Daniel Steegmann Mangrané porta la foresta pluviale brasiliana all' Hangar Bicocca

Daniel Steegmann Mangrané, A Transparent Leaf Instead Of The Mouth,, 2016-17; Vetro, metallo, ecosistema con insetti stecco e insetti foglia. Veduta dell’installazione: Fundação de Serralves, Porto, 2017. Courtesy dell’artista e Esther Schipper, Berlin. Foto: Andrea Rossetti

Daniel Steegmann Mangrané, A Transparent Leaf Instead Of The Mouth,, 2016-17; Vetro, metallo, ecosistema con insetti stecco e insetti foglia. Veduta dell’installazione: Fundação de Serralves, Porto, 2017. Courtesy dell’artista e Esther Schipper, Berlin. Foto: Andrea Rossetti

Nato a Barcellona, Daniel Steegmann Mangrané vive in Brasile dal 2004. L’insetto stecco è il suo motivo ricorrente. E la foresta pluviale è il suo strumento di lavoro, il suo studio, il suo fornitore di materiale, la sua musa ispiratrice e la sua ossessione. Al centro dell’opera dell’artista spagnolo per la concentrazione di biodiversità e per l’impressionante ridimensionamento a cui è stata costretta (ad oggi resta solo il 7% dell’originale!).

Steegmann Mangrané la rievoca in tutte le mostre, sia portando piante tropicali autoctone negli spazi espositivi, sia ricreandola con la realtà virtuale o attraverso degli ologrammi.

Le barriere delle nuove tecnologie a cui l’arte guarda con attrazione e repulsione da parecchi anni a questa parte, ultimamente infatti, sembrano essesi rotte. Così visori, schermi, insieme a proiezioni pixelate di vario genere si sono riversate alla Biennale di Venezia 2019 e nei musei.

Dal 12 settembre tocca al Pirelli HangarBicocca di Milano, con "A Leaf-Shaped Animal Draws The Hand" (a cura di Lucia Aspesi e Fiammetta Griccioli) prima personale, appunto, di Daniel Steegmann Mangrané in Italia.

La mostra, definita dallo stesso artista come il “il mio più grande spettacolo fino ad oggi", si preannuncia ad alto tasso tecnologico. Basti pensare che per l’occasione Steegmann Mangrané ha realizzato un’installazione site-specific per sottolineare il passaggio da esperienze materiali (ad esempio, "A Transparent Leaf Instead Of The Mouth", che poi è un terrario con tanto di piante e insetti stecco) a situazioni immateriali (tra le altre: a ricostruzione della giungla in realtà virtuale di "Phantom (Kingdom of all the animals and all the beasts in my name)".

Guardando le opere dell’artista non bisogna, tuttavia, fare l’errore di pensare alle sue installazioni simulate come a una forma d’intrattenimento. Per Steegmann Mangrané, infatti, realtà vituale e ologrammi sono un mezzo per conciliare la sua passione per le geometrie rigorose con il caotico disordine della natura, ma soprattutto il sistema per farci mettere in discussione il modo in cui percepiamo il mondo e il nostro rapporto con lo spazio ( nella già citata “Phantom”, ad esempio, il visitatore si sente immerso nella foresta ma non può vedere le sue mani , i suoi piedi, se stesso che cerca di muoversi e interagire con l’ambiente).

"A Leaf-Shaped Animal Draws The Hand" di Daniel Steegmann Mangrané permetterà di visitare angoli di vera foresta pluviale e interi scorci della sua versione virtuale senza uscire dal Pirelli HangarBicocca fino al 12 gennaio 2020.

Daniel Steegmann Mangrané, A Transparent Leaf Instead Of The Mouth,, 2016-17 (dettaglio). Vetro, metallo, ecosistema con insetti stecco e insetti foglia. Courtesy dell’artista e Esther Schipper, Berlino. Foto: Matt Grub

Daniel Steegmann Mangrané, A Transparent Leaf Instead Of The Mouth,, 2016-17 (dettaglio). Vetro, metallo, ecosistema con insetti stecco e insetti foglia. Courtesy dell’artista e Esther Schipper, Berlino. Foto: Matt Grub

