Il Daisugi una tecnica giapponese vecchia di 600 anni per far crescere gli alberi sulla cima di altri alberi potrebbe salvarci dalla deforestazione

Image via Wrath of Gnon

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Il daisugi è una tecnica giapponese di silvicultora, nata 600 anni fa, ma utilizzata ancora oggi. Consiste nel far crescere sulla cima di solidi esemplari di cedro di Kitayama degli alberi leggeri, alti e diritti. Per riuscirci si usano metodi comuni nella trasfromazione di giovani piante in bonsai. L’effettto ottico è magico e surreale mentre quello pratico potrebbe essere di fermare la deforestazione.

Con il daisugi, infatti, non si taglia mai un albero vero e proprio ma delle sue propaggini. Lasciando il fusto e le radici liberi di prosperare. E se non bastasse il legno degli aberelli che crescono sulla cima è il 140% più flessibile del cedro standard e il 200% più denso e forte.

"Scritto come 台 杉 letteralmente significa cedro piattaforma , la tecnica produce un albero che assomigliaa a una palma aperta con più alberi che crescono, perfettamente verticali- dice Johnny Waldman di Spoon e Tamago- Se eseguita correttamente, la tecnica può prevenire la deforestazione e produrre legname perfettamente tondo e diritto noto come taruki , che viene utilizzato nei tetti delle case da tè giapponesi."

Nato tra il XV e XVI scolo in Giappone per sopperire alla carenza di legname e di terreno , il daisugi, infatti, ebbe il suo massimo sviluppo a Kyoto dove c’erno molte cas eda tè.

Sebbene il daisugi, in seguito, diventò soprattutto una tecnica decorativa per giardini e bonsai in vaso, adesso è in via di riscoperta. Sia per la qualità del legno che per i benefici n termini ecologici.

Image via openculture

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Design di Frank Gehry per Luma Arles. E' terminata la torre ricoperta da 11mila pannelli di alluminio

All images © Atelier Vincent Hecht

All images © Atelier Vincent Hecht

Disegnata dal famoso architetto americano-canadese Frank Gehry la torre del complesso museale Luma Arles della collezionista svizzera Maja Hoffmann (erede della fortuna del colosso farmaceutico Hoffmann-La Roche) è terminata. Cominciata nel 2014 verrà inaugurata la prossima primavera. Per finirla sono serviti 11mila pannelli d’alluminio

La torre che ha raggiunto l’altezza di 56 metri, in raltà, è stata eretta con una solida intelaiatura di cemento armato ed acciaio ma il rivestimento esterno è completamente in alluminio. Si tratta di pannelli lucidi, dispost in modo irregolare che per Gehry evocano le scoscese scogliere calcareee dellla Provenza.

Gli effetti della luce sugli efifici e il rifiuto a linee rette e piani perpendicolari sono un po’ la cifra distintiva delle creazioni di Frank Gehry (noto soprattutto per il design del museo Guggenheim di Bilbao), che nel complesso Luma Arles, tuttavia, compongono una vera e propria scultura. Un misto tra l’immagine di una casa da cartone animato e una scatoletta schiacciata, che si salda agli edifici d’epoca della cittadina francese in cui visse Vincent Van Gogh.

Insieme alla torre il complesso comprenderà sei edifici industriali già presenti sul sito (allestiti da Selldorf Architects) e un grande parco Parc des Ateliers, sviluppato dal paesaggista belga Bureau Bas Smets). Le fotografie che svelano l’aspetto bizzarro, energico e giocoso del nuovo museo di Arles sono, invece, dell’ atelier Vincent Hecht. (via Dezeen)

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'Gharfa' di Edoardo Tresoldi, come un castello moresco in rete metallica e sughero a Riyadh

Edoardo Tresoldi, Gharfa. “Chapter 1_Light up” (immagini notturne). Tutte le fotografie © Roberto Conte

Edoardo Tresoldi, Gharfa. “Chapter 1_Light up” (immagini notturne). Tutte le fotografie © Roberto Conte

'Gharfa' di Edoardo Tresoldi sembra un castello, in cui vuoti e pieni, pesantezza e leggerezza, luce e ombra, si rincorrono. Il risultato coniuga la potenza maestosa di un edificio fortificato con l’effimero fascino di un accampamento. E pensare che è fatto soltanto di rete metallica e sughero.

