La Donazione Gemma De Angelis Testa che ha cambiato Ca’ Pesaro

Paola Pivi, One Cup of Cappuccino then I Go, 2007 ed. 5/5 Stampa fotografica su alluminio | Photographic print on aluminium 160 x 214 cm 167,5 x 220,5 x 6 cm (con cornice e vetro protettivo | with frame and protective glass) © Kunsthalle Basel, Massimo De Carlo, Perrotin, the artist Credits the artist

La notizia è stata diffusa in pompa magna già a dicembre dello scorso anno, anche se la Donazione De Angelis Testa alla Galleria Internazionale d’Arte Moderna di Ca’ Pesaro a Venezia è stata presentata soltanto questa primavera. E non poteva essere altrimenti, visto che la collezione raccolta da Gemma De Angelis, moglie del famoso pubblicitario Armando Testa, si compone della bellezza di 105 opere d’arte contemporanea, talvolta grandi, spesso firmate da artisti molto popolari, per un valore stimato in 17 milioni e 300 mila euro. Il più importante lascito mai ricevuta da un museo veneziano dagli anni ’60 ai giorni nostri. Talmente importante da tramutare quello che fino ed oggi è stato un contenitore per l’arte moderna in uno principalmente votato a quella contemporanea. E, in generale, una delle più pregevoli donazioni ricevute da uno spazio espositivo pubblico italiano nella storia recente.

Prima di integrarla con le altre opere conservate a Ca’ Pesaro (come “Giuditta II (Salomè)” di Klimt o “Rabbino di Vitebsk” di Chagal), la donazione è oggetto di una mostra (in corso alla galleria fino a settembre), che permetterà di ammirarla per intero e vedere i lavori raggruppati in aree tematiche pensate per presentarli al pubblico e permettergli di conoscere i motivi delle scelte della collezionista. La mostra, curata da Gabriella Belli ed Elisabetta Barisoni, si intitola, semplicemente, “La Donazione Gemma De Angelis Testa”.

Tuttavia la collezione, che comprende anche un importante corpo del lascito Armando Testa, è molto sfaccettata. Ed offre molte più chiavi di lettura.

GLI ARTISTI:

Sono tanti gli artisti contemporanei che entrano a far parte della Galleria internazionale d’Arte Moderna di Venezia. Riaccostando, almeno un po’, Ca’ Pesaro, alla sua vocazione originaria, quando il museo serviva da contenitore per le opere precedentemente esposte in Biennale. Ci sono grandi nomi della pittura come: Anselm Kiefer, Gino De Dominicis, Michelangelo Pistoletto, Julian Schnabel, Francesco Clemente, Enzo Cucchi, Mario Schifano e Marlene Dumas. Le sculture di Tony Cragg, Mario Merz ed Ettore Spalletti ma anche i video (Bill Viola, per esempio), le performances (Marina Abramovic, Vanessa Beecroft ecc.) e fotografie (Candida Hofer, Thomas Ruff e Thomas Struth), completano il quadro.

Non si possono poi, non citare: Mariko Mori, Shirin Neshat, John Currin, Thomas Demand, David Salle, Tony Oursler, Gabriel Orozco, Kcho, Kendell Geers, Yang Fudong, Subodh Gupta, Chantal Joffe, Brad Kahlhamer, Lari Pittman e Francesco Vezzoli. Oltre al grande Anish Kapoor (che in settembre sarà in mostra a Palazzo Strozzi di Firenze), al popolare Chris Ofili, allo scomparso Chen Zhen (celebrato recentemente dal Pirelli Hangar Bicocca di Milano). Senza dimenticare: William Kentridge, Adrian Paci, Do-Ho Suh, Piotr Uklanski, Trisha Baga o Pascale Marthine Tayou. E Ai Weiwei, naturalmente. Oltre a Sabrina Mezzaqui ma soprattutto Paola Pivi (di cui De Angelis ha scelto opere particolarmente importanti).

