Le verdure digitali che suonano ed emettono luci colorate in una serra ultra-tech al centro di Tokyo

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Nel bel mezzo del complesso immobiliare Tokyo Midtown c’è una serra che si illumina di tutti i colori della scala cromatica e suona pure. Le melodie e gli effetti luminosi sono sempre diversi e ad attivarli sono i visitatori. O meglio i visitatori che toccano le verdure digitali.

Non è una singolare forma di antifurto ma la trovata dei designers dello studio giapponese PARTY in occasione del Design Touch Festival 2017. Che hanno pensato di rendere digitali delle comunissime verdure (carote, pomodori, cavoli).

Ogni pianta è stata collegata a dei sensori che l’hanno resa sensibile al tocco. La serra è piuttosto grande e le verdure che vi sono state posizionate sono tante e ognuna di esse attiva una sinfonia di luci e suoni diversa.

L’idea era quella di integrare i sensi che, secondo i designers, noi usiamo di più quando ci troviamo di fronte a delle verdure (tatto e olfatto), con quelli che, sempre a loro parere, lasciamo inoperosi (vista e udito). E di farlo con luci e suoni studiati per evocare una caratteristica di ogni specie.

"Suoni di semi che sfregano. Suoni di foglie toccate. Suoni frutta mangiata ", afferma Ray Kunimoto, progettista sonoro delle verdure digitali. "Ho registrato i suoni creati con delle verdure vere e proprie. Poi sul computer li ho mescolati con i suoni degli strumenti dell'orchestra per farne 7 melodie diverse ".

Così ogni vegetale attiva una melodia diversa. I pomodori fanno suonare un violino, le carote danno fiato alle trombe e i cavoli riempiono l’aria con le vibrazioni dell’oboe. Insieme tutte queste verdure, per tutto il periodo dell’installazione, anziché un minestrone faranno concerti sempre diversi.

La serra delle verdure digitali si può visitare gratuitamente fino al 5 novembre. Per farlo però bisogna arrivare al Tokyo Midtown o limitarsi a dare uno sguardo al brevissimo video qui sotto. (via Spoon and Tamago)

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Le case infestate d’America dove la paura fa 90 non solo ad Halloween by Misty Keasler

Misty Keasler, “Black Thorne Manor, Terror on the Fox, Green Bay, WI” (2016), archival pigment print, 60 × 60 inches (courtesy the artist and the Public Trust)

Misty Keasler, “Black Thorne Manor, Terror on the Fox, Green Bay, WI” (2016), archival pigment print, 60 × 60 inches (courtesy the artist and the Public Trust)

Il fotografo statunitense Misty Keasler ha visitato 13 case infestate sparse per l’America del nord (serie 'Haunt') per esplorare la paura attraverso le immagini. E come in ogni film horror che si rispetti è entrato solo quando le case erano chiuse al pubblico.

Infatti tutti gli edifici visitati da Keasler per un motivo o per l’altro sono diventati dei musei dedicati al mistero e all’orrore. Con tanto odori, suoni e persino figuranti che si nascondono negli angoli per saltar fuori al momento opportuno e spaventare i visitatori. Altre propongono elaborti spettacoli a tema che ad Halloween raggiungono l'apice.

Anche quando tutti questi elementi riservati al pubblico non sono presenti, le case infestate americane sono riempite di design scenografico, che nelle intenzioni di chi le ha allestite dovrebbe far paura. Ma che nella pratica è spesso il ripetersi di clichè visivi che fanno sorridere.

"Ho scoperto che le foto più interessanti e intriganti erano quelle che non erano focalizzate sullo spettacolo della stanza, ma su ciò che era appena fuori" ha dichiarato Misty Keasler a Hyperallergic "Queste immagini erano spesso le più inquientanti. Avrebbe anche potuto esserci una trama che però era impossibile mettere insieme, ma potevi dire che qualcosa non era giusto ".

Queste fotografie di Misty Keasler come la precedente serie dedicata agli alberghi per appuntamenti giapponesi (‘Love Hotels’, 2006) vuole arrivare a capire chi ha progettato questi spazi e per chi. Finendo per fare un ritratto delle paure di un popolo e della loro banalizzazione o spettacolarizzazione, a seconda dei casi, per scopi commerciali.