Daniel Steegmann Mangrané, Orange Oranges 2 (Medium Lemon/ Summer Blue), 2004; Struttura modulare in acciaio, filtro fotografico, tessuto di seta indiana, sgabelli, tavolo, coltelli, spremiagrumi, bicchieri, arance fresche. Veduta dell’ installazione: CRAC Alsace Centre Rhénan d'Art Contemporain, Altkirch, 2014. Courtesy dell’artista e Esther Schipper, Berlino. Foto: Andrea Rossetti

Daniel Steegmann Mangrané, Orange Oranges 2 (Medium Lemon/ Summer Blue), 2004; Struttura modulare in acciaio, filtro fotografico, tessuto di seta indiana, sgabelli, tavolo, coltelli, spremiagrumi, bicchieri, arance fresche. Veduta dell’ installazione: CRAC Alsace Centre Rhénan d'Art Contemporain, Altkirch, 2014. Courtesy dell’artista e Esther Schipper, Berlino. Foto: Andrea Rossetti

Daniel Steegmann Mangrané, Phantom (Kingdom of all the animals and all the beasts in my name), 2015. Ambiente di realtà virtuale, visore HTC Vive. sviluppato da ScanLAB Projects, Londra. Veduta dell’ installazione: Nottingham Contemporary, 2019. Courtesy dell’artista. Foto: Stuart Whipps

Daniel Steegmann Mangrané, Phantom (Kingdom of all the animals and all the beasts in my name), 2015. Ambiente di realtà virtuale, visore HTC Vive. sviluppato da ScanLAB Projects, Londra. Veduta dell’ installazione: Nottingham Contemporary, 2019. Courtesy dell’artista. Foto: Stuart Whipps

Daniel Steegmann Mangrané, Phantom (Kingdom of all the animals and all the beasts in my name), 2015. Ambiente di realtà virtuale, visore HTC Vive, sviluppato da ScanLAB Projects, Londra. Courtesy dell’artista. Photo: ScanLab projects, Londra

Daniel Steegmann Mangrané, Phantom (Kingdom of all the animals and all the beasts in my name), 2015. Ambiente di realtà virtuale, visore HTC Vive, sviluppato da ScanLAB Projects, Londra. Courtesy dell’artista. Photo: ScanLab projects, Londra

Daniel Steegmann Mangrané, Spiral Forest (Kingdom of all the animals and all the beasts in my name) 2013-15. Film 16mm, colore, silenzioso; 11 min 4 sec. Veduta dell’installazione: CCS Bard Hessel Museum, 2018. Courtesy dell’artista. Foto: Matt Grub

Daniel Steegmann Mangrané, Spiral Forest (Kingdom of all the animals and all the beasts in my name) 2013-15. Film 16mm, colore, silenzioso; 11 min 4 sec. Veduta dell’installazione: CCS Bard Hessel Museum, 2018. Courtesy dell’artista. Foto: Matt Grub

Daniel Steegmann Mangrané, Elegancia y renuncia, 2011; Foglia essiccata (ficus elastica japonicum), supporto in metallo, proiezione di diapositive. Veduta dell’installazione: CRAC Alsace Centre Rhénan d'Art Contemporain, Altkirch, 2014. Courtesy dell’artista e Esther Schipper, Berlino. Foto: Andrea Rossetti

Daniel Steegmann Mangrané, Elegancia y renuncia, 2011; Foglia essiccata (ficus elastica japonicum), supporto in metallo, proiezione di diapositive. Veduta dell’installazione: CRAC Alsace Centre Rhénan d'Art Contemporain, Altkirch, 2014. Courtesy dell’artista e Esther Schipper, Berlino. Foto: Andrea Rossetti

Daniel Steegmann Mangrané, Mano con hojas, 2013; Ologramma. Courtesy dell’artista, KADIST collection

Daniel Steegmann Mangrané, Mano con hojas, 2013; Ologramma. Courtesy dell’artista, KADIST collection

Daniel Steegmann Mangrané, A Transparent Leaf Instead Of The Mouth,, 2016-17 (dettaglio). Vetro, metallo, ecosistema con insetti stecco e insetti foglia. Courtesy dell’artista e Esther Schipper, Berlino. Foto: Matt Grub

Daniel Steegmann Mangrané, A Transparent Leaf Instead Of The Mouth,, 2016-17 (dettaglio). Vetro, metallo, ecosistema con insetti stecco e insetti foglia. Courtesy dell’artista e Esther Schipper, Berlino. Foto: Matt Grub