'Gharfa' di Edoardo Tresoldi è un padiglione ideato per far vivere esperienze, all’interno del progetto creativo temporaneo “Diriyah Oasis”, (progettato e curato dallo studio di Dubai Designlab Experience a Diriyah) nella capitale saudita Riyadh. Firmato da Studio Studio Studio, di cui Tresoldi è direttore artistico, è frutto della collaborazione tra l’artista milanese, lo street artist Alberonero, il musicista Max Magaldi e il green designer Matteo Foschi.

La struttura architettonica di Tresoldi, tuttavia, fa la parte del leone. Si tratta di un vero e proprio edificio dai tratti possenti che riecheggiano i palazzi del At-Turaif District (sito storico patrimonio UNESCO, al centro di un piano di sviluppo che prevede l’apertura di musei e istituzioni culturali) che sorge non lontano dal padiglione. I muri sono a tratti pieni di sughero, interrompendo il rapporto senza soluzione di continuità con l’esterno ma creando anche intimità e vere e proprie stanze

Ed è proprio grazie a queste pareti che 'Gharfa' diventa spazio espositivo. Al centro, infatti, c’è un’installazione video che fa ardere un fuoco virtuale nel cuore dell’edificio. Ma basta spostarsi per incontrare delle effimere nuvole artificiali che fanno da contraltare al tappeto (elemento iconico della cultura araba). Poi c’è l’installazione, ispirata alle decorazioni mediorientali, di Edoardo Tresoldi e Matteo Foschi realizzata con piante e materiali industriali. A Max Magaldi è stato affidato, invece, il commento sonoro. All’esterno, ‘Duna’ di Alberonero, cinge il castello con un drappo di tessuto semitrasparente: "rappresenta il simbolo di un orizzonte bianco e percorso nel vuoto. Una soglia tra visibile e invisibile".

In generale padiglione 'Gharfa' di Edoardo Tresoldi a Riyadh fa tesoro dell’esperienza di Simbiosi ad Artesella e si discosta dall’opera creata, per esempio, ad Abu Dhabi e in genere a tutta la sua produzione precedente, proprio per l’uso del sughero che, quando necessario, interrompe la fusione dell’architettura con l’ambiente.

Così l’artista ha spiegato l’opera: “Ogni elemento di Gharfa vive di vita propria ma è pensato all’interno di una composizione orchestrale che interpreta le contaminazioni culturali come patrimonio da cui nascon i linguaggi del domani.”

il padiglione dall’esterno

il padiglione dall’esterno

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20_Studio Studio Studio_Gharfa_Edoardo Tresoldi detail_Diriyah Oasis_designed and curated by Designlab Experience © Roberto Conte.jpg
un particolare dell’installazione Duna di Alberonero

un particolare dell’installazione Duna di Alberonero

3_Studio Studio Studio_Duna by Alberonero dialogues with Gharfa_Diriyah Oasis_designed and curated by Designlab Experience © Roberto Conte.jpg
17_Studio Studio Studio_Duna by Alberonero dialogues with Gharfa_Diriyah Oasis_designed and curated by Designlab Experience © Roberto Conte.jpg
Le nuvole artificiali di un''installazione

Le nuvole artificiali di un''installazione

l’installazione in piante e materiali industriali di Tresoldi e Foschi

l’installazione in piante e materiali industriali di Tresoldi e Foschi

10_Studio Studio Studio_Gharfa_Edoardo Tresoldi and Matteo Foschi installation_Diriyah Oasis_designed and curated by Designlab Experience © Roberto Conte.jpg
il video-focolare che arde al centro del padiglione

il video-focolare che arde al centro del padiglione

l’artista ha scelto di non nascondere proiettori o fonti di luce per mettere in evidenza la natura scenografica dell’edificio

l’artista ha scelto di non nascondere proiettori o fonti di luce per mettere in evidenza la natura scenografica dell’edificio

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