Biennale di Venezia 2019| Le travi di metallo di Carol Bove morbide e colorate come tessuti pregiati sfilano a May you Live Interesting Times

Carol Bove, Various works, 2017-2019 (Arsenale); Stainless steel, found steel and urethane paint. Photo by Maris Mezulis

Carol Bove, Various works, 2017-2019 (Arsenale); Stainless steel, found steel and urethane paint. Photo by Maris Mezulis

Le sculture monumentali di Carol Bove sono fluide e ariose, intensamente, talvolta anche vivacemente, colorate, fanno pensare a materiali malleabili e infantili come le gomme da masticare o il pongo; ma più spesso richiamano alla mente i tessuti di una sfilata d’alta moda. Eppure sono fatte con solide travi di metallo, di quelle che si usano nei grandi progetti edilizi o per i ponti.

Carol Bove è nata a Ginevra da genitori americani. Nonostante sia cresciuta negli Stati Uniti, dove ha studiato e tutt’ora vive, è stata chiamata a rappresentare la Svizzera alla Biennale di Venezia 2017. Due anni dopo ritroviamo il suo lavoro alla Biennale di Venezia 2019, May you Live Interesting Times, curata da Ralph Rugoff . Per la mostra ha creato anche una serie di nuove opere (Nike I, New Moon).

Bove riveste le sue sculture di lacche lucide e impeccabili rubate all’industria dell’automobile. Tuttavia, spesso le accosta a lastre di metallo arrugginito e graffiato. Più che di un matrimonio tra elementi apparentemente opposti ma evidentemente compatibili si tratta di una fusione, tanto le volute delle une vengono fatte combaciare con le increspature inquiete delle altre. Per Farlo Bove e il suo staff sollevano con delle gru le enormi parti scultoree e le muovono, o le fanno addirittura oscillare. L’artista non fa rendering ne studi preparatori ma ha l'abitudine di camminare per lo studio manipolando dei pezzi di Play-Doh dai colori vivaci.

A livello concettuale le opere parlano di forza e fragilità, comunione degli opposti, resilienza ma anche inganno.

“In questo momento storico- ha detto- il pensiero esecutivo, l’estroversione e i gesti intenzionali occupano posizioni tiranniche di dominio. Dobbiamo opporci riservando spazio alle immagini poetiche , al pensiero associativo e agli atti privi di uno scopo. E’ per questo motivo che mi piace l’acciaio: ha la potenzialità di rivelarsi molto testardo”.

Le sculture di Carol Bove si possono vedere sia all’Arsenale che ai Giardini per tutta la durata della Biennale di Venezia 2019.

Carol Bove, Various works, 2017-2019 (Arsenale); Stainless steel, found steel and urethane paint. Photo by Maris Mezulis

Carol Bove, Various works, 2017-2019 (Arsenale); Stainless steel, found steel and urethane paint. Photo by Maris Mezulis

Carol Bove, Various works, 2017-2019 (Arsenale); Stainless steel, found steel and urethane paint. Photo by Maris Mezulis

Carol Bove, Various works, 2017-2019 (Arsenale); Stainless steel, found steel and urethane paint. Photo by Maris Mezulis

Carol Bove, Various works, 2017-2019 (Arsenale); Stainless steel, found steel and urethane paint. Photo by Maris Mezulis

Carol Bove, Various works, 2017-2019 (Arsenale); Stainless steel, found steel and urethane paint. Photo by Maris Mezulis

Carol Bove, Various works, 2017-2019 (Arsenale); Stainless steel, found steel and urethane paint. Photo by Maris Mezulis

Carol Bove, Various works, 2017-2019 (Arsenale); Stainless steel, found steel and urethane paint. Photo by Maris Mezulis

Carol Bove, Various works, 2017-2019 (Arsenale); Stainless steel, found steel and urethane paint. Photo by Maris Mezulis

Carol Bove, Various works, 2017-2019 (Arsenale); Stainless steel, found steel and urethane paint. Photo by Maris Mezulis

Carol Bove, Various works, 2018 (Giardini della Biennale); Stainless steel, found steel and urethane paint. Photo by Maris Mezulis

Carol Bove, Various works, 2018 (Giardini della Biennale); Stainless steel, found steel and urethane paint. Photo by Maris Mezulis

Carol Bove, Various works, 2018 (Giardini della Biennale); Stainless steel, found steel and urethane paint. Photo by Maris Mezulis

