Inside my Own: “Rebecca” di Benni Bosetto al Pirelli Hangar Bicocca

Benni Bosetto “Rebecca” Veduta della mostra, Pirelli HangarBicocca, Milano, 2026 Courtesy l’artista e Pirelli HangarBicocca, Milano Foto Agostino Osio

"Rebecca" di Benni Bosetto al Pirelli Hangar Bicocca
lettura automatica

Il progetto “Rebecca” di Benni Bosetto (Merate, 1987; vive e lavora a Milano) presso lo Shed del Pirelli Hangar Bicocca di Milano è la prima personale dell’artista concepita in un tale spazio museale industriale che in questo modo muta totalmente la sua percezione.

L’ottima intuizione al riferimento letterario presente già nel titolo stesso del progetto é chiaramente alla base del concetto stesso del percorso sensoriale a cui é chiamato il visitatore. Infatti, nel romanzo “Rebecca” di Daphne du Maurier del 1938, la vera protagonista è la casa, spazio infestato dalla presenza della prima moglie.

Benni Bosetto “Rebecca” Veduta della mostra, Pirelli HangarBicocca, Milano, 2026 Courtesy l’artista e Pirelli HangarBicocca, Milano Foto Agostino Osio

Qui il riferimento letterario non è decorativo, bensì fondante. Il nome stesso “Rebecca”, che etimologicamente significa “legame, unione”, rimanda ai gesti dell’accogliere, del raccogliere e del trattenere, temi centrali nella poetica di Bosetto, in cui il corpo e l’ambiente si legano in una relazione intima e continua. Lo spazio diventa un organismo femminile vivo, psichico, uterino, quasi.

Bosetto riesce in un’operazione delicatissima e complessa; riesce a scardinare la monumentale freddezza e rigidità che connota gli spazi dell’Hangar andando a lavorare e operare sullo Shed, la sua parte più umana e dinamica, riscrivendola completamente. Lo Shed diventa in questo modo una casa-corpo rivestita di epidermide in cui le pareti sono coperte di carte da parati dipinte a mano dall’artista, i tessuti esprimono densità spaziale, l’architettura perde rigidità e acquista temporalità.

Benni Bosetto “Rebecca” Veduta della mostra, Pirelli HangarBicocca, Milano, 2026 Courtesy l’artista e Pirelli HangarBicocca, Milano Foto Agostino Osio

Appena si attraversa lo Shed si ha la percezione della sua dimensione domestica e corporea attraverso l’uso di pareti rivestite, moquette verdi, tappeti, porte, membrane, bocche, occhi. Bosetto disarma gli spazi e inserisce morbidezza, delicatezza, lentezza, dimensione domestica oltre a introdurre piacere e riposo come categorie politiche.

La mostra prevede anche la performance “Tango (II version)” con ballerini non professionisti che indossano copricapi raffiguranti animali e piante per creare una coreografia interspecie che va a trasformare l’ambiente in relazione viva per sottolineare la natura dell’innamoramento come forma di intossicazione.

Benni Bosetto “Rebecca” Veduta della mostra, Pirelli HangarBicocca, Milano, 2026 Courtesy l’artista e Pirelli HangarBicocca, Milano Foto Agostino Osio

Resta sempre una tensione di base sul contrasto tra rifugio/alienazione, casa/labirinto, protezione/isolamento. Il percorso va affrontato come un attraversamento procedendo per stanze emotive, nuclei corporei, tentando di abitare temporaneamente una realtà organica.

In questo percorso l’artista riesce a dissolvere del tutto la frontalità tradizionale della visione museale e sostituisce all’idea di esperienza quella di permanenza, del vivere sulla propria pelle una dimensione alternativa possibile, intesa come forma di resistenza femminile.

"Rebecca" di Benni Bosetto a cura di Fiammetta Griccioli al Pirelli Hangar Bicocca di Milano è visitabile gratuitamente (dal 12 Febbraio al 19 Luglio 2026).

