Opere milionarie e frequentazioni altolocate. Ecco come Jeffrey Epstein si muoveva nel mondo dell’arte:

Interni dela casa di New York di Jeffrey Epstein

Nel 1998 l’allora giovanissima pittrice Maria Farmer prese parte a un workshop artistico sulla figura umana nella tenuta di Jeffrey Epstein a Santa Fe in New Mexico. Era una dei sei studenti della New York Academy of Art selezionati per partecipare, lei però, a differenza degli altri cinque, con il signor Epstein aveva già avuto a che fare (gli aveva venduto due opere esposte nella mostra organizzata dalla scuola per il suo diploma ed era stata invitata a dipingere nella sua villa in Ohio dove invece il finanziere aveva abusato di lei). Per questo la signora Farmer era molto titubante prima di partire ma alla fine si convinse che, visto il carattere dell’evento, allo Zorro Ranch (che è stato perquisito solo nei giorni scorsi dopo l’arrivo di una segnalazione anonima in cui si parlava di due ragazze morte e seppellite sulla collina) non avrebbe potuto farle del male. E in effetti così fu. Ma poi si accorse che l’uomo le aveva rubato le fotografie delle sue sorelline (una di 16 e l’altra di 13 anni). Allora lo denunciò.

Così comincia la storia giudiziaria di Jeffrey Epstein ma il suo rapporto con il mondo dell’arte inizia molto prima e si estende fin quasi al suo arresto quando parlando con un giornalista nel 2019 si è detto certo che il “Salvator Mundi” (venduto l’anno prima a Mohammed Bin Salman per la sbalorditiva cifra di 450 milioni di dollari) non fosse un Leonardo e valesse al massimo 1 milione e mezzo. Nella stessa mail asserisce che questa valutazione gliela aveva fornita il suo esperto (che in realtà lui definisce il “mio ragazzo dell’arte”). Ovviamente questa storia potrebbe essere del tutto inventata. Pare che il signor Epstein infatti, fosse tanto bravo a intessere una fitta rete di relazioni sociali con membri della classe dirigente quanto a fare affermazioni fumose, fantasiose o esagerate se lo riteneva utile ai suoi scopi.

Ghislaine Maxwell con Jeffrey Epstein

Alla New York Academy of Arts (del cui consiglio di amministrazione era entrato a far parte negli anni ’80) lo avevano conosciuto attraverso Andy Warhol (Warhol negli ultimi anni della sua vita era una celebrità e faceva una vita sociale molto intensa nonostante i problemi di salute). Da allora il signor Epstein era diventato una presenza fissa. La storica dell’arte Eileen Guggenheim (che allora dirigeva l’istituto e lo aveva presentato alla signora Farmer) e il marito Russell Wilkinson dichiararono all’FBI che lui permetteva al consiglio di tenere riunioni nel suo appartamento e nei suoi uffici, partecipava alle feste della NYAA, sosteneva economicamente la scuola, acquistava opere alle aste della NYAA e sponsorizzava tavoli di beneficenza. Ma non era uno di loro: “era nell’‘orbita sociale della scuola’, intendendo che Epstein era coinvolto con la scuola più sul piano sociale che su quello intellettuale”. Insomma a lui l’arte non interessava ma non perdeva nemmeno una cena di gala. E guardando le fotografie degli interni delle sue residenze (tra un leopardo impagliato ai piedi della scrivania del suo ufficio, una sorta di scultura di una donna in abito da sposa che penzola nell’atrio della sua casa di New York, dipinti più o meno amatoriali di donne nude o semi nude) non si stenta a crederlo.

Interni dela casa di New York di Jeffrey Epstein

Nonostante questo Jeffrey Epstein coltivava amicizie con curatori, direttori di musei (David A. Ross, direttore di vari musei negli Stati Uniti e curatore di eventi svoltisi in altrettante istituzioni in giro per il mondo tra cui il Castello di Rivoli in Italia, compare addirittura tra i suoi esecutori testamentari), figure di spicco della cultura e con alcuni dei maggiori collezionisti del pianeta; rapporti talmente intimi e stretti che non si ruppero neppure dopo la condanna del finanziere per reati sessuali nel 2009.

