Biennale di Venezia 2026 | Dopo le polemiche Khaled Sabsabi fonde pittura e videoinstallazione in un nuovo splendido Padiglione Australia

Khaled Sabsabi, conference of one’s self, 2026, Australia Pavilion at La Biennale di Venezia. Photo: Andrea Rossetti. Courtesy the artist and Milani Gallery

"Conference of one's self" il Padiglione Australia di Khaled Sabsabi
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Khaled Sabsabi è il primo artista australiano a rappresentare il proprio Paese e ad esporre contemporaneamente nella mostra principale della Biennale di Venezia da quando quest’ultima venne istituita 133 anni or sono. Di più: se la giuria non si fosse dimessa appena prima dell’inaugurazione di “In minor Keys”, avrebbe persino potuto essere tra i destinatari di uno dei premi (le sue opere sono intense e spettacolari). E pensare che fino a poco più di un anno fa il signor Sabsabi credeva che in laguna il suo lavoro non sarebbe arrivato per niente.

Dopo la nomina, infatti, ci fu un gran polverone intorno alla sua figura, che nel giro di poco tempo portò alla revoca e alla successiva reintegrazione dell’artista di origine libanese. Nel frattempo successe di tutto: Khaled Sabsabi venne accusato di vicinanza all’Islam radicale; la curatrice della Biennale di Venezia 2026, Koyo Kouoh, poco prima di morire improvvisamente per un tumore, lo invitò a partecipare ad “In Minor Keys”; la comunità artistica australiana raccolse firme in sua difesa; una commissione indipendente revocò l’annullamento della sua nomina, scusandosi sia con lui che con il curatore del Padiglione Australia, Michael Dagostino. Tutto ciò mentre il signor Sabsabi lavorava in uno studio prestatogli da un amico a Bangkok (si era trasferito per le dimensioni considerevoli delle installazioni che stava realizzando, ma anche per sfuggire alle polemiche in patria).

A causare questa cascata di eventi fu l’interpretazione frettolosa e superficiale di alcune vecchie opere di Sabsabi: cose che possono succedere in una biennale litigiosa come la 61esima Esposizione internazionale d’Arte.

Nato a Tripoli nel 1965, Khaled Sabsabi fu costretto a rifugiarsi in Australia con la sua famiglia già nel ‘76 (dopo lo scoppio della Guerra Civile Libanese). Nella zona occidentale di Sydney i suoi genitori avevano un negozio specializzato in musica araba e il signor Sabsabi, tra gli anni ’80 e gli anni ’90, cominciò la sua carriera come musicista hip-hop (si esibiva col nome di Pacefender e accompagnò in tournée i Beastie Boys e Ice Cube). Anni dopo avrebbe viaggiato a lungo (soprattutto in Medioriente) per ricongiungersi alle sue radici e approfondire i principi del sufismo. Tutte queste esperienze, dai bombardamenti alla migrazione, dal palcoscenico al campionamento sonoro e soprattutto il misticismo islamico, sarebbero in seguito confluite nella sua opera. Sono anche a Venezia.

Khaled Sabsabi, conference of one’s self, 2026, Australia Pavilion at La Biennale di Venezia. Photo: Andrea Rossetti. Courtesy the artist and Milani Gallery

Simili nei paesaggi sonori che le compongono e nell’aspetto, “Khalil” (“Amico intimo”, attualmente esposta all’Arsenale) e “Conference of one’s self” (il suo Padiglione Australia) sono state descritte dall’artista come due parti dello stesso corpo, due racconti che si completano a vicenda. D’altra parte, entrambe le installazioni presentate alla Biennale sono apparse in sogno al signor Sabsabi: “Khalil” gli si è mostrata mentre era a Roma durante una residenza all’Accademia americana, mentre “Conference of one’s self” è emersa dal suo subconscio durante il periodo di ritiro a Bangkok.

In entrambi i casi si tratta di enormi opere multisensoriali, ottenute attraverso una tecnica laboriosa e complessa che unisce pittura, videoarte e principi di digital design (e questo solo per la parte visiva, cui si aggiunge un’installazione sonora per entrambe e una olfattiva per la sola “Khalil”).

