Tutto su “In Minor Keys”: una Biennale di Venezia litigiosa in bilico tra fantasmi e bellezza

Un particolare della facciata del pdiglione Centrale di Otobong Nkanga. 61st International Art Exhibition – La Biennale di Venezia, In Minor Keys  Photo by: Jacopo Salvi Courtesy: La Biennale di Venezia

Biennale Arte 2026, "In Minor Keys"
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Nel momento in cui entriamo dai cancelli della Biennale di Venezia l’aria è carica di elettricità. Saranno le nuvole gravide di pioggia che tingono di cupi toni plumbei l’acqua argentea della laguna, mentre i traghetti scaricano persone provenienti da ogni dove muovendosi come al rallentatore; o saranno le polemiche che hanno preceduto “In Minor Keys” portando alle dimissioni della giuria a pochi giorni dalla consegna dei leoni. Alle piante e alle altre molteplici varietà di vegetali e uccelli che popolano i Giardini della Biennale però ciò non sembra interessare (quest’anno c’è anche un orto sospeso della regista afroamericana Linda Goode Bryant, che dal 2009 affianca la sua attività artistica alla creazione e allo sviluppo di fattorie biologiche in aree di New York che non hanno accesso ai prodotti freschi): è primavera e la natura è rigogliosa e spettacolare come sempre. Anzi di più: di fronte al Padiglione Polonia (che tra l’altro presenta un bel progetto su acqua, linguaggio e disabilità) un gabbiano ha deposto tre uova e le sta covando. Secondo la direzione della Biennale di Venezia si tratta del primo caso documentato di un gabbiano che nidifica in un’area così centrale e trafficata dei Giardini; molti visitatori però lo scambiano per un’installazione vivente.

Ma alle persone interessa eccome. Con la coda dell’occhio vedo un uomo che porta un trench su cui è stato scritto (a mano, con una bomboletta spray) ”No jury no prize” e mi passa per la testa che probabilmente gli artisti e le delegazioni dei Paesi a cui sarebbero stati conferiti i leoni già sapevano e si sono visti sfilare il premio (un onore capace di coronare intere carriere) da sotto il naso. Di certo sono svaniti i sorrisi da gita fuori porta che avevano gli artisti indigeni invitati da Adriano Pedrosa a “Stranieri Ovunque” nel 2024.

E’ una Biennale litigiosa la 61esima Esposizione Internazionale d’Arte, “In Minor Keys”. Guidata da Koyo Kouoh che ha aperto al pubblico lo scorso 9 maggio (si concluderà il 22 novembre 2026).

I volti sono seri. In alcuni padiglioni più che altrove. La contestazione alla partecipazione della Russia, sfociata il giorno della pre-apertura (quella riservata alla stampa e agli addetti ai lavori) in una performance del collettivo artistico e attivista punk-rock russo Pussy Riot insieme alle ucraine del gruppo Femen, è ben nota (graziosa tra passamontagna rosa shocking e fumogeni in colori pastello), come sono noti i mal di pancia per la partecipazione di Israele (in questo caso coronati da una manifestazione meno colorata il giorno successivo davanti all’Arsenale dove, quest’anno, ha sede il padiglione del Paese medio orientale), ma ci sono state decine di altre polemiche che hanno attirato meno l’attenzione pur contribuendo a modificare il clima di quella che resta la manifestazione artistica più importante del mondo.

Khaled Sabsabi khalil, 2026 Eight-channel HD video installation with audio, acrylic paint on canvas, steel, black oud scent1300 × 1300 cm; 64 min 61. Esposizione Internazionale d’Arte – La Biennale di Venezia, In Minor Keys 61st International Art Exhibition – La Biennale di Venezia, In Minor Keys Photo by: Marco Zorzanello Courtesy: La Biennale di Venezia

Ne è un esempio la storia dell’artista libanese-australiano, Khaled Sabsabi, già invitato a far parte di “In Minor Keys” (dove apre il percorso all’Arsenale con la spettacolare “Khalil”, cioè “Amico Intimo”: una grande installazione- video circolare, in cui i dipinti astratti del signor Sabsabi si modificano costantemente, mutando e pulsando, mentre i suoni li accompagnano e il profumo di oud nero si diffonde nell’aria), era stato scelto anche per rappresentare il suo Paese d’adozione, ma, a pochi giorni dall’annuncio, la nomina gli è stata revocata perché sospettato di una passata vicinanza all’Islam radicale: lui ha negato, artisti e curatori hanno raccolto firme per sostenerlo, alla fine una commissione indipendente gli ha restituito l’incarico (il suo Padiglione Australia, in cui presenta un’opera simile ma ancora più bella di quella in Arsenale, è capace di mozzare il fiato).