Le opere che ho collezionato negli anni sono spesso legate a una storia o a degli aneddoti- ha raccontato Gemma De Agelis- Numerosi sono stati gli studio visit in giro per il mondo. Tra questi, ricordo la visita all’atelier di Julian Schnabel (…). Rimasi profondamente colpita dalla sua casa/studio: le sue tele si sviluppavano verticalmente ricoprendo tutte le pareti, da terra fino al soffitto: più di quattro metri di colore in altezza che animavano uno studio sui generis, al cui centro trovavano posto le due culle vintage dei figli gemelli dell’artista Cy e Olmo. (…) Ricordo anche l’incontro con Ai Weiwei: una presenza forte, carismatica, un architetto con una chiara visione del mondo.(…) Kiefer, spesso visto con il grande peso della storia sulle spalle, è in realtà un uomo molto gentile e disponibile (…)

UNA STORIA ROMANTICA:

La collezione di Gemma De Angelis, comprensibilmente, si intreccia alla sua storia personale. All’evolversi del gusto e della conoscenza della mecenate. Che dalla passione adolescenziale per Van Gogh e Modigliani conosce la una svolta determinante proprio a Venezia. Dove incontra sia la Biennale che il futuro marito, Armando Testa. Re della pubblicità italiana, capace di intuizioni che hanno dato vita a personaggi in grado di dimorare nell’inconscio collettivo di più generazioni (come Carmencita e il Caballero di Carosello), Armando Testa, amava l’arte contemporanea. Anzi, di lui De Angelis una volta ha detto “E’ stato il più artista tra i pubblicitari e il più anomalo tra gli artisti”. Insieme hanno visitato tutte le manifestazioni d’arte contemporanea (oltre alla Biennale anche Documenta e le fiere come Art Basel), le gallerie e spesso anche gli studi degli artisti. Tuttavia Testa non era un collezionista. Compreranno insieme qualcosina ma la cosa si fermerà lì. Pare anzi che ripetesse spesso: “I quadri sono per musei e gallerie, le pareti di casa devono essere mantenute bianche come le pagine di un album da disegno”. Gemma De Angelis la pensa diversamente e dopo la sua morte (negli anni ’90) comincia a collezionare. Facendo di quella pratica prima un processo di guarigione e poi un’occupazione a tempo pieno. Nel 2003 fonderà l’associazione ACACIA con l’obbiettivo di promuovere la giovane arte contemporanea italiana. Tuttavia, è soprattutto nella costruzione della sua collezione personale che emerge il senso di responsabilità di De Angelis verso il patrimonio artistico. Già dal principio, infatti, compra spesso opere grandi, con l’idea di donarle un giorno ad un museo. La stessa devozione De Angelis la dimostra verso l’opera di Testa: “La mia è una collezione che ha radici in varie parti del mondo, e che naturalmente ha trovato una sua dimensione grazie all’unione di testimonianze diverse e potenti. Il vuoto che hanno lasciato è colmato dalle numerose attività che porto avanti, tra cui la creazione dell’archivio delle opere complete di mio marito Armando Testa e la preparazione della sua mostra personale – che si terrà, sempre a Ca’ Pesaro, durante la Biennale nel 2024.

La mostra “La Donazione Gemma De Angelis Testa” alla Galleria d’Arte Moderna di Venezia proseguirà fino al 17 settembre 2023. Una data storica, dopo la quale Ca’ Pesaro non sarà più la stessa.

Mario Airò, Le affinità elettive, 2003 Due libri, legno, due microlampadine, ottone | Two books, wood, micro lightbulbs, brass 18 x 76 x 26 cm Credits Fabio Mantegna

Armando Testa, Punt e Mes Carpano, 1960 Stampa litografica su carta montata su tela | Lithographic print on paper mounted on canvas 198,5 x 137,2 cm Tiratura illimitata | Limited run Edizione rara | Rare edition Credits: Fabio Mantegna

Gabriel Orozco, Mani marine, 1995 Pasta di cellulosa, 16 elementi | Cellulose pulp, 16 elements 16 x 10 x 25 cm cad. | each Credits: Fabio Mantegna

Thomas Struth, Chiesa dei Frari, Venice, 1995 ed. 8/10 Stampa su carta | Print on paper 232 x 184 cm (senza cornice | without frame) 236 x 188 x 5 cm (con cornice | with frame) Firmata e datata al retro | Signed and dated on the back Credits the artist

Chantal Joffe Yellow Bikini and Fur Coat, 2004 Olio su tavola | Oil on panel 40,5 x 39,2 cm Firmata al retro | Signed on the back Credits the artist

Subodh Gupta Senza titolo | Untitled, 2008 Olio su tela | Oil on canvas 167 x 228 cm Firmata al retro | Signed on the back Credits Ela Bialkowska

Armando Testa, La Poltrona Ideazione dell’opera | Design 1978 Esemplare | Specimen 2/2000 (in totale 9 esemplari con date di stampa diverse | 9 total specimen with different production dates) Stampa lambda | Lambda print 47 x 67 x 2 cm Credits Nino Chironna

