Azuma Makoto ha tolto il Paludarium Shigelu dai libri di storia della botanica per trasformarlo in TACHIKO che tiene in vita le piante anche su Marte

images courtesy of azuma makoto

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Il giapponese Azuma Makoto incentra la sua attività creativa sulla rilettura delle tradizioni orientali legate ai fiori e alle piante attraverso diverse pratiche. Ci sono gli ikebana giganti realizzati all’aperto, che diventano delle installazioni. Ma spesso, l’artista usa anche la tecnologia, per mostrare sotto una luce nuova, immagini che si legano alla tradizione. E’ il caso, per esempio, del progetto Exobiotanica in cui ha lanciato dei fiori nello spazio.

Nel suo ultimo lavoro la tecnologia assume un carattere addirittura prevalente. Con TACHIKO, infatti, Azuma Makoto ha inventato una sorta di serra futuristica che fornisce alle piante (nel caso delle fotografie riprodotte in questo post un bonsai) un ambiente artificiale del tutto simile a quello reale. All’interno delle pareti di vetro di TACHIKO spira il vento, si forma la nebbia, piovono gocce d’acqua come quelle che cadono dalle nuvole. E pensare che l’invenzione di Makoto si ispira al Paludarium Shigelu.

Il Paludarium Shigelu, nell'800, fu una rivoluzione per la spedizione della flora. E permise ad appassionati e studiosi dell’epoca di mantenere in vita le piante durante i lunghi viaggi per mare.

"Le persone mettevano delle piante preziose all'interno di un contenitore con pareti di vetro per poi spedirle dalle colonie britanniche verso l'Australia e hanno apprezzato i loro cicli di crescita- ha spiegato Makoto- La serie dei 'Paludarium' è il risultato di una nuova interpretazione del paludarium, che è ora dotato di varie funzioni e trasformato in un sistema ambientale incapsulato contemporaneo".

All’interno di TACHIKO c’è pure la musica per non far mancare nessun tipo di confort al fortunato vegetale. Per il piacere del proprietario, nella teca è stata inserita una lente d’ingrandimento che permette di ammirarne i dettagli. Per vedere altre opere di Azuma Makoto, invece, c’è l’account instagram dell’artista. (via Designboom)

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Il fragile equilibrio delle sculture di vetro di Simone Crestani, indecise tra la terra del design e il mare dell'arte

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In perfetto equilibrio tra arte, design e artigianato, il lavoro di Simone Crestani, si basa sul ripetersi di soggetti ricorrenti così ben congeniati da diventare, loro malgrado, marchi di fabbrica e protagonisti di un racconto in cui nulla è lasciato al caso. E in cui tutto è legato da un filo trasparente e mutevole come il vetro.

Vi compaiono: bonsai, lische di pesce, rami di corallo, catene molecolari che assomigliano alle bolliccine del prosecco. D’alta parte Simone Crestani è veneto. Non veneziano, come si potrebbe pensare, però: classe 1984 è nato e risiede in provincia di Vicenza. E forse proprio questa sua relativa lontananza dalla patria degli artigiani vetrai, gli ha regalato la libertà necessaria per rompere il cordone ombelicale con la tecnica di Murano e inventarsene una tutta sua.

Crestani usa vetro borosilicato che lavora a lume.

A ispirarlo è il mondo della natura. Il bonsai tra i suoi soggetti è forse quello che ritorna più frequentemente: "Il bonsai è un concentrato di vita- spiega sul suo sito web- Lui supera la barriera delle dimensioni ed esprime forza ed energia; è un'opera d'arte che non è mai finita, in cui la natura continua a svilupparsi e evolversi "

Soprattutto se guardato nella prospettiva del design il lavoro di Crestani è punteggiato di soluzioni molto originali ed ironiche: la lisca di un pesce che si trasforma in un vaso, le catene molecolari che si fanno lampadario (la citazione ai parenti di quest’ultimo in vetro di Murano è evidente). Mentre nella serie 'Tensione Estetica’ in cui gioca coi materiali e con l’ambiente, sfruttando anche un po’ la prospettiva, si avvicina con passo deciso all’assoluta assenza di scopo e quindi all’arte.

