Opere milionarie e frequentazioni altolocate. Ecco come Jeffrey Epstein si muoveva nel mondo dell’arte:

Picasso's Bust de Femme (Marie-Thérèse) (1931) al MoMA. Photo by @joshdsigns, via Instagram.

Nel 1998 l’allora giovanissima pittrice Maria Farmer prese parte a un workshop artistico sulla figura umana nella tenuta di Jeffrey Epstein a Santa Fe in New Mexico. Era una dei sei studenti della New York Academy of Art selezionati per partecipare, lei però, a differenza degli altri cinque, con il signor Epstein aveva già avuto a che fare (gli aveva venduto due opere esposte nella mostra organizzata dalla scuola per il suo diploma ed era stata invitata a dipingere nella sua villa in Ohio dove invece il finanziere aveva abusato di lei). Per questo la signora Farmer era molto titubante prima di partire ma alla fine si convinse che, visto il carattere dell’evento, allo Zorro Ranch (che è stato perquisito solo nei giorni scorsi dopo l’arrivo di una segnalazione anonima in cui si parlava di due ragazze morte e seppellite sulla collina) non avrebbe potuto farle del male. E in effetti così fu. Ma poi si accorse che l’uomo le aveva rubato le fotografie delle sue sorelline (una di 16 e l’altra di 13 anni). Allora lei lo denunciò.

Così comincia la storia giudiziaria di Jeffrey Epstein ma il suo rapporto con il mondo dell’arte inizia molto prima e si estende fin quasi al suo arresto quando parlando con un giornalista nel 2019 si è detto certo che il “Salvator Mundi” (venduto l’anno prima a Mohammed Bin Salman per la sbalorditiva cifra di 450 milioni di dollari) non fosse un Leonardo e valesse al massimo 1 milione e mezzo. Nella stessa mail asserisce che questa valutazione gliela aveva fornita il suo esperto (che in realtà lui definisce il “mio ragazzo dell’arte”). Ovviamente questa storia potrebbe essere del tutto inventata. Pare che il signor Epstein infatti, fosse tanto bravo a intessere una fitta rete di relazioni sociali con membri della classe dirigente quanto a fare affermazioni fumose, fantasiose o esagerate se lo riteneva utile ai suoi scopi.

Ghislaine Maxwell con Jeffrey Epstein

L’INIZIO:

Alla New York Academy of Arts (del cui consiglio di amministrazione era entrato a far parte negli anni ’80) lo avevano conosciuto attraverso Andy Warhol (Warhol negli ultimi anni della sua vita era una celebrità e faceva una vita sociale molto intensa nonostante i problemi di salute). Da allora il signor Epstein era diventato una presenza fissa. La storica dell’arte Eileen Guggenheim (che allora dirigeva l’istituto e lo aveva presentato alla signora Farmer) e il marito Russell Wilkinson dichiararono all’FBI che lui permetteva al consiglio di tenere riunioni nel suo appartamento e nei suoi uffici, partecipava alle feste della NYAA, sosteneva economicamente la scuola, acquistava opere alle aste della NYAA e sponsorizzava tavoli di beneficenza. Ma non era uno di loro: “era nell’‘orbita sociale della scuola’, intendendo che Epstein era coinvolto con la scuola più sul piano sociale che su quello intellettuale” (da poco la NYAA ha annunciato che devolverà parte della somma ricevuta da Epstein nel corso del tempo ad un’associazione che aiuta le donne vittime di tratta e rivedrà le proprie politiche in materia di coinvolgimento dei donatori). Insomma a lui l’arte non interessava ma non perdeva nemmeno una cena di gala. E guardando le fotografie degli interni delle sue residenze (tra un leopardo impagliato ai piedi della scrivania del suo ufficio, una sorta di scultura di una donna in abito da sposa che penzola nell’atrio della sua casa di New York, dipinti più o meno amatoriali di donne nude o semi nude) non si stenta a crederlo.

