La seconda vita di Matisse: al Grand Palais gli ultimi 14 anni in una grande mostra

Vue de l'exposition "Matisse 1941-1954", Grand Palais x Centre Pompidou. Photo© Luc Castel, 2026

Era il 1949 quando il Museum of Modern Art di New York acquisì ed espose “L'Atelier Rouge” di Henri Matisse; Marc Rothko che allora aveva 43 anni, e proprio in quel periodo stava definendo quello che sarebbe stato il suo stile distintivo; ne rimase particolarmente colpito: andò a vederlo e poi tornò ancora e ancora. In seguito avrebbe dichiarato: "Quando vedi quel quadro, diventi quel colore, ne sei completamente immerso." Dall’altra parte dell’oceano Matisse, ormai ottantenne, era costretto su una sedia a rotelle e si stava riprendendo la sua vita dopo una fase buia (nel ’41 era stato operato di un tumore all’intestino, mentre nel ’45 la moglie e la figlia erano state arrestate per attività di resistenza e lui era rimasto mesi senza loro notizie nella Villa Le Rêve sulle alture alle spalle di Nizza). Il che per l’artista significava lavorare senza posa: non poteva più dipingere come prima ma ritagliava carta colorata a guazzo, studiava gli accostamenti cromatici, semplificava sempre più le composizioni, a volte fissava un pennello su un bastone per poter tracciare sagome essenziali sulle superfici. La critica prima e gli studiosi poi avrebbero salutato quegli ultimi anni della carriera di Matisse come una “seconda vita” (espressione usata da lui stesso).

Sarebbe morto nell’autunno del ’54 e Rothko gli avrebbe dedicato un’opera.

Adesso, mentre Palazzo Strozzi mette in luce il legame di Mark Rothko con Firenze e con gli antichi maestri italiani (“Rothko a Firenze”), il Grand Palais di Parigi in collaborazione con il Centre Pompidou (al momento chiuso per una ristrutturazione straordinaria che durerà 5 anni), ricostruisce proprio gli ultimi 14 anni del lavoro di Henri Matisse attraverso “Matisse 1941 – 1954”.

Queste grandi ed importanti mostre legano con un filo invisibile e, per quanto ne sappiamo, del tutto casuale, il Grand Palais a Palazzo Strozzi (oltre all’ex-convento di San Marco che sia l’americano che il francese visitarono, e in cui gli affreschi di Frate Angelico sono accostati ai dipinti di Rothko). Come se i due spazi espositivi fossero tappe di un percorso circolare di approfondimento e conoscenza in cui l’una non può prescindere dall’altra.

Se infatti l’opera di Mark Rothko non sarebbe stata la stessa se non fosse esistito Henri Matisse, quest’ultimo (come lo statunitense dopo di lui) doveva molto ai maestri protorinascimentali e in particolare al Beato Angelico di cui ammirava la sensazione metafisica che sapeva infondere nello spettatore: “Un quadro di Rembrandt, del Beato Angelico - disse una volta - il quadro di un buon artista, suscita sempre questa specie di senso di liberazione e di elevazione dello spirito”. Così come gli accostamenti cromatici o gli impianti compositivi sintetici (anche se intensamente decorati) e in definitiva la capacità del frate domenicano di “scolpire il colore”, cosa che lo stesso signor Matisse avrebbe perseguito con la consueta inflessibile disciplina soprattutto negli ultimi anni della sua vita.

Coprodotta dal Centre Pompidou e GrandPalaisRmn (istituzione pubblica francese, nata nel 2011 dalla fusione tra la Réunion des Musées Nationaux e il Grand Palais) e curata da Claudine Grammont (a capo del Dipartimento d’Arti Grafiche del Musée national d’art moderne – Centre Pompidou), “Matisse 1941 – 1954” riunisce oltre 300 lavori realizzati dal signor Matisse tra il ’41 (quando viene operato) e l’anno della sua morte, per testimoniare la straordinaria creatività dell’artista originario della regione dell’Alta Francia in tarda età. Tra le opere in mostra molte sono esposte in Francia per la prima volta e, per quanto il nucleo centrale provenga dalla ricca collezione del Centre Pompidou (l’evento ne raggruppa ben 180), altre provengono da prestigiosi musei del mondo come: l’Hammer Museum di Los Angeles, MoMA e il Metropolitan Museum of Art di New York, la National Gallery of Art di Washington, la Barnes Foundation di Filadelphia (Filadelfia) e la Fondation Beyeler di Basilea.