Yoan Capote Isla (inteligible), 2019 Olio e ami da pesca su pannello di pluricompensato e tela | Oil and fish hooks on plywood panel and canvas 134 x 172 cm Firmata e datata al retro | Signed and dated on the back Credits the artist

Ai Weiwei, Colored Vases, 2014 Vasi della dinastia Han (206 a.C.-220 d.C.), vernice per auto | Han dynasty (206 bc-220 ad) vases, car paint Dimensioni varie | Various sizes Credits Fabio Mantegna

Candida Höfer, Deutsche Bücherei Leipzig VII, 1997 ed. 5/6 Stampa fotografica a colori | Colour photographic print 87 x 87 cm (con cornice e vetro protettivo | with frame and protective glass) Firmata e datata al retro | Signed and dated on the back Credits the artist

Anselm Kiefer, Brennstabe (Fuel Rods), 1991 Fotografia su cartone, tubi di piombo, cucchiai di ferro | Photograph on cardboard, lead pipes, metal spoons 240 x 100 cm Credits the artist

Piotr Uklanski, Untitled (Yan Pei-Ming), 2007 ed. 1/5 C-print da file digitale | C-print from digital file 126,7 x 100,9 cm Credits the artist

Ai Weiwei, Galileo Galilei in LEGO, 2016 ed. 1/3 Mattoncini LEGO | LEGO blocks 114 x 152 x 1,70 cm Credits Fabio Mantegna

Dipinti in Italia 40 anni fa, i “Modena Paintings” di Jean-Michel Basquiat, si possono ammirare insieme per la prima volta in Svizzera

Jean-Michel Basquiat, The Guilt of Gold Teeth, 1982 Acrylic, spray paint, and oil stick on canvas, 240 x 421.3 cm Nahmad Collection © Estate of Jean-Michel Basquiat. Licensed by Artestar, New York Photo: Annik Wetter

Morto 27enne per overdose dopo soli 10 anni di seppur intensa attività, Jean-Michel Basquiat, resta uno degli artisti più importanti della seconda metà del XX secolo. Il primo afroamericano ad avere successo in un mondo dominato dai bianchi. Tra le sue opere, che riunivano astrattismo e figurazione, parola e immagine, elementi di cultura pop e satira sociale, un gruppo di lavori è particolarmente significativo. Basquiat li dipinse in soli otto giorni in un magazzino della Pianura Padana, a Modena, in Italia, per una mostra che non si fece mai. Sono passati alla storia come i “Modena Paintings”.

Adesso la Fondazione Beyeler di Basilea (Svizzera) li ha riuniti per la prima volta in una mostra che si intitola semplicemente: “Basquiat. The Modena Paintings” (inaugurata il 10 giugno durerà fino al 27 agosto). E che intende approfondire il ruolo che queste opere ebbero nella carriera di Basquiat oltre alle loro caratteristiche peculiari. Tra loro c’è il record d’asta “Untitled (1982 Basquiat devil painting)”.

Nato nel 1960 a Brooklyn da padre haitiano e madre di origini portoricane, Jean-Michel Basquiat, era il secondo di quattro figli (al fratello sarebbe toccato il destino di morire prima della sua nascita mentre le due sorelle minori gli sarebbero sopravvissute). Del suo talento artistico, dimostrato fin da bambino e assecondato dalla madre, si sarebbe parlato a lungo, così come delle sue amicizie e conoscenze: quelle dei tempi della scuola o di poco successive (con Keith Haring, ad esempio), così come di quelle che verranno dopo (tra loro, il rapporto con Francesco Clemente). Anche se il sodalizio con Andy Warhol resta il suo legame più famoso (sulle opere che crearono insieme, si concentra la mostra “Basquiat × Warhol. Painting four hands”, in corso alla Fondation Louis Vuitton di Parigi, fino al 28 agosto). Le sue incursioni del mondo della musica, della moda e della cultura metropolitana di quell’epoca in genere, non avrebbero fatto che accrescere la fama di un artista che a metà degli anni '80, poco più che ventenne, guadagnava già 1,4 milioni di dollari all'anno e riceveva somme forfettarie di 40.000 dollari dai mercanti d'arte. Qualcuno dice che l’abuso di droghe, che l’avrebbe ucciso, sarebbe stato figlio di quella fama, anche se l’infanzia tribolata di Basquiat sembra un’indiziata più probabile. Nella sua opera, caratterizzata da pennellate potenti e molto espressive ma anche libere, oltre che da colature di colore e tratti incisi, coesistono elementi ispirati al vodoo come all’anatomia, parole tratte dai testi più vari, mentre figure nere, rappresentate come santi ed eroi, si guadagnano la ribalta in una giungla urbana pullulante di tratti e polimorfa.