E pensare che “In Minor Keys” doveva essere una Biennale di calma e poetica contemplazione, tra oasi vegetali e sfolgoranti momenti di carnevale ai tropici. Una Biennale dei toni minori.

Così l’aveva pensata Koyo Kouoh, la prima donna di colore a guidare la Biennale di Venezia e il secondo curatore di origine africana nella storia ultracentenaria dell’istituzione:

Fai un respiro profondo. Espira. Rilassa le spalle. Chiudi gli occhi - scriveva - Questa è un’invocazione a incontrare le parole che seguono nelle condizioni fisiche, meteorologiche, ambientali e karmiche in cui vi raggiungono. A rallentare il passo e a sintonizzarsi sulle frequenze delle tonalità minori. Perché, sebbene spesso siano sommerse dalla cacofonia ansiogena del caos che imperversa nel mondo, la musica continua”.

Un partcolare dell'installazione della mostra "In Minor Keys" all'Arsenale. Photo: ©Artbooms

Purtroppo la signora Kouoh è stata anche il primo curatore a morire (l’autunno scorso, per un tumore al fegato appena diagnosticato) molto prima di aver completato il proprio lavoro, lasciando il suo team di co-curatori (Gabe Beckhurst Feijoo, Marie Hélène Pereira cui si aggiungono la consigliera Rasha Salti, l’editore capo Siddhartha Mitter e l’assistente alla ricerca Rory Tsapayi) a portare avanti come meglio potevano un grande progetto a suo nome.

Ne è uscita una mostra composta da 111 artisti che operano con vari media (per lo più pittura, scultura, installazioni, arti tessili e video), provenienti da contesti geografici differenti (anche se gli artisti della diaspora africana e mediorientale sono la maggioranza insieme agli afroamericani): molti meno di quelli che presentò Pedrosa nella Biennale di due anni fa (erano 332) e anche di quelli che quattro anni fa erano serviti a Cecilia Alemani per disegnare “Il latte dei sogni” (allora erano 213). Ma non sono comunque pochi. I nomi sono quelli di chi con la signora Kouoh aveva fatto in tempo a lavorare quando dirigeva lo Zeitz Museum of Contemporary Art Africa (Zeitz MOCAA) a Città del Capo (in Sudafrica) o prima. Il signor Pedrosa dichiarò di aver dovuto fare il giro del mondo (in senso letterale e non metaforico) per ben due volte quando era stato chiamato a costruire “Stranieri Ovunque” ma lei è mancata prima di cominciare.

Non possiamo sapere come sarebbe stata “In Minor Keys” se a guidarla fosse stata davvero Koyo Kouoh, e il fatto che la Fondazione Biennale abbia deciso di non nominare un altro curatore alla notizia della sua morte è lodevole, ma la sua mancanza si sente.

Una scultura di Nick Cave all'Arsenale. Photo: ©Artbooms

E’ una Biennale listata a lutto “In Minor Keys”. Del resto il tema del dolore e della perdita ritorna più e più volte nella mostra. Aleggia nell’aria mentre l’iconico artista senegalese, Issa Samb, viene ritratto nel cortometraggio “Cap vers l’est” del regista senegalese Ican Ramageli “mentre vaga (…) nella soglia dove i vivi incontrano i morti”, e si concretizza nel ciclo scultoreo “Two points in time- At once” dell’artista, coreografo, ballerino e stilista afroamericano, Nick Cave, che dall’interno dell’Arsenale conduce fuori sul ciglio della laguna, e di cui ogni parte fa riferimento alle fasi del lutto. Il signor Cave è un fuoriclasse capace di spaziare da sculture in bronzo fino a installazioni di vassoi in metallo, fiori dipinti su oggetti domestici e autoritratti ricamati a mano. Il musicista australiano suo omonimo, di lui una volta ha detto: il suo lavoro è "un tentativo di trasmutare la sofferenza in una sorta di gioia consapevole e protettiva". E, in effetti, in Biennale le sue sculture ritraggono uomini addolorati dalla cui testa sbocciano fiori.

La signora Kouoh aveva fatto in tempo ad immaginare la Biennale d’arte 2026 come un’esposizione aperta (nel senso di viva, fluida, non museale) che dall’opera di due figure cardine (il già citato senegalese scomparso nel 2017, Issa Samb, e l’afroamericana mancata nel 2015, Beverly Buchanan) si irradiava sviluppandosi poi in vari temi (processioni, meraviglia, giardino creolo e scuole). Più facile a dirsi che a farsi perché le opere vanno installate, messe in dialogo le une con le altre, disposte secondo una struttura talvolta gerarchica e spiegate al visitatore. Ci vuole una regia (spesso di ferro viste le dimensioni della Biennale). E qui i nodi vengono al pettine: l’installazione fa acqua. Ed è un peccato perché, escludendo qualche sbavatura concettuale e qualche opera meno all’altezza di altre, “In Minor Keys” è una bella mostra.