Si tratta di un’esposizione eccezionalmente completa che comprende pressoché ogni tipo di tecnica affrontata dal signor Matisse in quegli anni (ovvero: dipinti, disegni, gouache ritagliate, libri illustrati, tessuti e persino vetrate). Inutile dire che include parecchi capolavori e grazie alle caratteristiche architettoniche del grande padiglione espositivo in muratura e vetro, costruito per l'Esposizione Universale di Parigi del 1900, riesce a presentare al meglio anche opere di dimensioni monumentali del grande modernista francese.

Nato nel 1869 nella fattoria dei nonni a Le Cateau-Cambrésis (un comune vicino al confine con il Belgio che adesso conta meno di 8mila abitanti), Henri Matisse, crebbe nel poco distante ed altrettanto piccolo Bohain-en-Vermandois, dove i genitori gestivano una drogheria e un negozio di sementi. Malgrado il padre desiderasse che il giovane Henri si dedicasse all’attività di famiglia, lui si trasferì a Parigi per seguire i corsi di giurisprudenza che frequentò per due anni.

Ma poi un’appendicite cambiò tutto: a letto continuava a disegnare e capì che in realtà voleva fare il pittore. Pochi anni dopo, dalla relazione con una modella che aveva posato per lui nacque la figlia Marguerite, mentre l’incontro con la moglie Amélie avrebbe dovuto aspettare fino al 1898. Con lei ebbe due maschi che crebbero insieme alla sorellastra che il signor Matisse si tenne vicina e ritrasse spesso durante tutta la sua vita.

Sul fronte professionale, dopo aver approfondito il lavoro degli impressionisti, rimase profondamente colpito da quello di Van Gogh e andò fino a Londra per studiare i dipinti di Turner (in seguito avrebbe visitato anche: la Corsica, il Marocco, l’Algeria, Tahiti, gli Stati Uniti, la Russia, la Spagna, la Germania e l’Italia). La stima che nutriva per l’opera di Cézanne è ben nota (e questo è un altro elemento che lo accomuna a Rothko) tanto che possedeva perfino un quadro firmato dal precursore del cubismo: “Trois baigneuses”, comprato con grandi sacrifici nel 1899 e che donò al Petit Palais nel ’36 affinché tutti potessero ammirarlo (attualmente il dipinto è in mostra alla Fondazione Beyeler di Basilea in occasione di una monografica su Cézanne).

Matisse 1941 – 1954” però si sofferma su un momento successivo a tutto questo: i viaggi, Parigi e persino la moglie (da cui si era separato) fanno già parte del passato.

Vue de l'exposition "Matisse 1941-1954", Grand Palais x Centre Pompidou. Photo© Luc Castel, 2026

In quel periodo il signor Matisse, passava più tempo nel suo studio di Nizza (allestito nell’hotel Regina dove risiedeva) che in quello di Parigi, anche se nel ’43, dopo un bombardamento, si era rifugiato in una casa colonica (Villa Le Rêve) nell’entroterra nizzardo. Qui, mentre i suoi amati gatti (Minouche e Coussi) sonnecchiavano pigramente, una voliera di colombe e uccelli esotici lo rallegrava e le finestre sul giardino gli regalavano molteplici giochi di luce, lui dipingeva nature morte che perseguivano una sintesi sempre più radicale. Mentre fuori la guerra rendeva effimero e fragile ogni momento di apparente quotidianità di quei giorni.

D’altra parte lui aveva rifiutato le proposte d’esilio che gli erano state presentate: “Se tutti coloro che valgono qualcosa lasciano il paese - scrive al figlio Pierre nel ’40 - che ne sarà della Francia? E del futuro? Io lo aspetto. Qualunque cosa accada, non mi muoverò da qui.”

La mostra del Grand Palais si apre proprio con gli “Intérieurs de Vence” (1946-1948). Ultima serie di dipinti dell’artista definita dal museo “magistrale”. Il critico Eddy Frankel ha parlato così di questa parte dell’esposizione nella sua recensione per The Guardian: “La mostra inizia in piccolo, persino in modo claustrofobico. Nel suo studio a Nizza, Matisse dipinge nature morte. Tulipani rossi e ostriche dalla polpa lilla, limoni e mimose, verdi, rossi e gialli (…) Se questi dipinti appaiono leggeri e ariosi, non lo sono affatto. Sono piccoli e compatti, rielaborati più e più volte. Matisse dipinge lo stesso gruppo di modelli, spostandoli per la stanza, aprendo le persiane per far entrare la luce, muovendo i paraventi per creare ombre. È un'opera ossessiva, ripetitiva e volutamente cinematografica, come se stesse creando decine di fotogrammi della stessa scena”.

