Lo street-artist Trashbird ha realizzato delle enormi borsette firmate sulle rovine di una città fantasma

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Realizzata recentemente sulle rovine del cementificio della città fantasma di Lime (Oregon), la serie ‘Valley of secret values’ di Trashbird, rappresenta delle grandi e coloratissime borsette firmate. Da Louis Vuitton a Gucci fino a Dolce e Gabbana, con tanto di ciondoli fatti di copertoni e tracolle ricavate da vecchie cinghie di trasmissione.

Trashbird è uno street-artist di Los Angeles. Che sia piuttosto giovane lo si evince dalle fotografie in cui appare a volto rigorosamente coperto, dato che sulla sua identità anagrafica vige il segreto. Lavora prevalentemente sui contrasti: aree degradate, rovine di stabilimenti produttivi da una parte, società dei consumi con le sue contraddizioni e i suoi eccessi dall’altra. Insomma fin qui niente di nuovo (la valigia degli ideali e dei temi cari agli artisti di strada al gran completo). Ma questo giovane statunitense all’atto pratico non è affatto convenzionale. Recupera infatti dall’immaginario collettivo simboli della cultura di massa (dalle emoticon alle borsette firmate) che riproduce, sovradimensionate, con vivacissimi colori, in contesti  improbabili e più o meno monocromi (muri grigi, campi riarsi dal sole). Insomma, un bel colpo d’occhio! 
Usa anche materiali trovati sul posto (copertoni abbandonati, assi di legno, cinghie meccaniche) per rendere le sue opere delle vere e proprie sculture. 

Lo ha fatto anche in ‘Valley of secret values’ in cui ha trasformato delle rovine in una serie di coloratissime borsette firmate. Il risultato, in palese contrasto con il paesaggio decadente e squallido, è indubbiamente ironico ma ha anche una nota surreale. Trashbird ha raccontato di aver pensato che uno dei muri di quel sito avesse la forma di una borsetta e che da quella intuizione sia nata la serie di sculture.

Per vedere altre opere di Trashbird c’è il suo sito internet ma ovviamente anche l’account facebook. Per supportarne il lavoro poi, basta comprare qualcosa dal suo negozio.

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Banksy a Parigi: niente tour, i murales sono già stati vandalizzati

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I murales con cui il famoso street-artist britannico Banksy ha punteggiato Parigi sono più di sei come riferito due giorni fa. Probabilmente nove, ma la caccia al tesoro è ancora aperta. Ce n'è anche uno molto toccante realizzato sulla porta di sicurezza del Bataclan. In compenso, gli amanti del lavoro dell'artista originario di Bristol, non potranno organizzare un viaggio nella capitale francese per osservare dal vivo i suoi murales. Gran parte delle opere infatti, sono già state vandalizzate.

I MURALES DI BANKSY A PARIGI SONO STATI VANDALIZZATI:

Le Monde riferisce in un veloce video (pubblicato a seguire) che la bimba intenta a dipingere una carta da parati sopra una croce uncinata è durata solo cinque giorni prima di essere ricoperta di vernice blu (e in seguito di spray dorato). E' andata anche peggio al topo che volava su un tappo di champagne: è stato raschiato dal muro il giorno stesso della sua scoperta. Il cane senza una zampa è sparito sotto il poster di una street-artist locale nel giro di pochi minuti. La topolina col fiocco a pois, infine, è stata coperta per essere conservata.

L'OPERA DI BANKSY AL BATACLAN:

Tra le opere scoperte più di recente c'è il murale sull'uscita di sicurezza del Bataclan. Rappresenta una figura addolorata con un fazzoletto in mano. Questo pezzo è un chiaro omaggio di Banksy alle vittime della strage  del 13 novembre 2015.

. Centre Pompidou

Un post condiviso da Banksy (@banksy) in data:

BANKSY CONFERMA L'AUTENTICITA' DEI PEZZI DI PARIGI:

Lo stile tipico dello street-artist più famoso di sempre lasciava spazio a pochi dubbi sull'originalità delle opere comparse a Parigi, ma si aspettava la conferma ufficiale. Che è arrivata, con un post pubblicato sulla pagina Instagram di Banksy. L'artista ha pubblicato la foto del pezzo in cui un ratto regge un taglierino (al Musee Pompidou)  con la didascalia: "a cinquant'anni dalla rivolta di Parigi del 1968. la culla dell'arte moderna degli stencil. "

. Fifty years since the uprising in Paris 1968. The birthplace of modern stencil art.

Un post condiviso da Banksy (@banksy) in data:

Scoperto dopo 30 anni ad Amsterdam un murale firmato Keith Haring

Il murale di Keith Haring ad Amsterdam. Photo: Hanna Hachula, courtesy Stedelijk Museum

Il murale di Keith Haring ad Amsterdam. Photo: Hanna Hachula, courtesy Stedelijk Museum

La settimana scorsa è stato scoperto ad Amsterdam un murale di Keith Haring alto oltre 12 metri. L’opera, che doveva essere un regalo dello scomparso artista statunitense alla città nord europea, è rimasta nascosta fino ad oggi sotto dei pannelli di rivestimento che coprivano la ex-sede dello Stedelijk Museum
Ci sono voluti 30 anni e l’impegno ininterrotto della graffitista olandese Aileen Middel (in arte Mick La Rock), per riportarla alla luce.

Era il 1986, quattro anni prima della morte per una malattia correlata all’AIDS, quando Keith Haring atterò all’aeroporto di Amsterdam per partecipare ad una mostra allo Stedelijk Museum. Doveva dipingere una grande e coloratissima tela da collocare all’interno dello spazio espositivo ma chiese anche un muro su cui completare un’opera pubblica. Gli diedero la parete esterna del magazzino del museo su cui dipinse una strana creatura, in parte cane (o lupo) e in parte pesce, cavalcata da uno dei suoi famosi omini. Ci mise un giorno soltanto.
Il murale di Amsterdam si fa notare perché, invece di essere colorato come gli altri lavori di Haring in quel periodo, è fatto di sole righe bianche.

Non rimase visibile per molto però. Poco dopo, infatti, per mantenere la temperatura degli ambienti interni adeguata venne coperto con dei pannelli. Fino a quattro anni fa quando Aileen Middel ha trovato una vecchia fotografia dell’opera e dopo aver fatto due più due ha combattuto per la rimozione del materiale isolante dalla parete dell’edificio (che oggi non è più di proprietà del museo ma sede del centro commerciale Markt Kwartier West).

Il murale di Keith Haring ad Amsterdam sarà restaurato da Will Shank e Antonio Rava che hanno già lavorato sulla “Torre” di Parigi e su “Tuttomondo” di Pisa. (via New York Times, Artnet)

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