Narine Arakelian ha trasformato la scala gotica di Palazzo Contarini del Bovolo in un faro multicolore

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L’artista armena di origini siberiane, Narine Arakelian, in occasione della Biennale di Venezia 2019, ha trasformato la scala a chiocciola dell’antichissimo Palazzo Contarini del Bovolo in un faro multicolore. L’installazione, realizzata con lastre di plexiglass colorato, disposte come fossero finestre e luci, fa riferimento alla storia della residenza e ai concetti di speranza e rinascita.

Narine Arakelian alla Biennale 2019 rappresenta il suo Paese (Padiglione Armenia, al Collegio Armeno Moorat-Raphael di Dorsoduro) insieme al gruppo artistico ArtLab Yerevan. La mostra, curata da Susanna Gyulamiryan, si intitola ‘Revolutionary Sensorium’ ed è una riflessione sulle tensioni e le proteste che hanno segnato la repubblica caucasica nella primavera dello scorso anno. All’esposizione Narine Arakelian contribuisce con una performance. Il progetto che reinventa la scala tardo gotica, invece, si concentra su temi universali creando un’atmosfera di sospensione nello scorrere incessante della Storia.

L’installazione realizzata a Palazzo Contarini del Bovolo (curata da Pier Paolo Scelsi) si intitola ‘The Pharos Flower’ e, secondo l’artista, costituisce un momento di raccordo tra passato, presente e futuro. Di certo c’è che raggiungere il panorama mozzafiato che si gode dalla cima sarà un po’ meno faticoso per i visitatori che saliranno immersi nella vivida purezza del colore.

All’interno del palazzo l’artista presenta poi dei tessuti e degli oggetti di vetro (realizzati allo Studio Abate Zanetti di Murano=. Non solo, perchè anche qui Arakelian si esibirà in una performance. Ispirato all’opera di Tintoretto ‘Bozzetto del Paradiso’, lo spettacolo la vede trasformarsi in una statua di marmo. (via Designboom)

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Biennale di Venezia 2019| Le travi di metallo di Carol Bove morbide e colorate come tessuti pregiati sfilano a May you Live Interesting Times

Carol Bove, Various works, 2017-2019 (Arsenale); Stainless steel, found steel and urethane paint. Photo by Maris Mezulis

Carol Bove, Various works, 2017-2019 (Arsenale); Stainless steel, found steel and urethane paint. Photo by Maris Mezulis

Le sculture monumentali di Carol Bove sono fluide e ariose, intensamente, talvolta anche vivacemente, colorate, fanno pensare a materiali malleabili e infantili come le gomme da masticare o il pongo; ma più spesso richiamano alla mente i tessuti di una sfilata d’alta moda. Eppure sono fatte con solide travi di metallo, di quelle che si usano nei grandi progetti edilizi o per i ponti.

Carol Bove è nata a Ginevra da genitori americani. Nonostante sia cresciuta negli Stati Uniti, dove ha studiato e tutt’ora vive, è stata chiamata a rappresentare la Svizzera alla Biennale di Venezia 2017. Due anni dopo ritroviamo il suo lavoro alla Biennale di Venezia 2019, May you Live Interesting Times, curata da Ralph Rugoff . Per la mostra ha creato anche una serie di nuove opere (Nike I, New Moon).

Bove riveste le sue sculture di lacche lucide e impeccabili rubate all’industria dell’automobile. Tuttavia, spesso le accosta a lastre di metallo arrugginito e graffiato. Più che di un matrimonio tra elementi apparentemente opposti ma evidentemente compatibili si tratta di una fusione, tanto le volute delle une vengono fatte combaciare con le increspature inquiete delle altre. Per Farlo Bove e il suo staff sollevano con delle gru le enormi parti scultoree e le muovono, o le fanno addirittura oscillare. L’artista non fa rendering ne studi preparatori ma ha l'abitudine di camminare per lo studio manipolando dei pezzi di Play-Doh dai colori vivaci.

A livello concettuale le opere parlano di forza e fragilità, comunione degli opposti, resilienza ma anche inganno.

“In questo momento storico- ha detto- il pensiero esecutivo, l’estroversione e i gesti intenzionali occupano posizioni tiranniche di dominio. Dobbiamo opporci riservando spazio alle immagini poetiche , al pensiero associativo e agli atti privi di uno scopo. E’ per questo motivo che mi piace l’acciaio: ha la potenzialità di rivelarsi molto testardo”.