Vue de l'exposition "Matisse 1941-1954", Grand Palais x Centre Pompidou. Photo© Luc Castel, 2026

Un espediente quello della ripetizione dello stesso soggetto, che aveva già usato precedentemente al periodo di Vence ma che di lì in avanti si fa ricorrente e sostanziale. Le odalische, i volti ritratti, i motivi vegetali: tutto si moltiplica (come testimoniano le tavole per “Dessins. Thèmes et variations” e le pagine del suo acclamato libro sul colore: “Jazz”). Tanto che comincia a fotografare le opere in fase di lavorazione e ad esporre le fotografie accanto al lavoro finito (anche queste sono in mostra a Parigi), per sottolineare come la forma assunta da personaggi e oggetti nei suoi quadri fosse il coronamento di un processo meticoloso di semplificazione che prevedeva: dipingere, raschiare il colore, rifare e modificare nuovamente.

Anche gli accostamenti cromatici e la scelta dei toni si fa ancora più ponderata. Lentamente abbandona (anche se non del tutto) la pittura a favore dei ritagli a gouache che realizzava tagliando con le forbici i fogli dipinti dai suoi assistenti in vari colori, per poi fissare le forme alle pareti del suo studio, staccandole e ridisponendole più e più volte finché non aveva raggiunto l’accordo perfetto.

Ne nasceranno dei capolavori come “La Tristesse du roi” (Centre Pompidou), “Zulma” (Museo Nazionale d'Arte di Copenaghen), “La Danseuse créole” (Musée Matisse di Nizza) e la serie “Nus bleus” (alcuni di questi arrivati dalla Fondazione Beyeler di Basilea). Oltre ai monumentali (sono tutti intorno ai 3 metri - 3 metri e mezzo sia in altezza che in larghezza) “La Gerbe” (Los Angeles County Museum of Art), “Acanthes” (Fondazione Beyeler), “L’Escargot” (Tate Modern di Londra) e “Mémoire d’Océanie” (MoMA di New York).

Vue de l'exposition "Matisse 1941-1954", Grand Palais x Centre Pompidou. Photo© Luc Castel, 2026

Matisse 1941 – 1954” non si limita però a raccontare il febbrile lavoro del signor Matisse dall’operazione in avanti (che lui considerava come una “seconda vita”: “La mia operazione è stata per me una cosa straordinaria, mentalmente. Mi ha riequilibrato la mente, chiarito i pensieri. È come una seconda vita.”) ma cerca di ridare corpo al suo studio, restituendolo allo spettatore come proiezione dello spazio interiore dell’artista: “Quest’ultimo periodo creativo - hanno spiegato gli organizzatori - fu caratterizzato da una crescente simbiosi fra l’opera e lo spazio dello studio. Affinate sulle pareti del suo appartamento al Régina, le opere erano intrinsecamente mobili e contribuivano alla dinamica vegetalizzazione dell’ambiente. La mostra cerca di ricreare questo contesto in costante evoluzione e invita il visitatore nel ‘giardino’ di Matisse attraverso uno spazio che cresce e si espande da una sala all’altra”.

Negli anni ’50 poi il signor Matisse si dedicò a vetrate non religiose. Adattando (con l’aiuto del maestro vetraio Paul Bony) i propri disegni a una materia fatta di luce e trasparenza. Fragili e complesse da montare, queste grandi opere vengono esposte di rado. “Matisse 1941 – 1954” presenta sia “Nuit de Noël” (commissione di Life Magazine del 1952) arrivata dal Moma (MoMA) di New York per l’occasione che “La Vigne” (ideata nel 1953 per la villa di Pierre e Patricia Matisse a Saint-Jean-Cap-Ferrat) e presentata ora per la prima volta al pubblico dopo la donazione al Centre Pompidou nel 2024.

Per finire va ricordato che al Grand Palais ci sono anche parecchi studi preparatori per la Chapelle du Rosaire de Vence (conosciuta soprattutto come Chapelle Matisse, 1951) che lui considerava come un coronamento del suo percorso artistico. La cappella di Vence poco più di una decina d’anni dopo sarebbe stata una fonte d’ispirazione basilare per la Rothko Chapel di Marc Rothko a Houston (Texas).

Matisse 1941 – 1954” è una mostra davvero importante, che non si limita a esporre una carrellata di opere di Henri Matisse facendo leva sul suo nome ma propone al pubblico e agli studiosi una prospettiva seria sulla sua tarda produzione (e in qualche modo su di lui come persona allora). Rimarrà al Grand Palais di Parigi fino al 26 luglio 2026.