I “Modena Paintings” sono otto quadri di grandi dimensioni che nel 1982 (considerato l’anno più fortunato nella produzione dell’artista newyorkese), Jean-Michel Basquiat, avrebbe dovuto esporre nella galleria di Emilio Mazzoli a Modena (sia lo spazio espositivo che il mercante sono ancora in attività). Per dipingerli, all’inizio dell’estate di quell’anno, Basquiat venne in Italia e Mazzoli gli mise a disposizione il materiale e un magazzino in cui lavorare.

Sono grandi, le opere più grandi mai prodotte fino ad allora da Basquiat, perché il giovane artista statunitense trovò quelle enormi tele bianche nel magazzino e decise di usarle. Lì incontrò anche le opere di Mario Schifano, che aveva dipinto nello stesso spazio parecchie volte. Tuttavia, Basquiat, non era felice, anzi era profondamente contrariato (un insieme di stati d’animo che sarebbero confluiti nei “Modena Paintings”).

Tanto per cominciare, già l’anno precedente aveva fatto una mostra da Mazzoli con lo pseudonimo di SAMO© (quello che usava quando faceva graffiti sugli edifici di edifici di Lower Manhattan insieme all’amico Al Diaz) ma era stata un disastro (non era stato venduto un solo quadro). Adesso ci avrebbe riprovato con il suo nome di battesimo, dopo il successo clamoroso della mostra autografa alla galleria newyorkese di Annina Nosei, dopo aver cominciato a lavorare con Gagosian (da cui Basquiat si sarebbe presentato con la fidanzata del momento, una giovane e ancora sconosciuta Madonna).

Ma non è solo questo a renderlo inquieto. Arrivato a Modena, infatti, all’artista viene detto che la mostra è più che imminente e che avrebbe avuto a disposizione solo 8 giorni per preparare tutto il materiale da esporre. Basquiat si sente preso in giro, è allo stesso tempo arrabbiato e ferito. In seguito commenterà l’episodio con queste parole: o “fare otto quadri in una settimana, per la mostra della settimana successiva. Era una delle cose che non mi piacevano. Li ho fatti in questo grande magazzino lì. […] Era come una fabbrica, una fabbrica malata. L'ho odiato. Volevo essere una star, non una mascotte da galleria”.

Tuttavia dipinge. Con furia, con ispirazione, dipinge. Otto tele in otto giorni, di almeno 2 metri per quattro. Dietro ognuna, l’artista, indica il luogo di produzione (Modena) e appone la sua firma. Si tratta delle opere più grandi che abbia mai realizzato e anche delle migliori. Tant’è vero che una di loro, “Untitled (1982 Basquiat devil painting)”, nel 2022, verrà venduta dalla casa d’aste britannica Phillips per 85 milioni di dollari. Nonostante ciò, la mostra naufraga prima di salpare: i galleristi Nosei e Mazzoli non si accordano e l’esposizione viene annullata.

Adesso quelle tele di Jean-Michel Basquiat, considerate capolavori, sono sparse in collezioni private di Stati Uniti, Asia e Svizzera. “Basquiat. The Modena Paintings” alla Fondazione Beyeler, le riunisce di nuovo dopo 40 anni. E’ la prima volta in assoluto che vengono messe in mostra tutte in gruppo.

Jean-Michel Basquiat, Untitled (Devil), 1982 Acrylic and spray paint on canvas, 238.7 x 500.4 cm Private Collection © Estate of Jean-Michel Basquiat. Licensed by Artestar, New York Photo: © 2023 Phillips Auctioneers LLC. All Rights Reserved

Jean-Michel Basquiat, Profit 1, 1982 Acrylic, oil stick, marker, and spray paint on canvas, 220 x 400 cm Private Collection, Switzerland © Estate of Jean-Michel Basquiat. Licensed by Artestar, New York Photo: Robert Bayer

Jean-Michel Basquiat, Boy and Dog in a Johnnypump, 1982 Acrylic, oil stick, and spray paint on canvas; 240 x 420.4 cm Private Collection © Estate of Jean-Michel Basquiat. Licensed by Artestar, New York Photo: Daniel Portnoy

Jean-Michel Basquiat, Untitled (Angel), 1982 Acrylic and spray paint on canvas, 244 x 429 cm Private Collection © Estate of Jean-Michel Basquiat. Licensed by Artestar, New York Photo: Robert Bayer