Daniel Steegmann Mangrané Ritratto. Courtesy Esther Schipper, Berlino. Foto: Andrea Rossetti

Daniel Steegmann Mangrané Ritratto. Courtesy Esther Schipper, Berlino. Foto: Andrea Rossetti

Sheela Gowda , che scolpisce con il letame, tesse capelli e dipinge con il kumkum, porta tutte le suggestioni di un'India scenografica e dolente all'Hangar Bicocca di Milano

Sheela Gowda; Stopover, 2012; In collaborazione con Christoph Storz; Veduta dell’installazione, Kochi-Muziris Biennale, 2012. Courtesy dell’artista. Foto: Sheela Gowda

Sheela Gowda; Stopover, 2012; In collaborazione con Christoph Storz; Veduta dell’installazione, Kochi-Muziris Biennale, 2012. Courtesy dell’artista. Foto: Sheela Gowda

Le installazioni dell’artista indiana Sheela Gowda attraggono e respingono. Vanno viste da lontano ma si sente la necessità di avvicinarsi per capire meglio qualcosa che sfugge. Sono concrete come i rifiuti, i capelli, il letame che le compone eppure virano all’astrazione. Sono enigmatiche e dolenti ma incuranti di apparirlo. Come l’India, di cui parlano incessantemente.

Sheela Gowda vive e lavora a Bangalore e ha un curriculum importante. Le sue opere, infatti, fanno parte delle collezioni delle più prestigiose istituzioni internazionali (fra cui Tate Modern, MoMA e Guggenheim Museum di New York). Ha anche partecipato a Documenta e alla Biennale di Venezia. Da domani (4 aprile, fino al 15 settembre 2019) il Pirelli Hangar Bicocca di Milano le dedica una retrospettiva. Si intitola Remains ed è la sua prima grande mostra personale in Italia.

Sheela Gowda usa dei materiali che a noi occidentali possono sembrare esotici o tesi a suscitare clamore ma che fanno parte della vita quotidiana dell’artista come di qualsiasi altro cittadino di Bangalore. Scelti come simboli, per raccontare più che per costruire, sono molto importanti per capire la sua opera. Siano essi rifiuti, magari evocativi come delle coloratissime porte (Margins) o dei blocchi di granito tradizionalmente usati per macinare le spezie (in Stopover ne ha recuperati 200 dalle strade di Bangalore, dove erano stati abbandonati, collocandoli successivamente nello spazio espositivo lungo un un reticolo tracciato sul pavimento).

"Fonte d’ispirazione di queste opere-spiegano al Pirelli Hangar Bicocca- sono le tecniche manuali e artigianali che si sviluppano in contesti di sussistenza e privazione, creando un incessante dialogo fra lavoro e ingegnosità.”

Sheela Gowda; Margins, 2011; Veduta dell’installazione, GallerySKE, Bangalore, 2011; Collezione Kiran Nadar Museum of Art. Courtesy dell’artista. Foto: Sheela Gowda

Sheela Gowda; Margins, 2011; Veduta dell’installazione, GallerySKE, Bangalore, 2011; Collezione Kiran Nadar Museum of Art. Courtesy dell’artista. Foto: Sheela Gowda

O materiali costruttivi come il letame che in India serve da combustibile e isolante nell’edilizia. E pure considerato sacro e l’artista lo usa per dipingere e scolpire (Mortar Line, Stock)

Sheela Gowda; Stock, 2011; Collezione Masureel, Belgio. Courtesy dell’artista

Sheela Gowda; Stock, 2011; Collezione Masureel, Belgio. Courtesy dell’artista

I capelli poi hanno un significato fortemente metaforico e politico (venduti e lasciati come offerta votiva. l’artista li tesse). La Gowda usa spesso anche inceso e kumkum (un pigmento rosso comune nei riti religiosi) Nella monumentale And… , ad esempio, l'artista ha assemblato 270 metri di filo rosso, impregnato da un impasto di colla e kumkum, con aghi da cucito.

