La fotografia di Brooke Didonato che trasforma in una tenera ed elegante fiaba la vita nella provincia americana

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Brooke Didonato è una giovane fotografa originaria dell’Ohio che adesso vive a Brooklyn, da dove racconta con scatti teneri e surreali la provincia degli Stati Uniti. Le sue immagini sono dense di decorazioni (non importa se naturali o artificiali) e hanno una tavolozza curatissima. Il risultato sono scene di vita quotidiana che si trasformano nei fotogrammi della fiaba narrata da un regista.

Ha cominciato facendo da modella per le sue fotografie (come, ad esempio, Ania Njemi) per poi coinvolgere altri soggetti. Ma senza modificare il clima surreale e fiabesco delle immagini. In cui appena un soffio di mistero increspa una narrazione lenta e ingenua. Che fa sorridere e intenerisce.

Spesso riesce in questo equilibrio mettendo i suoi protagonisti in situazioni che si discostano dalla realtà quel tanto che basta per trasportarli nella fantasia. Oppure facendogli assumere pose improbabili.

"La maggior parte delle mie immagini sono ambientate in luoghi reali, ma i personaggi sono spesso esagerati o immaginati", ha detto DiDonato in una breve intervista al magazine online Colossal. "Mi interessa fondere insieme questi diversi elementi e consegnarli attraverso un mezzo che era tradizionalmente pensato come un modo per archiviare la realtà."

Brooke Didonato ha una clientela composta da importanti aziende (tra le quali l’inserto D di Repubblica) ma si sente un’artista e non una semplice creativa. Per vedere altri suoi scatti oltre a dare uno sguardo al sito internet si può scorrere il suo account instagram.

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Cecilia Paredes che si dipinge il corpo con fiori e foglie fino a sparire negli sfondi delle sue stesse fotografie

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L’artista peruviana Cecilia Paredes appende delle carte d parati o dei tessuti decorati con importanti e coloratissimi motivi floreali. Dopodiché si dipinge il corpo fino a replicare sulla sua pelle le decorazioni che animano il fondo. A volte si copre anche usando indumenti o tessuti uguali a ciò che sta dietro di lei. Poi si scatta delle fotografie in cui lei e l’ambiente circostante diventano una cosa sola.

Il lavoro di Cecilia Paredes assomiglia a quello del cinese Liu Bolin (di cui ho parlato spesso, ad esempio qui). In entrambi i casi si parla di autoritratti fotografici, in cui gli artisti con il body painting riescono a mimetizzarsi nello sfondo fin quasi a scomparire. Ma le similitudini finiscono più o meno lì. A Bolin interessano la società e l’architettura mentre la Paredes focalizza le sue fotografie su biodiversità, migrazioni e femminilità. L’idea dell’ adattarsi fino dissolversi nel mondo (poco importa se reale o immaginario), invece, li accomuna.

"Avvolgo, copro o dipingo il mio corpo con lo stesso pattern del materiale di fondo e mi ripresento come parte di quel paesaggio- ha dichiarato- attraverso questo atto sto lavorando sul tema della costruzione della mia identificazione con l'ambiente o parte del mondo dove vivo o che comunque sento di poter chiamare casa “.

Cecilia Paredes è originaria di Lima ma vive a Philadelphia. La sua serie di opere più famosa (cioè quella di cui si parla in questo post) si intitola ‘Paisajes’. Tra le esposizioni più importanti a cui ha partecipato c’è la Biennale di Venezia. Dal 30 dicembreil suo lavoro sarà al centro di una mostra del Museo dell’Università di Navarra (MUN, fino al 27 marzo 2019). (via Colossal)

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I camion pakistani ‘Jingle Trucks’ tanto decorati da essere diventati a pieno titolo opere d’arte a quattro ruote

Coloratissimi, decorati e improbabili i camion pakistani hanno delle campane attaccate al telaio. Tante campane. Così appena si muovono intorno è tutto un tintinnare. E’ per questo che i militari statunitensi in Afganistan (un paese in cui questi mezzi si vedono spesso passare) li hanno ribattezzati ‘Jingle Trucks’.

