Il nuovo Gilder Center completa l’American Museum of Natural History di New York con l’architettura sorprendente di Jeanne Gang e vetri a prova di volo d’uccello

Kenneth C. Griffin Exploration Atrium. Photo by Alvaro Keding. All images © AMNH

Disegnato dall’interno verso l’esterno, il Gilder Center, un nuovo edificio che completa e migliora lo storico complesso dell’American Museum of Natural History di New York City, ha un’architettura meravigliosa e sorprendente. Con interni che sembrano caverne erose dal vento e scavate dal fluire e defluire delle maree, disegnati dallo Studio Gang di Chicago, ospita collezioni di ogni tipo, oltre ad una biblioteca, ad un alveare interattivo e un vivaio di farfalle.

All’esterno le linee curve delle pareti in granito rosa di Milford (lo stesso usato nell’ingresso principale del museo) incontrano le ampie finestre, spesso racchiuse in cavità irregolari e avvolgenti. Ma soprattutto il vetro è stato studiato per evitare le collisioni con gli uccellini.

Lo Studio Gang, fondato dall’architetto di Chicago Jeanne Gang, che si era già fatto notare fin dai suoi esordi per l’Aqua Tower della downtown Chicago (il palazzo oltre al magnifico design è stato l’edificio più alto del mondo progettato da una donna, superato nel 2020 dal vicino St. Regis sempre firmato dallo Studio Gang). E con il Gilder Center tocca vette di inventiva visionaria e pragmatismo progettuale. La nuova sede del museo, infatti, è una vera e propria scultura, pensata per instillare nei visitatori la voglia di esplorare l’edificio e la collezione. Oltre a proiettarsi e giocare con il verde del parco antistante in maniera armoniosa. Ma soprattutto, la sede museale corregge dei problemi di comunicazione tra i vari edifici (ne collega ben 10 tra loro, stabilendo dozzine di nuovi percorsi), che costituiscono il campus del museo e rende più facile alle persone spostarsi da una parte all’altra. Cosa non da poco sulle distanze del complesso che costituisce l’American Museum of Natural History (riempie 4 isolati e comprende più di 25 edifici accumulatisi in oltre 150 anni).

Del resto, il solo Gilder Center si estende su 5 piani e occupa più di 70mila metri quadri di superficie. Con ampie sale espositive, una biblioteca dal design particolare (l’effetto è quello di consultare libri sotto un enorme fungo), un teatro e un luminoso atrio. Oltre a percorsi curvilinei sempre nuovi.

L'architettura- ha detto Jeanne Gang- attinge al desiderio di esplorazione e scoperta che è così emblematico della scienza e anche una parte così importante dell'essere umano".

E all’interno del Gilder Center da esplorare c’è parecchio. Tanto per cominciare, la bellezza di circa 4 milioni di fossili, scheletri e altri oggetti. Le immancabili attrazioni didattiche interattive (qui, tra l’altro, c’è un enorme alveare digitale). Un lnsettario, che conta una dozzina di specie d’insetti vivi e “una delle più grandi esposizioni al mondo di formiche tagliafoglie vive- scrive il museo- con un'area di foraggiamento, un ponte sospeso trasparente e un giardino di funghi dove puoi osservare come questa colonia di formiche lavora insieme come un ‘superorganismo’”. Ma soprattutto il vivaio delle farfalle, con le piante esotiche e il microclima tropicale che ospita mille insetti dalle ali multicolore. 80 specie di farfalle diurne e un ambiente a parte per le falene (tra cui la falena atlante, uno dei più grandi insetti del pianeta). Più una nursery con bruchi e crisalidi.

Il Gilder Center è stato realizzato con calcestruzzo proiettato, una tecnica usata di solito per le infrastrutture in cui il calcestruzzo viene spruzzato direttamente sulle armature (modellate digitalmente e piegate su misura).

Le vetrate, invece, sono in fritted glass, un materiale poroso, translucido che tende a non abbagliare e riduce i costi energetici. Ma soprattutto un tipo di vetro che gli uccelli dovrebbero individuare riducendo drasticamente la possibilità che si uccidano sbattendoci contro in volo.