Sheela Gowda; And…, 2007 (dettaglio). Courtesy dell’artista e Office for Contemporary Art Norway (OCA), Oslo. Foto: OCA / Vegard Kleven

Sheela Gowda; And…, 2007 (dettaglio). Courtesy dell’artista e Office for Contemporary Art Norway (OCA), Oslo. Foto: OCA / Vegard Kleven

Sheela Gowda; And…, 2007 (dettaglio). Courtesy dell’artista e Office for Contemporary Art Norway (OCA), Oslo. Foto: OCA / Vegard Kleven

Sheela Gowda; And…, 2007 (dettaglio). Courtesy dell’artista e Office for Contemporary Art Norway (OCA), Oslo. Foto: OCA / Vegard Kleven

Sheela Gowda, che nasce come pittrice, non ha mai smesso di dipingere e recentemente usa anche l’acquerello. Al Pirelli Hangar Bicocca è in mostra anche una selezione di opere figurative.

Sheela Gowda; Sanjaya Narrates, 2004-2008 (dettaglio). Courtesy dell’artista e GallerySKE, Bangalore

Sheela Gowda; Sanjaya Narrates, 2004-2008 (dettaglio). Courtesy dell’artista e GallerySKE, Bangalore

Sheela Gowda; And that is no lie, 2015; Veduta dell’installazione: Pérez Art Museum Miami, 2015–16. Courtesy dell’artista e Pérez Art Museum Miami. Foto: Oriol Tarridas

Sheela Gowda; And that is no lie, 2015; Veduta dell’installazione: Pérez Art Museum Miami, 2015–16. Courtesy dell’artista e Pérez Art Museum Miami. Foto: Oriol Tarridas

Sheela Gowda; What Yet Remains, 2017., Veduta dell’installazione, Ikon Gallery, Birmingham, 2017. Courtesy dell’artista e Ikon Gallery, Birmingham. Foto: Stuart Whipps

Sheela Gowda; What Yet Remains, 2017., Veduta dell’installazione, Ikon Gallery, Birmingham, 2017. Courtesy dell’artista e Ikon Gallery, Birmingham. Foto: Stuart Whipps

Sheela Gowda; What Yet Remains, 2017 (dettaglio). Courtesy dell’artista e Ikon Gallery, Birmingham. Foto: Stuart Whipps

Sheela Gowda; What Yet Remains, 2017 (dettaglio). Courtesy dell’artista e Ikon Gallery, Birmingham. Foto: Stuart Whipps

Sheela Gowda, Kagebangara, 2008. Veduta dell’installazione: Artes Mundi 5, 2012 Courtesy dell’artista. Foto: Wales News Service

Sheela Gowda, Kagebangara, 2008. Veduta dell’installazione: Artes Mundi 5, 2012 Courtesy dell’artista. Foto: Wales News Service

Sheela Gowda; Stopover, 2012 (dettaglio); In collaborazione con Christoph Storz. Courtesy dell’artista. Foto: Sheela Gowda

Sheela Gowda; Stopover, 2012 (dettaglio); In collaborazione con Christoph Storz. Courtesy dell’artista. Foto: Sheela Gowda

Sheela Gowda; Breaths, 2002 (dettaglio); Collezione Sunitha and Niall Emmart. Courtesy dell’artista

Sheela Gowda; Breaths, 2002 (dettaglio); Collezione Sunitha and Niall Emmart. Courtesy dell’artista

Sheela Gowda; Collateral, 2007 (dettaglio). Courtesy dell’artista e Iniva, Londra. Foto: Sheela Gowda

Sheela Gowda; Collateral, 2007 (dettaglio). Courtesy dell’artista e Iniva, Londra. Foto: Sheela Gowda

Sheela Gowda; Collateral, 2007 (dettaglio). Courtesy dell’artista e Iniva, Londra. Foto: Sheela Gowda

Sheela Gowda; Collateral, 2007 (dettaglio). Courtesy dell’artista e Iniva, Londra. Foto: Sheela Gowda

Sheela Gowda; Mortar Line, 1996 (dettaglio). Courtesy dell’artista

Sheela Gowda; Mortar Line, 1996 (dettaglio). Courtesy dell’artista

Sheela Gowda Ritratto Foto: Thierry Bal

Sheela Gowda Ritratto Foto: Thierry Bal

Girogio Andreotta Calò fa nuotare l'Hangar Bicocca negli abissi di un sogno di mare e di pianura

Giorgio Andreotta Calò; Medusa, 2014; Legno di rovere, argilla. Courtesy Wilfried Lentz, Rotterdam. Foto: John Bohnen

Giorgio Andreotta Calò; Medusa, 2014; Legno di rovere, argilla. Courtesy Wilfried Lentz, Rotterdam. Foto: John Bohnen