Senza contare che dalle sue mani sono passate alcune tra le opere d’arte più belle (e costose) dei maggiori maestri del ‘900 (e non solo).

Anche questi fatti, in qualche misura, costituiscono uno dei tanti misteri di cui è costellata questa storia che si conclude con la morte in circostanze poco chiare del finanziere (avvenuta nel Metropolitan Correctional Center di New York nel 2019) e archiviata come suicidio.

Nonostante i file sul caso, rilasciati dal Dipartimento di Giustizia degli Stati Uniti nei mesi scorsi, siano un universo talmente vasto da rendere pressoché impossibile una lettura completa, sembra che il signor Epstein non avesse relazioni strette con artisti contemporanei. Invitò più volte Jeff Koons nel 2013 (tutti gli scambi tra i due sono avvenuti attraverso le segreterie e non direttamente) e alla fine il signor Koons accettò: alla cena parteciparono anche Woody Allen e la moglie Soon- Yi. Così i tre andarono insieme anche a visitare lo studio newyorkese dell’artista poco tempo dopo. Non molti mesi a seguire Epstein insieme ad Allen e alla moglie cercarono pure di organizzare una visita allo studio di Koons in Pennsylvania (l’artista è originario dello stato del nord-est americano e mantiene uno spazio di lavoro anche lì). Non è chiaro se quest’ultima visita si sia effettivamente svota e, ad ogni modo, in seguito il nome del signor Koons scompare del tutto dalla corrispondenza dell’ufficio di Epstein.

La casa di New York di Jeffrey Epstein

Quando ci furono i contatti tra Jeffrey Epstein e Jeff Koons, il finanziere era già stato in carcere (una condanna irrisoria rispetto alla gravità delle accuse, avvenuta nel 2009 a cui era seguita l’indagine dell’FBI che aveva portato all’arresto nel 2019) ma i media americani lì per lì non ne parlarono molto; qualche anno dopo però la stampa di tutto il Paese riprese l’argomento e la reputazione del signor Epstein subì un duro colpo. Tuttavia i suoi amici e partner in affari più stretti non lo abbandonarono. David Ross ad esempio nel 2015 gli scrisse: “È deprimente vederti ancora una volta trascinato nel fango. Sono ancora orgoglioso di chiamarti amico. So che sei forte, ma comunque...”. Un tono decisamente più grave di quello dello scambio avvenuto tra i due nel 2009 quando il signor Epstein gli scrisse: “Gli avvocati di Roman Polanski verranno a trovarmi. Potrei finanziare una mostra intitolata ‘Statutariamente...’, ragazze e ragazzi dai 14 ai 25 anni, che non dimostrano per niente la loro vera età. Foto segnaletiche giovanili, foto ritocchi, trucco. Alcune persone finiscono in prigione perché non sanno dire la loro vera età. Controverso. Divertente. Forse dovrebbe essere una pagina web, con i visitatori conteggiati”. E lui rispose: “Sei incredibile. Questo sarebbe un libro davvero potente e inquietante. Hai presente quella foto di Brooke Shields, una pubblicità pornografica per bambini, di cui Richard Prince si appropriò per una mostra nei primi anni ‘80”.