In un’intervista Khaled Sabsabi ha spiegato così il processo con cui ha dato vita a queste opere monumentali (che amplificano l’esperienza che si sperimenta ammirando dei dipinti, rendendola al contempo nuova, inafferrabile e misteriosa): “C'è la tela, ovviamente, il dipinto. E poi il dipinto viene fotografato e proiettato su se stesso. Ma poi, mentre è proiettato su se stesso, prendo i colori primari del dipinto e li vettorializzo uno per uno. E poi inserisco immagini video (una processione in Libano, una partita di calcio in Australia e così via) in questi livelli. Questo è ciò che crea quest'illusione ottica: è reale? Cosa sto vedendo? Sto vedendo la tela o qualcos'altro?

Entrambe le installazioni parlano di un viaggio mistico e pacificatore, del singolo e della collettività, in cerca dell’armonia e della completezza.

Khaled Sabsabi, conference of one’s self, 2026, Australia Pavilion at La Biennale di Venezia. Photo: Andrea Rossetti. Courtesy the artist and Milani Gallery

Composta da otto dipinti su tele di 3 metri per 2 ciascuno, “Conference of one’s self” si ispira al poema allegorico tasawwuf (o sufi) del XII secolo “The Conference of the Birds” (in italiano “La conferenza degli uccelli” o “Il verbo degli uccelli”) del poeta persiano Farid ud-Din Attar, in cui uno stormo di uccelli intraprende un lungo viaggio spirituale alla ricerca del Simurg, il loro re leggendario, per poi scoprire di essere soli e capaci di autogovernarsi.

Oltre a un paesaggio sonoro composto da rumori della quotidianità registrati su nastro analogico, a completare l’installazione è la calligrafia lucida e cangiante che ricopre le pareti nere opache del padiglione e si nota allo spostarsi della luce sulle tele. I caratteri arabi che ricoprono interamente i muri traggono linfa dall’Ilm al-Ḥurūf, la scienza sufi delle lettere e dei numeri: "La scrittura riguarda le dimensioni del misticismo che possono essere usate come amuleti — ha detto Sabsabi — Per me era importante contenerla nel padiglione come una sorta di protezione."

Un particolare delle scritte sui muri del padiglione Khaled Sabsabi, conference of one’s self, 2026, Australia Pavilion at La Biennale di Venezia. Photo: Andrea Rossetti. Courtesy the artist and Milani Gallery

Il Padiglione Australia, così come l’installazione in Arsenale, ha altri riferimenti al sufismo e alla tradizione mistica mediorientale, ma sia “Conference of one’s self” che “Khalil” possono anche essere interpretate in chiave puramente psicologica. Ma, al di là di questo, sono opere splendide capaci di rapire lo spettatore senza neppure che quest’ultimo si debba addentrare nel loro significato.

Sono una festa di colori e forme acquee che si trasformano tanto lentamente da sembrare immobili, mentre pulsanti e mutevoli non smettono di divenire. In particolare “Conference of one’s self” toglie il fiato per la bellezza delle infinite sfumature di blu, rosa e verde che presenta davanti agli occhi del visitatore costretto a girarle intorno. Riesce a richiamare alla mente in un sol colpo le moschee, le vetrate gotiche e i tappeti persiani, ma anche il ciclo delle “Ninfee” conservato all’Orangerie di Parigi (quando un Claude Monet dalla vista incerta, nel tentativo di padroneggiare la caleidoscopica ricchezza di riflessi della luce specchiata dall’acqua, sfiora l’astrattismo senza mai perdere la bussola della rappresentazione), gli espressionisti astratti e gli “Iris” di Van Gogh, oltre a un’infinità di fenomeni naturali.

In definitiva, dopo il Leone d’oro dell’artista aborigeno Archie Moore a “Stranieri Ovunque” due anni fa, l’Australia dà vita ad una nuova straordinaria partecipazione nazionale in laguna: da vedere assolutamente.

Conference of one’s self”, il Padiglione Australia di Khaled Sabsabi, sarà visitabile fino al 22 novembre 2026, come tutta la Biennale di Venezia 2026.