Le sculture di Carol Bove si possono vedere sia all’Arsenale che ai Giardini per tutta la durata della Biennale di Venezia 2019.

Carol Bove, Various works, 2017-2019 (Arsenale); Stainless steel, found steel and urethane paint. Photo by Maris Mezulis

Carol Bove, Various works, 2017-2019 (Arsenale); Stainless steel, found steel and urethane paint. Photo by Maris Mezulis

Carol Bove, Various works, 2017-2019 (Arsenale); Stainless steel, found steel and urethane paint. Photo by Maris Mezulis

Carol Bove, Various works, 2017-2019 (Arsenale); Stainless steel, found steel and urethane paint. Photo by Maris Mezulis

Carol Bove, Various works, 2017-2019 (Arsenale); Stainless steel, found steel and urethane paint. Photo by Maris Mezulis

Carol Bove, Various works, 2017-2019 (Arsenale); Stainless steel, found steel and urethane paint. Photo by Maris Mezulis

Carol Bove, Various works, 2017-2019 (Arsenale); Stainless steel, found steel and urethane paint. Photo by Maris Mezulis

Carol Bove, Various works, 2017-2019 (Arsenale); Stainless steel, found steel and urethane paint. Photo by Maris Mezulis

Carol Bove, Various works, 2017-2019 (Arsenale); Stainless steel, found steel and urethane paint. Photo by Maris Mezulis

Carol Bove, Various works, 2017-2019 (Arsenale); Stainless steel, found steel and urethane paint. Photo by Maris Mezulis

Carol Bove, Various works, 2018 (Giardini della Biennale); Stainless steel, found steel and urethane paint. Photo by Maris Mezulis

Carol Bove, Various works, 2018 (Giardini della Biennale); Stainless steel, found steel and urethane paint. Photo by Maris Mezulis

Carol Bove, Various works, 2018 (Giardini della Biennale); Stainless steel, found steel and urethane paint. Photo by Maris Mezulis

Carol Bove, Various works, 2018 (Giardini della Biennale); Stainless steel, found steel and urethane paint. Photo by Maris Mezulis

Carol Bove, Various works, 2018 (Giardini della Biennale); Stainless steel, found steel and urethane paint. Photo by Maris Mezulis

Carol Bove, Various works, 2018 (Giardini della Biennale); Stainless steel, found steel and urethane paint. Photo by Maris Mezulis

Carol Bove, Various works, 2018 (Giardini della Biennale); Stainless steel, found steel and urethane paint. Photo by Maris Mezulis

Carol Bove, Various works, 2018 (Giardini della Biennale); Stainless steel, found steel and urethane paint. Photo by Maris Mezulis

Carol Bove, Various works, 2018 (Giardini della Biennale); Stainless steel, found steel and urethane paint. Photo by Maris Mezulis

Carol Bove, Various works, 2018 (Giardini della Biennale); Stainless steel, found steel and urethane paint. Photo by Maris Mezulis

Carol Bove, Various works, 2017-2019 (Arsenale); Stainless steel, found steel and urethane paint. Photo by Maris Mezulis

Carol Bove, Various works, 2017-2019 (Arsenale); Stainless steel, found steel and urethane paint. Photo by Maris Mezulis

Biennale di Venezia 2019| Con 'Moving Backwards", Pauline Boundry e Renate Lorenz, trasformano il Padiglione Svizzera in una discoteca anni '70

Il Padiglione Svizzera della Biennale di Venezia 2019 è stato tramutato in un night club dalla coppia di artiste Pauline Boundry e Renate Lorenz. Una discoteca in cui i visitatori anzichè ballare però, si possono sedere a guardare ‘Moving Backwards’. Un video interpretato da danzatori professionisti e ambientato in uno spazio simile in tutto e per tutto a quello in cui si trovano gli spettatori.

La specularità tra l’ambiente rappresentato e quello vissuto è il primo mattone di un clima di frizzante incertezza in cui si viene risucchiati. Ma non l’unico. Pauline Boundry e Renate Lorenz realizzano video anzichè semplici performances proprio per come, lavorando in digitale sul girato, possono introdurre minuscoli scollamenti, inganni quasi impercettibili all’occhio, In questo modo ci spingono a mettere in discussione la nostra percezione e (di conseguenza) a ridiscutere il modo in cui interpretiamo il mondo e noi stessi (senso di identità, relazioni interpersonali, dinamiche sociali ecc.)