Issa Samb, Installation view 61. Esposizione Internazionale d’Arte – La Biennale di Venezia, In Minor Keys 61st International Art Exhibition – La Biennale di Venezia, In Minor Keys Photo by: Andrea Avezzù Courtesy: La Biennale di Venezia

Ai Giardini le sale sono sovraccariche e gli “Altari” dedicati a Samb e Buchanan si perdono nel mare magnum di opere esposte, ma, complici i muri colorati (lì le pareti c’erano e grazie al cielo nessuno ha potuto buttarle giù) e la recente ristrutturazione del Padiglione Centrale, ci si muove agevolmente; la luce non manca. All’Arsenale (il progetto è stato concepito dai sudafricani di Wolff Architects, nominati dalla stessa signora Kouoh, insieme al team curatoriale, come un corridoione pressoché ininterrotto, lungo qualche chilometro) si perde tempo e si gira a vuoto, per vedere prima le opere che stanno a destra poi tornare indietro e guardare quelle a sinistra (c’è una profusione di sedute ma chi ha tempo di usarle in una mostra enorme, installata in una delle città più care al mondo?). L’illuminazione fa il suo lavoro ma non contribuisce a dare risalto alle opere (non essendoci pareti tutto è vagamente rossastro come i mattoni dell’Arsenale). Ma la cosa peggiore (in entrambe le sedi ma soprattutto all’Arsenale) è che non si trovano i cartellini che indicano chi è l’autore di un’opera e qual è il titolo dello specifico lavoro. Le pareti evocheranno anche la “logica tradizionale dello white cube” e simboleggeranno pure una “barriera geopolitica e istituzionale” ma, se non altro, hanno il pregio di fornire una superficie su cui attaccare i cartellini in bell’ordine, anziché abbandonare lo spettatore a se stesso.

Si naviga a vista in laguna. E mentre il paesaggio geopolitico nei Giardini della Biennale (specchio di quello vero) sembra espandersi e contrarsi (il Qatar, primo Stato dopo la Corea del Sud nel ’95, ha costruito un grande edificio per le sue mostre proprio accanto al Padiglione Centrale; Israele si è trasferita all’Arsenale, ufficialmente per ristrutturazione ma più probabilmente per motivi di sicurezza; e il Venezuela che negli ultimi anni aveva lasciato ammalorare la sua sede ha annunciato un restyling) alcuni Paesi hanno letto l’argomento di questa Biennale come un liberi tutti (l’Austria ad esempio). Cosa che non ha fatto il padiglione italiano (all’Arsenale) che presenta una foresta di sculture in argilla di Chiara Camoni: la prima donna a rappresentare l’Italia da solista. Invece gli Stati Uniti, di solito un faro della Biennale di Venezia, rimasti incagliati in una sterile lotta di potere interna (e probabilmente, almeno in parte, influenzati dalle ripercussioni dello scandalo Epstein) presentano le sculture del pur bravo (anche se, almeno a prima vista, un po’ anacronistico), Alma Allen, a vagare senza un senso né un contesto. Cadono anche i punti di riferimento quest’anno in laguna.

Ranti Bam Installation view 61. Esposizione Internazionale d’Arte – La Biennale di Venezia, In Minor Keys 61st International Art Exhibition – La Biennale di Venezia, In Minor Keys Photo by: Marco Zorzanello Courtesy: La Biennale di Venezia

In questo panorama non stupisce che parecchi artisti cerchino il favore degli spiriti: la franco-nigeriana, Ranti Bam, che con le sue sculture di argilla nera (all’Arsenale) crea un corpo e un riparo per i fantasmi, o l’indigena peruviana, Celia Vasquez Yui, che forma un congresso di spiriti guida interspecie ai Giardini. C’è poi il franco-algerino, Kader Attia, che parte dall’affermazione di uno sciamano vietnamita secondo il quale i virus informatici sono “entità spirituali” che cercano di ostacolare il dominio umano sul mondo virtuale, per costruire le sue installazioni. In queste ultime, Attia, si pone anche domande come: il mondo virtuale è popolato dagli spiriti? Loro cercano di prendere possesso di noi attraverso i dispositivi elettronici? In Biennale per ogni evenienza, in mezzo agli elementi della sua installazione, ci sono anche vari barattoli di erbe medicinali essiccate.