Vue de l'exposition "Matisse 1941-1954", Grand Palais x Centre Pompidou. Photo© Luc Castel, 2026

Vue de l'exposition "Matisse 1941-1954", Grand Palais x Centre Pompidou. Photo© Luc Castel, 2026

Vue de l'exposition "Matisse 1941-1954", Grand Palais x Centre Pompidou. Photo© Luc Castel, 2026

Vue de l'exposition "Matisse 1941-1954", Grand Palais x Centre Pompidou. Photo© Luc Castel, 2026

In un’intervista Augusto De Luca parla di fotografia architettonica, dei ritratti alle star e di come troppo successo alla lunga sia sfiancante

Lina Sastri in un ritrattto di Augusto De Luca (1987). All images Courtesy Augusto De Luca © Augusto De Luca

Quando, intorno alla età degli anni ’80, Augusto De Luca si trovò a fotografare Lina Sastri, a quel tempo all’apice della sua fama, dopo un fraintendimento dovette discutere, spiegare e rispiegare con pazienza non lesinando in complimenti e simpatia per riuscire ad ottenere la complicità dell’attrice italiana. Alla fine ce la fece e scattò quelli che oggi appaiono i ritratti più belli che siano mai stati fatti alla signora Sastri. Un mix di forma impeccabile e intimità dalle ombre drammatiche che rubano alla protagonista il centro della scena. Mentre parlano della natura ambigua dell’arte.

D’altra parte non avrebbe potuto essere altrimenti: De Luca è un uomo dalla gentilezza spontanea e dalla parlantina sciolta che saprebbe mettere a proprio agio chiunque. In calce alle mail che invia, proprio accanto ai saluti rituali, mette l’emoji di una rosa per mostrare considerazione verso l’interlocutore. Tuttavia nei suoi occhi chiari, in cui sembrano convivere molteplici luci di vitalità con infinitesimali aloni bui di malinconia, si percepisce la fermezza di chi ha una visione artistica ben chiara. E la sua carriera ormai cinquantennale ne è una testimonianza.

Augusto De Luca insieme ad Ennio Mirricone nel ‘96 quando entrambi ricevono il premio Città di Roma per il libro “Roma Nostra”

Cominciò così: “Allora (siamo negli anni ’70, ndr) andavano molto di monda i complessi. Oggi se uno ha un complesso va dallo psicologo- scherza- ma ai tempi tutti suonavamo. Poi c’era un’altra cosa che tutti i ragazzi facevano: scattare fotografie. Un giorno ero con un mio amico che appendeva una foto appena dopo averla immersa nel liquido e, mentre l’immagine si formava sotto i miei occhi, ho capito che era quello che volevo fare”. Nel frattempo Augusto De Luca, nato a Napoli nel ’55, frequentava ancora la facoltà di giurisprudenza, dove avrebbe conseguito la laurea, per poi accorgersi che quella professione non gli calzava affatto. “Non faceva proprio per me”.

Si potrebbe anche pensare che il rigore quasi militare delle sue composizioni, in cui spesso spiccano elementi riconducibili alle forme geometriche, sia simile al diritto ma lui non è d’accordo: “Ho sempre pensato che le mie fotografie somiglino a una partitura”. Il musicista e direttore d’orchestra Ennio Morricone gliene diede la certezza quando guardando il suo lavoro disse: “Sai, ho capito subito che sei un musicista. Le tue foto hanno un ritmo compositivo musicale che appartiene a chi è sensibile all’armonia dei suoni”.

Del resto lui, ai tempi dei “complessi”, suonava con Ernesto Vitolo (quest’ultimo in seguito avrebbe collaborato con quasi tutti i big della musica italiana da Vasco Rossi a Renato Zero), Mario Insenga, Alan Sorrenti, Enzo Avitabile e Lino Vairetti. E, in seguito, gli sarebbe capitato di suonare in compagnia di una persona ancora più importante: “Mia figlia Giulia non ha voluto seguire le mie orme perché amava la chimica e ha voluto fare la farmacista. Però abbiamo suonato insieme il basso.”