Interni dela casa di New York di Jeffrey Epstein

AMICIZIE ALTOLOCATE:

Nonostante questo Jeffrey Epstein coltivava amicizie con curatori, direttori di musei (David A. Ross, direttore di vari musei negli Stati Uniti e curatore di eventi svoltisi in altrettante istituzioni in giro per il mondo tra cui il Castello di Rivoli in Italia, compare addirittura tra i suoi esecutori testamentari), figure di spicco della cultura e con alcuni dei maggiori collezionisti del pianeta; rapporti talmente intimi e stretti che non si ruppero neppure dopo la condanna del finanziere per reati sessuali nel 2009.

Senza contare che dalle sue mani sono passate alcune tra le opere d’arte più belle (e costose) dei maggiori maestri del ‘900 (e non solo).

Anche questi fatti, in qualche misura, costituiscono uno dei tanti misteri di cui è costellata questa storia che si conclude con la morte in circostanze poco chiare del finanziere (avvenuta nel Metropolitan Correctional Center di New York nel 2019) e archiviata come suicidio.

Nonostante i file sul caso, rilasciati dal Dipartimento di Giustizia degli Stati Uniti nei mesi scorsi, siano un universo talmente vasto da rendere pressoché impossibile una lettura completa, sembra che il signor Epstein non avesse relazioni strette con artisti contemporanei. Invitò più volte Jeff Koons nel 2013 (tutti gli scambi tra i due sono avvenuti attraverso le segreterie e non direttamente) e alla fine il signor Koons accettò: alla cena parteciparono anche Woody Allen e la moglie Soon- Yi. Così i tre andarono insieme anche a visitare lo studio newyorkese dell’artista poco tempo dopo. Non molti mesi a seguire Epstein insieme ad Allen e alla moglie cercarono pure di organizzare una visita allo studio di Koons in Pennsylvania (l’artista è originario dello stato del nord-est americano e mantiene uno spazio di lavoro anche lì). Non è chiaro se quest’ultima visita si sia effettivamente svota e, ad ogni modo, in seguito il nome del signor Koons scompare del tutto dalla corrispondenza dell’ufficio di Epstein.

La casa di New York di Jeffrey Epstein

LO SCANDALO:

Quando ci furono i contatti tra Jeffrey Epstein e Jeff Koons, il finanziere era già stato in carcere (una condanna irrisoria rispetto alla gravità delle accuse, avvenuta nel 2009 a cui era seguita l’indagine dell’FBI che aveva portato all’arresto nel 2019) ma i media americani lì per lì non ne parlarono molto; qualche anno dopo però la stampa di tutto il Paese riprese l’argomento e la reputazione del signor Epstein subì un duro colpo. Tuttavia i suoi amici e partner in affari più stretti non lo abbandonarono. David Ross ad esempio nel 2015 gli scrisse: “È deprimente vederti ancora una volta trascinato nel fango. Sono ancora orgoglioso di chiamarti amico. So che sei forte, ma comunque...”. Un tono decisamente più grave di quello dello scambio avvenuto tra i due nel 2009 quando il signor Epstein gli scrisse: “Gli avvocati di Roman Polanski verranno a trovarmi. Potrei finanziare una mostra intitolata ‘Statutariamente...’, ragazze e ragazzi dai 14 ai 25 anni, che non dimostrano per niente la loro vera età. Foto segnaletiche giovanili, foto ritocchi, trucco. Alcune persone finiscono in prigione perché non sanno dire la loro vera età. Controverso. Divertente. Forse dovrebbe essere una pagina web, con i visitatori conteggiati”. E lui rispose: “Sei incredibile. Questo sarebbe un libro davvero potente e inquietante. Hai presente quella foto di Brooke Shields, una pubblicità pornografica per bambini, di cui Richard Prince si appropriò per una mostra nei primi anni ‘80”.

Non lo abbandonarono nemmeno l’ex ministro della cultura francese Jack Lang (da sempre considerato un importante promotore dell’arte contemporanea, allora neo-eletto direttore dell'Istituto del mondo arabo, una prestigiosa istituzione culturale di Parigi; carica da cui si è dovuto dimettere il mese scorso per le ripercussioni della pubblicazione del Dossier Epstein) e l’ex-presidente di Harvard ed ex segretario del tesoro durante l’amministrazione Clinton, Larry Summers (collezionista d’arte contemporanea era ancora insegnate nell’università statunitense; alla pubblicazione del dossier si è dimesso), né il suo maggior cliente dell’epoca (il New York Times in un articolo individua in 150 milioni la cifra da lui pagata al finanziere fino al solo 2016) e amico, Leon Black (fondatore della società di private equity Apollo Global Management, grande collezionista e presidente del Museum of Modern Art di New York; cariche da cui si è dimesso per quanto mantenga un ruolo nel consiglio di amministrazione del MoMa).