Non lo abbandonarono nemmeno l’ex ministro della cultura francese Jack Lang (da sempre considerato un importante promotore dell’arte contemporanea, allora neo-eletto direttore dell'Istituto del mondo arabo, una prestigiosa istituzione culturale di Parigi; carica da cui si è dovuto dimettere il mese scorso per le ripercussioni della pubblicazione del Dossier Epstein) e l’ex-presidente di Harvard ed ex segretario del tesoro durante l’amministrazione Clinton, Larry Summers (collezionista d’arte contemporanea era ancora insegnate nell’università statunitense; alla pubblicazione del dossier si è dimesso), né il suo maggior cliente dell’epoca (il New York Times in un articolo individua in 150 milioni la cifra da lui pagata al finanziere fino al solo 2016) e amico, Leon Black (fondatore della società di private equity Apollo Global Management, grande collezionista e presidente del Museum of Modern Art di New York; cariche da cui si è dimesso per quanto mantenga un ruolo nel consiglio di amministrazione del MoMa).

Naturalmente non sono i soli ad aver continuato a frequentare il signor Epstein dopo la condanna del 2009, nel mondo dell’arte e in tutti gli altri ambiti in cui lui aveva intessuto rapporti (che come è noto si estendevano a tutta Europa e non solo). Inoltre dimostrare lealtà a un amico, per quanto resosi responsabile di azioni abiette ed illegali, non costituisce di per sé un reato.

Interni dela casa di New York di Jeffrey Epstein

Come non lo è il fatto che tra le sue mani siano passate opere di grandi artisti e persino qualche capolavoro. Nelle mail si parla ad esempio di Schiele, Giacometti, Calder, Braque, Mondrian, Leger, Picasso. Il che non è strano dato che Leon Black, la cui collezione d’arte comprende circa 935 opere che spaziano dai maestri del Rinascimento all'arte moderna e contemporanea (per un valore stimato tra i 2 e 3 miliardi di dollari), era il suo maggiore cliente. Tuttavia le email sembrano confermare che il signor Epstein si comportava in maniera diversa da un normale consulente, agendo talvolta quasi come un vero e proprio partner in business (il che potrebbe contribuire a spiegare come si rendeva indispensabile per i suoi facoltosi clienti e di conseguenza, almeno in parte, la ricchezza). Tanto che possedeva un’entità giuridica propria, deputata all’acquisto di opere d’arte (battezzata “Haze Trust”, cioè in italiano il “Trust della Foschia”) e che in almeno un’occasione l’abbia usato per vendere opere precedentemente appartenute alla collezione Black (una scultura di Giacometti e un dipinto di Braque per un valore di una trentina di milioni di dollari). Nelle mail ci sono inoltre tracce del fatto che potrebbe aver usato i propri aerei per trasportare opere d’arte. Senza contare che la collocazione delle sue proprietà immobiliari era fiscalmente strategica per questo tipo di affari.

Jeffrey Epstein ha anche scritto a un banchiere di essere stato consulente di Leon Black per l'acquisto del dipinto "L'Urlo" di Edvard Munch (venduto per 120 milioni di dollari nel 2012 è stato per un po' un record d’asta per essere poi superato da diverse opere fino a Ritratto di Elisabeth Lederer” di Gustav Klimt che lo scorso autunno ha raggiunto i 236,4 milioni di dollari). I rappresentanti del signor Black interpellati da alcuni giornalisti hanno negato.

Le mail sembrano invece indicare che il signor Epstein abbia avuto un ruolo importante nella faticosa trattativa perché della collezione Black entrasse a far parte “Buste de Femme (Marie-Thérèse)”, un busto in gesso del ’32 di Pablo Picasso. Il signor Black, infatti, lo comprò da Gagosian per 125,2 milioni di dollari ma una figlia di Picasso nel frattempo lo aveva venduto alla famiglia reale del Qatar per una cifra di molto inferiore: la vicenda finì in mano agli avvocati e in conclusione le parti arrivarono a un accordo. Nel frattempo l’opera era stata vincolata dalla figlia di Picasso a diverse partecipazioni pubbliche, tra cui una mostra al Musée d’Orsay a cui lui il signor Epstein partecipò.