Ennio Morricone lo conobbe nel ’95, quando quest’ultimo partecipò con un testo al suo libro fotografico “Roma Nostra”. Insieme al signor Morricone il volume conteneva interventi di personaggi iconici dell’Italia di quegli anni, come Alberto Sordi, Maurizio Costanzo, Paolo Portoghesi, Monica Vitti e Gigi Proietti (ma le parole di altri grandi della cultura, da Lina Wertmuller a Mario Luzi fino a Margherita Hack, si ritrovano in altri suoi volumi). “Le Ferrovie mi avevano chiamato per celebrare con una serie di fotografie le città toccate dalla linea ad Alta Velocità che era stata appena completata. Tra loro c’era Roma”.

Per “Roma Nostra” sia lui che Morricone vinsero il premio Città di Roma. Il progetto aveva anche il sostegno della Camera dei Deputati. Secondo il signor De Luca però il patrocinio sarebbe stato più difficile da ottenere se in quel periodo non avesse insegnato fotografia al Circolo Montecitorio: “Nella mia classe c’erano Nilde Iotti e la sorella di Emanuela Orlandi. E poi in Transatlantico (salone in stile liberty della Camera dove si ritrovano i deputati ndr) ho incontrato tutti, da D’Alema a Napolitano (Napolitano, la Iotti ma anche Ciampi hanno presentato dei suoi volumi ndr). Berlusconi però no, lui non l’ho mai incrociato”. Giura anche che alcuni politici si erano dimostrati allievi fotografi appassionati e dotati.

Da “Napoli Grande Signora”

Non stupisce che il libro su Roma abbia regalato tante soddisfazioni al signor De Luca, visto che la fotografia architettonica e il ritratto, sono le due strade che l’artista ha percorso fin dagli inizi della sua carriera, attraverso immagini a colori o in bianco e nero, ma senza mai derogare a un alfabeto del tutto personale, che lui definisce surreale: “All’inizio scatti e basta ma poi emerge il tuo stile. E il mio era surreale, facevo cose che richiamavano alla mente Magritte anche se da ragazzo non conoscevo la storia dell’arte. Quella l’ho studiata dopo”. In altre occasioni ha invece affermato: “La mia fotografia è caratterizzata da un’attenzione particolare per le inquadrature e per le minime unità espressive dell’oggetto inquadrato”.

Anche se l’atmosfera metafisica, palpabile soprattutto nelle immagini degli esordi, non basta a spiegare il linguaggio complesso e ricercato di De Luca, dove l’influsso dei grandi fotografi dell’agenzia Magnum, la sospensione del tempo o gli artifici di gusto surreale, si fondono con un cocktail di studio e immediatezza.

A proposito dei ritratti ha spiegato: “Vado sempre io dalla persona che devo fotografare: a casa, nel suo studio, in un albergo...ovunque. Una volta sul posto decido la composizione, il taglio dell'immagine e sfrutto anche le cose, gli oggetti che ho intorno a me. Non c'è mai niente di preparato...tutto scaturisce dall'ispirazione del momento. Solitamente faccio pochissimi scatti e già mentre li faccio mi accorgo se ho la foto giusta, però al soggetto chiedo sempre di stare immobile al momento del mio click”.

Questo è il modus operandi che ha usato per immortalare: Renato Carosone, Rick Wakeman, Carla Fracci, Renzo Arbore, Lina Wertmuller, Giorgio Napolitano, Hermann Nitsch, James Senese, Enzo Avitabile ed altri. Nei suoi ritratti la personalità del modello emerge, ma solo in parte. Quasi tutti mantengono una certa compostezza. Un ché di inespresso. A volte il signor De Luca ha preferito sfondi aggrovigliati, vezzosi e pullulanti di segni, altri è intervenuto manualmente sulle foto per renderli fantasiosi e creativi, altre ancora ha preferito la semplicità. Tutti i suoi scatti sono rigorosamente piatti: lasciano entrare il mondo ma rifiutano che pieghi il suo racconto con le leggi della prospettiva rinascimentale.

Da Napoli Grande Signora

Questo è particolarmente evidente nelle fotografie architettoniche dove l’artista riesce a individuare un punto di vista inaspettato dal quale un numero limitato di forme (in genere due o tre al massimo) frantumano la prospettiva per impedire all’occhio di vagare e per attribbuire peso al soggetto.