Naturalmente non sono i soli ad aver continuato a frequentare il signor Epstein dopo la condanna del 2009, nel mondo dell’arte e in tutti gli altri ambiti in cui lui aveva intessuto rapporti (che come è noto si estendevano a tutta Europa e non solo). Inoltre dimostrare lealtà a un amico, per quanto resosi responsabile di azioni abiette ed illegali, non costituisce di per sé un reato.

Interni dela casa di New York di Jeffrey Epstein

LE OPERE D’ARTE MILIONARIE:

Come non lo è il fatto che tra le sue mani siano passate opere di grandi artisti e persino qualche capolavoro. Nelle mail si parla ad esempio di Schiele, Giacometti, Calder, Braque, Mondrian, Leger, Picasso. Il che non è strano dato che Leon Black, la cui collezione d’arte comprende circa 935 opere che spaziano dai maestri del Rinascimento all'arte moderna e contemporanea (per un valore stimato tra i 2 e 3 miliardi di dollari), era il suo maggiore cliente. Tuttavia le email sembrano confermare che il signor Epstein si comportava in maniera diversa da un normale consulente, agendo talvolta quasi come un vero e proprio partner in business (il che potrebbe contribuire a spiegare come si rendeva indispensabile per i suoi facoltosi clienti e di conseguenza, almeno in parte, la ricchezza). Tanto che possedeva un’entità giuridica propria, deputata all’acquisto di opere d’arte (battezzata “Haze Trust”, cioè in italiano il “Trust della Foschia”) e che in almeno un’occasione l’abbia usato per vendere opere precedentemente appartenute alla collezione Black (una scultura di Giacometti e un dipinto di Braque per un valore di una trentina di milioni di dollari). Nelle mail ci sono inoltre tracce del fatto che potrebbe aver usato i propri aerei per trasportare opere d’arte. Senza contare che la collocazione delle sue proprietà immobiliari era fiscalmente strategica per questo tipo di affari.

Jeffrey Epstein ha anche scritto a un banchiere di essere stato consulente di Leon Black per l'acquisto del dipinto "L'Urlo" di Edvard Munch (venduto per 120 milioni di dollari nel 2012 è stato per un po' un record d’asta per essere poi superato da diverse opere fino a Ritratto di Elisabeth Lederer” di Gustav Klimt che lo scorso autunno ha raggiunto i 236,4 milioni di dollari). I rappresentanti del signor Black interpellati da alcuni giornalisti hanno negato.

Le mail sembrano invece indicare che il signor Epstein abbia avuto un ruolo importante nella faticosa trattativa perché della collezione Black entrasse a far parte “Buste de Femme (Marie-Thérèse)”, un busto in gesso del ’32 di Pablo Picasso. Il signor Black, infatti, lo comprò da Gagosian per 125,2 milioni di dollari ma una figlia di Picasso nel frattempo lo aveva venduto alla famiglia reale del Qatar per una cifra di molto inferiore: la vicenda finì in mano agli avvocati e in conclusione le parti arrivarono a un accordo (sia per il prezzo dell’opera che per la controversia e la notorietà delle persone coinvolte anche questa transazione fece molto parlare all’epoca). Nel frattempo l’opera era stata vincolata dalla figlia di Picasso a diverse partecipazioni pubbliche, tra cui una mostra al Musée d’Orsay a cui lui il signor Epstein partecipò.

D’altra parte lui aveva una casa a Parigi e gli era già capitato di visitare il museo parigino anche da solo, come racconta in una mail oscena inviata a una sua amante o ad una sua vittima: “Hanno aperto il museo d’Orsay solo per me e Woody (Allen ndr), che follia... ci siamo divertiti un mondo”.