E’ un po’ un percorso sottomarino, un po’ un sogno ad occhi aperti, la mostra personale di Giorgio Andreotta Calò, CITTADIMILANO, che inaugura domani all’Hangar Bicocca (fino al 21 Luglio 2019). Si tratta di un viaggio in cui le opere di oggi e di ieri dell’artista veneziano riconfigurano lo spazio dell’edificio in cui la Pirelli un tempo fabbricava locomotive. Riconfermando, se ce ne fosse stato ancora bisogno dopo la sua partecipazione alla scorse edizione della Biennale d’arte, il talento visionario e la sensibilità di Andreotta Calò.

All’Hangar Bicocca Giorgio Andreotta Calò parte dalla tragedia della nave posacavi Città di Milano che il 16 giugno 1919 si inabissò presso la secca di Capo Graziano a Filicudi per costruire un percorso nelle profondità acquee dell’immaginazione e della Storia. La vicenda, che dà il titolo alla mostra, ha qui tanta importanza perchè ai tempi ad occuparsi di queste operazioni era la Pirelli. E l’artista ha l’abitudine di modificare il suo lavoro in base al contesto in cui l’espone. Senza contare il fatto che l’acqua, insieme e più del fuoco, è un suo elemento ricorrente.

Ad aprire il percorso espositivo sono proprio le immagini di repertorio del relitto inabissato (che l’artista ha montato fino a renderle un “lavoro e un leit motiv”). Per sottolineare l’interesse di Andreotta Calò per la trasmissione di dati (che al giorno d’oggi significa internet e telecomunicazioni). c’è invece, la porzione di un cavo rimasto sott’acqua per circa 20 anni.

La bellezza e il fascino tattile dei materiali usati dall’uomo che il mare si prende per poi restituirli, ritorna nell’ installazione Produttivo (costituita da campioni di roccia e sedimenti prelevati dal sottosuolo della laguna di Venezia e dell’area mineraria del Sulcis Iglesiente, in Sardegna). Nella serie delle Clessidre (i pali usati dai gondolieri per legare le barche che la marea erode fino a spezzarli, e che l’artista riproduce in bronzo raddoppiandoli, come si specchiassero nell’acqua). E in quella delle Meduse ( in questo caso interviene sugli ormeggi di legno, che trasforma in medusa, organismo marino composto principalmente di acqua, da cui poi trae delle sculture in bronzo.). Ma anche nella serie Pinna Nobilis (sculture che rappresentano delle conchiglie endemiche delle coste del Mar Mediterraneo e in particolare dei luoghi attraversati dalla mostra). E DOGOD (qui invece usa degli elementi ossei provenienti dall’Isola di Sant’Antioco in Sardegna e li assembla dandogli la forma del muso di un cane).

Giorgio Andreotta Calò; Volver, 2008; Courtesy ZERO…, Milano, e Studio Giorgio Andreotta Calò, Venezia. Foto: Davide Conconi

Giorgio Andreotta Calò; Volver, 2008; Courtesy ZERO…, Milano, e Studio Giorgio Andreotta Calò, Venezia. Foto: Davide Conconi

A imprimere una svolta circolare al cammino della mostra ci pensa, invece, la scultura Volver. Si tratta di una barca divisa in due e adagiata su uno specchio d’acqua. Ma quella barca ha una storia che si è svolta 10 anni fa proprio a Milano: l’artista all’interno della barca che usava nella laguna veneziana, ha volato ancorato a una gru sopra i tetti del quartiere Lambrate, compiendo un giro per poi terminare l’azione sulla terrazza della galleria Zero, dove ha tagliato la barca in due. Insomma, il passato chiude il cerchio e dà alla mostra un carattere onirico e personale. Come fosse una specie di viaggio nelle profondità dei ricordi personali e collettivi, con sprazzi di luce che si accendono sul futuro per poi spegnersi repentinamente.

Relitto del piroscafo Città di Milano, Filicudi. Foto:Global Underwater Explorers

Relitto del piroscafo Città di Milano, Filicudi. Foto:Global Underwater Explorers

Va detto che la mostra di Giorgio Andreotta Calò all’Hangar Bicocca, per molti versi si lega a quella di Mario Merz che l’ha preceduta (in corso fino al 24 Febbraio). Ma volendo ben vedere CITTADIMILANO può richiamare alla mente anche Treasures from the Wreck of the Unbelievable di Damien Hirst .