Nonostante le sue opere siano conservate in giro per il mondo (negli Stati Uniti fanno parte della Polaroid Collection, a Parigi sono alla Biblioteca nazionale di Francia, oltre ad essere al Centro Nazionale per le Arti dello Spettacolo di Pechino e al Musée de la Photographie di Charleroi), Augusto De Luca non ha mai abbandonato Napoli, per cui nutre un amore incondizionato. Come testimonia la serie di ritratti “Trentuno napoletani di fine secolo” (siamo di nuovo negli anni ’90 e tra i suoi concittadini effigiati ci sono: Salvatore Accardo, Lucio Amelio, Luciano De Crescenzo, Roberto De Simone, Francesco De Martino, Raffaele La Capria, Riccardo Muti, Francesco Rosi, Roberto Murolo) ma soprattutto le splendide immagini del libro fotografico “Napoli grande signora” (edito da Gangemi) in cui la città partenopea, magica e meravigliosa ma anche desolata e inquietante, appare più come una visione onirica che come un vero e proprio luogo fisico, dove la tensione narrativa converge in un’eternità immutabile per quanto misteriosa ed attraente. “Io volevo che chiunque guardasse, e non solo nel momento in cui io facevo le foto ma anche molti anni dopo, rivedesse la stessa città. Ma per ottenere quel risultato bisognava eliminare qualsiasi riferimento temporale: automobili, motorini, negozi, cartelloni pubblicitari”.

Per quanto il volume “Napoli grande signora” o i ritratti di volti noti del mondo dello spettacolo abbiano avuto successo, la fotografia di De Luca è diventata davvero famosa in modo differente. “La Telecom mi aveva chiesto di fotografare Napoli, Parigi, Dublino, Berlino e Bruxelles perché ognuna di queste città comparisse su delle schede telefoniche. Lo feci. Alla fine ne hanno stampate 19 milioni”. Siamo tra il ’97 e il ’99: le sue immagini sono ovunque.

Pupella Maggio fotografata da De Luca nell’atrio di casa vicino a un ricordo di Eduardo De Filippo con cui aveva a lungo recitato

Prima il signor De Luca scattava in analogico, oggi usa delle piccole Leyca e ha abbracciato con entusiasmo la rivoluzione digitale. Ama molto internet, che gli ha permesso di continuare a mostrare al mondo il suo lavoro, anche dopo aver scoperto di non reggere più la pressione di un ritmo espositivo snervante: “Arrivavo a fare anche tre o quattro mostre al mese. Era troppo, dovevo fermarmi”. Adesso conduce una vita più ritirata ma continua a lavorare: “Faccio ritratti e ultimamente sto completando una serie dedicata alle fontanelle e una al Museo Archeologico Nazionale di Napoli”. E poi, anche in assenza di vernissages. non si può dire che la sua opera sia rimasta senza voce: “Ho cinquantotto pagine wikipedia!” Infatti, il suo nome, oltre ad essersi meritato una voce nella versione in lingua italiana della famosa enciclopedia online, appare anche in quelle di molti altri Paesi.

Tra tutti i personaggi che ha fotografato Augusto De Luca dice di avere un ricordo particolarmente vivido dell’incontro con la grande attrice teatrale italiana, Pupella Maggio (faceva parte della compagnia di Eduardo De Filippo e ha recitato in ‘Amarcord’ di Federico Fellini). “In quel periodo lei viveva a Roma e Napoli le mancava moltissimo. Così quando mi ha aperto la porta sono stato investito da un odore di ragù come si fa a Napoli. Era talmente forte che sembrava di stare in qualche locale della Chiaia. Comunque, lei era sulla porta, e dietro, sul muro, era appesa una foto di Eduardo che le aveva scritto: ‘A Pupella con amore: quello selvaggio del teatro’. Non l’ho fatta entrare, le ho detto di rimanere dov’era e ho chiesto al mio assistente di posizionare uno strumento per modificare la luce, perché volevo che lei e il volto di De Filippo nella foto fossero sullo stesso piano. Come davvero l’uno accanto all’altra”.

Da Napoli Grande Signora

Le immagini di Napoli scattate da De Luca, che vennero riprodotte sulle schede telefoniche Telecom

Da “Napoli Grande Signora”

Per quanto De Luca sia più noto per le foto in bianco e nero ha lungamente fotografato a colori, usando, tra l’altro uua tavolozza inaspettatamente vivace

Da “Napoli Grande Signora”

Da “Napoli Grande Signora”

Da “Napoli Grande Signora”

Da “Napoli Grande Signora”

Da “Napoli Grande Signora”

Da “Napoli Grande Signora”

Un ritratto di Augusto De Luca

Ernst Scheidegger il fotografo che ritrasse le intramontabili star dell’arte

Ernst Scheidegger Salvador Dali nel suo atelier a Portlligat ca. 1955 © Stiftung Ernst Scheidegger-Archiv, Zürich