Interni dela casa di New York di Jeffrey Epstein

Mentre il mercato dell’arte flette il Qatar avrà Art Basel e un padiglione permanente ai Giardini della Biennale:

Un immagine dell’edizione 2024 di Art Basel a Basilea. Courtesy Art Basel

Art Basel (la più importante fiera d’arte al mondo) a febbraio del prossimo anno inaugurerà la sua prima esposizione in Qatar. Si tratterà della quinta sede (dopo Basilea, Miami Beach, Hong Kong e Parigi) per la rassegna fondata da un gruppo di galleristi svizzeri nel 1970 e della prima nel Medio Oriente. Sarà una evidente risposta alla crisi che affligge il mercato dell’arte da alcuni anni a questa parte e che secondo il rapporto “Art Basel and UBS Global Art Market Report” (considerato il più attendibile indicatore della salute delle transazioni artistiche ed edito dalla stessa Art Basel) avrebbe portato a una perdita del 12 per cento nel solo 2024. Ma anche di una scommessa in un’area del mondo in cui più Paesi (in rapporti non sempre idilliaci tra loro) si contendono il primato culturale con investimenti milionari.

Il Qatar comunque non se la cava male in questa competizione, visto che, oltre ad essersi aggiudicato Art Basel, istituirà anche un padiglione permanente ai Giardini della Biennale di Venezia.

Ad annunciare l’ingresso di Art Basel nel Golfo Persico sono stati la società svizzera madre della fiera, MCH Group, insieme alla governativa mediorientale Qatar Sport Investments e alla QC+ (sempre con sede in Qatar).

La Sceicca Al Mayassa Bint Hamad bin Khalifa Al Thani, che, oltre ad essere presidente dei musei del Qatar, dal 2006 supervisiona il programma di progetti culturali del paese, ha dichiarato: “Nell'ambito della Visione Nazionale 2030 di Sua Altezza l'Emiro, il Qatar si sta trasformando in un'economia basata sulla conoscenza, con la cultura e le industrie creative che contribuiscono a guidare la strada”. Un obiettivo per cui il Qatar compete con l’Arabia Saudita (tra l’altro entrambi auspicano di raggiungerlo nello stesso anno).

La Sceicca ha anche spiegato in un’intervista rilasciata ad un importante quotidiano statunitense: “È logico che Art Basel arrivi nella nostra regione. È il momento giusto. Questo offre ai commercianti di Art Basel l'opportunità di incontrare nuovi acquirenti. Il Qatar ha buoni contatti con l'Asia centrale, l'India e la Turchia. L'Africa non è poi così lontana”.

Fino ad ora la fiera di punta dell’area è stata Art Dubai (negli Emirati Arabi Uniti) che ha raggiunto la sua 18esima edizione lo scorso aprile. Mentre le case d’aste più importanti hanno scommesso sull’Arabia Saudita (da Sotheby’s all’inizio di quest’anno c’è stata un’asta che ha fruttato oltre 17 milioni; invece Christie’s, che ha già un ufficio a Riyadh, ha annunciato di essere in procinto di fare altrettanto). Sempre in Arabia Saudita si tiene anche la prestigiosa rassegna di land art internazionale “Desert X AlUla” (che si svolge appunto nei pressi della città di Al-'Ula, in pieno deserto sull’antica Via dell’Incenso, dove sorge anche Mada’in Salih primo sito patrimonio UNESCO in Arabia Saudita).

Il Qatar invece, dopo essere stato sede dei Mondiali di Calcio 2022, ha portato a termine un fitto programma di eventi culturali (“ha riunito collezioni d'arte di fama mondiale- dice il comunicato- sviluppato un numero crescente di celebri musei e mostre, fondato festival di design e fotografia e creato incubatori per l'industria cinematografica, della moda e del design”) e si accinge a inaugurare due nuovi musei (si chiameranno Art Mill Museum e Lusail Museum). Ma soprattutto inaugurerà un padiglione permanente alla Biennale di Venezia. Il chè potrebbe non sembrare strano, visto l’aumentare costante dei Paesi presenti in laguna e l’ampliarsi della manifestazione fino quasi a coprire l’intera città, ma il Padiglione Qatar sorgerà ai Giardini (la sede più ambita e già da decenni completamente occupata) insieme ai grandi.

Art Basel Qatar si terrà nello hub creativo M7 e nel Doha Design District della capitale non lontano dal Museo Nazionale del Qatar.