Benni Bosetto “Rebecca” Veduta della mostra, Pirelli HangarBicocca, Milano, 2026 Courtesy l’artista e Pirelli HangarBicocca, Milano Foto Agostino Osio

Benni Bosetto TANGO!, 2024 Performance, “Vibrant Natures. On Decay and Rebirth”, Castello di Rivoli Museo d’Arte Contemporanea, Rivoli-Torino, 2024 Courtesy l’artista e Emanuela Campoli, Parigi/Milano Foto Luca Vianello e Silvia Mangosio

Benni Bosetto Porta pannocchia, 2026 Veduta dell’installazione, Pirelli HangarBicocca, Milano, 2026 Prodotto da Pirelli HangarBicocca Courtesy l’artista e Pirelli HangarBicocca, Milano Foto Agostino Osio

Benni Bosetto “Rebecca” Veduta della mostra, Pirelli HangarBicocca, Milano, 2026 Courtesy l’artista e Pirelli HangarBicocca, Milano Foto Agostino Osio

Benni Bosetto Porta sussurri (particolare), 2026 Veduta dell’installazione, Pirelli HangarBicocca, Milano, 2026 Prodotto da Pirelli HangarBicocca Courtesy l’artista e Pirelli HangarBicocca, Milano Foto Agostino Osio

Benni Bosetto “Rebecca” Veduta della mostra, Pirelli HangarBicocca, Milano, 2026 Courtesy l’artista e Pirelli HangarBicocca, Milano Foto Agostino Osio

Benni Bosetto Confessionale animale, 2026 Veduta dell’installazione, Pirelli HangarBicocca, Milano, 2026 Prodotto da Pirelli HangarBicocca Courtesy l’artista e Pirelli HangarBicocca, Milano Foto Agostino Osio

Benni Bosetto “Rebecca” Veduta della mostra, Pirelli HangarBicocca, Milano, 2026 Courtesy l’artista e Pirelli HangarBicocca, Milano Foto Agostino Osio

Benni Bosetto Porta pomi d’oro (particolare), 2026 Veduta dell’installazione, Pirelli HangarBicocca, Milano, 2026 Prodotto da Pirelli HangarBicocca Courtesy l’artista e Pirelli HangarBicocca, Milano Foto Agostino Osio

Benni Bosetto Ritratto dell’artista Foto Alberto Nidola

“Seaworld Venice”, il Padiglione Austria di Florentina Holzinger, è il più discusso della Biennale arte 2026

SEAWORLD VENICE, 2026 © Nicole Marianna Wytyczak

Seaworld Venice il discusso Padigliione Austria
lettura automatica

Mentre entriamo nel Padiglione Austria, ai Giardini della Biennale, la pioggia si fa più lieve ma continua a cadere (è poca cosa però rispetto al temporale con raffiche di vento che abbiamo dovuto affrontare mentre facevamo la fila senza che nessuno accennasse a desistere), davanti a noi una donna nuda con maschera subacquea guarda il pubblico e le condizioni meteo con apparente distacco. D’altronde, lei è completamente immersa in una vasca d’acqua e usa una bombola d’ossigeno per respirare.

C’è talmente tanta ressa che vedere il bagno che i visitatori sono chiamati a utilizzare è difficile, ma la maggior parte delle persone l’ha già individuato e si è messa nuovamente in fila per usarlo: d’altronde, è un servizio che rendono all’arte. La loro urina, infatti, una volta filtrata, servirà a rabboccare la vasca della performer subacquea. Tuttavia, pare che l’impianto di purificazione dei liquidi (che sta dietro a un vetro alla destra di chi entra) sia particolarmente sensibile e un gruppo di attrici sta mettendo in scena una lotta tra il buffo e il repellente con i tubi pieni di deiezioni corporee per sturarli. Il tutto ricorda i film comici dell’inizio del secolo scorso ed è di sicuro una pièce pensata per i giorni dell’inaugurazione, ma ha anche uno scopo funzionale all’interno del palazzo razionalista trasformato in “un parco divertimenti sommerso e in un edificio sacro” oltre che, naturalmente, in un impianto di depurazione dalla coreografa e ballerina Florentina Holzinger.

Già diventato il più fotografato e discusso della 61ª Esposizione Internazionale d’Arte, “Seaworld Venice”, il Padiglione Austria curato da Nora-Swantje Almes e messo in scena dalla stessa Florentina Holzinger insieme a un team composto da artiste circensi, stuntwoman, atlete e ballerine, è concepito come un trittico performativo.