Ernst Scheidegger nato nel ’23 a Rorschach (una cittadina della Svizzera tedesca sul Lago di Costanza) e mancato nel 2016 a Zurigo è stato un pittore, un grafico, un editore e occasionalmente anche un regista ma soprattutto un importante fotografo. Uno dei primi reclutati dalla leggendaria agenzia Magum Photos (insieme a Robert Capa, Henri Cartier-Bresson, David Seymour, George Rodger), assistente di Werner Bischof, ha viaggiato, congelato l’Europa postbellica nelle sue immagini oltre ad aver frequentato e fotografato tutti i maggiori artisti attivi a Parigi a cavallo della prima metà del secolo scorso. Pittori famosi come divi di Hollywood e architetti noti più delle rock star. Tra loro: Hans Arp, Max Bill, Marc Chagall, Salvador Dalí, Max Ernst, Oskar Kokoschka, Le Corbusier, Fernand Léger, Marino Marini, Joan Miró, Henry Moore, Sophie Taeuber-Arp ma soprattutto Alberto Gicometti (di cui il fotografo era amico fraterno). Da domenica prossima il Museo d’Arte della Svizzera Italiana di Lugano (Masi) celebrerà Ernst Scheidegger con una grande mostra, intitolata “Faccia a Faccia”, che, oltre a mettere a confronto i suoi ritratti con le opere dei pittori che ha immortalato, presenta un importante corpo di scatti giovanili, talvolta inediti.

Scheidegger, infatti, al termine della Seconda guerra mondiale, si spostò tra Svizzera, Italia, Paesi Bassi, Jugoslavia e Cecoslovacchia, armato di una macchina Rolleiflex e scattò numerose fotografie. Tutte immagini personali, in bianco e nero, in cui compaiono le devastazioni del conflitto (i cantieri navali abbandonati, i volti dei bambini degli orfanotrofi e delle carceri minorili) ma soprattutto la voglia di ricominciare della popolazione (il luna park, le fiere, i sorrisi e i momenti di svago). Durante questo periodo (che gli scatti in mostra circoscrivono, per necessità e comodità, tra il ’45 e il ’55) al fotografo svizzero interessano le persone e la vita quotidiana, che restituisce in modo poetico e con grande attenzione al sociale.

“(La sua opera giovanile ndr) racchiude- ha scritto il curatore della mostra e direttore del museo, Tobia Bezzola- molti temi classici dei neorealismi fotografici e cinematografici del secondo dopoguerra: il riverbero delle luci di scena sui volti degli artisti e dei clown di un circo, le emozioni a buon mercato della fiera e del luna park, la rumorosa vita popolare che anima le strade dell’Europa del Sud, i bambini di strada, l’Esercito della salvezza, le sagre, le manifestazioni dei lavoratori”.

Ma a rendere celebre Scheidegger saranno i ritratti, scattati per piacere ma soprattutto per lavoro (riviste di settore o progetti editoriali), ad alcuni tra gli artisti più famosi del mondo. Da Joan Miró a Salvador Dalí, da Max Bill a Marc Chagall, Scheidegger, li fotografa tutti, privilegiando una prospettiva frontale, con stile pulito ma senza cercare la perfezione della messa a fuoco, gli interessa di più la luce ma prima di ogni altra cosa gli sta a cuore riprendere gli artisti in quanto tali, facendone emergere il processo creativo. Ci sono i colori, i pennelli e i quadri o le sculture, a parte l’autore. Certo questo non impedisce a Scheidegger di far filtrare i sentimenti che prova per le persone che stanno di fronte al proprio obbiettivo: se Salvador Dalí sembra sorpreso con ironia giocosa e simpatia, nei ritratti di Le Corbusier e Cuno Amiet c’è distanza, mentre per commemorare Sophie Tauber Arp, prematuramente scomparsa, Scheidegger ne immortalata lo studio vuoto.

Le fotografie di questo importante capitolo della mostra al MASI sono poste a confronto con le opere degli artisti ritratti (Cuno Amiet, Hans Arp, Max Bill, Serge Brignoni, Marc Chagall, Eduardo Chillida, Salvador Dalí, Max Ernst, Alberto Giacometti, Fritz Glarner, Oskar Kokoschka, František Kupka, Henri Laurens, Le Corbusier, Fernand Léger, Verena Loewensberg, Richard Paul Lohse, Marino Marini, Joan Miró, Henry Moore, Ernst Morgenthaler, Germaine Richier, Sophie Taeuber-Arp, Georges Vantongerloo). Tra queste ultime c’è anche un ritratto del fotografo svizzero dipinto da Aberto Giacometti, che Scheidegger teneva in caso e di cui avrebbe detto “non lo venderei per niente al mondo”.