"‘Moving Backwards’. prende spunto dall’abitudine della donne curde di indossare scarpe al contrario per spostarsi durante periodi di guerriglia e tensione politica (le loro tracce fanno pensare che vadano in direzione opposta a quella scelta). Così i ballerini nel video camminano all’indietro. O meglio eseguono assoli, danze di gruppo e passi andando a ritroso,

Concepita come una forma di resistenza a un clima politico-sociale che secondo le autrici sarebbe regressivo, la performance, mixa e reinterpreta movimenti presi dalle tecniche di guerriglia, dalla cultura queer e underground. I passi eseguiti dagli artisti Julie Cunningham, Werner Hirsch, Latifa Laâbissi, Marbles Jumbo Radio e Nach, a volte sono all’indietro, altre sono invertiti digitalmente, creando ulteriori dubbi e ambiguità.

L’opera è completata da un giornale distribuito ai visitatori, che, oltre a contributi di artisti, coreografi, attivisti e studiosi scritti sotto forma di lettera, pubblica una dichiarazione delle stesse Boundry e Lorenz. Che si conclude in questo modo: “Andremo indietro e penseremo ai modi in cui desideriamo vivere con gli amati ma anche gli altri non amati. ci sposteremo all'indietro, perché incontri strani potrebbero essere un piacevole punto di partenza per l'accadere di qualcosa di imprevisto.”

E’ possibile leggere l’intera lettera di Pauline Boundry e Renate Lorenz a questo link. Il Padiglione della Svizzera con la mostra ‘Moving Backwards’, curata da Charlotte Laubard, si trova ai Giardini ed è possibile visitarlo fino alla conclusione della Biennale di Venezia 2019 (24 novembre)

Pavilion of SWITZERLAND, Moving Backwards. Photo by: Francesco Galli. Courtesy: La Biennale di Venezia

Pavilion of SWITZERLAND, Moving Backwards. Photo by: Francesco Galli. Courtesy: La Biennale di Venezia

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Pavilion of SWITZERLAND, Moving Backwards. Photo by: Francesco Galli. Courtesy: La Biennale di Venezia

Pavilion of SWITZERLAND, Moving Backwards. Photo by: Francesco Galli. Courtesy: La Biennale di Venezia

Pavilion of SWITZERLAND, Moving Backwards. Photo by: Francesco Galli. Courtesy: La Biennale di Venezia

Pavilion of SWITZERLAND, Moving Backwards. Photo by: Francesco Galli. Courtesy: La Biennale di Venezia

Pavilion of SWITZERLAND, Moving Backwards. Photo by: Francesco Galli. Courtesy: La Biennale di Venezia

Pavilion of SWITZERLAND, Moving Backwards. Photo by: Francesco Galli. Courtesy: La Biennale di Venezia

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Pavilion of SWITZERLAND, Moving Backwards. Photo by: Francesco Galli. Courtesy: La Biennale di Venezia

Pavilion of SWITZERLAND, Moving Backwards. Photo by: Francesco Galli. Courtesy: La Biennale di Venezia

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Pavilion of SWITZERLAND, Moving Backwards. Photo by: Francesco Galli. Courtesy: La Biennale di Venezia

Pavilion of SWITZERLAND, Moving Backwards. Photo by: Francesco Galli. Courtesy: La Biennale di Venezia

Pavilion of SWITZERLAND, Moving Backwards. Photo by: Francesco Galli. Courtesy: La Biennale di Venezia

Pavilion of SWITZERLAND, Moving Backwards. Photo by: Francesco Galli. Courtesy: La Biennale di Venezia

Pavilion of SWITZERLAND, Moving Backwards. Photo by: Francesco Galli. Courtesy: La Biennale di Venezia

Pavilion of SWITZERLAND, Moving Backwards. Photo by: Francesco Galli. Courtesy: La Biennale di Venezia

Pavilion of SWITZERLAND, Moving Backwards. Photo by: Francesco Galli. Courtesy: La Biennale di Venezia

Pavilion of SWITZERLAND, Moving Backwards. Photo by: Francesco Galli. Courtesy: La Biennale di Venezia

