstlerin & VG bild-kunst, bonn 2019

image by sunhi mang, courtesy of chiharu shiota

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image by sunhi mang, courtesy of chiharu shiota

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Le incredibili sculture site-specific di bambu intrecciato di Tanabe Chikuunsai IV

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Le sculture dell’artista giapponese Tanabe Chikuunsai IV sono enormi. Si estendono dal pavimento al soffitto e spesso danno l’impressione di  uscire nelle pareti delle stanze adiacenti. Fatte di pezzi di bambù intrecciati a mano (dopo essere stato inumiditi per fargli prendere la curvatura ideale) danno l’impressione di leggerezza e compattezza allo stesso tempo. Come fossero fatte di una materia liquida e vischiosa. O, perché no, come se fossero state tessute da un gigantesco insetto.

Per realizzare le sue sculture Tanabe Chikuunsai IV, attualmente in mostra nella dimora storica Domaine de Chaumont-sur-Loire, usa solo un particolare tipo di bambù: il bambù tigre (torachiku, torafudake) o bambù nero, che in Giappone cresce solo in un posto.
E se tutto questo non fosse abbastanza, lui il bambù spesso lo ricicla.

Le sue sculture sono molto simili e allo stesso tempo profondamente diverse da quelle realizzate dalla giovane artista inglese Ellen Bacon (ne ho parlato qui). Le forme e le dimensioni delle opere, insieme ovviamente all’abitudine di intrecciare il legno in installazioni site-specific la richiamano. Ma la libertà espressiva della Bacon in Tanabe Chikuunsai IV lascia spazio al rigore del metodo. E poi, per Chikuunsai IV intrecciare il bambù è un affare di famiglia.

Sia il padre che il nonno prima di lui già lo facevano. Così l’artista considera il suo lavoro una faccenda intima, un modo per ricongiungersi alle proprie radici personali e alla storia del suo popolo.

Laureato in scultura presso la Tokyo University of the Arts,  ha insegnato l’arte di lavorare il bambù in una scuola a Beppu , sull'isola di Kyushu, in Giappone.

La connessione con la natura in tutta la sua generosità è la fonte dell'esistenza del genere umano sulla Terra, della convivenza tra l'umanità e la natura- ha detto l’artista a proposito dell’opera realizzata al Domaine de Chaumont-sur-Loire- Per questa installazione, ho usato un elemento naturale, il bambù, che qui esprime questa connessione tra Natura, Genere Umano e Storia.”

Nel 2017 Tanabe Chikuunsai IV ha realizzato una scultura site-specific intitolata  The Gate al Metropolitan Museum of Art . Il bambù di tigre che è servito per creare l’opera era già stato usato dieci volte, anche per un’installazione al  Museé Guimet di Parigi. Per vedere il modo in cui l’artista ha creato il pezzo del Met di New York è possibile dare uno sguardo al veloce video sul canale Youtube del museo. (via Colossal)

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Photo © Éric Sander

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Photo © Éric Sander

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Le incredibili sculture metalliche di Junko Mori forgiate a mano una spina dopo l’altra

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Talvolta grandi, altre minuscole e preziose, le sculture dell’artista giapponese Junko Mori sono fatte di metallo secondo un procedimento tanto semplice quanto incredibile visti i risultati che la Mori riesce a raggiungere. L’artista, infatti, lavora a mano ogni piccola parte di quella che diventerà la sua opera (spina a spina, foglia foglia, petalo a petalo) per poi ricomporre i pezzi come si trattasse di un puzzle tridimensionale.

Usa semplicemente attrezzi manuali come un martellino e una piccola fiamma ossidrica.

I soggetti di Junko Mori sono un inno all’hanami (l’arte giapponese di osservare i fiori e la natura in genere): bacelli di semi, fiori, piante grasse, persino composizioni ma anche coralli e anemoni marini. Riprodotti in maniera realistica ma al tempo stesso sublimati in un disegno che porta in luce la bellezza profonda di ogni cosa.

Nessuna delle mie opere è pianificata individualmente- spiega Junko Mori- ma diventa completamente formata all'interno del processo di creazione e riflessione. Ripetendo piccoli incidenti, come la mutazione delle cellule, l'accumulo finale di unità emerge nel processo di evoluzione. La bellezza incontrollabile [della natura] è il cuore del mio lavoro. "

L’artista usa diversi metalli per realizzare le sue sculture ma quelli che ricorrono più spesso sono acciaio e argento. Prima di affrontare la realizzazione vera e propria di un’opera ha l’abitudine di raccogliere e seccare fiori e foglie per poterli osservare più a lungo.

Originaria di Yokoama Junko Mori è rappresentata dalla galleria Adrian Sasson di Londra. Le sue opere sono conservate in diversi musei tra cui il British Museum, l’ Honolulu Museum of Art, e il Victoria and Albert Museum,

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Come sfingi congelate nel tempo i maestri dell’artigianato del fotografo Franck Bohbot

Franck Bohbot, Cecile Kretschmar, Mask Creator, Paris, France, 2018

Franck Bohbot, Cecile Kretschmar, Mask Creator, Paris, France, 2018

Non guardano quasi mai l’obbiettivo gli artigiani francesi ritratti dal fotografo e film maker francese Franck Bohbot. Calati in un’atmosfera irreale in cui delle luci intense e teatrali rompono la penombra degli studi in cui sono al lavoro. Sembrano figure sospese nel tempo. Personaggi di un racconto che non ci è stato raccontato.