The Gilder Center. Photo by Iwan Baan

The Kenneth C. Griffin Exploration Atrium. Photo by Iwan Baan

Il secondo piano della Louis V. Gerstner, Jr. Collections Core. Photo by Iwan Baan

Collegamenti al ponte del quarto piano. Photo by Iwan Baan

The Hive nello Susan and Peter J. Solomon Family Insectarium. Photo by Alvaro Keding

Un punto di  osservzione delle farfalle nello Davis Family Butterfly Vivarium. Photo by Denis Finnin

“We” di Maurizio Cattelan procede ma al Leeum Museum of Art di Seul il clima si è fatto teso

La notizia di uno studente (Noh Huyn-soo della Seoul National University, dove sta approfondendo Estetica e Religione), che è riuscito ad eguagliare l’impresa dell’artista David Datuna, mangiandosi “Comedian” di Maurizio Cattelan perché “aveva fame”, ha fatto il giro del mondo. Un contrattempo da poco per il Leeum Museum of Art dov’è in corso l’importante retrospettiva “We” dedicata al famoso artista di origine italiana, che ha prontamente rimpiazzato il frutto. E una bella pubblicità.

 Il giovane, che non è stato denunciato, c’ha guadagnato un video (girato da un suo amico e poi rimbalzato sui media globali) e persino qualche intervista, il museo ha di sicuro massimizzato gli ingressi alla mostra che già prima procedeva col vento in poppa (anche perchè oltre ad essere un’indagine davvero esaustiva sull’opera di Cattelan, è ad ingresso gratuito). Tuttavia, come già riportava il Washiton Post giorni fa, sui tre piani del moderno edificio nell’elegante quartiere di Hannam dove si svolge l’evento, il clima si è fatto teso. Gli addetti alla vigilanza delle sale adesso sanno di dover intervenire se qualcuno si avvicinasse con aria decisa al frutto appiccicato col nastro adesivo alla parete. O, peggio, agli altri lavori. Dopo tutto recentemente anche “L.O.V.E.”, l’enorme dito medio in piazza della Borsa a Milano, è stata vandalizzata (in questo caso dagli attivisti del clima).

Già quando l’opera venne presentata ad Art Basel Miami Beach 2019 e poi mangiata dallo scomparso David Datuna (l’artista statunitense è mancato l’anno scorso), la fiera aveva dovuto combattere con la calca di curiosi che si erano assiepati intorno allo stand della Galleria Perrotin dov’era stata esposta l’appetitosa opera, fino a dichiarare persa la partita. Rimetterla in visione avrebbe potuto diventare pericoloso. La fiera arrivò a dire che sarebbe stato “un serio rischio per la salute e la pubblica sicurezza

Apparentemente scultura deperibile, “Comedian”, è un’opera concettuale di Maurizio Cattelan, di cui esistono 3 esemplari più due prove d’artista. I tre lavori sono stati tutti vendute nel corso della fiera di Miami nel 2019 (i primi due per 120 mila dollari mentre l’ultimo per 150). Le prove d’artista invece, nonostante le numerose richieste (tra cui quella di Damien Hirst), sono rimaste alla Galleria Perrotin. I proprietari di quest’opera devono farsi carico dell’acquisto dei frutti (durante una mostra è tassativo sostituirli ogni due o tre giorni) e del nastro adesivo, ma ricevono un certificato di proprietà del lavoro e un dettagliato manuale di istruzioni (pare di 14 pagine) con le specifiche sulla maniera corretta di installarlo (l’altezza da terra e l’angolazione del nastro, per esempio, sono chiaramente codificati).

Per questo Cattelan, avvertito del siparietto verificatosi a Seul, è rimasto imperturbabile.