La serie ’Haunt’ di Misty Keasler è attualmente in mostra al  ‘Modern Art Museum of Fort Worth’ (in Texas). La maggior parte delle fotografie sono state anche pubblicate in un libro. Per vedere altre immagini scattate dal fotografo statunitense ci sono comunque il suo sito internet e l’account instagram (via  Hyperallergic)

Misty Keasler, “Trophy Room, Bates Motel, Glen Mills, PA” (2016), archival pigment print, 42 × 42 inches (courtesy the artist and the Public Trust)

Misty Keasler, “Trophy Room, Bates Motel, Glen Mills, PA” (2016), archival pigment print, 42 × 42 inches (courtesy the artist and the Public Trust)

Misty Keasler, “Darkroom, Headless Horseman Haunted House, Ulster Park, NY” (2016), archival pigment print, 30 × 30 inches (courtesy the artist and the Public Trust)

Misty Keasler, “Darkroom, Headless Horseman Haunted House, Ulster Park, NY” (2016), archival pigment print, 30 × 30 inches (courtesy the artist and the Public Trust)

Misty Keasler, “Boudoir, ScareHouse, Pittsburgh, PA” (2016), archival pigment print, 30 × 30 inches (courtesy the artist and the Public Trust)

Misty Keasler, “Boudoir, ScareHouse, Pittsburgh, PA” (2016), archival pigment print, 30 × 30 inches (courtesy the artist and the Public Trust)

Misty Keasler, “Electroshock Therapy, Pennhurst Asylum, Spring City, PA” (2016), archival pigment print, 42 × 42 inches (courtesy the artist and the Public Trust)

Misty Keasler, “Electroshock Therapy, Pennhurst Asylum, Spring City, PA” (2016), archival pigment print, 42 × 42 inches (courtesy the artist and the Public Trust)

Misty Keasler, “Kitchen, Terror on the Fox, Green Bay, WI” (2016), archival pigment print, 42 × 42 inches (courtesy the artist and the Public Trust)

Misty Keasler, “Kitchen, Terror on the Fox, Green Bay, WI” (2016), archival pigment print, 42 × 42 inches (courtesy the artist and the Public Trust)

Installation view of Misty Keasler: Haunt at the Modern Art Museum of Fort Worth (courtesy the Modern Art Museum of Fort Worth)

Installation view of Misty Keasler: Haunt at the Modern Art Museum of Fort Worth (courtesy the Modern Art Museum of Fort Worth)

Toshihiko Shibuya ha creato un mosaico drammatico ed evocativo con i fiori e le piante raccolti nella selvaggia natura di Hokkaido

New White Collection- Black Boxes series; All photo Courtesy Toshihiko Shibuya

New White Collection- Black Boxes series; All photo Courtesy Toshihiko Shibuya

Durante l’estate l’artista giapponese Toshihiko Shibuya (di cui ho parlato qui, qui e qui) ha raccolto fragili fiori, foglie e soffioni per farli seccare. Poi, senza modificarli in alcun modo, li ha messi in tante piccole teche nere. Formando una sorta di erbario drammatico ed evocativo. 
Un mosaico dedicato alla selvaggia natura dell’isola di Hokkaido.

Toshihiko Shibuya vive a Sapporo ma per realizzare le sue installazioni si sposta spesso nelle aree più incontaminate e ricche di biodiversità dell’estremo nord del Giappone. Quest’anno ha vinto il premio ‘Hokkaido Culture Encouragement Prize’.

Ma con questa serie di opere (‘New white collection’, ‘Black boxe series’) Shibuya non vuole attirare la nostra attenzione su piante rare o esotiche ma sulle specie più semplici e rustiche che vivono intorno a noi. E crescono silenziose persino nelle nostre città (in molti casi a oriente come ad occidente).

“I temi del mio lavoro- dice- sono le simbiosi, la coesistenza e la circolazione della vita. Penso che questo sia il mezzo per far riscoprire alle persone la piccola natura che sta sotto i nostri piedi”.

Il lavoro di Toshihiko Shibuya si può collocare nel solco della ‘Land art’ ma il suo approccio alla natura, al contrario di molti artisti che hanno fatto parte dello storico movimento o che ad essi si sono ispirati, è rivolto verso ciò che è piccolo e potrebbe passare inosservato: i fiori più comuni, il muschio di un ruscello, la neve che si scioglie o aumenta di volume modificando il paesaggio. In questo senso il lavoro dell’artista è una ricerca sulla nostra percezione. Un invito alla lentezza e all’attenzione.

