Biennale di Venezia 2026: Bruxelles revoca i fondi per la Biennale. Ma com’era davvero il Padiglione Russia della discordia? L'ho visitato per voi

il padiglione russia biennale 2026

Biennale di Venezia 2026, Padiglione Federazione Russa (particolare). Foto © Artbooms

Ma com’era davvero il Padiglione Russia ? L'ho visitato per voi
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In primavera, quando ho visitato il Padiglione Russia alla Biennale di Venezia 2026 “The tree is rooted in the sky”, le nuvole coprivano il cielo e, all’interno dell’edificio, la luce artificiale impediva di godersi le complesse installazioni floreali dell’artista, scenografo e appassionato di botanica moscovita Timofey Dudarenko, che dal piano inferiore si estendevano fino a quello superiore, dove un uomo in tenuta da barman vecchio stampo avrebbe dovuto preparare cocktail a base di vodka ai visitatori. Sembrava indaffarato, ma era mattina e la gente, in quello spazio che già da alcuni giorni era diventato l’epicentro di un incidente diplomatico internazionale che aveva coinvolto, tra gli altri, la Fondazione Biennale, il governo italiano, la Russia, l’Ucraina e la Commissione Europea, non sembrava intenzionata a cominciare la giornata con i superalcolici.

Sabato scorso, appena si è saputo che la Commissione Europea non si era limitata a minacciare di revocare i fondi destinati alla Biennale per il triennio 2025-2028, ma ha raccomandato all’Agenzia esecutiva europea per l’istruzione e la cultura (EACEA) di farlo davvero, mi è tornata in mente l’atmosfera a tratti surreale di quel padiglione che aveva aperto solo per la stampa (è visibile al pubblico dall’esterno), ma che non distribuiva comunicati stampa, che avrebbe dovuto presentare show di decine di musicisti, ma che custodiva il segreto su quando effettivamente si sarebbero esibiti.

Per quanto la Commissione Europea abbia dato il proprio parere attraverso un atto non vincolante, appare improbabile, secondo gli osservatori, che l’EACEA, che si era già precedentemente espressa a favore della revoca, decida diversamente. Bruxelles, attraverso la vicepresidente per la sovranità tecnologica, la sicurezza e la democrazia, Henna Virkkunen, ha motivato la scelta con queste parole: “La cultura in Europa – finanziata con i soldi dei contribuenti – dovrebbe promuovere e salvaguardare i valori democratici. Questi valori non sono rispettati dalla Russia di oggi”. E, stranamente, l’ha fatto pubblicando un post su X. In una nota, la Fondazione Biennale ha, infatti, spiegato, non senza un velato disappunto: “Apprendiamo su X da autorità politiche, e non dalle autorità tecniche preposte, di decisioni assunte in merito al contributo (…)”.

La Biennale fa sapere” – ha continuato la fondazione – “di aver risposto nei termini stabiliti a tutti i punti della terza lettera ricevuta dall’EACEA sul tema e di attendere da essa una nota tecnica formale per valutare ogni eventuale passo successivo e far valere le proprie ragioni in tutte le sedi competenti. In ogni caso, proseguono i programmi interessati, che sono solo in maniera marginale co-finanziati dal contributo sopracitato”.

Di fatto, si tratta di 2 milioni di euro soltanto, una minuscola frazione dei fondi necessari alla più grande manifestazione artistica mondiale per finanziare le proprie attività (che, oltre alla mostra della 61. Esposizione Internazionale d’arte “In Minor Keys, si compone di un ricco calendario di performance, eventi e conferenze). Ma il gesto rimane.

E si tratta solo dell’ultimo capitolo di una catena di tribolazioni cominciata con la prematura e inaspettata morte della curatrice svizzero-camerunese di “In Minor Keys”, Koyo Kouoh, nella primavera dell’anno passato, e poi continuata con il primo atto del caso padiglione russo, con le dimissioni della giuria e, a seguire, con il rifiuto di un nutrito numero di artisti di partecipare ai Leoni dei visitatori.

Biennale di Venezia 2026, Padiglione Federazione Russa (particolare). Foto © Artbooms

Ma “The tree is rooted in the sky”, il Padiglione della Federazione russa alla Biennale di Venezia 2026, era degno di essere al centro di una disputa internazionale tanto accesa? Probabilmente no.