Carol Bove, Various works, 2018 (Giardini della Biennale); Stainless steel, found steel and urethane paint. Photo by Maris Mezulis

Carol Bove, Various works, 2018 (Giardini della Biennale); Stainless steel, found steel and urethane paint. Photo by Maris Mezulis

Carol Bove, Various works, 2018 (Giardini della Biennale); Stainless steel, found steel and urethane paint. Photo by Maris Mezulis

Carol Bove, Various works, 2018 (Giardini della Biennale); Stainless steel, found steel and urethane paint. Photo by Maris Mezulis

Carol Bove, Various works, 2018 (Giardini della Biennale); Stainless steel, found steel and urethane paint. Photo by Maris Mezulis

Carol Bove, Various works, 2018 (Giardini della Biennale); Stainless steel, found steel and urethane paint. Photo by Maris Mezulis

Carol Bove, Various works, 2018 (Giardini della Biennale); Stainless steel, found steel and urethane paint. Photo by Maris Mezulis

Carol Bove, Various works, 2017-2019 (Arsenale); Stainless steel, found steel and urethane paint. Photo by Maris Mezulis

Carol Bove, Various works, 2017-2019 (Arsenale); Stainless steel, found steel and urethane paint. Photo by Maris Mezulis

Biennale di Venezia 2019| Con 'Microworld', Liu Wei crea una composizione scultorea di enormi molecole e giganteschi protoni per May you Live in Interesting Times

Liu Wei, Microworld, 2018; Aluminium plates.Photo by: Italo Rondinella. Courtesy: La Biennale di Venezia

Liu Wei, Microworld, 2018; Aluminium plates.Photo by: Italo Rondinella. Courtesy: La Biennale di Venezia

L’artista cinese Liu Wei per la Biennale di Venezia 2019, May you Live In Interesting Times, curata da Ralph Rugoff, ha creato una monumentale composizione scultorea che rievoca il Modernismo. Riproduce molecole, elementi, protoni e altre entità microscopiche, su larga scala. Tanto da far sentire l’osservatore un lillipuziano.

“Microworld” è stata realizzata partendo da semplici lastre di alluminio lucido (va ricordato che Liu Wei ha a libro paga un vasto numero di assistenti a cui delega il lavoro manuale) e isolata da lastre di vetro. In questo modo chi guarda l’opera è costretto a rimanere a distanza. L’illuminazione, forte e geometrica , poi, gioca un ruolo importante nel rispetto che il complesso scultoreo incute. Questo mondo micro, solitamente invisibile a occhio nudo, diventato macro, luccica, congelato e misterioso, come uno spicchio di cosmo, d’un tratto vicinissimo ma comunque irraggiungibile.

“Questo mondo solitamente invisibile a occhio nudo- spiega la guida di May you Live in Interesting Times- stimola la curiosità e l’immaginazione. Il ritratto soggettivo e romanzato che Liu Wei fa della sfera microscopica risulta seducente e drammatico, e le sue dimensioni fanno rimpicciolire lo spettatore, ricordandoci che l’invisibile fa parte dell’ordine di un universo dalla portata sconfinata.”

‘Microworld’ è stata esposta all’Arsenale. Ai Giardini, invece, è stata posizionata Devourment, un’installazione molto diversa, composta di objets trouvés, materiali naturali e creati dall’uomo (tra gli altri: un divano, un armadio, una scultura, libri). Per vedere entrambe queste opere di Liu Wei alla Biennale di Venezia 2109, c’è tempo fino 24 novembre.

Liu Wei, Microworld, 2018; Aluminium plates.Photo by: Italo Rondinella. Courtesy: La Biennale di Venezia

Liu Wei, Microworld, 2018; Aluminium plates.Photo by: Italo Rondinella. Courtesy: La Biennale di Venezia

Liu Wei, Microworld, 2018; Aluminium plates.Photo by: Italo Rondinella. Courtesy: La Biennale di Venezia

Liu Wei, Microworld, 2018; Aluminium plates.Photo by: Italo Rondinella. Courtesy: La Biennale di Venezia

Liu Wei, Microworld, 2018; Aluminium plates.Photo by: Italo Rondinella. Courtesy: La Biennale di Venezia

Liu Wei, Microworld, 2018; Aluminium plates.Photo by: Italo Rondinella. Courtesy: La Biennale di Venezia