Biennale di Venezia 2019| La pittura ibrida, raffinata e costoissima di Njideka Akunyili Crosby a May you Live Interesting Times

All images: Njideka Akunyili Crosby, Mixed media. Courtesy the artist, Victoria Miro, and David Zwirner

All images: Njideka Akunyili Crosby, Mixed media. Courtesy the artist, Victoria Miro, and David Zwirner

Njideka Akunyili Crosby, con una pittura sorprendente nella sua complessità e accuratezza, racconta tante storie che si sovrappongono. Eppure sono una sola, grande, narrazione collettiva, fatta di immagini. Origini nigeriane ma da anni residente negli Stati Uniti, figlia di una ex-ministro del suo paese natale, è arrivata in fretta a quotazioni di mercato importanti (nel 2017 un’ opera è stata venduta a oltre 3 milioni di dollari) . I suoi dipinti, oltre a essere stati collocati in diversi musei, fanno parte della Biennale di Venezia 2019, May you Live Interesting Times, curata da Ralph Rugoff

Oggetti d’uso quotidiano, tessuti, fotografie, loghi, pagine di riviste, riferimenti artistici storici, politici e personali, tutto si fonde nei grandi dipinti di Njideka Akunyili Crosby, in cui i colori vivi che albergano nei particolari rinvigoriscono un racconto sospeso. Senza risolvere, tuttavia, la malinconia e il senso d’attesa che vibrano muti al centro della scena.

D’altra parte le opere hanno due chiavi di lettura. Quando si guarda una delle sue tele si vedono, infatti, i colori, i personaggi e la situazione che Crosby ritrae. Concepiti come un set in cui nulla è lasciato al caso, i dipinti ci calano in un universo ibrido sospeso tra passato e presente dalla vaga collocazione geografica. Ma concreto. Eppure ad un’occhiata più ravvicinata ed attenta si scoprono centinaia e centinaia di piccole immagini stampigliate qua e la (tutte tratte dalla cultura pop nigeriana: star dei film di Nollywood, dittatori, avvocati con parrucca bianca ecc. ) .

"Questi elementi-scrive la galleria Victoria Mirò sulla pagina dedicata a Crosby del suo sito web- presentano una metafora visiva convincente per gli strati della memoria personale e della storia culturale che informano e intensificano l'esperienza del presente."

Alla Biennale di Venezia 2019 Njideka Akunyili Crosby presenta una nutrita serie di piccoli ritratti (all’Arsenale) e una carrellata di grandi composizioni con figure intere rigorosamente rappresentate in ambiente domestico (ai Giardini).

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Njideka Akunyili Crosby ai Giardini, Biennale 2019

Njideka Akunyili Crosby ai Giardini, Biennale 2019

Njideka Akunyili Crosby all’Arsenale, Biennale 2019

Njideka Akunyili Crosby all’Arsenale, Biennale 2019

Biennale di Venezia 2019| Il 'Mondo Cane' di Harald Thys e Jos de Gruyter che hanno riempito il Padiglione del Belgio di fantocci che si muovono e parlano da soli

Pavilion of BELGIUM, Mondo Cane. Photo by: Francesco Galli. Courtesy: La Biennale di Venezia

Pavilion of BELGIUM, Mondo Cane. Photo by: Francesco Galli. Courtesy: La Biennale di Venezia

Con i loro movimenti goffi e ripetitivi, il look retrò, le bambole di Harald Thys e Jos de Gruyter, sembrano un po’ i personaggi di un presepe. Ma la mostra ‘Mondo Cane’ del Padiglione Belgio alla Biennale di Venezia 2019, non parla di una nascita (e con essa di futuro) ma della nostra ossessione per il passato. Della paura dei cambiamenti che ci paralizza e ci rende incapaci di creare.

Appena arrivati nel padiglione si incontrano dei pupazzi che svolgono mestieri tradizionali europei: un pizzaiolo, una donna che lavora a maglia, un arrotino ecc. Si muovono quanto basta per giustificare il loro ruolo. Sono meticolosi. I visitatori non possono mischiarsi ai fantocci ma gli si possono avvicinare, simpatizzare con loro. Basta percorrere qualche passo, tuttavia, per incontrare altre bambole, isolate dal pubblico con delle sbarre. Anche loro di solito compiono un’azione, ma molto meno frequentemente. Sono personaggi strani questi ultimi, una raccolta di figure pittoresche che dalla dimensione popolare, semplice, buffa, scivola nello humor nero e induce inquietudine.