L’amministratore delegato di Art Basel, Noah Horowitz, ha salutato l’evento dicendo: “Il panorama artistico nella regione ha registrato una crescita esponenziale negli ultimi decenni, con la nascita di istituzioni di livello mondiale, il lancio di eventi culturali di spicco e la crescita di una vivace comunità di artisti, gallerie e professionisti. Siamo profondamente motivati dalla visione unica di Sua Eccellenza la Sceicca Al Mayassa bint Hamad bin Khalifa Al Thani per l'ecosistema artistico in Qatar".

All’inizio tuttavia la fiera non sarà molto grande. Si prevede, infatti, che parteciperanno solo cinquanta gallerie selezionate dal direttore che dovrebbe essere eletto nelle prossime settimane. Per fare un paragone Art Basel Parigi ha debuttato nel 2022 con 156 gallerie.

La gente riempie gli stand di Art Basel a Basilea nel 2024. Image courtesy: Art Basel

Fino a domani un gruppo di artisti stellari illuminerà la “Milky way” di Galleria Continua

THE MILKY WAY 07, exhibition views Galleria Continua San Gimignano, A group fundraising exhibition created by Damiana Leoni for Associazione Pianoterra, Courtesy: the artist and GALLERIA CONTINUA, Photographer: Ela Bialkowska, OKNO Studio

Si concluderà domani in un luccichio di star la settima edizione di “The Milky Way”. L’iniziativa a scopo benefico, che di volta in volta raccoglie fondi per un progetto diverso (sempre a favore però della stessa associazione), ha la caratteristica di coinvolgere artisti famosi e gallerie internazionali. Quest’anno era la volta di Galleria Continua e della sua stellare scuderia di artisti.

La manifestazione è stata così descritta dall’organizzatrice, Damiana Leoni: “The Milky Way è un progetto che ho ideato nel 2014 a favore delle attività di Pianoterra ETS. Ogni anno raccoglie fondi per un particolare progetto, coinvolgendo importanti artisti e gallerie. Il format è quello di una mostra in galleria: c’è un concept curatoriale, una curatrice, professionisti che ci lavorano e il ricavato delle vendite, che avvengono come in una normale transazione di galleria”.

In poche parole si tratta di una normalissima mostra in una galleria di fama che permette al collezionista di offrire un sostegno ai progetti dell’associazione Pianoterra mentre acquista un’opera.

Quest’anno “The Milky way” si è tenuta nella sede di San Gimignano (sulle colline senesi) di Galleria Continua. Il tema al centro dell’esposizione era lo spaesamento. Le opere, scelte direttamente dai quarantadue autori che hanno deciso di donare il loro lavoro, dovevano rappresentare questo concetto cardine. E a dare peso all’iniziativa sono proprio i nomi degli artisti coinvolti, che vanno da Ai Weiwei a Massimo Bartolini (che appena la scorsa estate ha rappresentato l’Italia alla Biennale di Venezia). E poi: Pascale Birchler, Barbana Bojadzi, Carlota Bulgari, LETIA-Letizia Cariello, Loris Cecchini, Costanza Chia, Alba Clemente, Michelangelo Consani, Ala D’Amico, Bianca D’Ascanio, Jonathas De Andrade, Matt Dillon, Luca Federico Ferrero, Carlos Garaicoa, Shilpa Gupta, Camille Henrot, Priya Kishore, Andrea Mauti, Sabrina Mezzaqui, Seboo Migone, Rudi Ninov, Hans Op De Beeck, Ornaghi & Prestinari, Giovanni Ozzola, Valentina Palazzari, G. T. Pellizzi, Tobias Rehberger, Arcangelo Sassolino, Manuela Sedmach, Serse, Bernardo Siciliano, Nina Silverberg, Marta Spagnoli, Tommaso Spazzini Villa, Pascale Marthine Tayou, Eugenio Tibaldi, Giorgio Van Meerwijk, Alejandra Varela Perera.

Tutti artisti noti. Alcuni davvero famosi.