Ma non è la sola particolarità di questi mezzi di trasporto che sono un tale tripudio di decorazioni (a mosaico, dipinte, in legno, in metallo, plastica ecc.) da superare a buon diritto il regno del kitsch ed entrare in quello dell’arte popolare. 
"(Sono come) una galleria nazionale senza muri- scrive l’esperto d’arte dell’Herald Tribune Richard Covington- una forma libera, caleidoscopica esibizione in perpetuo movimento”.

Un punto di vista di certo condiviso della prestigiosa istituzione americana Smithsonian che ne conserva uno nella sua collezione permanente (decorato dall’artista Haider Ali nel 2002).

I camion per il trasporto di merci sono i più conosciuti ma in Pakistan sono in buona compagnia. Infatti, è prassi comune decorare riccamente anche navi cisterna, autobus, furgoncini e risciò 

Inutile dire che nell’aspetto dei ‘jngle trucks’ nulla è lasciato al caso. Persino gli abitacoli (ricoperti rigorosamente in velluto) sono curati nei minimi dettagli.

Questa abitudine ha origine negli anni ‘20 quando si cominciò a diffondere l’uso dei camion di fabbricazione britannica Longfighter Bedfords. Le ditte dipingevano sulle fiancate il proprio logo in modo che anche gli analfabeti potessero sapere di chi era il camion. E a poco a poco nacque l’abitudine di arricchirli. Negli anni ’50 fecero la loro comparsa delle decorazioni dipinte molto più estese. Mentre con il boom economico degli anni ’60 i camion arrivarono alla loro forma attuale.
Fatto sta che intorno a questa abitudine si è costruita tutta un’economia (ci sono artigiani specializzati, negozi che vendono ornamenti ecc.). Basti pensare che il solo lavoro di pittura e carrozzeria di base costa intorno ai 2500 dollari (corrispondenti allo stipendio di due anni di lavoro di un camionista). Ma non sono pochi quelli che si spingono a spendere fino a 10mila dollari.
E non basta perchè molti autisti tornano all’officina ogni 3-4 anni per rinnovare completamente l’immagine del veicolo.

"I camionisti non spendono nemmeno tanto denaro nelle loro case", afferma Durriya Kazi, a capo del dipartimento di studi visivi dell'Università di Karachi."Ricordo un autista che mi ha detto che ha messo la sua vita e il suo sostentamento nel camion. Se non l'avesse onorato con il giusto lavoro di pittura, si sarebbe sentito ingrato. " (via Amusing Planet)

Haider Ali and Jamil-ud-Din’s 2002 Jingle Truck, commissioned by the Smithsonian Institution. photo: Mary Martin, Smithsonian Institution

Haider Ali and Jamil-ud-Din’s 2002 Jingle Truck, commissioned by the Smithsonian Institution. photo: Mary Martin, Smithsonian Institution

Photo credit:  carol mitchell/Flickr

Photo credit: carol mitchell/Flickr

Photo credit:  Olaf Kellerhoff/Flickr

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Photo credit:  carol mitchell/Flickr

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Photo credit:  Benny Lin/Flickr

Photo credit: Benny Lin/Flickr

Busti mutanti, uova bitorzolute e piatti giganti. Ecco le nuove sculture in porcellana di Limoges di Juliette Clovis

Juliette Clovis, El Yunque, All photos Courtesy Juliette Clovis

Juliette Clovis, El Yunque, All photos Courtesy Juliette Clovis

L’artista francese Juliette Clovis continua a dibattersi tra artigianato, design e scultura. Tra tradizione e innovazione. Viene da se che le sue creazioni debbano avere qualche crisi di identità. Sarà per questo che nel mondo immaginato dalla Clovis tutto è solo momentaneamente immobile, mentre trasformazione e mutazione sono dietro l’angolo. E sono sempre, solo l’ultimo cambio di pelle di una lunga serie.