D’altra parte lui aveva una casa a Parigi e gli era già capitato di visitare il museo parigino anche da solo, come racconta in una mail a oscena inviata a una sua amante o ad una sua vittima: “Hanno aperto il museo d’Orsay solo per me e Woody (Allen ndr), che follia... ci siamo divertiti un mondo”.

Interni dela casa di New York di Jeffrey Epstein

E' "Notevolmente deformata” la Corona dell'Imperatrice Eugénie scampata al furto al Louvre

corona dell'imperatrice eugenie danneggiata dal furto al louvre

Couronne de haut de tête de l'impératrice Eugénie deformata dal furto nella galerie d'Apollon del 19.10.2026. Musée du Louvre © Thomas Clot

Ad oggi dei nove preziosissimi gioielli della Corona francese trafugati al Louvre da un commando di ladri nella ormai famosa rapina dello scorso 19 ottobre, solo la Corona dell’Imperatrice Eugénie, lasciata cadere sul selciato accanto al museo d’arte che originariamente era una fortezza, è stata recuperata. Ma le sue condizioni sono tutt’altro che buone. E’ stata anzi “notevolmente deformata” secondo lo stesso Musée du Louvre e una delle otto aquile d’oro delle ali simili a foglie che ne definivano la forma è andata perduta.

Sebbene il fatto che il gioiello fosse stato danneggiato era noto fin da non molto tempo dopo l’audace rapina svoltasi in pieno giorno a pochi minuti a piedi dalla Prefettura di Polizia di Parigi, le immagini del reperto sono impietose: la croce in diamanti in cima alla corona è collassata, mentre la struttura su cui si reggeva, fatta da aquile d’oro e palme stilizzate di diamanti e smeraldi, a tratti schiacciata a momenti staccata non svolgeva più la sua funzione. Una delle palme era ai piedi della teca da cui l’oggetto venne trafugato.

Si ritiene che le abbiano nociuto non tanto la caduta durante la fuga dei ladri, quanto il tentativo di farla passare da un foro troppo stretto praticato in fretta e furia con una smerigliatrice.

Sebbene la forma della corona sia stata alterata, quasi tutti i suoi componenti sono ancora presenti- ha spiegato il museo- Pertanto, il suo restauro completo sarà possibile senza ricorrere a ricostruzioni o riproduzioni. Si tratterà semplicemente di rimodellare la sua struttura”.

Per farlo il Louvre selezionerà un “restauratore accreditato” che verrà affiancato da un comitato di sei esperti (presieduto dalla direttrice del museo, Laurence des Cars, sarà composto da studiosi di varie discipline dai metalli storici alla mineralogia fino alle arti decorative). Oltre a uno o più capi laboratorio e artigiani delle cinque storiche maison di gioielleria francese (Mellerio, Chaumet, Cartier, Boucheron et Van Cleef & Arpels). Secondo il direttore del settore arti decorative del museo, Olivier Gabet, contattato da New York Times il costo dell’opera non sarebbe ancora del tutto preventivabile ma lo hanno stimato intorno ai 40 mila euro. Anche se naturalmente saranno il numero di ore di minuzioso lavoro dei restauratori a scrivere la somma reale necessaria.

Durante il furto che ha portato all’incriminazione di 5 persone (quattro uomini e una donna tutti individuati attraverso il dna trovato sulla scena del crimine e dei quali a inizio gennaio è stata scoperta una base operativa) sono andati perduti: il Diadema della parure della regina Marie-Amélie e della regina Hortense, la Collana di smeraldi della parure di Marie-Louise, la Spilla detta reliquiario (cioè un grande gioiello da corsetto con diamanti Mazarin con piccolo compartimento nascosto sul retro), il Diadema di perle dell’Imperatrice Eugénie, un paio di orecchini di smeraldi della parure di Marie-Louise e un orecchino di zaffiri unico superstite di una parure appartenuta alle regine Marie-Amélie e Hortense. Oltre al Grand nœud de corsage dell’Imperatrice Eugénie che il Louvre aveva riacquistato all’asta da Christie's nel 2008 grazie al contributo della Société des Amis du Louvre di Parigi e altri donatori privati per 10 milioni e mezzo di dollari. Prima di allora il cimelio era stato negli Stati Uniti di proprietà della famiglia Astor.