Nella ‘New white collection’, l’artista non modifica in alcun modo le piante. Si limita a fissarle, con infinita cura, ben attento a non rovinarle, a tante piccole teche. Il fondo nero, tuttavia, le rende drammatiche come fotografie di posa. E ci invita a riflettere, mentre catturiamo immagini con i nostri smartphone e postiamo tutto sui social, sulla differenza che passa tra oggettività e punto di vista. 

Fino al 29 ottobre la 'White Collection-Black box series' di Toshihiko Shibuya sarà in mostra al 'TO OV café gallery', ma per seguire il lavoro dell'artista giapponese non serve andare così lontano perchè oltre al suo sito internet ci sono gli account Facebook ed Instagram.

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Biennale di Venezia| Roberto Cuoghi trasforma il Padiglione Italia in una fabbrica di… mummie ammuffite

Roberto Cuoghi, Imitazione di Cristo, 2017; Photo Roberto Marossi, Courtesy Roberto Cuoghi

Roberto Cuoghi, Imitazione di Cristo, 2017; Photo Roberto Marossi, Courtesy Roberto Cuoghi

Il mondo magico” (Padiglione Italia della Biennale di Venezia) è un’esposizione assolutamente equilibrata. Un meccanismo perfetto. C’è lo spazio buio, intimo, secolare e minimale di Giorgio Andreotta Calò, con la sua distesa d’acqua scura che riflette ondeggiando lievemente l’architettura dell’Arsenale (‘Senza titolo (La fine del mondo)’). C’è Adelita Husny-Bey con il suo video ‘The reading\La seduta’ in cui pensiero magico e razionalità si confrontano in un mix di creatività e partecipazione.  Ma soprattutto c’è Roberto Cuoghi con la sua ‘Imitazione di Cristo’.

In ‘Imitazione di Cristo’ Cuoghi ha trasformato la sua porzione di Arsenale in una fabbrica di figure devozionali. E non intendo dire che l’artista ha simulato una filiera produttiva ma che l’ha proprio installata e messa in funzione. C’è tutto, perfino una macchina per stabilizzare le sculture che somiglia a una grande lavatrice. 

L’opera – un’ officina predisposta per la realizzazione integrale delle sculture, dal colaggio di materiale organico in un unico stampo fino alla fase di consolidamento – spiegano gli organizzatori sul sito del Padiglione Italia- non si esaurisce con l’apertura della mostra e perdura secondo una logica di decomposizione e composizione, morte e rigenerazione. L’intero processo è concepito per non ottenere mai lo stesso risultato, producendo una dissociazione che sembra riguardare il nostro presente.

Roberto Cuoghi, Imitazione di Cristo, 2017; Photo Marco De Scalzi, Courtesy Roberto Cuoghi

Roberto Cuoghi, Imitazione di Cristo, 2017; Photo Marco De Scalzi, Courtesy Roberto Cuoghi

Questa complessa e scenografica installazione, ispirata dall’antico testo ascetico Imitatio Christi, cita la Storia dell’Arte negli anni bui del Medioevo ma prende anche in prestito le atmosfere di certi film di fantascienza. E persino di molti fumetti.
A farla, infine, sconfinare nel horror sono soprattutto le muffe che coprono ogni scultura e si modificano con il processo produttivo prima e con lo scorrere del tempo poi. Alla fine le sue immagini devozionali sono un po’ reliquie, un po’ mummie e poco sculture. 

Tutto è stato concepito per essere molto impressionante. Non per colpire allo stomaco, sia ben chiaro. ‘Imitazione di Cristo’ di Roberto Cuoghi attira l’attenzione, cala lo spettatore in un’atmosfera cinematografica, cupa, ma non lo spaventa davvero, non sconvolge neppure, lo disturbara però.

“L’artista interpreta [Imitatio Christi] alla luce di quello che definisce un “nuovo materialismo tecnologico”- continua il sito internet de Un Mondo Magico- Cuoghi ci introduce a un processo sperimentale di modellazione della materia, riflettendo al contempo sul potere magico delle immagini, sulla forza della ripetizione e sulla memoria iconografica della storia dell’arte.”