Juliette Clovis (di cui ho parlato varie volte; per esempio qui) fa sculture in porcellana di Limoges. Un materiale nobile ma tradizionale, tanto legato a lunghi periodi della storia delle arti applicate e dell’economia da essere passato un po’ di moda. Ma più della porcellana a essere difficilmente affrontabili senza diventare ripetitivi sono i soggetti classici che con essa venivano rappresentati: busti, uova, piatti, fiori e uccelli.

Ovviamente la cosa più facile sarebbe scartarli e passare subito ad altro. La Clovis invece li usa tutti, ma non prima di averli fusi tra loro, in un tripudio di forme e decorazioni impazzite. Così i suoi busti di donna ricoperti da motivi a pennello (che in passato, avrebbero potuto stare su un vaso) e da decine di farfalle, o fiori, o ancora, come ultimamente, da coralli e fauna sottomarina varia, sembrano i personaggi mutanti di un film di fantascienza. 

A volte Juliette Clovis, poi, dà nuova verve a  un soggetto preso dal repertorio classico giocando sulle dimensioni (questo procedimento è da tempo usato, per esempio, in pittura). E’ il caso di Ofrenda e Daintree della serie ’This is not tableware’. In cui un piatto in porcellana di limoges totalmente bianco è stato riempito di piccole sculture di uccelli e fiori in un brulichio di vita e di piacevolezza visiva. Il piatto si appende a parete e fin qui tutto normale. Ma il piatto è anche enorme.

In un’altra serie, la Clovis ha riproposto un soggetto classico come quello delle uova. Ricoprendole persino di metalli preziosi. Salvo poi renderle tutte bitorzolute. Tanto che più che a Faberge fanno pensare a dei litchi.

Uno dei nuovi busti in porcellana di Juliette Clovis è in mostra all’ American Museum of Ceramic Art di Pomona  in California durante la Fahrenheit biennale (fino al 22 giugno). Ma per vedere le nuove e vecchie opere dell’artista francese si può semplicemente consultare il suo sito web.

Juliette Clovis, El Yunque

Juliette Clovis, El Yunque

Juliette Clovis, Elysee

Juliette Clovis, Elysee

Juliette Clovis, Elysee

Juliette Clovis, Elysee

Juliette Clovis, Izanami

Juliette Clovis, Izanami

Juliette Clovis, Izanami

Juliette Clovis, Izanami

Juliette Clovis, Daintree

Juliette Clovis, Daintree

Juliette Clovis, Daintree (particolare)

Juliette Clovis, Daintree (particolare)

Juliette Clovis, Daintree

Juliette Clovis, Daintree

Juliette Clovis, Forbidden Fruits

Juliette Clovis, Forbidden Fruits

Juliette Clovis, Ofrenda

Juliette Clovis, Ofrenda

Juliette Clovis, Ofrenda

Juliette Clovis, Ofrenda

Juliette Clovis, Ofrenda

Juliette Clovis, Ofrenda

Juliette Clovis, Flying Vase

Juliette Clovis, Flying Vase

Juliette Clovis, Flying Vase

Juliette Clovis, Flying Vase

Gil Batle, l’ex-detenuto diventato artista che racconta la vita dietro le sbarre intagliando uova di struzzo

Gil Batle, uova di struzzo lavorata a mano. photo via  thetwopercent

Gil Batle, uova di struzzo lavorata a mano. photo via thetwopercent

Le opere di Gil Batle ricordano un po‘ i bassorilievi di una cattedrale medioevale un po‘ le immagini di un fumetto, solo che lui le incide sui fragili gusci delle uova di struzzo. Ne escono delle composizioni cesellate, eleganti, e a un primo sguardo si può persino non rendersi  conto che raccontano storie di violenza e dolore. Storie di carcere.
Perchè Gil Batle, in carcere c’è stato davvero.