Khaled Sabsabi, conference of one’s self, 2026, Australia Pavilion at La Biennale di Venezia. Photo: Andrea Rossetti. Courtesy the artist and Milani Gallery

L’ingresso del padiglione di ispirazione mediorientale è doppio perchè il visitatore possa scegliere tra l’entrare sul serio o non affrontare l’ignoto e andarsene Khaled Sabsabi, conference of one’s self, 2026, Australia Pavilion at La Biennale di Venezia. Photo: Andrea Rossetti. Courtesy the artist and Milani Gallery

Khaled Sabsabi con il curatore Michael Dagostino Khaled and Michael, Australia Pavilion. Photo by Andrea Rossetti

Biennale di Venezia 2026: la giuria si dimette in massa, i premi li darà il pubblico come a Sanremo

Biennale '26: giuria dimissionaria istituiti i "Leoni dei visitatori"
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Non c’è pace per la Biennale di Venezia 2026: ieri si è dimessa in blocco la giuria internazionale che avrebbe dovuto assegnare i premi durante la cerimonia fissata per sabato 9 maggio (peraltro nemmeno tutti, visto che i Leoni d’oro e d’argento alla carriera, i riconoscimenti più prestigiosi, quest’anno dopo la morte della curatrice Koyo Kouoh, non sarebbero stati conferiti). Nel giro di poche ore la Fondazione Biennale ha reagito istituendo i “Leoni dei visitatori”, una sorta di giuria popolare che si esprimerà per numero di voti entro la fine della 61esima Esposizione Internazionale d’Arte “In Minor Keys”.

Da un po’ la prestigiosa manifestazione lagunare era al centro di polemiche per aver consentito alla Russia di riaprire il proprio padiglione, chiuso dallo scoppio del conflitto con l’Ucraina (cioè dall’edizione 2022, quando gli artisti e il curatore che avrebbero dovuto rappresentare il gigante eurasiatico si erano ritirati). La Commissione europea aveva avanzato l’ipotesi che ciò potesse violare le sanzioni e si è spinta a minacciare di ritirare i finanziamenti previsti nei prossimi 3 anni (2 milioni di euro che, per l’importanza rivestita dalla Biennale, sono una cifra contenuta); da parte sua la governance della kermesse aveva fatto presente che non intendeva escludere nessuno dei Paesi coinvolti in guerre, tra cui Iran, Russia e Israele, oltre a molti altri i cui conflitti compaiono meno spesso sulla stampa occidentale (come, ad esempio, Etiopia, Congo e Somalia). Oltre a chiarire che i Paesi proprietari di un padiglione nazionale (molti partecipano chiedendo di poter occupare una location solo temporaneamente) sono semplicemente tenuti a comunicare la loro adesione e che il progetto russo sarà visibile ai soli addetti ai lavori, prima dell’apertura al pubblico. Tuttavia, a far deflagrare le tensioni che si stavano acuendo è stata Israele, la cui posizione dopo l’attacco alla Striscia di Gaza nel 2023 suscita malcontento.

La giuria internazionale, infatti, era intervenuta nel dibattito dichiarando che non avrebbe assegnato premi ad artisti provenienti da Paesi i cui leader sono accusati di crimini contro l’umanità dalla Corte penale internazionale; il che, pur non nominando esplicitamente nessuno dei due Paesi, sembrava fare riferimento a Israele e Russia. Il Ministero degli Esteri israeliano, in un post su X, ha risposto parlando di un boicottaggio ai danni dell’artista che “rappresenta una contaminazione per il mondo dell’arte”. Aggiungendo poi: “La giuria, di stampo politico, ha trasformato la Biennale da spazio artistico aperto, libero da idee illimitate, in uno spettacolo di falso indottrinamento politico anti-israeliano”.

Israele quest’anno ha affidato il proprio padiglione nazionale dei Giardini allo scultore ebreo-rumeno Belu-Simion Fainaru (nato a Bucarest durante la dittatura di Ceaușescu nel ’59 ma emigrato in Israele nel ’73) che attraverso il proprio lavoro affronta temi come il disagio sociale e il distacco verso le persone ai margini. Il signor Fainaru, che ha già partecipato alla Biennale di Venezia nel 2019 come rappresentante della Romania, ha dichiarato: “Sono un artista e ho pari diritti, e non posso essere giudicato in base alla mia appartenenza a un Paese o a una razza. Dovrei essere giudicato solo in base alla qualità e al messaggio della mia arte”. Ha poi aggiunto che la decisione della giuria di escluderlo dai premi gli aveva ricordato le azioni intraprese contro suo padre in Romania durante la Seconda guerra mondiale. Ma, cosa più importante, aveva fatto sapere di intendere ricorrere alle autorità giudiziarie per discriminazione razziale e antisemitismo.