Il costume di Big Chief Demond Melanchon ai Giadini. Photo: ©Artbooms

Per esorcizzare i fantasmi nella 61esima Esposizione Internazionale d’Arte c’è anche l’elaborato e sfarzoso costume per l’inaugurazione di Demond Melanchon (grande capo degli Young Seminol Hunters, una tribù carnevalesca afroamericana di New Orleans; in mostra, sempre suoi, pure degli splendidi arazzi di perline), o il grande polittico dipinto della pittrice e scultrice afrocubana (ma residente negli Stati Uniti), María Magdalena Campos Pons, in cui, in mezzo ai fiori, appaiono i ritratti di Toni Morrison (prima donna nera a vincere il Nobel per la letteratura, mancata nel 2019) e di Koyo Kouoh, quasi a protezione della mostra.

Per la Biennale 2026 la signora Campos Pons ha lavorato in collaborazione con il musicista, ricercatore e produttore afroamericano, Kamaal Malak (figura di spicco nel panorama hip-hop dei primi anni ’90, il signor Malak ha in seguito ricevuto molta notorietà dallo studio sulla musica rilassante per cani intitolato “Music for my dog”). E’ una Biennale di musica e odori “In Minor Keys”.

Sono tante le installazioni sonore e olfattive esposte ma anche su di loro il modello senza pareti ha avuto un effetto deleterio: i suoni sfuggono confondendosi con i rumori di fondo, gli aromi semplicemente non si sentono (o comunque trovare il punto preciso da cui coglierli somiglia a una caccia al tesoro).

Particolare di un dipinto di Kaloki Nyamai esposto ai Giardini. Photo: ©Artbooms

Ma è anche una Biennale disseminata di bellezza “In Minor Keys”. Sono incantevoli le sculture di resina e vetro della signora Campos Pons che rappresentano magnolie dai colori vivaci in piena fioritura (qui simbolo di solidarietà tra donne nere); così come i dipinti (spesso di grandissime dimensioni) in bilico tra astrazione e figurazione, tra realismo e ritratto emotivo, che il keniota Kaloki Nyamai realizza su tele da lui stesso assemblate (con corda, sisal, fogli di giornale, tessuti, riporti fotografici e filati). Ma non sono da meno le opere della palestinese Vera Tamari. Peraltro laboriosissime: la signora Tamari, infatti, dopo una fase di ricerca e disegno, taglia le sculture in pezzi più piccoli, che poi si restringono ulteriormente durante la cottura, così lei dopo le leviga e riassembla come si trattasse di mosaici. Ai Giardini ha presentato “Tale of a Tree” (creata nel 2002 in risposta alla distruzione di ulivi da parte degli israeliani nella città in cui vive), composta da 660 piccoli ulivi in terracotta multicolore (uno per ogni albero andato perduto), l’installazione è posizionata su un vetro, cosicché ogni minuscola scultura proietti la sua ombra sul pavimento dando l’impressione di fluttuare.

Vera Tamari Tale of a Tree, 2002 Approx. 660 clay olive trees set on plexiglass base Photo transfer on plexiglass  Sculptures: 7 × 3 cm each; phototransfer: 118 × 119 cm; platform: 26 × 220 × 153 cm 61. Esposizione Internazionale d’Arte – La Biennale di Venezia, In Minor Keys 61st International Art Exhibition – La Biennale di Venezia, In Minor Keys Photo by:  Andrea Avezzù Courtesy: La Biennale di Venezia

Gli artisti che fanno riferimento al tema del paesaggio e ai motivi vegetali sono davvero tanti. Tra loro lo svizzero Uriel Orlow, che alla Biennale 2026 presenta ben 5 progetti, in cui si sofferma sulla comunicazione tra piante ma anche su quella uomo-pianta: l’artista, infatti, invita i visitatori a fare letture ad alta voce agli alberi chiedendosi: “cosa potrebbe piacere a una pianta?” Del signor Orlow tuttavia, vanno viste le fotografie da lui fatte ai contorni che i vegetali pressati in un erbario hanno lasciato sulla carta di protezione: sono eleganti e poetiche nella loro semplicità.

Restando sul tema del paesaggio è molto riuscita anche l’installazione di Theo Eshetu (nato a Londra da padre etiope e madre olandese, vive in Italia da anni) che usa un ulivo in vaso fatto ruotare a suon di musica e sulle cui foglie viene proiettato un video dello stesso albero in piena terra nel suo Paese d’origine, per parlare di sradicamento. Ma soprattutto l’opera dell’artista e autrice indiana, Himali Singh Soin, che insieme al compositore e percussionista, David Soin Tapesser, si è concentrata sulle regioni polari e sull’immaginario legato ai ghiacciai, nonché sulle strane e profonde connessioni tra il subcontinente indiano e l’Antartide. I due hanno affiancato registrazioni fatte a Delhi con paesaggi sonori artici, stampando poi l’onda sonora su cotone e seta usando solo seta ahimsa (o non violenta), cioè un metodo di produzione che non richiede l’uccisione del baco da seta. Nella loro opera persino il telaio produce una musica propria.