Liu Wei, Microworld, 2018; Aluminium plates.Photo by: Italo Rondinella. Courtesy: La Biennale di Venezia

Liu Wei, Microworld, 2018; Aluminium plates.Photo by: Italo Rondinella. Courtesy: La Biennale di Venezia

Liu Wei, Microworld, 2018; Aluminium plates.Photo by: Italo Rondinella. Courtesy: La Biennale di Venezia

Liu Wei, Microworld, 2018; Aluminium plates.Photo by: Italo Rondinella. Courtesy: La Biennale di Venezia

Biennale di Venezia 2019| Tomás Saraceno ha messo i ragni a prevedere il futuro in May You Live in Interesting Times

Tomás Saraceno, Spider/Web Pavilion 7: Oracle Readings, Weaving Arachnomancy, Synanthropic Futures: At-ten(t)sion to invertebrate rights!, 2019. Mixed media. Photo by: Francesco Galli. Courtesy: La Biennale di Venezia

Tomás Saraceno, Spider/Web Pavilion 7: Oracle Readings, Weaving Arachnomancy, Synanthropic Futures: At-ten(t)sion to invertebrate rights!, 2019. Mixed media. Photo by: Francesco Galli. Courtesy: La Biennale di Venezia

Giocoso, vagamente gotico e infantile, eppure serissimo. E’ Spider\Web Pavilion 7 realizzato da Tomás Saraceno (ne ho parlato qui) per la Biennale di Venezia 2019, May you Live In Interesting Times, curata da Ralph Rugoff. In cui l’artista di origine argentina ha esposto complesse ragnatele ai Giardini e messo i ragni a prevedere il futuro dei visitatori.

CHI E’ TOMAS SARACENO:

Tomás Saraceno nasce come architetto ma il suo vero amore era l’arte. Tuttavia la ricerca che sta dietro il suo lavoro la trascende ampiamente, abbracciando: astrofisica, ingegneria, ambientalismo, termodinamica, biologia, aracnologia e composizione musicale. Nel 2009 ha persino studiato alla NASA. I ragni sono sempre stati il suo chiodo fisso. Nelle loro ragnatele vede delle opere d’arte in se e una metafora dell’intero universo.

Durante un periodo dell’infanzia , Tomás Saraceno, ha vissuto in Italia; la casa era molto antica e aveva una mansarda piena di ragni. Tutto è cominciato lì. In un’intervista a New York Times ha dichiarato di essersi chiesto: "I ragni vivevano nella mia casa o ero io che vivevo nella casa dei ragni?" Di domande come questa Saraceno se ne fa continuamente. Sembra vogliano strappare un sorriso, invece lui ci riflette a lungo e cerca di trovare una risposta oggettiva. E sono proprio queste domande a permetterci di capire quanto profondamente sovversivo sia il pensiero che sta alla base del lavoro di Saraceno e di quanta poesia sia pervaso.

I RAGNI POSSONO PARLARE?

Spider\Web Pavilion 7, come altre sue opere di questa serie, prende le mosse da una questione a cui Saraceno, avvalendosi di tutti gli esperti del caso, ha cercato ossessivamente una risposta: possiamo noi comunicare con i ragni? Visto che i piccoli aracnidi sono sordi e muti sembrava piuttosto improbabile, ma percepiscono le vibrazioni sulla loro ragnatela. Così Saraceno è riuscito spingendoli ad interagire attraverso le onde sonore della musica a registrare le loro “voci” con un vibromero.

E’ proprio questo mix di suoni e vibrazioni che sentiranno i visitatori che decideranno di provare la versione digitale della sua opera, dopo aver fotografato una ragnatela e fatto una domanda al ragno. Si può fare sia in Biennale sia da casa scaricando la app Aracnomancy (Android, Apple).

I RAGNI POSSONO PREVEDERE IL FUTURO?

Chi entrerà nello spazio dedicato all’ installazione ai Giardini della Biennale, invece, si troverà davanti una delle splendide ragnatele-scultura di Saraceno (sono simili a strutture architettoniche tanto sono intricate e complesse, per farle l’artista si serve di centinaia di ragni sociali e semi-sociali) e delle carte somiglianti ai tarocchi (ma con disegni a tema). Perchè in quest’opera Saraceno si spinge oltre, e si domanda: i ragni possono prevedere il futuro? E la risposta secondo lui è si.