Per vedere un delizioso armadietto con le bolle di vetro o il simpatico pollo-brocca l’account Simone Crestani è la soluzione migliore. (via Colossal)

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Daniel Arsham con Lunar Garden fa ritornare dal futuro un giardino zen e mette in scena 10 anni di carriera al MOCO Museum di Amsterdam

daniel arsham, lunar garden alla galleria ron mandos

daniel arsham, lunar garden alla galleria ron mandos

Come un gioco di specchi tra passato, passato-prossimo, presente e futuro; lontano e vicino; memorie intime e condivise. E’ Daniel Arsham (ne ho parlato qui). E non cambia durante la sua prima volta ad Amsterdam dove sarà in mostra in due spazi contemporaneamente. Anzi, se possibile, con la messa in scena dell’installazione Lunar Garden alla Galerie Ron Mandos e della grande mostra Connecting Time al MOCO Museum, riesce ad apparire ancora più sfaccettato e sfuggente.

Connecting Time: La mostra organizzata dal MOCO Museum di Amsterdam in collaborazione alle gallerie che rappresentano l’artista statunitense (Perrotin e Ron Mandos) analizza dieci anni di lavoro di Daniel Arsham. Dalle serie all white degli Elastic Walls fino a quelle di fictional archaeology in cui l’artista si trasforma in archeologo del futuro e inventore (visto che per creare questi pezzi ha dovuto elaborare delle tecniche tutte sue). In questa grande personale Arsham presenta anche in esclusiva due nuove installazioni: Amethyst Ball Cavern e Eroded Wall Paper Room.

La prima è una caverna di palloni da basket erosi dal tempo fino a trasformarsi in pietra da cui spuntano cristalli d’ametista. Il colore è vivo fin quasi a diventare psichedelico (il che potrebbe persino sembrare strano visto che Arsham è daltonico) ,l’opera è immersiva. Eroded Wall Paper Room ,invece, è una stanza bianca dal design mid-century a grandezza naturale. Inutile dire che anche quest’ultima sembra un elegante reperto archeologico congelato nel tempo. Daniel Arsham usa sostanze geologiche (come la cenere vulcanica, il quarzo rosa, l'ossidiana e la roccia glaciale) e ha sviluppato una vasta gamma di procedure e tecniche per ottenere l’effetto ‘reperto archeologico del futuro’.

Static Mythologies: La personale dedicata ad Arsham dalla galleria Ron Mandos, invece, ha il suo piatto forte nella scultura Lunar Garden in cui convivono installazione e performance (l’artista ha creato i solchi nella sabbia del giardino zen). L’opera che è vero e proprio spazio architettonico è una riflessione sul tempo e sulla transitorietà dell’opera dell’uomo. L’albero di ciliegio è pietrificato come di consueto, ma fanno la loro comparsa un punto luce stabile (la luna) e la sabbia con la sua natura multiforme. Un colore zuccheroso e insistente contribuisce a trasformare questo delizioso giardino giapponese in una surreale apparizione.

Per visitare Connecting Time al MOCO ci sarà tempo fino al 30 settembre 2019 mentre la mostra Static Mythologies alla galleria Ron Mandos chiuderà i battenti il prossimo 16 marzo. Se l’idea di qualche giorno ad Amsterdam non vi ha nemmeno sfiorato potete sempre seguire Daniel Arsham su Instagram. (via Colossal)

daniel arsham, lunar garden alla galleria ron mandos

daniel arsham, lunar garden alla galleria ron mandos

daniel arsham, lunar garden alla galleria ron mandos

daniel arsham, lunar garden alla galleria ron mandos

daniel arsham, “Calcified Room” (2019) MOCO amsterdam, tutte le foto da questa in poi by Sasha Bogojev

daniel arsham, “Calcified Room” (2019) MOCO amsterdam, tutte le foto da questa in poi by Sasha Bogojev

6,389 Likes, 49 Comments - ARSHAM STUDIO 3019 (@danielarsham) on Instagram: "Calcified Room 💭"

“Amethyst Ball Cavern”

“Amethyst Ball Cavern”

“Amethyst Ball Cavern” (particolare)

“Amethyst Ball Cavern” (particolare)

“Basketball Rack”

“Basketball Rack”

“Basketball Rack” (particolare)

“Basketball Rack” (particolare)

“Hidden Figure” (2011)

“Hidden Figure” (2011)

“Hidden Figure” (particolare)

“Hidden Figure” (particolare)

“Corner Knot” (2008) and “Falling Clock” (2012)

“Corner Knot” (2008) and “Falling Clock” (2012)

“Miami Heat Jacket”

“Miami Heat Jacket”