Una scultura di Kennedy Yanko per la Biennale 2026 (particolare). Photo: ©Artbooms

C’è poi chi pensa al riutilizzo dei rifiuti, come la statunitense Kennedy Yanko. Alla Biennale 2026 la signora Yanko ha prima schiacciato un container per creare tre sculture, che ha poi dipinto usando pennelli, scope, stracci e acqua. Ha anche aggiunto della “pelle di vernice” (cioè superfici di vernice acrilica essiccata, simili ai fogli usati dal grande pittore afroamericano Jack Whitten). Il risultato è brutale ed aggraziato, abbozzato e rifinito: davvero belle sculture.

Ma “In Minor Keys” è anche una Biennale di terra e metalli. Persino di storie sotterranee. Ne è un esempio l’opera del cileno, Alfredo Jaar, che (in collaborazione con il geografo e geologo politico Adam Bobbette) ha individuato dieci materie prime essenziali per l’industria della difesa e la rivoluzione verde (tra cui cobalto, litio, coltan e terre rare) e le ha pressate in un cubo opalescente di quattro centimetri quadri: “Il cubo brilla - dice la guida della Biennale - Lo desideriamo. Ne abbiamo bisogno. Il mondo finisce, ancora e ancora”. Oltre a quella della statunitense, Dawn DeDeaux, che rimasta profondamente colpita dai danni causati dall’uragano Katrina, mette spesso al centro del suo lavoro disastri ambientali e rovine. In Biennale presenta sia le sue famose superfici di vetro frantumato (ispirate dai danni che aveva trovato nella casa al mare dei suoi genitori dopo l’uragano, ricordano onde, sale e ghiaccio), che il frammento di un vero meteorite a monito della forza distruttrice della natura.

Sarebbero ancora davvero tanti gli artisti a meritare almeno una menzione in questo articolo, a riprova che “In Minor Keys”, la Biennale di Venezia 2026 alla fin fine è una bella mostra, ma chiudiamo con le spose arrabbiate dell’uruguaiana Leonilda Gonzalez (nata nel 1923 e morta nel 2017), che fanno pensare a Tim Burton e al cinema d’animazione ad ambientazione neo-gotica della Pixar. Solo che lei questi personaggi se li inventò nel ’68.

Leonilda González Installation view 61. Esposizione Internazionale d’Arte – La Biennale di Venezia, In Minor Keys 61st International Art Exhibition – La Biennale di Venezia, In Minor Keys Photo by: Andrea Avezzù Courtesy: La Biennale di Venezia

La colorata installazione di Nick Cave all'Arsenale. Photo: ©Artbooms

Il parlamento interspecie di Celia Vasquez Yui ai Guardini. Photo: ©Artbooms

Kader Attia, Whisper of Traces, 2026 Installation: ropes, polished mirror fragments, dried flowers and herbs, sieves, paper weavings, projections, sound Dimensions variable 61. Esposizione Internazionale d’Arte – La Biennale di Venezia, In Minor Keys 61st International Art Exhibition – La Biennale di Venezia, In Minor Keys Photo by: Marco Zorzanello Courtesy: La Biennale di Venezia

Particolare di un arazzo di Big Chief Demond Melanchon. Photo: ©Artbooms

L'installazione di María Magdalena Campos Pons e Kamaal Malak . Photo: ©Artbooms

Kaloki Nyamai Installation view 61. Esposizione Internazionale d’Arte – La Biennale di Venezia, In Minor Keys 61st International Art Exhibition – La Biennale di Venezia, In Minor Keys Photo by: Marco Zorzanello Courtesy: La Biennale di Venezia

Particolare dei minuscoli ulivi in ceramica di Vera Tamari. Photo: ©Artbooms

Uriel Orlow Herbarium Ghosts, 2016-2026 8 framed photogravure prints on Hahnemühle natural white cotton paper 109 × 81.5 cm each 61. Esposizione Internazionale d’Arte – La Biennale di Venezia, In Minor Keys 61st International Art Exhibition – La Biennale di Venezia, In Minor Keys  Photo by:: Andrea Avezzù  Courtesy: La Biennale di Venezia

L'installazione di Theo Eshetu. Photo: ©Artbooms

Un particolare dell'installazione di Himali Singh Soin e David Soin Tapesser. Photo: ©Artbooms

Kennedy Yanko at 61. Esposizione Internazionale d’Arte – La Biennale di Venezia, In Minor Keys  61st International Art Exhibition – La Biennale di Venezia, In Minor Keys. Exhibition view Photo by: Luca Zambelli Bais Courtesy: La Biennale di Venezia