Nato a San Francisco da genitori filippini 54 anni fa, ha continuato a entrare e uscire dalle prigioni della California per vent’anni. Ne ha girate 5. Posti come San Quentin, Chuckawalla e Jamestown . Condannato per frode e contraffazione, falsificava assegni per sostenere i costi della sua tossicodipendenza, finchè per interrompere questo circolo vizioso, non si trasferito in un’isola sperduta delle Filippine e ha cominciato a fare l’artista. Adesso le sue uova vengono vendute intorno ai 14mila dollari il pezzo.
D’altra parte Gil Batle in carcere disegnava tutti i giorni. Perlopiù tatuaggi per gli altri detenuti:

L’ ‘artista’ della prigione era una merce… Lui era come un mago- ricorda Batle sul suo sito web-  Persino i detenuti più duri erano ammirati dalle capacità degli artisti…  Io ero quella merce… L’abilità nel disegnare, la mia età e il fatto che ero bravo a fingere (forza) nel farlo… Si potrebbe chiamare performance art… E’ come sono stato in grado di sopravvivere all’interno di quelle mura”. 

Gil Batle, uova di struzzo lavorata a mano. photo via  thetwopercent

Gil Batle, uova di struzzo lavorata a mano. photo via thetwopercent

In poche parole i tatuaggi di Batle sono stati la sua assicurazione sulla vita nei violenti carceri californiani dove la gang di detenuti e la segregazione razziale la fanno da padroni.

Crips, e gang-banger della Fratellanza Ariana, in blocchi di cellule segregate razzialmente, dominano con intimidazioni e minacce- ha spiegato il mercante e collezionista Norman Brosterman- Ma la facilità di disegno di Batle era considerata magica dagli assassini, dagli spacciatori di droga e dagli autori di rapine a mano armata, le cui storie sono ora raccontate con dettagli minuziosamente incisi sul fragile guscio di un uovo di struzzo.”

Cambia soltanto i nomi o non li mette affatto ma dice di raccontare sempre storie vere. A volte attinge alla sua biografia altre si riferisce a persone che ha conosciuto e cose che ha visto. Per farlo usa un trapano odontoiatrico ad alta velocità. Le uova di struzzo le sceglie personalmente al mercato, poi le svuota, le disegna e le incide. Cosa non semplice vista la fragilità dei gusci.

Gil Batle, la prima serie delle sue uova di struzzo l’ha chiamata, non senza ironia: ‘Hatched in Prison’ (Covato in prigione). La seconda si chiama ‘Re-Formed’ e, fino al 24 febbraio, è in mostra alla galleria Ricco/Maresca di New York. Per chi volesse saperne di più senza spingersi nella grande mela c’è quest’intervista che gli ha fatto cbs. (via 2%)

Reception: Fresh Fish, 2015, carved ostrich egg shell, 6.5 x 5 x 5 in. photo via  ricco/maresca

Reception: Fresh Fish, 2015, carved ostrich egg shell, 6.5 x 5 x 5 in. photo via ricco/maresca

51/50 Dreams, 2015, carved ostrich egg shell, 6.5 x 5 x 5 in. photo via  ricco/maresca

51/50 Dreams, 2015, carved ostrich egg shell, 6.5 x 5 x 5 in. photo via ricco/maresca

Gang Chart II, 2015, carved ostrich egg shell, 6.5 x 5 x 5 in. photo via  ricco/maresca

Gang Chart II, 2015, carved ostrich egg shell, 6.5 x 5 x 5 in. photo via ricco/maresca

It's Your Fault II, 2014, carved ostrich egg shell, 6.5 x 5 x 5 in. photo via  ricco/maresca

It's Your Fault II, 2014, carved ostrich egg shell, 6.5 x 5 x 5 in. photo via ricco/maresca