Si parte sempre da un relitto sottomarino che permette a un sogno di emergere dalle nebulose e fiabesche profondità dell’immaginazione. Poco importa in fondo se la circostanza da cui prendeva l’avvio la mostra di Hirst era immaginaria mentre quella da cui prende le mosse quella di Andreotta Calò è reale. A contare è il modo completamente diverso in cui i due artisti sviluppano il percorso. Hirst stupiva il visitatore, cercava di amaliarlo, Andreotta calò, invece, lo conduce per mano in una riflessione sottile su passato e presente, lonatano e vicino, natura e opera dell’uomo, corsi e ricorsi storici. E quindi, indirettamente, anche su globalizzazione e identità. Lontano dall’egocentrismo del precedente, il racconto di Andreotta Calò è aperto e intriso di poesia. Venato da una vaga malinconia che si percepisce appena tra forme ridotte all’osso (i materiali con la loro tattilità le assorbono) e il rigore trasognato del racconto.

Giorgio Andreotta Calò,; Clessidra, 2014, Bronzo; Veduta dell’installazione, Peep-Hole, Milano, 2014. Courtesy Studio Giorgio Andreotta Calò, Venezia. Foto: Stefania Scarpini

Giorgio Andreotta Calò,; Clessidra, 2014, Bronzo; Veduta dell’installazione, Peep-Hole, Milano, 2014. Courtesy Studio Giorgio Andreotta Calò, Venezia. Foto: Stefania Scarpini

Giorgio Andreotta Calò, Senza titolo (La fine del mondo), 2017 (particolare); Veduta dell’installazione, Padiglione Italia, 57ma; Biennale di Venezia, 2017. Courtesy Studio Giorgio Andreotta Calò, Venezia. Foto: Kirsten de Graaf

Giorgio Andreotta Calò, Senza titolo (La fine del mondo), 2017 (particolare); Veduta dell’installazione, Padiglione Italia, 57ma; Biennale di Venezia, 2017. Courtesy Studio Giorgio Andreotta Calò, Venezia. Foto: Kirsten de Graaf

Giorgio Andreotta Calò; Meduse, 2015, Bronzo; Veduta dell’installazione, Triennale, Milano, 2015. Courtesy Studio Giorgio Andreotta Calò, Venezia. Foto: Kirsten de Graaf

Giorgio Andreotta Calò; Meduse, 2015, Bronzo; Veduta dell’installazione, Triennale, Milano, 2015. Courtesy Studio Giorgio Andreotta Calò, Venezia. Foto: Kirsten de Graaf

Giorgio Andreotta Calò; Monumento ai Caduti, 2010; Intervento performativo; Comune di Bologna, 2010. Courtesy Studio Giorgio Andreotta Calò, Venezia. Foto: Matteo Monti

Giorgio Andreotta Calò; Monumento ai Caduti, 2010; Intervento performativo; Comune di Bologna, 2010. Courtesy Studio Giorgio Andreotta Calò, Venezia. Foto: Matteo Monti

Giorgio Andreotta Calò; Carotaggi, 2016; vulcanite, basalto, carbone, acciaio. Veduta dell’installazione, 16a Quadriennale d’arte, Roma, 2016. Foto: Ela Bialkowska

Giorgio Andreotta Calò; Carotaggi, 2016; vulcanite, basalto, carbone, acciaio. Veduta dell’installazione, 16a Quadriennale d’arte, Roma, 2016. Foto: Ela Bialkowska

Giorgio Andreotta Calò; Senza titolo (La fine del mondo), 2017; Veduta dell’installazione, Padiglione Italia, 57ma; Biennale di Venezia, 2017. Courtesy Studio Giorgio Andreotta Calò, Venezia. Foto: Roberto Marossi

Giorgio Andreotta Calò; Senza titolo (La fine del mondo), 2017; Veduta dell’installazione, Padiglione Italia, 57ma; Biennale di Venezia, 2017. Courtesy Studio Giorgio Andreotta Calò, Venezia. Foto: Roberto Marossi

Giorgio Andreotta Calò; Senza titolo (La fine del mondo), 2017; Veduta dell’installazione, Padiglione Italia, 57ma; Biennale di Venezia, 2017. Courtesy Studio Giorgio Andreotta Calò, Venezia. Foto: Roberto Marossi