Jean-Michel Basquiat, Untitled (Cowparts), 1982 Acrylic, spray paint, and oil stick on canvas, 239.4 x 420 cm Aby Rosen Collection, New York © Estate of Jean-Michel Basquiat. Licensed by Artestar, New York Photo: Adam Reich

Jean-Michel Basquiat, The Field Next to the Other Road, 1982 Acrylic, enamel paint, spray paint, oil stick, and ink on canvas, 221 x 401.5 cm Private Collection © Estate of Jean-Michel Basquiat. Licensed by Artestar, New York Photo: Adam Reich

Jean-Michel Basquiat, Untitled (Woman with Roman Torso [Venus]), 1982 Acrylic and oil stick on canvas, 241 x 419.7 cm Private Collection © Estate of Jean-Michel Basquiat. Licensed by Artestar, New York Photo: Robert Bayer

In anteprima "The Life of Hokusai" di Katsumi Sakakura che racconta la vita del pittore giapponese mixando danza e arti marziali

Ci saranno a disposizione solo due date (il 30 giugno e il 1 luglio), che per giunta sono un anteprima europea, per vedere “The Life of Hokusai”. Uno spettacolo dal ritmo sincopato, che racconterà la vita dell’iconico pittore giapponese, con lo stile fresco e adrenalinico del famoso performer Katsumi Sakakura.

The Life of Hokusai”, nasce dalla collaborazione di Sakakura con il produttore Shin Sugimoto. Anche se non si può negare che il regista, Kento Shimizu e il character designer, Takashi Okazaki (popolare per il samurai hip-hop di “Afro Samurai” e per aver lavorato al film d'animazione “Ninja Batman” della DC Comics), abbiano fatto la loro parte.

D’altra parte, “The Life of Hokusai” non è un normale spettacolo di prosa. Tanto per cominciare, alterna la recitazione con brani strumentali e danza (l’impianto può ricordare quello del teatro kabuki). Soprattutto danza, risolta con lo stile peculiare di Sakakura, che fa grande uso delle arti marziali tradizionali nipponiche mixate tra loro e incrociate con passi presi dal balletto vero e proprio. Il risultato, apparentemente impetuoso e scenografico, è visivamente appagante per lo spettatore e molto impegnativo per i performers.

Inoltre, lo spettacolo prevede la proiezione di video a cui i ballerini si sincronizzano, fino a dare l’impressione di modificare le immagini con i loro movimenti (mandare in frantumi un oggetto inesistente con una mossa di karate, per esempio, o dipingere senza pennello sullo schermo alle loro spalle).

Katsumi Sakakura, inoltre, è anche un designer di riconosciuto talento e crea da solo i costumi per le proprie esibizioni. E c’è da immaginare che lavorare su Hokusai l’abbia di certo ispirato.

Vissuto tra ‘700 e ‘800, Katsushika Hokusai, è stato un pittore ed incisore giapponese conosciuto soprattutto per le sue opere in stile ukiyo-e (immagini del mondo fluttuante). Universalmente noto il suo capolavoro: "Una grande onda al largo di Kanagawa". La sua biografia è ricca di spunti originali e intriganti ma a interessare particolarmente Sakakura è il fatto che si considerasse un ponte tra energie celesti e terrene. Oltre naturalmente all’aspetto umano, qui interpretato come un oscura forza propulsiva del talento dell’artista.

"Magia e colori si abbattono sul palco- spiegano gli organizzzatori- con l’impeto de La grande onda di Kanagawa, il capolavoro assoluto di Hokusai, immergendo gli spettatori in un viaggio tra le valli, le montagne, i fiumi e la maestosità della natura che hanno così profondamente ispirato la sua arte, nonché tra i demoni e le ombre che l’hanno resa per lui l’impresa alla quale devolversi con vorace maniacalità fino alla morte."

Creato nel 2020, “The Life of Hokusai”, è stato messo in scena in ritardo per la pandemia ma è già oggetto di un documentario (il regista è sempre Kneto Shimizu), attualmente in streaming su Amazone Prime Japan, Usa e Uk. E’ stato realizzato per celebrare il duecentosessantesimo anniversario della nascita di Hokusai.

A Bologna, lo spettacolo “The Life of Hokusai” di Katsumi Sakakura, si terrà al Teatro Arena del Sole il 30 giugno e il primo luglio (con quattro repliche). Saranno le uniche due date italiane. Oltre a rappresentare, come già accennato, la prima volta in Europa dell’opera.