Roberto Cuoghi, Imitazione di Cristo, 2017; Photo Roberto Marossi, Courtesy Roberto Cuoghi

Roberto Cuoghi, Imitazione di Cristo, 2017; Photo Roberto Marossi, Courtesy Roberto Cuoghi

Una delle opere più famose degli esordi di Roberto Cuoghi è una performance in cui si è finto suo padre. Performance per modo di dire, visto che dopo essere ingrassato 40 chili ed essersi tinto i capelli di bianco ha continuato a interpretare il suo personaggio nella vita di tutti i giorni, per due anni interi. Ovviamente le persone lo trattavano in modo completamente diverso solo perché credevano avesse un’altra età. Da allora non ha perso la capacità di arrivare alla radice degli stereotipi e delle nostre convinzioni illusorie per indurci a riflettere e prenderci anche un po’ in giro. Ma stavolta è serio mentre ci parla di vita, morte, passato, futuro, storia dell‘arte e fede.

Roberto Cuoghi, Imitazione di Cristo, 2017; Photo Roberto Marossi, Courtesy Roberto Cuoghi

Roberto Cuoghi, Imitazione di Cristo, 2017; Photo Roberto Marossi, Courtesy Roberto Cuoghi

Il Padiglione Italia della Biennale di Venezia con l’esposizione ‘Il mondo magico’ è curato da Cecilia Alemani. E’ all’Arsenale e sarà visibile per poco tempo ancora (fino al 26 di novembre).

Roberto Cuoghi, Imitazione di Cristo, 2017; Photo Roberto Marossi, Courtesy Roberto Cuoghi

Roberto Cuoghi, Imitazione di Cristo, 2017; Photo Roberto Marossi, Courtesy Roberto Cuoghi

Roberto Cuoghi, Imitazione di Cristo, 2017; Photo Roberto Marossi, Courtesy Roberto Cuoghi

Roberto Cuoghi, Imitazione di Cristo, 2017; Photo Roberto Marossi, Courtesy Roberto Cuoghi

Roberto Cuoghi, Imitazione di Cristo, 2017; Photo Roberto Marossi, Courtesy Roberto Cuoghi

Roberto Cuoghi, Imitazione di Cristo, 2017; Photo Roberto Marossi, Courtesy Roberto Cuoghi

Roberto Cuoghi, Imitazione di Cristo, 2017; Photo Roberto Marossi, Courtesy Roberto Cuoghi

Roberto Cuoghi, Imitazione di Cristo, 2017; Photo Roberto Marossi, Courtesy Roberto Cuoghi

Roberto Cuoghi, Imitazione di Cristo, 2017; Photo Roberto Marossi, Courtesy Roberto Cuoghi

Roberto Cuoghi, Imitazione di Cristo, 2017; Photo Roberto Marossi, Courtesy Roberto Cuoghi

Roberto Cuoghi, Imitazione di Cristo, 2017; Photo Roberto Marossi, Courtesy Roberto Cuoghi

Roberto Cuoghi, Imitazione di Cristo, 2017; Photo Roberto Marossi, Courtesy Roberto Cuoghi

Roberto Cuoghi, Imitazione di Cristo, 2017; Photo Roberto Marossi, Courtesy Roberto Cuoghi

Roberto Cuoghi, Imitazione di Cristo, 2017; Photo Roberto Marossi, Courtesy Roberto Cuoghi

Alle Isole Vergini la barriera corallina avrà la forma di un Kraken e altre bizzarre creature gigantesche

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Un kraken, ovvero un gigantesco polpo in rete metallica avvinghiato a una vera petroliera, lo scorso aprile ha inaugurato un parco scultoreo sottomarino alle Isole Vergini Britanniche. 
Sul poroso mostro marino e sulle statue che lo seguiranno verrà coltivato il corallo cosi che la barriera nel tempo assumerà la forma di una sequenza di bizzarre creature. 
Il progetto si chiama ‘BVI Art Reef’, e può sembrare fantasioso, ma in un colpo solo si propone di incrementare il turismo e riportare equilibrio nell’ecosistema della barriera corallina. Oltre a fornire un centro di istruzione all’avanguardia per i ricercatori.

‘BVI Art Reef’ nasce quando il fotografo Owen Buggy vede una vecchia nave per il trasporto di combustibile sull’Isola di Tortola. Decide di salvarla dalla rottamazione. E in collaborazione con Sir Richard Branson, la noprofit Unite BVI, al gruppo di artisti e scienziati Secret Samurai Prodution, al network americano a supporto dell’innovazione sostenibile Maverick 1000 e all’associazione senza scopo di lucro per l’educazione oceanica Beneath the waves, la restaura, la rimette in mare con la grande piovra metallica che la cinge e la affonda.