Giorgio Andreotta Calò; Senza titolo (La fine del mondo), 2017; Veduta dell’installazione, Padiglione Italia, 57ma; Biennale di Venezia, 2017. Courtesy Studio Giorgio Andreotta Calò, Venezia. Foto: Roberto Marossi

Giorgio Andreotta Calò; Senza titolo (La fine del mondo), 2017; Veduta dell’installazione, Padiglione Italia, 57ma; Biennale di Venezia, 2017. Courtesy Studio Giorgio Andreotta Calò, Venezia. Foto: Roberto Marossi

Giorgio Andreotta Calò; Senza titolo (La fine del mondo), 2017; Veduta dell’installazione, Padiglione Italia, 57ma; Biennale di Venezia, 2017. Courtesy Studio Giorgio Andreotta Calò, Venezia. Foto: Roberto Marossi

Giorgio Andreotta Calò; Veduta della mostra, “La scultura lingua morta III”, Sprovieri Gallery, Londra, 2015. Courtesy Sprovieri Gallery, Londra. Foto: Riccardo Abate

Giorgio Andreotta Calò; Veduta della mostra, “La scultura lingua morta III”, Sprovieri Gallery, Londra, 2015. Courtesy Sprovieri Gallery, Londra. Foto: Riccardo Abate

Giorgio Andreotta Calò, Anàstasis (ἀνάστασις), 2018; Veduta dell’installazione, Oude Kerk, Amsterdam, 2018. Courtesy Studio Giorgio Andreotta Calò, Venezia. Foto: Maarten Nauw

Giorgio Andreotta Calò, Anàstasis (ἀνάστασις), 2018; Veduta dell’installazione, Oude Kerk, Amsterdam, 2018. Courtesy Studio Giorgio Andreotta Calò, Venezia. Foto: Maarten Nauw

Giorgio Andreotta Calò, Anàstasis (ἀνάστασις), 2018; Veduta dell’installazione, Oude Kerk, Amsterdam, 2018. Courtesy Studio Giorgio Andreotta Calò, Venezia. Foto: Gert Jan Van Rooij

Giorgio Andreotta Calò, Anàstasis (ἀνάστασις), 2018; Veduta dell’installazione, Oude Kerk, Amsterdam, 2018. Courtesy Studio Giorgio Andreotta Calò, Venezia. Foto: Gert Jan Van Rooij

Un intera villaggio di igloo firmati Mario Merz in mostra all'Hangar Bicocca di Milano

mario merz, “igloos”, exhibition view at pirelli hangarbicocca, milan, 2018: courtesy pirelli; hangarbicocca, milano: photo: renato ghiazza © mario merz, by siae 2018

mario merz, “igloos”, exhibition view at pirelli hangarbicocca, milan, 2018: courtesy pirelli; hangarbicocca, milano: photo: renato ghiazza © mario merz, by siae 2018

Per Mario Merz (1925-2003) l’igloo era l’archetipo delle abitazioni ma anche il simbolo di tante cose . Il rapporto che lega esterno ad interno, ad esempio, oppure individualità e collettività ma anche spazio fisico a luogo concettuale, Tutto questo lo diceva costruendo quelle minuscole casette che a volte facevano pensare più a una tenda canadese che alle nobili (per quanto spartane) antenate degli spazi abitativi contemporanei. E da loro oggi, non escono gli eschimesi ma una parte della Storia del ‘900. Ci sono i materiali che cambiano e con essi l’industria che cresce finchè non smette e non cresce più, la tecnologia che si evolve, le idee che si rinnovano, le mode che repentine perturbano il modo di sentire.

Mario Merz era un milanese e adesso l’Hangar Bicocca (Milano) gli dedica un’importante mostra che si intitola Igloos e lo racconta attraverso le sue casette. Tante casette. L’esposizione, infatti, mette insieme un vero e proprio villaggio scultoreo composto da ben 30 igloo di Mario Merz, recuperati tra collezioni private e musei internazionali (come il Museo Reina Sofia di Madrid, la Tate Gallery di Londra e la Nationalgalerie di Berlino).