Ma perché “Comedian” è quello che è? Maurizio Cattelan crea lavori iperrealisti, più spesso sculture, immediatamente riconoscibili dal pubblico, che come le cipolle nascondono più strati di significato, via via sempre più profondi. “Comedian” prende spunto dai ready-made duchampiani (oggetti trovati trasformanti in opere d’arte perché collocati in un museo da un artista) ed è contemporaneamente un’autocitazione. In “A Perfect Day” del ’99, infatti, Cattelan aveva appeso a una parete con il nastro adesivo, il suo gallerista milanese e amico Massimo De Carlo. L’opera, poi, fa riferimento a “Banana 10” di Andy Warhol (ideata come la cover di un album dei Velvet Underground la rappresentazione serigrafica della buccia del frutto poteva essere staccata) e ad altre immagini simili del pioniere della Pop Art. Il significato più evidente del lavoro è contenuto nel titolo: la banana, con una sintesi disarmante, riporta alla mente una grande quantità di pièce comiche, facendo un salto nei cartoni animati e attingendo a piene mani dai film muti. L’altro importante indizio per interpretarla è il contesto: una fiera d’arte. Cattelan non presentava più opere in fiera da 15 anni ed è ritornato a farlo con una critica graffiante ed umoristica al mercato dell’arte e dei rischi che cela. Il gallerista Emmanuel Perrotin, ai tempi, descrisse così l’opera: "un simbolo del commercio globale, un doppio senso, nonché un classico oggetto di humor".

We”, da gennaio in corso al Leeum Museum of Art, con 38 opere che vanno dagli anni ’90 fino ai giorni nostri, è la più grande retrospettiva mai dedicata all’artista nato a Padova dopo quella del Guggenheim di New York nel 2011. E la prima in Corea. In mostra quasi tutte le opere iconiche di Cattelan, come la “La Nona Ora” (il papa colpito da un meteorite), “All” (le salme coperte da un sudario in marmo bianco), “Him” (Hitler inginocchiato con aria contrita e completo grigio). Ma anche tante altre, a cominciare da “We” che dà anche il titolo alla mostra (doppio autoritratto a grandezza naturale di Cattelan sdraiato su un letto). C’è persino lo scoiattolino suicida di “Bibidibobidiboo” (quest’ultimo è attualmente in mostra anche a Palazzo Strozzi di Firenze, incluso insieme ad altre quattro opere di Maurizio Cattelan nella splendida collettiva “Reaching for the stars”).

Un uomo ha spruzzato vernice su "Fuck Abstration" la contestatissima opera Miriam Cahn al Palais de Tokyo di Parigi

Miriam Cahn, fuck abstraction! (2007-2022). Courtesy the artist, Galerie Jocelyn Wolff and Meyer Riegger Berlin/Karlsruhe. Particolare del lavoro danneggiato

C’era mancato poco che la mostra chiudesse in tranquillità. Attenuatesi le polemiche, respinti i ricorsi, “Ma Pensée Sérielle” di Miriam Cahn, al Palais de Tokyo di Parigi, domenica scorsa si avviava alla conclusione (prevista per il 14 maggio), quando un uomo, dopo aver regolarmente pagato il biglietto, si è avvicinato al grande dipinto “Fuck abstration!” e l’ha deturpato con della vernice spray viola.

L’opera, che rappresenta una possente figura maschile con il pene eretto, che tiene una mano sulla testa di una fragile figura inginocchiata e legata di fronte a lui, è stata al centro di contestazioni fin dal principio dello show, tributato dall’importante museo di arte contemporanea della Ville Lumière all’artista settantatreenne. Dopo una carriera ultra-trentennale e dopo aver ricevuto un rilevante spazio alla Biennale di Venezia dello scorso anno (“Il Latte dei Sogni” di Cecilia Alemani).

Anzi, “Fuck abstration!” ha scatenato un putiferio. L’immagine, malgrado l’artista e il Palais abbiano spiegato che non è affatto così, secondo alcuni, sarebbe pedopornografica. Così, contro l’opera sono stati presentati un ricorso al Tar di Parigi e uno al Consiglio di Stato (il più alto tribunale in grado di Parigi). Entrambi li hanno respinti. Il Consiglio di Stato ha argomentato la sua scelta scrivendo: "Il Consiglio di Stato ha rilevato oggi che l'esposizione del dipinto ‘Fuck abstraction!’ al Palais de Tokyo, luogo dedicato al design contemporaneo, non tende a ledere seriamente e illegittimamente l'interesse superiore del minore o la dignità della persona umana (...)" Nonostante ciò. il 2 maggio, un gruppo composto da sedici associazioni per la difesa dei diritti dell'infanzia ha inviato una lettera aperta ai “membri, amici e amministratori del Palais de Tokyo” chiedendo il ritiro del dipinto, mentre una petizione online ha raccolto 14mila firme allo stesso scopo. E adesso l’opera è stata seriamente danneggiata.