Alfredo Jaar The End of the World, 2023-2024 Cobalt, Rare Earths (Neodymium), Copper, Tin, Nickel, Lithium, Manganese, Coltan (Niobium), Germanium (Argentium), Platinum 4 × 4 × 4 cm 61. Esposizione Internazionale d’Arte – La Biennale di Venezia, In Minor Keys 61st International Art Exhibition – La Biennale di Venezia, In Minor Keys Photo by: Luca Zambelli Bais Courtesy: La Biennale di Venezia

Dawn DeDeaux From Gulf to Galaxy, 2006/2026 9 acrylic panels, aluminium frame, shattered glass, LED lighting 274 × 274 × 30.5 cm 61. Esposizione Internazionale d’Arte – La Biennale di Venezia, In Minor Keys 61st International Art Exhibition – La Biennale di Venezia, In Minor Keys Photo by: Luca Zambelli Bais Courtesy: La Biennale di Veneza

Dawn DeDeaux Installation view at Esposizione Internazionale d’Arte – La Biennale di Venezia, In Minor Keys 61st International Art Exhibition – La Biennale di Venezia, In Minor Keys Photo by: Luca Zambelli Bais Courtesy: La Biennale di Veneza

Beverly Buchanan Installation view 61. Esposizione Internazionale d’Arte – La Biennale di Venezia, In Minor Keys 61st International Art Exhibition – La Biennale di Venezia, In Minor Keys Photo by: Andrea Avezzù Courtesy: La Biennale di Venezia

Biennale di Venezia 2026: la giuria si dimette in massa, i premi li darà il pubblico come a Sanremo

Biennale '26: giuria dimissionaria istituiti i "Leoni dei visitatori"
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Non c’è pace per la Biennale di Venezia 2026: ieri si è dimessa in blocco la giuria internazionale che avrebbe dovuto assegnare i premi durante la cerimonia fissata per sabato 9 maggio (peraltro nemmeno tutti, visto che i Leoni d’oro e d’argento alla carriera, i riconoscimenti più prestigiosi, quest’anno dopo la morte della curatrice Koyo Kouoh, non sarebbero stati conferiti). Nel giro di poche ore la Fondazione Biennale ha reagito istituendo i “Leoni dei visitatori”, una sorta di giuria popolare che si esprimerà per numero di voti entro la fine della 61esima Esposizione Internazionale d’Arte “In Minor Keys”.

Da un po’ la prestigiosa manifestazione lagunare era al centro di polemiche per aver consentito alla Russia di riaprire il proprio padiglione, chiuso dallo scoppio del conflitto con l’Ucraina (cioè dall’edizione 2022, quando gli artisti e il curatore che avrebbero dovuto rappresentare il gigante eurasiatico si erano ritirati). La Commissione europea aveva avanzato l’ipotesi che ciò potesse violare le sanzioni e si è spinta a minacciare di ritirare i finanziamenti previsti nei prossimi 3 anni (2 milioni di euro che, per l’importanza rivestita dalla Biennale, sono una cifra contenuta); da parte sua la governance della kermesse aveva fatto presente che non intendeva escludere nessuno dei Paesi coinvolti in guerre, tra cui Iran, Russia e Israele, oltre a molti altri i cui conflitti compaiono meno spesso sulla stampa occidentale (come, ad esempio, Etiopia, Congo e Somalia). Oltre a chiarire che i Paesi proprietari di un padiglione nazionale (molti partecipano chiedendo di poter occupare una location solo temporaneamente) sono semplicemente tenuti a comunicare la loro adesione e che il progetto russo sarà visibile ai soli addetti ai lavori, prima dell’apertura al pubblico. Tuttavia, a far deflagrare le tensioni che si stavano acuendo è stata Israele, la cui posizione dopo l’attacco alla Striscia di Gaza nel 2023 suscita malcontento.

La giuria internazionale, infatti, era intervenuta nel dibattito dichiarando che non avrebbe assegnato premi ad artisti provenienti da Paesi i cui leader sono accusati di crimini contro l’umanità dalla Corte penale internazionale; il che, pur non nominando esplicitamente nessuno dei due Paesi, sembrava fare riferimento a Israele e Russia. Il Ministero degli Esteri israeliano, in un post su X, ha risposto parlando di un boicottaggio ai danni dell’artista che “rappresenta una contaminazione per il mondo dell’arte”. Aggiungendo poi: “La giuria, di stampo politico, ha trasformato la Biennale da spazio artistico aperto, libero da idee illimitate, in uno spettacolo di falso indottrinamento politico anti-israeliano”.