Ma mentre aleggiava già nell’aria lo spettro di Documenta 15 (l’importante manifestazione che ogni quattro anni si tiene a Kassel, in Germania, e che durante la scorsa edizione era stata funestata da aspre polemiche e accuse di antisemitismo) la giuria si è dimessa.

A pochi giorni soltanto dalla pre-inaugurazione che, dal 6 all’8 maggio, riunirà l’intero mondo dell’arte proveniente da ogni dove nelle due sedi principali (Giardini e Arsenale) in cui si svolge la Biennale.

Nominati su indicazione della curatrice svizzero-camerunense Koyo Kouoh (scomparsa improvvisamente per un tumore lo scorso autunno, a pochi giorni dalla presentazione ufficiale di “In Minor Keys”) i giurati avrebbero dovuto essere: la brasiliana Solange Oliveira Farkas (presidente), fondatrice e direttrice dell’associazione culturale Videobrasil; la sino-britannica Zoe Butt, curatrice, scrittrice ed educatrice, fondatrice di “in-tangible institute” e direttrice artistica di “deCentral”, Thailandia; la spagnola Elvira Dyangani Ose, curatrice e direttrice artistica della Public Art Abu Dhabi Biennial; la statunitense Marta Kuzma, curatrice, teorica dell’arte contemporanea e professoressa alla Yale School of Art (prima donna a ricoprire quel ruolo nella storia ultracentenaria dell’istituzione); l’italiana Giovanna Zapperi, storica dell’arte, critica e professoressa all’Università di Ginevra.

Al loro posto, un po’ per dare un segnale di distensione, un po’ per rispondere in fretta a un incidente che rischiava di compromettere l’intera manifestazione, in una corsa contro il tempo che non ha precedenti tra l’improvvisa scomparsa della curatrice, le tensioni politiche e il restauto del Padiglione Centrale, la Fondazione Biennale ha istituito i “Leoni dei visitatori”: due premi che verranno attribuiti direttamente dal pubblico, votando per il miglior partecipante o per la migliore Partecipazione nazionale. Chiunque visiterà la Biennale potrà esprimersi sull’uno o sull’altra. Viene da sé che i premi verranno assegnati alla chiusura di “In Minor Keys” (il 22 novembre 2026). E che non avranno lo stesso peso di quelli solitamente conferiti.

La Biennale di Venezia quest’anno aveva già pianificato di non attribuire i Leoni alla carriera per via della complicata gestione della manifestazione dalla morte della signora Kouoh. A questi si sono aggiunti tutti gli altri premi. Era dagli anni delle contestazioni post-sessantottine che non succedeva niente di simile.

Per la prima volta dagli anni della contestazione studentesca alla Biennale di Venezia non si assegneranno i Leoni d’Oro alla Carriera

Giardini 2019. Photo Andrea Avezzu, Courtesy of La Biennale di Venezia

Presentata In Minor Keys la 61esima Biennale di Venezia
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E’ stata presentata mercoledì a Ca’ Giustinian (la dimora tardo gotica affacciata sul Canal Grande in cui si trova la sede istituzionale della Biennale) “In Minor Keys”, la 61esima Esposizione Internazionale d’arte della Biennale di Venezia. Curata dalla svizzero-camerunense Koyo Kouoh scomparsa la scorsa primavera dopo una breve ma devastante malattia ad appena 58 anni (a solo una decina di giorni dalla prima conferenza stampa d’illustrazione dell’evento): sarà la prima in oltre un secolo di storia della manifestazione lagunare organizzata e allestita in assenza di chi l’ha ideata.

Quella di non nominare un sostituto è stata una decisione senza precedenti presa dalla Fondazione Biennale “in accordo con la famiglia” della curatrice per “per preservare, valorizzare e diffondere le sue idee e il lavoro da lei svolto con dedizione”.

Quest’anno non verranno assegnati il leoni d’oro (la signora Kouoh non ha fatto in tempo a proporre dei nomi). Un altro fatto eccezionale che non si verificava dal post ‘68 in cui i premi erano stati sospesi del tutto.

Koyo Kouoh avrebbe dovuto essere, e di fatto sarà, la prima donna africana a curare la Biennale di Venezia.