Spider\Web Pavilion 7, infatti, è ispirato alla divinazione Mambila Nggam, praticata nell’Africa centrale e occidentale (in cui uno stregone interpreta i movimenti di un ragno). Simile discorso nel padiglione, solo che l’artista fa decodificare i messaggi degli esseri a otto zampe con letture improntate all’aracnomanzia e interpretazioni delle ragnatele da parte si esperti di diverse discipline (filiosofi, sismologi, astrofisici ecc.).

Con ques’opera Saraceno ci parla di ecologia, di legami tra le specie che popolano la terra ma anche di comunicazione. E poi chissà magari i ragni ci hanno detto davvero che tempo farà domani o se il nostro fidanzato\a arriverà in ritardo, attraverso vibrazioni e suoni sul telefonino. In fondo non parliamo lo stesso linguaggio.

Spider\Web Pavilion 7 di Tomás Saraceno si potrà visitare fino alla conclusione della Biennale di Venezia 2019 (24 novembre). Per sentire gli esperti interpretare gli aracno-messaggi bisogna, invece, consultare il sito della Biennale.

Tomás Saraceno, Spider/Web Pavilion 7: Oracle Readings, Weaving Arachnomancy, Synanthropic Futures: At-ten(t)sion to invertebrate rights!, 2019. Mixed media. Photo by: Francesco Galli. Courtesy: La Biennale di Venezia

Tomás Saraceno, Spider/Web Pavilion 7: Oracle Readings, Weaving Arachnomancy, Synanthropic Futures: At-ten(t)sion to invertebrate rights!, 2019. Mixed media. Photo by: Francesco Galli. Courtesy: La Biennale di Venezia

Tomás Saraceno, Spider/Web Pavilion 7: Oracle Readings, Weaving Arachnomancy, Synanthropic Futures: At-ten(t)sion to invertebrate rights!, 2019. Mixed media. Photo by: Francesco Galli. Courtesy: La Biennale di Venezia

Tomás Saraceno, Spider/Web Pavilion 7: Oracle Readings, Weaving Arachnomancy, Synanthropic Futures: At-ten(t)sion to invertebrate rights!, 2019. Mixed media. Photo by: Francesco Galli. Courtesy: La Biennale di Venezia

Tomás Saraceno, Spider/Web Pavilion 7: Oracle Readings, Weaving Arachnomancy, Synanthropic Futures: At-ten(t)sion to invertebrate rights!, 2019. Mixed media. Photo by: Francesco Galli. Courtesy: La Biennale di Venezia

Tomás Saraceno, Spider/Web Pavilion 7: Oracle Readings, Weaving Arachnomancy, Synanthropic Futures: At-ten(t)sion to invertebrate rights!, 2019. Mixed media. Photo by: Francesco Galli. Courtesy: La Biennale di Venezia

Tomás Saraceno, Spider/Web Pavilion 7: Oracle Readings, Weaving Arachnomancy, Synanthropic Futures: At-ten(t)sion to invertebrate rights!, 2019. Mixed media. Photo by: Francesco Galli. Courtesy: La Biennale di Venezia

Tomás Saraceno, Spider/Web Pavilion 7: Oracle Readings, Weaving Arachnomancy, Synanthropic Futures: At-ten(t)sion to invertebrate rights!, 2019. Mixed media. Photo by: Francesco Galli. Courtesy: La Biennale di Venezia

Tomás Saraceno, Spider/Web Pavilion 7: Oracle Readings, Weaving Arachnomancy, Synanthropic Futures: At-ten(t)sion to invertebrate rights!, 2019. Mixed media. Photo by: Francesco Galli. Courtesy: La Biennale di Venezia

Tomás Saraceno, Spider/Web Pavilion 7: Oracle Readings, Weaving Arachnomancy, Synanthropic Futures: At-ten(t)sion to invertebrate rights!, 2019. Mixed media. Photo by: Francesco Galli. Courtesy: La Biennale di Venezia

Tomás Saraceno, Spider/Web Pavilion 7: Oracle Readings, Weaving Arachnomancy, Synanthropic Futures: At-ten(t)sion to invertebrate rights!, 2019. Mixed media. Photo by: Francesco Galli. Courtesy: La Biennale di Venezia

Tomás Saraceno, Spider/Web Pavilion 7: Oracle Readings, Weaving Arachnomancy, Synanthropic Futures: At-ten(t)sion to invertebrate rights!, 2019. Mixed media. Photo by: Francesco Galli. Courtesy: La Biennale di Venezia