C’è l’impianto di depurazione e la subacquea, ma anche una donna nuda che fa giri concentrici su un Jet Ski all’interno di una stanza del padiglione trasformata in piscina (la moto d’acqua attivata in un ambiente piccolo e chiuso crea onde vorticose e mulinelli, inquietando il visitatore e rendendo particolarmente pericoloso il lavoro della performer). Poi c’è un gruppo di donne nude ma con il corpo dipinto, che si arrampica su una gigantesca banderuola segnavento (un tempo usate per prevedere il tempo e spesso adornate con figure mitologiche, furono collocate sulle chiese a partire dal IX secolo, per poi essere sostituite dalle moderne tecnologie meteorologiche); quest’ultima, mossa dagli elementi, gira su sé stessa rendendo difficile la loro scalata. Si tratta di una “Deposizione di Cristo”, anche se cogliere il senso della scena, mentre le attrici, come alpiniste, procedono verso il tetto del padiglione, non è facile. A completare l’opera, dei cani robot che guadano l’acqua intorno alla teca in cui è immersa la subacquea.

Opening Étude, SEAWORLD VENICE 2026 © Nicole Marianna Wytyczak

Davvero spettacolare è poi la performance in cui la signora Holzinger si sostituisce al battacchio di una campana recuperata nella laguna di Venezia e suona lo strumento con il suo corpo. La campana è retta da una gru piazzata davanti al padiglione, ma nel giorno dell’inaugurazione ha dovuto affrontare un viaggio per arrivare fin lì. La mattina presto, infatti, è stata posizionata di fronte a un palco allestito sull’acqua salmastra a circa un miglio dalla costa per un ristretto gruppo di ospiti VIP (tra i quali, secondo il New York Times, c’era anche Maurizio Cattelan) e l’artista viennese ha eseguito lì la sua performance al termine di un concerto suonato da una band di signore in equilibrio su un’impalcatura.

Per quanto bella, la performance della campana è un evento collaterale che non fa parte di “Seaworld Venice” e dopo l’apertura di “In Minor Keys” potranno vederla solo i visitatori che andranno alla Biennale di Venezia 2026 il giorno della chiusura della manifestazione (il 22 novembre).

Nata nel 1986, Florentina Holzinger è già conosciuta nel mondo della danza per i suoi spettacoli trasgressivi e disturbanti che si richiamano all’Azionismo Viennese e mixano riferimenti alti alla cultura underground. Entrata a far parte della scuderia della Thaddaeus Ropac Gallery (nata a Salisburgo nel 1983, si è poi trasformata in una galleria internazionale con sedi a Parigi, Londra, Milano e Seoul), è arrivata alla Biennale 2026 con un progetto costoso (non c’è modo di saperlo perché le donazioni private ai padiglioni non vengono rese pubbliche, ma potrebbe essere uno dei più dispendiosi attualmente in laguna) e delicato: deve funzionare tutto come un orologio perché nessuno si faccia male. E deve farlo per tutti i circa sei mesi di mostra.

SEAWORLD VENICE, 2026 © Nicole Marianna Wytyczak

La signora Holzinger ha dichiarato tempo fa che il suo progetto originario per Venezia prevedeva di allagare completamente il padiglione, rendendo possibile la visita solo a chi si fosse immerso. Ha detto anche di aver cambiato idea dopo aver nuotato nella laguna veneta, constatando l’impossibilità di vedere alcunché nell’acqua inquinata e torbida su cui si erge la Serenissima.

Seaworld Venice” è una critica al turismo di massa e allo spreco di risorse idriche, oltre a mettere in discussione il ruolo del singolo nell’inquinamento del Pianeta. Lo fa con uno stile audace, ironico, giovane e dissacrante. Senza contare che bisogna essere davvero bravi anche solo per immaginare di fare quello che la signora Holzinger sta facendo davvero: “Seaworld Venice” è una macchina complessa che non ammette errori. Tant’è vero che l’artista e l’intero team dormirà nel padiglione per tutta a durata di “In minor keys”.