Nella sua ultima serie ‘Masters of Craft’, commissionata dall’Institut National des Métiers d'Art, Franck Bohbot usa la sua esperienza nel campo del teatro e del cinema per allontanare le sue immagini dal filone documentario. Nelle fotografie non c’è il più o meno freddo racconto di un fatto, ne il compiacimento di un ritratto fine a se stesso ma un senso di sospensione carico di mistero.

Del resto Franck Bohbot, francese di nascita e newyorkese d’adozione, ha uno stile ben consolidato di cui il racconto è una componente essenziale (anche se sublimata) come spiega lo stesso sito web di Bohbot: “Anche se nel 2008 ha iniziato a dedicarsi completamente alla fotografia (…), le influenze formali ed estetiche della forma cinematografica continuano, senza sorprese, ad essere alla base del suo lavoro attuale. La fotografia di Bohbot abita uno spazio tra realtà e fantasia, documentando e narrando, ogni fotogramma - per prendere a prestito una frase di Nan Goldin - è come il distillato di un film inesistente.” 

Per vedere altri suggestivi scatti di Franck Bohbot, oltre al sito internet del fotografo, ci sono l’account Behance e quello Instagram.

Hubert Haberbusch, Car-body maker, Strasbourg, France, 2018

Hubert Haberbusch, Car-body maker, Strasbourg, France, 2018

Valerie Tanfin, feather worker, Toulouse, France, 2018

Valerie Tanfin, feather worker, Toulouse, France, 2018

Isaak Rensing, Car-body maker, Strasbourg, France, 2018

Isaak Rensing, Car-body maker, Strasbourg, France, 2018

David Rosenblum & Lisa Vanbach, Atelier Bettenfeld-Rosenblum. Master Craftsman Gilder and Art Restorer, Pantin, France 2018

David Rosenblum & Lisa Vanbach, Atelier Bettenfeld-Rosenblum. Master Craftsman Gilder and Art Restorer, Pantin, France 2018

Hugo Canivenc, Master frame maker and designer, Paris, France, 2018

Hugo Canivenc, Master frame maker and designer, Paris, France, 2018

Christophe Bret, Saint-Bonnet-sur-Gironde, France, 2018

Christophe Bret, Saint-Bonnet-sur-Gironde, France, 2018

Sophie Dalla Rosa, Knitter, Paris, France, 2018

Sophie Dalla Rosa, Knitter, Paris, France, 2018

L’artista Esther Traugot che sferruzza minuscole guaine di filo dorato per semi, uova, insetti, conchiglie e rami

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L’artista statunitense Esther Traugot veste con minuscoli indumenti aderenti giallo vivo tutto ciò che trova abbandonato e che evoca il paesaggio. Rami secchi, conchiglie ma anche semi, uova cadute dal nido, castagne, perfino insetti morti. 

Confeziona lei all’uncinetto direttamente indosso al soggetto ognuna di queste guaine. Tinge persino i fili personalmente per essere certa che abbiano una particolare tonalità a cavallo tra l’oro e l’ocra. Un colore molto simile a quello del polline di alcuni fiori (non a caso tra gli artisti che ama c'è Wolfgang Laib).

Esther Traugot con questo lavoro minuzioso cerca di recuperare e curare ma anche enfatizzare e controllare cio’ che è stato abbandonato o per qualche motivo si è rotto.

"Il meticoloso lavoro all’uncinetto imita l'istinto di coltivare e proteggere ciò che è vitale, ciò che sta diventando prezioso- spiega l’artista sul suo sito web- Anche nella doratura, queste false pelli, conferiscono agli oggetti una presunta desiderabilità o valore; l'involucro diventa un atto di venerazione. Anche se inutile nel suo tentativo di archiviare e conservare, suggerisce un senso di ottimismo. "

Esther Traugot  vive a Sebastopol in California, lavora sul tavolo del soggiorno, dove conserva anche i fili e i numerosi oggetti che di volta in volta decide di incapsulare all’uncinetto. E’ cresciuta in una comunità rurale costruita sull’utopia del ritorno alla natura (i genitori facevano parte del movimento ‘Back to the land’ degli anni ’70).

A proposito di questo ha dichiarato in un’intervista (rilasciata al magazine online ‘In the Make’): “Da bambina ho sviluppato un modo particolare di relazionarmi con il mondo intorno a me, non avrei mai calpestato una pozzanghera ghiacciata, o la neve appena caduta, perchè non volevo disturbare quello che c'era. E anche adesso non calpesterei mai le formiche, né ucciderei una vespa che ha trovato il modo di entrare in casa mia, ma la catturerei con un barattolo per poi portarla fuori”.

Per vedere altre minuscole opere realizzate da Esther Traugot con l’ uncinetto e tanta pazienza c’è il suo sito internet. (via Colossal)

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