I gioielli rubati infatti, erano i pochi rimasti in patria negli anni successivi il 1887, quando dopo la fondazione della Terza Repubblica un forte sentimento antimonarchico si diffuse nella classe dirigente francese che mise all’asta le “pietre in attesa della restaurazione della monarchia”. Così alla fine di un’asta durata 11 giorni per cui arrivarono a Parigi mercanti di diamanti (la maggior parte delle pietre fu strappata dalle montature), gioiellieri e importatori provenienti da Italia, Stati Uniti, Spagna, Gran Bretagna, Russia, Turchia, Tunisia ed Egitto, il grosso del patrimonio era perduto. Anni dopo il Louvre cercò in ogni modo di riacquistare qualche pezzo integro rimasto ma con scarso successo. Fatta eccezione appunto per il grande fiocco da corpetto.

Nel frattempo la galleria Apollo da cui i preziosi reperti sono stati rubati resta chiusa e il Louvre ha dovuto affrontare continue proteste sindacali e contestazioni all’importante progetto di rinnovamento “Louvre New Renaissance il cui cantiere dovrebbe partire nel 2027. Non è ancora stata indicata una data entro la quale sarà possibile ammirare il risultato del lavoro di restauro sulla Corona dell’Imperatrice Eugénie.

Alexandre-Gabriel Lemonnier, Couronne de l'impératrice Eugénie état antérieur au 19 octobre 2025 © RMN-Grand Palais Musée du Louvre S. Maréchalle

un particoare della corona danneggiata

Couronne de haut de tête de l'impératrice Eugénie deformata dal furto nella galerie d'Apollon del 19.10.2026. Musée du Louvre © Thomas Clot.j

L’aspra guerra culturale tra Russia e Ucraina riscrive le origini di Malevič:

Kazimir malevich, quadrato rosso (realismo del pittore di una campagnola in due dimensioni), 1915

Questo autunno a Kiev si sono celebrate in grande le origini ucraine di Kazimir Malevich (Malevič). La patria del pittore e architetto d’avanguardia del XX secolo che ha consegnato alla Storia tele radicali come “Quadrato nero” su fondo bianco (arrivando a influenzare con le sue opere artisti saldamente contemporanei come Anish Kapoor), infatti, è solo l’ultimo capitolo di un’aspra guerra culturale tra Russia e Ucraina. Che ha visto la prima danneggiare siti e rubare sculture, artefatti, dipinti e reperti archeologici per un valore ritenuto attualmente incalcolabile e la seconda difendersi trasferendo pezzi all’estero oltre a tentare una sistematica decolonizzazione del proprio patrimonio.

Malevich, ritenuto un emblema del clima di fervore culturale negli anni immediatamente precedenti alla Rivoluzione d’ottobre e fino a pochi anni fa universalmente considerato russo (anche se nacque non lontano da Kiev da una famiglia polacca), è un obbiettivo particolarmente ambizioso da raggiungere. Per questo tutti i cinema della capitale ucraina hanno proiettato un film biografico su di lui mentre un ristorante alla moda proponeva “un menu a tema Malevich- ha scritto il reporter di New York Times Constant Méheut- che comprendeva una torta salata servita su una tavolozza da pittore cosparsa di macchie di burro. Per spalmare il burro, bisognava usare un pennello”. Nel frattempo sui vagoni della metropolitana erano state riprodotte opere del padre del Suprematismo e una mostra si concentrava sul restituirle alle tre dimensioni sotto forma di installazioni plastiche. I produttori del film hanno persino creato una maglietta con scritto: “Sono ucraino”, firmato “Malevich”.