Sanctuary, 2014, carved ostrich egg shell, 6.5 x 5 x 5 in. photo via  ricco/maresca

Sanctuary, 2014, carved ostrich egg shell, 6.5 x 5 x 5 in. photo via ricco/maresca

Jargon, 2014, carved ostrich egg shell, 6.5 x 5 x 5 in. photo via  ricco/maresca

Jargon, 2014, carved ostrich egg shell, 6.5 x 5 x 5 in. photo via ricco/maresca

In Corea vanno in scena 20 anni d’arte di Wim Delvoye. Tra maiali e decorazioni gotiche mentre lui sogna l’Iran e il suo principesco palazzo

Wim Delvoye, Tabriz, 2010, L 95 x 37 x H58 cm, stuffed carpet pig

Wim Delvoye, Tabriz, 2010, L 95 x 37 x H58 cm, stuffed carpet pig

Tra un mese la galleria Hyundai di Seoul inaugura un’esposizione che ripercorre vent’anni di lavoro dell’artista belga Wim Delvoye. Tra opere riccamente arabescate, suggestioni gotiche, sfottò, cinismo, paradossi e crudeltà. La mostra si intitola semplicemente ‘Wim Delvoye’ ed è la prima retrospettiva a lui dedicata in Corea.

Discusso lo è di sicuro. E ricco, molto ricco. Tutti gli altri aggettivi che si sprecano quando si parla di Wim Delvoye (spregiudicato, ironico, geniale ecc.) si condensano invece in una nube indistinta di suoni che un giorno la Storia dissiperà ma che adesso è solo rumore di fondo.  Ed è proprio quel chiacchiericcio, remoto ma incessante, a rendere difficile concentrarsi pienamente sul lavoro di Wim Devoye. 
Delvoye è un artista belga neo-concettuale- spiega conciso il comunicato stampa che ho tra le mani- il cui lavoro naviga il confine tra scioccante e affascinate. La sua vasta pratica combina forme espressive proprie delle belle arti come disegno, scultura e fotografia con tecniche sperimentali, idee filosofiche, materiali intriganti e artigianato.” 

Wim Delvoye, Marble Floor, 2000, 125 x 100cm, cibachrome on aluminium

Wim Delvoye, Marble Floor, 2000, 125 x 100cm, cibachrome on aluminium

Conosciuto al grande pubblico per una serie di opere estreme come ‘Cloaca’ (una macchina digestiva monumentale in grado di mimare il funzionamento dell’intestino) o peggio per aver tatuato dei maiali vivi spostandosi addirittura in Cina per aggirare le leggi che, in qualche modo, tutelano gli animali dalla crudeltà. Adesso i tempi sono cambiati e, per fortuna, i maiali non li tatua più ma non si pente nemmeno di quello che ha fatto. Del resto ne è uscito con un bottino da centinaia di migliaia di euro: le pelli sono state vendute a prezzi che hanno raggiunto le 55.000 sterline l’una e la serie coi personaggi della Disney è stata comprata da Chanel, gioiosamente incurante di quello che rappresentavano, per farci delle borse.

Wim Delvoye, Cement Truck, 2013, 138 x 36 x 68.5cm, laser-cut stainless steel; (particolare)

Wim Delvoye, Cement Truck, 2013, 138 x 36 x 68.5cm, laser-cut stainless steel; (particolare)

Di questo periodo comunque alla galleria Hyundai c’è poco. Ci sono le sculture che rappresentano maiali ricoperti da tappeti iraniani (serie 'Tapisdermy'). Le fotografie di pavimenti in marmo realizzati con salame e affettati vari anziché piastrelle. Ma sono soprattutto le opere gotiche a dominare, in cui i funzionali e sgraziati macchinari che si trovano in un cantiere (betoniere, camion a rimorchio) diventano forme base su cui ripetere ricchissime decorazioni d’epoca.
Questa serie è in acciaio tagliato a laser ma il valore artigianale della decorazione irrompe, per esempio, negli pneumatici che sono stati intagliati a mano o nelle lussuose valigie Rimowa e nella carrozzeria di una Ferrari Testarossa che sono state decorate da degli artigiani iraniani con elaborati disegni mediorientali, motivi tradizionali e immagini dal lavoro di Delvoye. Inutile dire che ognuno di questi laboriosi pattern è unico. 