È un’operaha dichiarato l’artistache mette in discussione il contrasto tra sporcizia e purezza e la questione di chi ne sia responsabile”.

Detto ciò, il Padiglione Austria, costoso e occidentale com’è, sembra del tutto fuori posto in una Biennale che ha scelto come bacino d’idee il Sud del mondo e come bussola la poesia.

Seaworld Venice” le tonalità minori non sembra conoscerle neppure alla lontana.

Oltre al fatto che è un padiglione che mette in mostra le donne come fossero oggetti, strizzando l’occhio alla pornografia e a certi meccanismi di mercato da cui la stessa storia dell’arte non è affatto immune.

Holzinger, in merito al tema della nudità (che è un elemento cardine di tutti i suoi spettacoli, diventandone nel tempo una cifra distintiva), ha detto: “La nudità è entrata a far parte del mio lavoro in modo del tutto naturale, fin da subito, in parte per ragioni di budget, perché non c’erano soldi per i costumi. Il fatto che questo lavoro sarebbe poi improvvisamente circolato in un contesto teatrale era qualcosa che all’epoca non avevamo compreso. Facevamo un teatro molto innocente, da salotto”. Ha anche spiegato di non amare la moda e che la nudità è una scorciatoia che le permette di concentrarsi sulle azioni da mettere in scena

SEAWORLD VENICE, 2026 © Nicole Marianna Wytyczak

SEAWORLD VENICE, 2026 © Nicole Marianna Wytyczak

SEAWORLD VENICE, 2026 © Nicole Marianna Wytyczak

Opening Étude, SEAWORLD VENICE 2026 © Nicole Marianna Wytyczak

Biennale di Venezia 2026: la giuria si dimette in massa, i premi li darà il pubblico come a Sanremo

Biennale '26: giuria dimissionaria istituiti i "Leoni dei visitatori"
lettura automatica

Non c’è pace per la Biennale di Venezia 2026: ieri si è dimessa in blocco la giuria internazionale che avrebbe dovuto assegnare i premi durante la cerimonia fissata per sabato 9 maggio (peraltro nemmeno tutti, visto che i Leoni d’oro e d’argento alla carriera, i riconoscimenti più prestigiosi, quest’anno dopo la morte della curatrice Koyo Kouoh, non sarebbero stati conferiti). Nel giro di poche ore la Fondazione Biennale ha reagito istituendo i “Leoni dei visitatori”, una sorta di giuria popolare che si esprimerà per numero di voti entro la fine della 61esima Esposizione Internazionale d’Arte “In Minor Keys”.

Da un po’ la prestigiosa manifestazione lagunare era al centro di polemiche per aver consentito alla Russia di riaprire il proprio padiglione, chiuso dallo scoppio del conflitto con l’Ucraina (cioè dall’edizione 2022, quando gli artisti e il curatore che avrebbero dovuto rappresentare il gigante eurasiatico si erano ritirati). La Commissione europea aveva avanzato l’ipotesi che ciò potesse violare le sanzioni e si è spinta a minacciare di ritirare i finanziamenti previsti nei prossimi 3 anni (2 milioni di euro che, per l’importanza rivestita dalla Biennale, sono una cifra contenuta); da parte sua la governance della kermesse aveva fatto presente che non intendeva escludere nessuno dei Paesi coinvolti in guerre, tra cui Iran, Russia e Israele, oltre a molti altri i cui conflitti compaiono meno spesso sulla stampa occidentale (come, ad esempio, Etiopia, Congo e Somalia). Oltre a chiarire che i Paesi proprietari di un padiglione nazionale (molti partecipano chiedendo di poter occupare una location solo temporaneamente) sono semplicemente tenuti a comunicare la loro adesione e che il progetto russo sarà visibile ai soli addetti ai lavori, prima dell’apertura al pubblico. Tuttavia, a far deflagrare le tensioni che si stavano acuendo è stata Israele, la cui posizione dopo l’attacco alla Striscia di Gaza nel 2023 suscita malcontento.