Gli artisti - ha continuato Damiana Leoni- sono chiamati in causa e quindi tutto questo avviene grazie a loro che generosamente partecipano insieme alle gallerie, quest’anno a sostenerci c’è Galleria Continua a San Gimignano. Ik tema è nato perché Pianoterra ha messo le basi di uno spazio fisico nel Quartieri Spagnoli di Napoli che è anche un centro di accoglienza. Dove sono? dunque nasce spontaneo: ci dice quanto è importante avere una protezione, quanto ci si sente spaesati certe volte. Dove sono? mette insieme questa sensazione dell’animo umano che ho chiesto agli artisti di interpretare. È nata una mostra con lavori molto diversi tra loro, uniti da questo filo rosso, con un percorso ben definito”.

A rendere interessante “The Milky way” anche la qualità delle opere: relativamente piccole ma non secondarie. Del resto, il fatto che gli artisti stessi abbiano scelto il lavoro più adatto a dare l’interpretazione del tema portante è una garanzia anche per il semplice visitatore dell’evento che si trova catapultato in un universo di visioni caleidoscopico.

L’associazione Pianoterra, cui andranno i proventi della mostra, è un’organizzazione no profit che lavora al fianco delle famiglie più vulnerabili a Roma, Napoli e Castel Volturno. Si concentra soprattutto sulla coppia madre-bambino e dal 2008 a oggi ha sostenuto e accompagnato più di cinquemila genitori e altrettanti bambini, lavorando soprattutto con i piccolissimi (dalla gravidanza ai sei anni).

Attraverso la settima edizione di “The Milky Way” Pianoterra creerà due aree gioco nello spazio di comunità che inaugurerà a Napoli nel 2025.

Prima di fare tappa a San Gimignano “The Milky Way” si è svolta a Napoli, da Lia Rumma; a Roma, alla galleria Studio SALES; a Milano da Giò Marconi; poi ancora a Napoli da Lia Rumma; a Torino, alla Galleria Franco Noero; e a Roma, da Alessandra Bonomo.

The Milky Way” si concluderà domani ma negli spazi di San Gimignano di Galleria Continua proseguiranno le mostre: “Fantasmata” della giovane veneta, Marta Spagnoli; “Raccogliere le parole” dell’affermata emiliana, Sabrina Mezzaqui: e “False Autumn” del famoso argentino, Jorge Macchi.

THE MILKY WAY 07, exhibition views Galleria Continua San Gimignano, A group fundraising exhibition created by Damiana Leoni for Associazione Pianoterra, Courtesy: the artist and GALLERIA CONTINUA, Photographer: Ela Bialkowska, OKNO Studio

Ai Weiwei, Still Life (After Giorgio Morandi), 2024, mattoncini giocattolo (LEGO), 38 x 38 cm toy bricks (LEGO), 38 x 38 cm, Courtesy: AI WEIWEI STUDIO and GALLERIA CONTINUA Photo by: Ela Bialkowska, OKNO Studio

THE MILKY WAY 07, exhibition views Galleria Continua San Gimignano, A group fundraising exhibition created by Damiana Leoni for Associazione Pianoterra, Courtesy: the artist and GALLERIA CONTINUA, Photographer: Ela Bialkowska, OKNO Studio

Carlota Bulgari, Calling Mum, 2021, C-print , vetro, cornice in legno-documentazione, fotografica in sequenza di una live-performance della durata di 60’ 89.6 x 145.4 cm, Courtesy l’artista

THE MILKY WAY 07, exhibition views Galleria Continua San Gimignano, A group fundraising exhibition created by Damiana Leoni for Associazione Pianoterra, Courtesy: the artist and GALLERIA CONTINUA, Photographer: Ela Bialkowska, OKNO Studio

Seboo Migone, Casa, 2011, Carboncino su carta, 67 x 102 cm, Courtesy l’artista, foto Vincenzo Germino 

THE MILKY WAY 07, exhibition views Galleria Continua San Gimignano, A group fundraising exhibition created by Damiana Leoni for Associazione Pianoterra, Courtesy: the artist and GALLERIA CONTINUA, Photographer: Ela Bialkowska, OKNO Studio

Pascale Marthine Tayou, Kids Mascarade, 2009, stampa fotografica montata su Dibond 100 x 75 cm (107 x 82 con cornice), C-print mounted on Dibond, 100 x 75 cm (107 x 82 con framed), Courtesy: the artist and GALLERIA CONTINUA, Photo by: Pascale Marthine Tayou Copyright Line: © ADAGP, Paris