Israele quest’anno ha affidato il proprio padiglione nazionale dei Giardini allo scultore ebreo-rumeno Belu-Simion Fainaru (nato a Bucarest durante la dittatura di Ceaușescu nel ’59 ma emigrato in Israele nel ’73) che attraverso il proprio lavoro affronta temi come il disagio sociale e il distacco verso le persone ai margini. Il signor Fainaru, che ha già partecipato alla Biennale di Venezia nel 2019 come rappresentante della Romania, ha dichiarato: “Sono un artista e ho pari diritti, e non posso essere giudicato in base alla mia appartenenza a un Paese o a una razza. Dovrei essere giudicato solo in base alla qualità e al messaggio della mia arte”. Ha poi aggiunto che la decisione della giuria di escluderlo dai premi gli aveva ricordato le azioni intraprese contro suo padre in Romania durante la Seconda guerra mondiale. Ma, cosa più importante, aveva fatto sapere di intendere ricorrere alle autorità giudiziarie per discriminazione razziale e antisemitismo.

Ma mentre aleggiava già nell’aria lo spettro di Documenta 15 (l’importante manifestazione che ogni quattro anni si tiene a Kassel, in Germania, e che durante la scorsa edizione era stata funestata da aspre polemiche e accuse di antisemitismo) la giuria si è dimessa.

A pochi giorni soltanto dalla pre-inaugurazione che, dal 6 all’8 maggio, riunirà l’intero mondo dell’arte proveniente da ogni dove nelle due sedi principali (Giardini e Arsenale) in cui si svolge la Biennale.

Nominati su indicazione della curatrice svizzero-camerunense Koyo Kouoh (scomparsa improvvisamente per un tumore lo scorso autunno, a pochi giorni dalla presentazione ufficiale di “In Minor Keys”) i giurati avrebbero dovuto essere: la brasiliana Solange Oliveira Farkas (presidente), fondatrice e direttrice dell’associazione culturale Videobrasil; la sino-britannica Zoe Butt, curatrice, scrittrice ed educatrice, fondatrice di “in-tangible institute” e direttrice artistica di “deCentral”, Thailandia; la spagnola Elvira Dyangani Ose, curatrice e direttrice artistica della Public Art Abu Dhabi Biennial; la statunitense Marta Kuzma, curatrice, teorica dell’arte contemporanea e professoressa alla Yale School of Art (prima donna a ricoprire quel ruolo nella storia ultracentenaria dell’istituzione); l’italiana Giovanna Zapperi, storica dell’arte, critica e professoressa all’Università di Ginevra.

Al loro posto, un po’ per dare un segnale di distensione, un po’ per rispondere in fretta a un incidente che rischiava di compromettere l’intera manifestazione, in una corsa contro il tempo che non ha precedenti tra l’improvvisa scomparsa della curatrice, le tensioni politiche e il restauto del Padiglione Centrale, la Fondazione Biennale ha istituito i “Leoni dei visitatori”: due premi che verranno attribuiti direttamente dal pubblico, votando per il miglior partecipante o per la migliore Partecipazione nazionale. Chiunque visiterà la Biennale potrà esprimersi sull’uno o sull’altra. Viene da sé che i premi verranno assegnati alla chiusura di “In Minor Keys” (il 22 novembre 2026). E che non avranno lo stesso peso di quelli solitamente conferiti.

La Biennale di Venezia quest’anno aveva già pianificato di non attribuire i Leoni alla carriera per via della complicata gestione della manifestazione dalla morte della signora Kouoh. A questi si sono aggiunti tutti gli altri premi. Era dagli anni delle contestazioni post-sessantottine che non succedeva niente di simile.

Per la prima volta dagli anni della contestazione studentesca alla Biennale di Venezia non si assegneranno i Leoni d’Oro alla Carriera

Giardini 2019. Photo Andrea Avezzu, Courtesy of La Biennale di Venezia

Presentata In Minor Keys la 61esima Biennale di Venezia
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E’ stata presentata mercoledì a Ca’ Giustinian (la dimora tardo gotica affacciata sul Canal Grande in cui si trova la sede istituzionale della Biennale) “In Minor Keys”, la 61esima Esposizione Internazionale d’arte della Biennale di Venezia. Curata dalla svizzero-camerunense Koyo Kouoh scomparsa la scorsa primavera dopo una breve ma devastante malattia ad appena 58 anni (a solo una decina di giorni dalla prima conferenza stampa d’illustrazione dell’evento): sarà la prima in oltre un secolo di storia della manifestazione lagunare organizzata e allestita in assenza di chi l’ha ideata.

Quella di non nominare un sostituto è stata una decisione senza precedenti presa dalla Fondazione Biennale “in accordo con la famiglia” della curatrice per “per preservare, valorizzare e diffondere le sue idee e il lavoro da lei svolto con dedizione”.

Quest’anno non verranno assegnati il leoni d’oro (la signora Kouoh non ha fatto in tempo a proporre dei nomi). Un altro fatto eccezionale che non si verificava dal post ‘68 in cui i premi erano stati sospesi del tutto.