Quest’ultimo passaggio ha richiesto il lavoro della Commercial Dive Services (l’azienda delle Isole Vergini è incredibilmente attrezzata per risolvere i più svariati problemi di sicurezza sottomarini) ma alla fine la barca e la scultura sono state sommerse sulla costa dell’isola Virgin Gorda.

"È previsto che entro un breve lasso di tempo la nave e l’opera d’arte attireranno una miriade di creature marine", ha detto Clive Petrovic che si occupa dell'impatto ambientale per la BVI Art Reef. "Tutto, da coralli a spugne marine, squali e tartarughe, vivrà in, e intorno al relitto. La nave diventerà preziosa per la futura ricerca da parte degli scienziati e degli studenti locali ".

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La costruzione del kraken e l’affondamento della nave sono al centro del documentario del giovane film maker Robert Sorrenti attualmente in post-produzione (sotto un estratto in inglese). Per informazioni su come visitare il BVI Art Reef e le sue sculture sottomarine ci sono il sito del progetto e l’account Facebook. (via Colossal)

Chi è Kehinde Wiley, l’artista scelto da Obama per il suo ritratto ufficiale

AN ECONOMY OF GRACE; JULIETTE RECAMIER, 2012 ; OIL ON CANVAS 72" X 96". Courtesy  Kehinde Wiley

AN ECONOMY OF GRACE; JULIETTE RECAMIER, 2012 ; OIL ON CANVAS 72" X 96". Courtesy Kehinde Wiley

Sarà l’artista afro-americano Kehinde Wiley a dipingere Barack Obama per la Smithsonian National Gallery of Portraits (cioè il museo di Washington dove sono conservati i ritratti ufficiali dei 44 presidenti degli Stati Uniti). Una scelta che è stata salutata con interesse da molti perché Wiley sarà il primo pittore nero a entrare nella famosa galleria ma anche perché il suo stile è meno formale degli altri chiamati a portare a termine questo compito prima di lui.

Ma chi è Kehinde Wiley? Dalle interviste che ha rilasciato nel corso del tempo sembra emergere un’osservatore della realtà, curioso e riflessivo. Di certo è uno che di strada ne ha fatta parecchia.

Nato a Los Angeles nel ‘77 è stato cresciuto, insieme a 5 fratelli, da una madre single. “A South Central Los Angeles alla fine degli anni '80- spiega nel suo sito internet- (…)  [c’erano] la violenza, il comportamento antisociale, le strade in fiamme. Sono stato fortunato perché mia madre era molto concentrata a tenerne fuori me, mio fratello gemello e gli altri. Nei week-end volevo andare a lezione d'arte presso un conservatorio. Dopo la scuola, rimanevamo chiusi in casa. Era qualcosa che odiavo, ovviamente, ma alla fine è stato un salvavita.” Insomma tempi duri: “Ricordo quando dovevo lottare per comprare i colori - ha dichiarato a Canadianart- e quando dovevo lasciare che le dimensioni delle cose che facevo fossero determinate da ciò che potevo permettermi.” 

Adesso Kehinde Wiley ha al suo attivo i ritratti di alcune delle star più splendenti  nel firmamento della musica nera come il rapper Ice T, Notorius B.I.G. o Michael Jackson. Ma anche di personaggi dello sport e dello spettacolo. Nella serie “An economy of Grace” le sue modelle indossano costumi nati da una collaborazione con Givenchy. E, alla notizia che sarebbe stato Wiley a occuparsi del ritratto ufficiale di Obama, la sua amica Chelsea Clinton ha festeggiato con un allegro tweet di congratulazioni.

L’artista ha cominciato ritraendo uomini afro-americani presi dalla strada nelle pose dei modelli degli antichi Maestri. Con il tempo ha dipinto anche personaggi famosi, donne e persone di colore di altri paesi. A rimanere inalterato è il mix di Storia dell’Arte e contemporaneità (espressa soprattutto attraverso i soggetti e l’abbigliamento). I motivi decorativi dai colori sgargianti che fanno da sfondo a gran parte dei suoi quadri, infine, possono essere indifferentemente presi da una carta da parati attuale o dalle piastrelle di un’antica moschea. 
I suoi quadri sollevano interrogativi e aprono spazi di riflessione su razza e genere. In merito l’artista ha dichiarato a Vice: In un certo senso, siamo tutti vittime della misoginia e del razzismo che esistono nel mondo, non importa quale sia il nostro genere o razza.”