"Al centro dell’edificio-spiega il materiale messo a disposizione dal Padiglione Belgio- vi sono artigiani - come un calzolaio, uno scalpellino, un filatore...- che svolgono coscienziosamente i rispettivi mestieri. Gli spazi laterali del padiglione sono un mondo parallelo popolato da teppisti, zombie, poeti, "psicotici, folli ed emarginati."

Harald Thys e Jos de Gruyter hanno scelto di separare la sala principale dagli spazi comunicanti, anche per accentuare l’impressione di entrare in un claustrofobico museo del folklore. Che, in realtà, è una metafora della nostra società. Una comunità ripiegata su se stessa in cui la tradizione, secondo gli autori, è una corazza difensiva.

Parallelamente all'esposizione ci sono una pubblicazione e un sito web. Il giornale si intitola Mondo Cane e consiste in una raccolta di articoli, a caso, in olandese, inglese, francese, tedesco o italiano. Il sito mondocane.net , invece,consente ai visitatori di navigare in modo casuale attraverso centinaia di video selezionati dagli artisti.

La mostra ‘Mondo Cane’ di Harald Thys e Jos de Gruyter è curata da Anne-Claire Schmitz. Il Padiglione del Belgio è ai Giardini e si potrà visitare per tutta la durata della 58. Esposizione Internazionale d’Arte della Biennale di Venezia (fino al 24 novembre 2019).

Pavilion of BELGIUM, Mondo Cane. Photo by: Francesco Galli. Courtesy: La Biennale di Venezia

Pavilion of BELGIUM, Mondo Cane. Photo by: Francesco Galli. Courtesy: La Biennale di Venezia

Pavilion of BELGIUM, Mondo Cane. Photo by: Francesco Galli. Courtesy: La Biennale di Venezia

Pavilion of BELGIUM, Mondo Cane. Photo by: Francesco Galli. Courtesy: La Biennale di Venezia

Pavilion of BELGIUM, Mondo Cane. Photo by: Francesco Galli. Courtesy: La Biennale di Venezia

Pavilion of BELGIUM, Mondo Cane. Photo by: Francesco Galli. Courtesy: La Biennale di Venezia

Pavilion of BELGIUM, Mondo Cane. Photo by: Francesco Galli. Courtesy: La Biennale di Venezia

Pavilion of BELGIUM, Mondo Cane. Photo by: Francesco Galli. Courtesy: La Biennale di Venezia

Pavilion of BELGIUM, Mondo Cane. Photo by: Francesco Galli. Courtesy: La Biennale di Venezia

Pavilion of BELGIUM, Mondo Cane. Photo by: Francesco Galli. Courtesy: La Biennale di Venezia

Pavilion of BELGIUM, Mondo Cane. Photo by: Francesco Galli. Courtesy: La Biennale di Venezia

Pavilion of BELGIUM, Mondo Cane. Photo by: Francesco Galli. Courtesy: La Biennale di Venezia

Pavilion of BELGIUM, Mondo Cane. Photo by: Francesco Galli. Courtesy: La Biennale di Venezia

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Biennale di Venezia 2019| 'Cosmo-Eggs' il Padiglione Giappone che parla d'ecologia. Tra tsunamiishi, racconti di antichi miti e flauti che suonano da soli

Pavilion of JAPAN, Cosmo-Eggs. Photo by: Francesco Galli. Courtesy: La Biennale di Venezia

Pavilion of JAPAN, Cosmo-Eggs. Photo by: Francesco Galli. Courtesy: La Biennale di Venezia

Come una partitura a quattro mani in cui le immagini dell’artista Motoyuki Shitamichi si confondono con le parole dell’antropologo Toshiaki Ishikura e con la musica del compositore Taro Yasuno. Mentre lo spazio espositivo, ridisegnato dall’architetto Fuminori Nosaku, contribuisce a far convivere in modo armonico le opere tra loro. In sintesi la mostra Cosmo-Eggs, presentata dal Padiglione Giappone per la Biennale di Venezia 2019., è una riflessione corale sul rapporto che lega uomo e ambiente.