Koyo Kouoh avrebbe dovuto essere, e di fatto sarà, la prima donna africana a curare la Biennale di Venezia.

Tutto è iniziato sotto una grande pianta di Ficus Benjamina- ha detto il presidente della Biennale di Venezia Pietrangelo Buttafuoco (che ama mettere un po' di colore nei suoi interventi) - a Ca’ Giustinian, sede della Biennale di Venezia. Quell’albero ha segnato l’inizio di un’amicizia e di un impegno profondo con La Biennale, e quell’ombrello verde (…) è stato testimone di un patto sancito col sorriso glorioso di chi sa, vede, immagina, ben oltre i giorni e i mesi”.

Visivamente basata sull’idea di albero (per alludere alla poesia, alla pluralità, ai chiaroscuri della contemporaneità, della Storia, e all’interconnessione della comunità artistica globale) In Minor Keys” esporrà l’opera di 110 artisti (111 considerando anche il Padiglione delle Arti Applicate, costruito in collaborazione con il Victoria and Albert Museum di Londra dalla colombiana Gala Porras-Kim). Tra questi gli unici due nomi davvero famosi (almeno per il pubblico occidentale) sono quelli del maestro francese precursore della contemporaneità, Marcel Duchamp, e del tedesco Carsten Höller. Gli altri sono meno noti, per lo più provenienti dall’Africa anche se non soltanto (diversi, ad esempio, vengono dall’America latina, altrettanti dal sud est asiatico, qualche tedesco, un buon numero di statunitensi ecc.). E’ stata inserita una manciata di pionieri in alcune aree del mondo e un po’ di riscoperte, un numero ragionevolmente basso di esordienti (o quasi) ma in linea di massima si tratta di artisti viventi né troppo giovani né particolarmente anziani.

Di sviluppare il progetto della signora Kouoh e di portarlo a termine si sta occupando il team curatoriale da lei individuato: Gabe Beckhurst Feijoo, Marie Hélène Pereira e Rasha Salti (consulente); Siddhartha Mitter (editore capo); Rory Tsapayi (assistente alla ricerca). La distanza tra le persone coinvolte tuttavia non ha facilitato le cose: “Con membri -ha fatto sapere lo staff della Biennale - che vivono in diverse città del mondo (Gabe a Londra, Marie Hélène tra Dakar e Berlino, Rasha tra Beirut e Marsiglia, Rory a Città del Capo, Siddhartha a New York) ha proseguito nei mesi scorsi il lavoro di realizzazione della mostra, chiamando la struttura della Biennale a uno speciale impegno nella fase di definizione del progetto, e in particolare il Settore Arti Visive”.

La mostra prenderà le mosse dall’opera di due artisti scomparsi ritenuti particolarmente rilevanti e capaci di definire lo spirito dell’intera esposizione: il senegalese Issa Samb (pittore, scultore, performer, drammaturgo e poeta nato nel 1945 e morto nel 2017) e l’afroamericana Beverly Buchanan (artista multidisciplinare nota per la sua esplorazione dell'architettura vernacolare del sud vissuta tra il 1940 e il 2015). Per poi evolversi in maniera non lineare (un po’ come in un sogno, non a caso i riferimenti alla letteratura e alla poesia in questa Biennale saranno marcati) attorno ai temi della processione (ispirata alle coreografie carnevalesche e ai raduni del mondo afroatlantico), delle scuole (intese sia come gruppi radicati nei territori che transnazionali caratterizzati da un’etica comune e da una pratica collaborativa) e del riposo nella natura (qui saranno riuniti concetti molto diversi tra loro come: la piantagione, l’insediamento coloniale, il disastro ambientale e la memoria geologica).

L’allestimento (affidato allo studio d’architettura sudafricano Wolff Architects) dovrebbe segnare una discontinuità con le altre edizioni della kermesse veneziana con banner di tessuto che circoscriveranno lo spazio anziché pareti e il concetto di soglia molto amplificato.

Ai Giardini si terrà infine una processione di poeti suggerita dai cantastorie dell’Africa occidentale e dalla biografia di Koyo Kouoh (durante la performance itinerante “Poetry Caravan” aveva viaggiato con nove poeti africani da Dakar in Senegal a Timbuktu in Mali).

In Minor Keys”, la 61esima Esposizione Internazionale d’arte della Biennale di Venezia si inaugurerà il prossimo 9 maggio e proseguirà fino al 22 novembre 2026.

Eustaquio Neves, Arturos, Untitled , 1993–95, photograph, mixed technique. Courtesy the artist

Guadalupe Maravilla, ICE Age Disease Thrower #1, 2025. Courtesy the artist and P·P·O·W Gallery, New York