L’amicizia con Giacometti costituisce un capitolo a parte della mostra, visto che i due si erano conosciuti in Svizzera quando il fotografo era poco più che ventenne e che il loro rapporto, da allora, non si sarebbe mai interrotto: “Avevo poco piü di vent'anni- racconterà in un intervista rilasciata qualche anno fa alla giornalista Anna Maria Nunzi- ero stazionato in Bregaglia per il servizio militare. Avevo appena finito l'apprendistato di grafico. Disegnavo molto e un giorno la proprietaria dell'albergo dov'ero alloggiato mi disse: «Anche qui vicino c'e un pazzo che disegna molto, perche non va a trovarlo?». Fino a quel giorno non avevo mai sentito parlare di Alberto Giacometti, comunque mi decisi di visitare il suo atelier. (…) Rimasi subito colpito ed affascinato. (…) Alberto era sommerso nel suo lavoro, dapprima non mi ha neppure degnato di uno sguardo, pensava infatti che fossi un soldato che stava compiendo un giro di ricognizione. Poi quando si e accorto che ero li per lui, mi ha rivolto la parola, abbiamo dunque iniziato a parlare. Ci siamo subito capiti, e quando potevo, andavo a trovarlo nel suo atelier”. Sarà Giacometti, al suo arrivo a Parigi qualche anno più tardi, ad aprirgli le porte del mondo dell’avanguardia artistica francese (“Quanto arrivai a Parigi l'unico indirizzo che avevo era quello di Alberto (…)”).

Non a caso domenica, in occasione dell’inaugurazione della mostra, al Masi di Lugano verrà anche presentato un volume di lettere scelte spedite da Alberto Giacometti alla famiglia in Val Bregaglia (“Il tempo passa troppo presto. Lettere alla famiglia” di Casimiro Di Crescenzo; l’autore del volume e il direttore del Masi Tobia Bezzola alle 11)

Organizzata in collaborazione con il Kunsthaus Zürich e la Stiftung Ernst Scheidegger-Archiv, “Faccia a faccia. Giacometti, Dalí, Miró, Ernst, Chagall. Omaggio a Ernst Scheidegger” (a cura di Tobia Bezzola e Taisse Grandi Venturi), sarà al Masi di Lugano dal 18 febbraio al 21 luglio 2024. L’opera di Ernst Scheidegger, online, si può in parte anche ammirare sul sito della fondazione e archivio a lui dedicata.

Ernst Scheidegger Max Bill insegna teoria delle forme alla Scuola di arti applicate di Zurigo ca.1946 © Stiftung Ernst Scheidegger-Archiv, Zürich; 2024, ProLitteris, Zurich

Ernst Scheidegger, Alberto Giacometti dipinge Isaku Yanaihara nel suo studio parigino 1959 © Stiftung Ernst Scheidegger-Archiv, Zürich; works Alberto Giacometti © Succession Alberto Giacometti / 2024, ProLitteris

Alberto Giacometti Ritratto Ernst Scheidegger ca. 1959 Olio su tela Kunsthaus Zurich, 2017 © Succession Alberto Giacometti / 2024, ProLitteris, Zurich

Ernst Scheidegger FritZ Glarner nel suo atelier di Parigi ca. 1955 © Stiftung Ernst Scheidegger-Archiv, Zürich; 2024, ProLitteris, Zurich

Ernst Scheidegger Hans Arp nel suo atelier di Meudon, Parigi ca. 1956 © Stiftung Ernst Scheidegger-Archiv, Zürich; 2024, ProLitteris, Zurich

Salvador DaIi La tour 1936  Olio su tela Kunsthaus Zürich, 2017 © Salvador Dalí, Fundació GaIa-Salvador Dalí/ 2024, ProLitteris, Zurich

Ernst Scheidegger Uomo con palloncini probabilmente fine anni Quaranta © Stiftung Ernst Scheidegger-Archiv, Zurich

Ernst Scheidegger  Uomo con bambina, Valle Verzasca ca. ca 1955 © Stiftung Ernst Scheidegger-Archiv, Zurich

Ernst Scheidegger Allieva della scuola di danza di Madame Rousanne, Parigi ca.1955 © Stiftung Ernst Scheidegger-Archiv, Zürich

Sophie Tauber Arp Geometrico e ondeggiante 1941 Matita colorata e grafite su carta Museo d'arte della Svizzera italiana, Collezione Cantone Ticino