Per quanto dall’esterno possa sembrare di secondaria importanza rivendicare le origini ucraine del famoso pittore che venne carcerato e torturato dai comunisti per essersi rifiutato di abbozzare quadri propagandistici, la guerra culturale è una parte importante del conflitto russo-ucraino. E lo è fin dall’inizio.

Già un anno prima dell’invasione il presidente Vladimir V. Putin ha affermato che l’Ucraina non abbia mai avuto una propria identità al di fuori di quella che fu l’Unione Sovietica e che, proprio di quest’ultima sarebbe stata un’invenzione. Priva di una propria lingua (che ha definito un “dialetto russo”) e in definitiva di una cultura propria. Anzi, secondo vari esperti, la pratica di fiaccare l’autonomia creativa e intellettuale dei Paesi satellite da parte dei russi sarebbe precedente, affondando le sue radici nella Storia.

“Ivan Gave the Landlord a Ride in his Gig and Fell Inside” (1983), gouache on paper, 61.5 x 86.3 cm

Lo scontro armato non ha fatto altro che acuire questo aspetto. E se i colorati dipinti di Maria Prymachenko sono stati fortunosamente salvati agli albori del conflitto, il Museo di storia locale di Ivankiv dove erano conservati è andato distrutto anni fa, insieme a numerosi altri palazzi, cattedrali, siti ed edifici che si sono sommati nel corso del tempo (a gennaio l'UNESCO ha verificato danni a 476 beni culturali, ma gli osservatori internazionali riferiscono che il loro numero sia verosimilmente molto più alto). In gran parte, sembra, colpiti da attacchi non casuali. Halyna Chyzhyk, un'esperta legale che lavora per proteggere i siti culturali rimasti in Ucraina, ricordando la distruzione della dimora storica e del museo del famoso poeta e filosofo ucraino Hryhorii Skovoroda (entrambi in un paesino lontano da obiettivi militari e strategici) ha detto in un’intervista: Questi crimini hanno "una grande importanza simbolica. L'obiettivo non sembra essere un monumento o una struttura in particolare. Piuttosto è apparentemente quello di distruggere il maggior numero possibile di reperti storici e culturali, anche quelli che interessano solo le piccole comunità”.

Ma è sulle opere d’arte e sui reperti archeologici (che possono essere spostati) che si è spesso concentrato l’interesse dei russi. È il caso del Museo d'Arte Regionale di Kherson (Kherson Art Museum) e di altri musei della città da cui sono state rubate tra le 10 e i 15 mila opere. Il saccheggio, svoltosi durante l’occupazione militare della città, sarebbe stato compiuto dai soldati su indicazione del personale di un museo in Crimea (in cui gran parte dei manufatti sono stati poi individuati). Prima di Kherson, un elmo d'oro del IV secolo risalente al regno scita era stato portato via da Melitopol.

Per definire l’atteggiamento dei russi verso il patrimonio ucraino si è parlato di “genocidio culturale”, mentre altri hanno detto che il conflitto ha consentito "il più grande furto d'arte collettivo da quando i nazisti saccheggiarono l'Europa nella Seconda guerra mondiale".

Quello delle opere sottratte è anche un nodo di cui per ora non si parla, ma che con il procedere dei piani di pace verrà al pettine.

Meno concreta e dall’esito altrettanto incerto è la lotta degli ucraini per la decolonizzazione del proprio patrimonio. Un capitolo della guerra culturale che potrebbe anche vederli vincitori ma che difficilmente restituirà loro la figura di Kazimir Malevich i cui dipinti superstiti (in gran parte furono distrutti dai bolscevichi ai tempi della detenzione dell’artista), escluso un nucleo allo Stedelijk Museum di Amsterdam, sono quasi interamente conservati nella Federazione Russa.

Kazimir Malevich, 1915, Black Suprematic Square, oil on linen canvas, 79.5 x 79.5 cm, Tretyakov Gallery, Moscow