La giuria internazionale, infatti, era intervenuta nel dibattito dichiarando che non avrebbe assegnato premi ad artisti provenienti da Paesi i cui leader sono accusati di crimini contro l’umanità dalla Corte penale internazionale; il che, pur non nominando esplicitamente nessuno dei due Paesi, sembrava fare riferimento a Israele e Russia. Il Ministero degli Esteri israeliano, in un post su X, ha risposto parlando di un boicottaggio ai danni dell’artista che “rappresenta una contaminazione per il mondo dell’arte”. Aggiungendo poi: “La giuria, di stampo politico, ha trasformato la Biennale da spazio artistico aperto, libero da idee illimitate, in uno spettacolo di falso indottrinamento politico anti-israeliano”.

Israele quest’anno ha affidato il proprio padiglione nazionale dei Giardini allo scultore ebreo-rumeno Belu-Simion Fainaru (nato a Bucarest durante la dittatura di Ceaușescu nel ’59 ma emigrato in Israele nel ’73) che attraverso il proprio lavoro affronta temi come il disagio sociale e il distacco verso le persone ai margini. Il signor Fainaru, che ha già partecipato alla Biennale di Venezia nel 2019 come rappresentante della Romania, ha dichiarato: “Sono un artista e ho pari diritti, e non posso essere giudicato in base alla mia appartenenza a un Paese o a una razza. Dovrei essere giudicato solo in base alla qualità e al messaggio della mia arte”. Ha poi aggiunto che la decisione della giuria di escluderlo dai premi gli aveva ricordato le azioni intraprese contro suo padre in Romania durante la Seconda guerra mondiale. Ma, cosa più importante, aveva fatto sapere di intendere ricorrere alle autorità giudiziarie per discriminazione razziale e antisemitismo.

Ma mentre aleggiava già nell’aria lo spettro di Documenta 15 (l’importante manifestazione che ogni quattro anni si tiene a Kassel, in Germania, e che durante la scorsa edizione era stata funestata da aspre polemiche e accuse di antisemitismo) la giuria si è dimessa.

A pochi giorni soltanto dalla pre-inaugurazione che, dal 6 all’8 maggio, riunirà l’intero mondo dell’arte proveniente da ogni dove nelle due sedi principali (Giardini e Arsenale) in cui si svolge la Biennale.

Nominati su indicazione della curatrice svizzero-camerunense Koyo Kouoh (scomparsa improvvisamente per un tumore lo scorso autunno, a pochi giorni dalla presentazione ufficiale di “In Minor Keys”) i giurati avrebbero dovuto essere: la brasiliana Solange Oliveira Farkas (presidente), fondatrice e direttrice dell’associazione culturale Videobrasil; la sino-britannica Zoe Butt, curatrice, scrittrice ed educatrice, fondatrice di “in-tangible institute” e direttrice artistica di “deCentral”, Thailandia; la spagnola Elvira Dyangani Ose, curatrice e direttrice artistica della Public Art Abu Dhabi Biennial; la statunitense Marta Kuzma, curatrice, teorica dell’arte contemporanea e professoressa alla Yale School of Art (prima donna a ricoprire quel ruolo nella storia ultracentenaria dell’istituzione); l’italiana Giovanna Zapperi, storica dell’arte, critica e professoressa all’Università di Ginevra.

Al loro posto, un po’ per dare un segnale di distensione, un po’ per rispondere in fretta a un incidente che rischiava di compromettere l’intera manifestazione, in una corsa contro il tempo che non ha precedenti tra l’improvvisa scomparsa della curatrice, le tensioni politiche e il restauto del Padiglione Centrale, la Fondazione Biennale ha istituito i “Leoni dei visitatori”: due premi che verranno attribuiti direttamente dal pubblico, votando per il miglior partecipante o per la migliore Partecipazione nazionale. Chiunque visiterà la Biennale potrà esprimersi sull’uno o sull’altra. Viene da sé che i premi verranno assegnati alla chiusura di “In Minor Keys” (il 22 novembre 2026). E che non avranno lo stesso peso di quelli solitamente conferiti.

La Biennale di Venezia quest’anno aveva già pianificato di non attribuire i Leoni alla carriera per via della complicata gestione della manifestazione dalla morte della signora Kouoh. A questi si sono aggiunti tutti gli altri premi. Era dagli anni delle contestazioni post-sessantottine che non succedeva niente di simile.