Anche se i suoi quadri più noti sono quelli dei personaggi famosi, il progetto più importante degli ultimi anni è “The World Stage” in cui ha viaggiato in tutto il mondo (dalla Nigeria alla Cina, aprendo studi in loco e trasferendo il team di assistenti che lavorano per lui) per raccontare soprattutto la globalizzazione. In questo progetto lavora come negli Stati Uniti: sceglie le persone in strada e gli domanda di posare, poi mostra loro un libro di Storia dell'arte e gli chiede di quale opera vorrebbero essere protagonisti. A questo proposito ha raccontato che mentre gli americani dicono cose tipo "Finalmente mi hai trovato! Era ora!" e tutto è semplice e veloce, all'estero le persone non si spiegano il perchè l'artista le abbia scelte. 

Il ritratto ufficiale di Barack Obama verrà inaugurato nel 2018. Le opere di Kehinde Wiley e Amy Sherald (scelta per rappresentare Michelle) saranno i primi lavori di artisti afro-americani a entrare nella galleria di presidenti dellaSmithsonian National Gallery of Portraits (si può visitare anche online qui). 

KINGS OF CULTURE; PORTRAIT OF SPIKE LEE , 2014; ARCHIVAL INKJET PRINT ON HAHNEMUHLE FINE ART PAPER 48 X 32 INCHES. Courtesy  Kehinde Wiley

KINGS OF CULTURE; PORTRAIT OF SPIKE LEE , 2014; ARCHIVAL INKJET PRINT ON HAHNEMUHLE FINE ART PAPER 48 X 32 INCHES. Courtesy Kehinde Wiley

AN ECONOMY OF GRACE; PRINCESS VICTOIRE OF SAXE-COBURG-GOTHA, 2012 ; OIL ON LINEN 96" X 72".  Courtesy Kehinde Wiley

AN ECONOMY OF GRACE; PRINCESS VICTOIRE OF SAXE-COBURG-GOTHA, 2012 ; OIL ON LINEN 96" X 72". Courtesy Kehinde Wiley

STAINED GLASS; ARMS OF NICOLAAS RUTERIUS, BISHOP OF ARRAS , 2014; STAINED GLASS 54 X 36.5 IN. Courtesy  Kehinde Wiley

STAINED GLASS; ARMS OF NICOLAAS RUTERIUS, BISHOP OF ARRAS , 2014; STAINED GLASS 54 X 36.5 IN. Courtesy Kehinde Wiley

AN ECONOMY OF GRACE; THE TWO SISTERS, 2012 ; OIL ON LINEN 96" X 72". Courtesy  Kehinde Wiley

AN ECONOMY OF GRACE; THE TWO SISTERS, 2012 ; OIL ON LINEN 96" X 72". Courtesy Kehinde Wiley

CHINA; BAMBOO SHOOTS , 2007; OIL ON CANVAS 96 X 72 INCHES. Courtesy  Kehinde Wiley

CHINA; BAMBOO SHOOTS , 2007; OIL ON CANVAS 96 X 72 INCHES. Courtesy Kehinde Wiley

HAITI; THE SISTERS ZÉNAÏDE AND CHARLOTTE BONAPARTE , 2014; OIL ON LINEN 83.5 X 63 INCHES. Courtesy  Kehinde Wiley

HAITI; THE SISTERS ZÉNAÏDE AND CHARLOTTE BONAPARTE , 2014; OIL ON LINEN 83.5 X 63 INCHES. Courtesy Kehinde Wiley

AN ECONOMY OF GRACE; ENA JOHNSON, 2012 ; OIL ON CANVAS 70" X 60". Courtesy  Kehinde Wiley

AN ECONOMY OF GRACE; ENA JOHNSON, 2012 ; OIL ON CANVAS 70" X 60". Courtesy Kehinde Wiley

CHINA; SUPPORT THE RURAL POPULATION AND SERVE 500 MILLION PEASANTS , 2007; OIL AND ENAMEL ON CANVAS 72 X 60. Courtesy  Kehinde Wiley

CHINA; SUPPORT THE RURAL POPULATION AND SERVE 500 MILLION PEASANTS , 2007; OIL AND ENAMEL ON CANVAS 72 X 60. Courtesy Kehinde Wiley