A metà strada fra un festival musicale folkloristico e una mostra d’arte, di certo non avrebbe potuto aggiudicarsi un premio. Senza contare che era chiaro fin dal principio che non sarebbe mai stato aperto al pubblico. Sui messaggi di cui si sarebbe fatto portavoce, invece, è più difficile giudicare, tra gli annunciati: balani show (musica elettronica poliritmica sviluppata a partire dallo strumento musicale dell’Africa occidentale balafon), canti difonici siberiani, danze Komi degli Urali, strumenti rituali del buddismo tibetano e lamenti funerari, nuziali, nonché legati alla partenza dei coscritti.

Biennale di Venezia 2026, Padiglione Federazione Russa (particolare). Foto © Artbooms

Di tutto questo, tuttavia, lo scorso maggio, mentre le luci a LED pulsanti dai colori stridenti accompagnavano la performance live di un duo di musicisti messicani (Atosigado y Hérrica) e tingevano di rosso una delle grandi composizioni botaniche disseminate nel padiglione, non ho visto nulla.

Era difficile, invece, non accorgersi dei fiori del signor Dudarenko, che erano stati disposti un po’ ovunque (persino sul terrazzino al piano superiore dell’edificio) per parlare di come l’uomo, cercando di piegare la Natura ai propri desideri, le faccia perdere gran parte della propria bellezza: “Oggi” – aveva scritto l’artista – “se si entra in un negozio di fiori e si chiede una rosa, è molto probabile che ci venga proposta una selezione di fiori provenienti da piantagioni dell’Ecuador o del Kenya. Si torna a casa, la si mette in acqua e per un breve tempo si osserva come si schiude, senza però percepire alcun profumo. Perché accade?”.

Prima di essere immessa sul mercato all’ingrosso, ogni varietà di fiore viene sottoposta a una selezione rigorosa, nel corso della quale perde la capacità di emanare profumo, poiché in condizioni artificiali non ha bisogno di essere impollinata”.

Un’opera delicata e nostalgica, con accenni storici e scientifici, che trova risonanza in altre presenti nella mostra “In Minor Keys” e con il lavoro esposto in almeno uno dei padiglioni nazionali.

Biennale di Venezia 2026, Padiglione Federazione Russa (particolare). Foto © Artbooms

Al piano superiore, invece, gli affascinanti paesaggi innevati della giovane artista sonora, Tatiana Khalbaeva, attiravano lo sguardo dei pochi giornalisti presenti, per spingerli a mettersi le cuffie e ad ascoltare come il manto di neve siberiano sia in grado di attenuare il suono fino ad obbligare chiunque a sentire eventi minimi, pause e rumori quasi impercettibili.

Per la signora Khalbaeva, l’opera era anche profondamente personale, come lei stessa spiegava: “Il materiale audio della scultura sonora è stato raccolto durante un viaggio in Buriazia. Sono di origine buriata, ma non vi ho mai vissuto; vi sono tornata solo come ospite, per brevi soggiorni presso i parenti. Il mio rapporto con la terra d’origine (bur. toonto nutag, ehin nutag) è frammentario, fatto di prossimità familiare e distanza fisica. Questo lavoro nasce dunque come un tentativo di costruire un legame con un luogo ancestrale, carico di energia, attraverso l’ascolto”.

Alla fine della mia visita, chiedo informazioni sul progetto a una persona che lavora nel padiglione. Mi sta rispondendo, per poi interrompersi con lo sguardo rivolto ai Giardini della Biennale: erano arrivate le artiste russe dissidenti Pussy Riot insieme alle ucraine di Femen. Siamo corsi tutti fuori, lo spettacolo stava per cominciare.

Biennale di Venezia 2026, Padiglione Federazione Russa (particolare). Foto © Artbooms

Biennale di Venezia 2026, Padiglione Federazione Russa (particolare). Foto © Artbooms

Biennale di Venezia 2026, Padiglione Federazione Russa (particolare). Foto © Artbooms

un opera del padiglione russia alla biennale 2026

Biennale di Venezia 2026, Padiglione Federazione Russa (particolare). Foto © Artbooms