Al centro della riflessione, ovviamente c’è il cambiamento climatico e le ricadute che l’opera dell’uomo può avere sul pianeta e sulle altre creature che lo abitano. Ma il Giappone sceglie di declinare il tema in chiave locale, lasciandosi ispirare dalla forza devastante dello tsunami. O meglio da quello che ne resta: le tsunamiishi (letteralmente rocce dello tsunami).

Usate dalle comunità costiere come confine invalicabile oltre il quale costruire sarebbe pericoloso, le tsunamiishi, più spesso sono opera dell’uomo ma a volte vengono spinte sulla costa dalla profondità dell’oceano dallo tsunami stesso. L’artista Motoyuki Shitamichi ha fotografato queste rocce, che appaiono ad un tempo simbolo e ammonimento. Luogo di memoria collettiva dove speranza e tragedia si confondono. Shitamichi fa prevalere la prima raccontandoci attraverso le immagini come la natura se ne sia riappropriata. E di come adesso, ospitino piante e colonie di uccelli migratori.

Al centro del padiglione c’è un divano gonfiabile arancione che si estende fino al piano terra. Ad entrambi i livelli è possibile sedersi, o coricarsi. Ma anche questo momento di riposo ha una sua conseguenza sull’ecosistema dello spazio espositivo. Il divano, infatti, è stato immaginato come un polmone che, collegato con dei tubicini ai flauti dolci appesi al soffitto, gli da fiato, producendo dei suoni. Il compositore Taro Yasuno ha chiamato la melodia che ne viene fuori Zombie Music e ha fatto in modo che richiami il canto degli uccelli.

E’ comunque impossibile sentire la strana musica di Yasuno senza ascoltare i racconti dell’antropologo Toshiaki Ishikura che parla di miti e credenze relativi allo tsunami in varie regioni asiatiche.

"Le immagini delle rocce, in ciclo distinto e continuo- spiega il curatore Hiroyuki Hattori- mentre la musica Zombie autogenerata cambia costantemente ritmo e timbro causano intrecci differenti di coesistenza che pervadono spazi molteplici A tratti video, musica, testo e spazio costituiscono un unicum armonioso ; di contro, si avvertono momenti di dissonanza in cui gli elementi confligg ono e si ergono l’uno a contrastare l’altro."

La mostra Cosmo-Eggs del Padiglione Giappone si discosta da quella messa in scena nella precedente edizione della Biennale senza dimenticare, tuttavia, di riflettere sul rapporto che lega uomo e ambiente, insediamenti abitativi e spazi naturali. Si può vederla ai Giardini.

Pavilion of JAPAN, Cosmo-Eggs. Photo by: Francesco Galli. Courtesy: La Biennale di Venezia

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Pavilion of JAPAN, Cosmo-Eggs. Photo by: artbooms

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Pavilion of JAPAN, Cosmo-Eggs. Photo by: Francesco Galli. Courtesy: La Biennale di Venezia

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Pavilion of JAPAN, Cosmo-Eggs. Photo by: artbooms

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Pavilion of JAPAN, Cosmo-Eggs. Photo by: Francesco Galli. Courtesy: La Biennale di Venezia

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Pavilion of JAPAN, Cosmo-Eggs. Photo by: Francesco Galli. Courtesy: La Biennale di Venezia

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Pavilion of JAPAN, Cosmo-Eggs. Photo by: artbooms

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Pavilion of JAPAN, Cosmo-Eggs. Photo by: Francesco Galli. Courtesy: La Biennale di Venezia

Pavilion of JAPAN, Cosmo-Eggs. Photo by: Francesco Galli. Courtesy: La Biennale di Venezia

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Pavilion of JAPAN, Cosmo-Eggs. Photo by: Francesco Galli. Courtesy: La Biennale di Venezia

Pavilion of JAPAN, Cosmo-Eggs. Photo by: Francesco Galli. Courtesy: La Biennale di Venezia

Pavilion of JAPAN, Cosmo-Eggs. Photo by: Francesco Galli. Courtesy: La Biennale di Venezia

Pavilion of JAPAN, Cosmo-Eggs. Photo by: Francesco Galli. Courtesy: La Biennale di Venezia

Pavilion of JAPAN, Cosmo-Eggs. Photo by: Francesco Galli. Courtesy: La Biennale di Venezia

Pavilion of JAPAN, Cosmo-Eggs. Photo by: Francesco Galli. Courtesy: La Biennale di Venezia

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