Biennale di Venezia 2019| I robot mattacchioni e feroci di Sun Yuan & Peng Yu che monopolizzano l'attenzione dei visitatori di "May you Live in Interesting Times"

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Le installazioni feroci e ironiche del duo di artisti cinesi Sun Yuan & Peng Yu sono uno dei poli d’attrazione della Biennale di Venezia 2019, “May you Live in Interesting Times”, curata da Ralph Rugoff. Dai titoli colloquiali e un tantino criptici (“Dear” l’una e “Can’t help myself” l’altra) sono pensate “per suscitare meraviglia e tensione nel pubblico”, come recita la guida alla kermesse inaugurata lo scorso sabato. Ma anche per generare smarrimento.

“D’accordo sono solo sculture ma non ci sarà pericolo?” ci si scopre a pensare mentre si osserva con preoccupazione il tubo che si contorce e sbatte con violenza sulle pareti della teca o i flessuosi movimenti della pala robotica. Sembrano vive.

D’altra parte a “Can’t help Myself”, esposta al centro della prima sala dello spazio espositivo dei Giardini, sono stati insegnati ben trentadue movimenti diversi che spaziano dalla stretta di mano con inchino, ai passi di danza, al grattarsi e perfino al dimenare il sedere. Per realizzare questa scultura Sun Yuan e Peng Yu hanno lavorato con un robot industriale, sensori di riconoscimento visivo e sistemi software. Nell’opera un braccio robotico, di quelli comunemente impiegati nelle catene di montaggio, ha il compito di contenere l’espandersi di un liquido rosso vischioso simile al sangue. Ovviamente lo fa con malagrazia, mandando schizzi qua e la. Tra un’azione e l’altra esegue alcuni dei movimenti che ha imparato.

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Collocata all’Arsenale, “Dear”, invece, si compone di una seduta di silicio bianco (liberamente ispirata a quella del Lincoln Memorial di Washington DC) e di un tubo di gomma, separati dall’ambiente circostante da una teca in plexiglass. A tratti il tubo comincia a sbuffare aria altamente pressurizzata e a contorcersi con violenza, danneggiando sia la teca che la seduta. “Tra un’aggressione e l’altra, la poltrona risulta, inerte quasi invitante… fino all’attacco seguente

Se per l’opera collocata ai Giardini il riferimento ai pericoli insiti nell’automazione risulta automatico, Dear sembra riflettere sull’esercizio del potere e sulla democrazia. Tuttavia le opere del duo di artisti cinesi si prestano sempre a diverse chiavi di lettura contemporaneamente (ad esempio sociale, politica, psicologica e artistica).

Entrambe le sculture di Sun Yuan & Peng Yu saranno visibili per tutta la durata della Biennale di Venezia 2019 (fino al 24 novembre).

Sun Yuan and Peng Yu, Can’t Help Myself, 2016, Mixed media. Photo by: Francesco Galli. Courtesy: La Biennale di Venezia

Sun Yuan and Peng Yu, Can’t Help Myself, 2016, Mixed media. Photo by: Francesco Galli. Courtesy: La Biennale di Venezia

Sun Yuan and Peng Yu, Dear, 2015, Air pump, air tank, hose, sofa. Photo by: Italo Rondinella. Courtesy: La Biennale di Venezia

Sun Yuan and Peng Yu, Dear, 2015, Air pump, air tank, hose, sofa. Photo by: Italo Rondinella. Courtesy: La Biennale di Venezia

Sun Yuan and Peng Yu, Can’t Help Myself, 2016, Mixed media. Photo by: Francesco Galli. Courtesy: La Biennale di Venezia

Sun Yuan and Peng Yu, Can’t Help Myself, 2016, Mixed media. Photo by: Francesco Galli. Courtesy: La Biennale di Venezia

Sun Yuan and Peng Yu, Dear, 2015, Air pump, air tank, hose, sofa. Photo by: Italo Rondinella. Courtesy: La Biennale di Venezia

Sun Yuan and Peng Yu, Dear, 2015, Air pump, air tank, hose, sofa. Photo by: Italo Rondinella. Courtesy: La Biennale di Venezia

Sun Yuan and Peng Yu. Photo by: Francesco Galli. Courtesy: La Biennale di Venezia

Sun Yuan and Peng Yu. Photo by: Francesco Galli. Courtesy: La Biennale di Venezia