Eppure, per evitare l’ingresso alla mostra a minori o persone particolarmente suscettibili, un cartello, ben leggibile, recita chiaramente : “Alcune opere potrebbero urtare la sensibilità del pubblico”. E dopo le prime polemiche il museo d’arte contemporanea parigino, ha anche messo un cartellino che spiega “Fuck Abstraction!”. E’ l’unico lavoro in tutta l’esposizione, che pure conta oltre 200 opere dagli anni ‘80 fino ad oggi, ad avere un cartellino. Per gli altri non sono indicati nemmeno titolo, tecnica, dimensioni ed anno, giacchè l’artista voleva che “Ma Pensée Sérielle” sembrasse un flusso ritmico e semi-ininterrotto e che generasse nuovi punti di vista e considerazioni, accostando semplicemente lavori vecchi e nuovi.

Pensata per denunciare la violenza dei conflitti armati e gli stupri di guerra, “Fuck abstraction!” (anche se in questo caso l’artista aveva in testa l’Ucraina, questo tipo di denunce sono tipiche del lavoro di Cahn, e riguardano le guerre in genere), vuole essere un dipinto forte. Non è certamente adatto ai bambini e può urtare anche gli adulti. Ma la sproporzione tra le due figure rappresentate e il fatto che la vittima sembri asessuata, non servono ad altro che a sottolineare l’universalità della sofferenza e l’indicibile brutalità della violenza. Le persone che hanno cercato, con pervicacia e uno spreco d’energie che potrebbe persino essere ammirevole se non fosse mal indirizzato, di far rimuovere il quadro, avrebbero potuto semplicemente guardarsi intorno per fugare i loro dubbi. In oltre 200 opere non c’è una sola rappresentazione di bambino. Senza contare che, i volti dei molti ritratti, sono tutti indeterminati, spesso ridotti a maschere (la sofferenza così come la solitudine o lo smarrimento sono universali).

Cahn, non è nota per avere un carattere accomodante ed arrendevole. Femminista convinta, ha anzi posizioni radicali, e si è rifiutata di prendere in mano colori e pennelli per oltre trent’anni (nel frattempo disegnava in modo performativo) perchè riteneva che astrattismo e minimalismo, allora imperanti, fossero forme espressive maschili. Ma quando l’ha fatto ha creato delle opere potenti e magistrali. Adesso è da molti considerata come uno degli artisti viventi occidentali più rappresentativi. E le sue quotazioni di mercato, dopo aver lungamente languito, sono cresciute considerevolmente: dai 50mila ai 105mila dollari per opere di medie dimensioni, fino ad oltre1 milione i grandi lavori.

E questa non è una buona notizia per l’uomo, che, domenica ha deliberatamente deturpato il quadro esposto, perchè “scontento della rappresentazione sessuale di un bambino e di un adulto presentata nel dipinto” come ha detto il museo all'agenzia France Press. Il Palais de Tokyo intende, infatti, procedere con la denuncia per danni e intralcio alla libertà d’espressione.

Nel frattempo “Ma Pensée Sérielle” di Miriam Cahn, al Palais de Tokyo di Parigi (se volete saperne di più leggete l’approfondimento dedicato alla grande e bella mostra da Artbooms), continua, forte degli 80mila visitatori già conteggiati. E “Fuck abstraction!” resta fermo al suo posto di combattimento.

Miriam Cahn, RAUM-ICH/ räumlich-ich : gelblichich, 2010, oil on canvas, 42 x 31 cm , courtesy of the artist and galeries Jocelyn Wolff and Meyer Riegger, photo : François Doury

Vues d’exposition, Miriam Cahn Ma pensée sérielle - Palais de Tokyo (17/02/2023 – 14/05/2023) Crédit photo : Aurélien Mole