Tutto è iniziato sotto una grande pianta di Ficus Benjamina- ha detto il presidente della Biennale di Venezia Pietrangelo Buttafuoco (che ama mettere un po' di colore nei suoi interventi) - a Ca’ Giustinian, sede della Biennale di Venezia. Quell’albero ha segnato l’inizio di un’amicizia e di un impegno profondo con La Biennale, e quell’ombrello verde (…) è stato testimone di un patto sancito col sorriso glorioso di chi sa, vede, immagina, ben oltre i giorni e i mesi”.

Visivamente basata sull’idea di albero (per alludere alla poesia, alla pluralità, ai chiaroscuri della contemporaneità, della Storia, e all’interconnessione della comunità artistica globale) In Minor Keys” esporrà l’opera di 110 artisti (111 considerando anche il Padiglione delle Arti Applicate, costruito in collaborazione con il Victoria and Albert Museum di Londra dalla colombiana Gala Porras-Kim). Tra questi gli unici due nomi davvero famosi (almeno per il pubblico occidentale) sono quelli del maestro francese precursore della contemporaneità, Marcel Duchamp, e del tedesco Carsten Höller. Gli altri sono meno noti, per lo più provenienti dall’Africa anche se non soltanto (diversi, ad esempio, vengono dall’America latina, altrettanti dal sud est asiatico, qualche tedesco, un buon numero di statunitensi ecc.). E’ stata inserita una manciata di pionieri in alcune aree del mondo e un po’ di riscoperte, un numero ragionevolmente basso di esordienti (o quasi) ma in linea di massima si tratta di artisti viventi né troppo giovani né particolarmente anziani.

Di sviluppare il progetto della signora Kouoh e di portarlo a termine si sta occupando il team curatoriale da lei individuato: Gabe Beckhurst Feijoo, Marie Hélène Pereira e Rasha Salti (consulente); Siddhartha Mitter (editore capo); Rory Tsapayi (assistente alla ricerca). La distanza tra le persone coinvolte tuttavia non ha facilitato le cose: “Con membri -ha fatto sapere lo staff della Biennale - che vivono in diverse città del mondo (Gabe a Londra, Marie Hélène tra Dakar e Berlino, Rasha tra Beirut e Marsiglia, Rory a Città del Capo, Siddhartha a New York) ha proseguito nei mesi scorsi il lavoro di realizzazione della mostra, chiamando la struttura della Biennale a uno speciale impegno nella fase di definizione del progetto, e in particolare il Settore Arti Visive”.

La mostra prenderà le mosse dall’opera di due artisti scomparsi ritenuti particolarmente rilevanti e capaci di definire lo spirito dell’intera esposizione: il senegalese Issa Samb (pittore, scultore, performer, drammaturgo e poeta nato nel 1945 e morto nel 2017) e l’afroamericana Beverly Buchanan (artista multidisciplinare nota per la sua esplorazione dell'architettura vernacolare del sud vissuta tra il 1940 e il 2015). Per poi evolversi in maniera non lineare (un po’ come in un sogno, non a caso i riferimenti alla letteratura e alla poesia in questa Biennale saranno marcati) attorno ai temi della processione (ispirata alle coreografie carnevalesche e ai raduni del mondo afroatlantico), delle scuole (intese sia come gruppi radicati nei territori che transnazionali caratterizzati da un’etica comune e da una pratica collaborativa) e del riposo nella natura (qui saranno riuniti concetti molto diversi tra loro come: la piantagione, l’insediamento coloniale, il disastro ambientale e la memoria geologica).

L’allestimento (affidato allo studio d’architettura sudafricano Wolff Architects) dovrebbe segnare una discontinuità con le altre edizioni della kermesse veneziana con banner di tessuto che circoscriveranno lo spazio anziché pareti e il concetto di soglia molto amplificato.

Ai Giardini si terrà infine una processione di poeti suggerita dai cantastorie dell’Africa occidentale e dalla biografia di Koyo Kouoh (durante la performance itinerante “Poetry Caravan” aveva viaggiato con nove poeti africani da Dakar in Senegal a Timbuktu in Mali).

In Minor Keys”, la 61esima Esposizione Internazionale d’arte della Biennale di Venezia si inaugurerà il prossimo 9 maggio e proseguirà fino al 22 novembre 2026.

Eustaquio Neves, Arturos, Untitled , 1993–95, photograph, mixed technique. Courtesy the artist

Guadalupe Maravilla, ICE Age Disease Thrower #1, 2025. Courtesy the artist and P·P·O·W Gallery, New York