A cure Igloos è Vicente Todolì (che fa anche parte del comitato scientifico della Fondazione Merz di Torino). 'Come punto di partenza, la mostra Igloos'- ha detto Todolì- riprende la personale di Mario Merz curata da Harald Szeemann nel 1985 al Kunsthaus di Zurigo, dove tutti i tipi di igloo prodotti fino a quel momento venivano riuniti per essere ammirati '"come un villaggio, una città, una città irreale nella grande sala espositiva, " come afferma Szeemann. La nostra mostra alla Pirelli Hangar Bicocca sarà un'occasione irripetibile per rivivere quell'esperienza (ma estesa da 17 a più di 30 igloo) creata da uno dei più importanti artisti della generazione del dopoguerra ".

Igloos di Mario Merz sarà all’Hangar Bicocca di Milano fino al 25 febbraio 2019. In occasione della fiera Artissima, Pirelli Hangar Bicocca propone per domenica 4 novembre visite speciali (con il supporto dei mediatori culturali) e un servizio bus navetta dalla Fondazione Merz di Torino (chiuso invece l'1, il 2 e il 3).

Mario Merz; Senza titolo, 1999; Installation view, Fundação de Serralves,; Porto, 1999; Courtesy Fondazione Merz, Turin: Photo: Rita Burmester © Mario Merz, by SIAE 2018

Mario Merz; Senza titolo, 1999; Installation view, Fundação de Serralves,; Porto, 1999; Courtesy Fondazione Merz, Turin: Photo: Rita Burmester © Mario Merz, by SIAE 2018

mario merz igloos, exhibition view at pirelli hangarbicocca, milan, 2018; courtesy pirelli; hangarbicocca, milan; photo: renato ghiazza © mario merz, by siae 2018

mario merz igloos, exhibition view at pirelli hangarbicocca, milan, 2018; courtesy pirelli; hangarbicocca, milan; photo: renato ghiazza © mario merz, by siae 2018

Mario Merz; Spostamenti della terra e della luna su un asse, 2003; Installation view, Fondazione Merz, Turin,2011; Courtesy Fondazione Merz, Turin; Photo: © Paolo Pellion © Mario Merz, by SIAE 2018

Mario Merz; Spostamenti della terra e della luna su un asse, 2003; Installation view, Fondazione Merz, Turin,2011; Courtesy Fondazione Merz, Turin; Photo: © Paolo Pellion © Mario Merz, by SIAE 2018

courtesy pirelli hangarbicocca, milan; photo: renato ghiazza © mario merz, by siae 2018

courtesy pirelli hangarbicocca, milan; photo: renato ghiazza © mario merz, by siae 2018

Mario Merz, Le case girano intorno a noi o noi giriamo intorno alle case?, 1994; Installation view, Fondazione Merz, Turin, 2005; Courtesy Fondazione Merz, Turin; Photo: © Paolo Pellion © Mario Merz, by SIAE 2018

Mario Merz, Le case girano intorno a noi o noi giriamo intorno alle case?, 1994; Installation view, Fondazione Merz, Turin, 2005; Courtesy Fondazione Merz, Turin; Photo: © Paolo Pellion © Mario Merz, by SIAE 2018

noi giriamo intorno alle case o le case girano intorno a noi?, 1977 (reconstruction 1985); installation view at pirelli hangarbicocca, milan, 2018; tate; courtesy pirelli hangarbicocca, milan; photo: renato ghiazza © mario merz, by siae 2018

noi giriamo intorno alle case o le case girano intorno a noi?, 1977 (reconstruction 1985); installation view at pirelli hangarbicocca, milan, 2018; tate; courtesy pirelli hangarbicocca, milan; photo: renato ghiazza © mario merz, by siae 2018

Mario Merz; Senza titolo, 1991; Installation view, Fondazione Merz, Turin, 2005; Courtesy Fondazione Merz, Turin; Photo: © Paolo Pellion © Mario Merz, by SIAE 2018

Mario Merz; Senza titolo, 1991; Installation view, Fondazione Merz, Turin, 2005; Courtesy Fondazione Merz, Turin; Photo: © Paolo Pellion © Mario Merz, by SIAE 2018

mario merz igloos, exhibition view at pirelli hangarbicocca, milan, 2018; courtesy pirelli; hangarbicocca, milan; photo: renato ghiazza © mario merz, by siae 2018

mario merz igloos, exhibition view at pirelli hangarbicocca, milan, 2018; courtesy pirelli; hangarbicocca, milan; photo: renato ghiazza © mario merz, by siae 2018