Wim Delvoye, Ferrari Testarossa (scale -¢), 2017, 87 x 40 x 40, embossed aluminium

Wim Delvoye, Ferrari Testarossa (scale -¢), 2017, 87 x 40 x 40, embossed aluminium

L’Iran ricorre in questa mostra perché proprio a Kashan in Iran, Wim Delvoye sta restaurando un grande palazzo ottocentesco. Così, negli anni a venire, la cittadina tra le oasi ai confini con il deserto, diventerà il quartier generale dell’artista e ospiterà un museo di 9000 mq (verranno ricavati anche spazi riservati alle residenze per artisti). "E’ un paese che tollera l’arte e la sua libera espressione- ha dichiarato Delvoye in un’intervista a Repubblica- più di quanto non si faccia oggi in Occidente, con poca burocrazia e senza bisogno di impegnare cifre esorbitanti".

La retrospettiva dedicata a Wim Delvoye dalla Gallery Hyundai dal 27 febbraio si protrarrà fino all’8 aprile 2017. 

Wim Delvoye, Ferrari Testarossa (scale -¢), 2017, 87 x 40 x 40, embossed aluminium; (particolare)

Wim Delvoye, Ferrari Testarossa (scale -¢), 2017, 87 x 40 x 40, embossed aluminium; (particolare)

Wim Delvoye, Cement Truck, 2013, 138 x 36 x 68.5cm, laser-cut stainless steel

Wim Delvoye, Cement Truck, 2013, 138 x 36 x 68.5cm, laser-cut stainless steel

Wim Delvoye, Concrete Mixer, 2013, L 84,5 x 45 x H 105 cm, laser-cut stainless steel

Wim Delvoye, Concrete Mixer, 2013, L 84,5 x 45 x H 105 cm, laser-cut stainless steel

Wim Delvoye, Deux Bacchantes CW (scale model), 2010, 30 x 28 x 72cm, polished bronze

Wim Delvoye, Deux Bacchantes CW (scale model), 2010, 30 x 28 x 72cm, polished bronze

Wim Delvoye, Dumptruck, 2011, L 117 X 38 X H 56 cm, laser cut stainless steel

Wim Delvoye, Dumptruck, 2011, L 117 X 38 X H 56 cm, laser cut stainless steel

Wim Delvoye, Dunlop Geomax 10090-19 57M 360-¦ 3X, 2013, L 72 x 31 x H 91.5 cm, polished stainless steel + patinated stainless steel

Wim Delvoye, Dunlop Geomax 10090-19 57M 360-¦ 3X, 2013, L 72 x 31 x H 91.5 cm, polished stainless steel + patinated stainless steel

Wim Delvoye, L'Amour D+®sarm+® Rorschach, 2016, 58 x 58 x 74cm, patinated bronze

Wim Delvoye, L'Amour D+®sarm+® Rorschach, 2016, 58 x 58 x 74cm, patinated bronze

Wim Delvoye, Nautilus, 2013, 97 x 42 x 102cm, laser-cut stainless steel

Wim Delvoye, Nautilus, 2013, 97 x 42 x 102cm, laser-cut stainless steel

Wim Delvoye, Rimowa Classic Flight Cabin Trolley 971.52.00.2, 2015, L 53 x 35 x H 80 cm, embossed aluminium

Wim Delvoye, Rimowa Classic Flight Cabin Trolley 971.52.00.2, 2015, L 53 x 35 x H 80 cm, embossed aluminium