Le intricatissime porcellane di Katsuyo Aoki fatte solo di ornamenti e decori

Katsuyo Aoki, "Maniera I", 2009, porcellana

Katsuyo Aoki, "Maniera I", 2009, porcellana

Ci sono volute e onde, foglie e fiori, ma anche parti di conchiglie e rami di corallo. Non c’è limite ai motivi decorativi che si ripetono e si intersecano nelle porcellane dell’artista giapponese Katsuyo Aoki.

Opere di fronte alle quali parlare di Barocco è riduttivo. Perché le sculture di Katsuyo Aoki sono fatte solo ed esclusivamente di ornamenti uniti tra loro senza soluzione di continuità. Intricatissimi. E che, per giunta, via via si fanno sempre più minuti.
“Attualmente, uso la ceramica (…) - scrive sul suo sito Katsuyo Aoki -incorporando vari stili decorativi, patterns e forme simboliche come principale asse nella creazione del mio lavoro”.

In alcune serie, i motivi si compongono a formare, corone, cornici e lampadari. Oggetti che per tradizione non si fanno con la ceramica ma che nelle opere dell’artista giapponese dimostrano grazia e naturalezza (come se la porcellana potesse essere lavorata allo stesso modo di metallo o legno). Tuttavia il materiale scelto da Aoki ha una lunga tradizione legata alla piacevolezza visiva e ai motivi ornamentali.
“Ogni stile decorativo e forma, cui alludo e che incorporo nel mio lavoro, contiene una storia basata su background storico e idee, miti e allegorie- continua - La loro esistenza al giorno d’oggi ci fa provare varie cose; adorazione, una sorta di emozione romantica, un senso di sterilità, languore (…) e volgarità”.

A volte l’artista usa anche il colore ma più spesso no. Di solito si serve di decori classici ma cerca di mixarli con elementi più inusuali per l’estetica ornamentale. Tra i motivi che ha incorporato c’è quello del teschio che potrebbe sembrare dissonante ma non lo è. Perché, come la stessa artista ha spiegato in alcune interviste, la moda lo ha già usato in questo senso da molto prima.

Tra le serie più importanti di Katsuyo Aoki ci sono “Predictive Dream” (con i teschi) e “Trolldom. Le sue sculture in porcellana sono state esposte in diversi musei (tra cui il museo Ariana di Ginevra). Altre immagini delle sue affascinanti opere si possono trovare anche su Artsy.

"Trolldom, 2015, porcellana

"Trolldom, 2015, porcellana

"Trolldom, 2015, porcellana (particolare)

"Trolldom, 2015, porcellana (particolare)

"Predictive dream", 2011, porcellana

"Predictive dream", 2011, porcellana

"Mirror, mirror", 2006, porcellana

"Mirror, mirror", 2006, porcellana

"Loom", 2014, porcellana

"Loom", 2014, porcellana

"Loom", 2014, porcellana (particolare)

"Loom", 2014, porcellana (particolare)

Biennale di Venezia 2017| Il Padiglione Giappone di Takahiro Iwasaki dove i fili degli asciugamani si trasformano in gru e tralicci

Out of Disorder (Mountains and Sea), 2017, ©Takahiro Iwasaki, Courtesy of URANO photo by Keizo Kioku, photo courtesy of the Japan Foundation

Out of Disorder (Mountains and Sea), 2017, ©Takahiro Iwasaki, Courtesy of URANO photo by Keizo Kioku, photo courtesy of the Japan Foundation

E’ un mondo lillipuziano quello raccontato dal Padiglione del Giappone di Takahiro Iwasaki (di cui ho già parlato qui) per la Biennale di Venezia 2017.

Ci sono minuscole aree industriali fatte di fili, colline di strofinacci e piattaforme petrolifere ottenute con cannucce e altri piccoli rifiuti plastici. Si può persino guardare il paesaggio in miniatura da un buco nel pavimento.
Tutto è sospeso e fantastico nelle opere dell‘artista originario di Hiroshima. Come fossero un cartone animato di Hayao Miyazaki ma in 3d.

Persino il titolo della mostra personale di Takahiro Iwasaki (che costituisce il Padiglione giapponese della biennale di Venezia), Turned upside down, It’s a forest” (“Capovolta è una foresta”), ha un sapore di favola e poesia.

Allude, infatti, alle centinaia di pali su cui si regge Venezia e a una frase di Tiziano Scarpa (“Stai camminando sopra una sterminata foresta capovolta, stai passeggiando sopra un incredibile bosco alla rovescia” da “Venezia è un pesce”)

image © artbooms

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Ma quello che fa notare e amare il lavoro di Takahiro Iwasaki, è la capacità di creare paesaggi architettonici in miniatura da cose improbabili, come i fili degli asciugamani o le setole delle scope e degli spazzolini da denti. Nell’opera “Tectonic model (flow)” ha sfilato i segnalibri in tessuto per tramutarli in gru. Mentre in “Out of disorder (offshore model)”, si è servito di piccoli rifiuti in plastica nera per creare una piattaforma petrolifera con tanto di mare inquinato. Ovviamente questa, come molte altre opere, è una riflessione sull’ambiente e gli interventi dell’uomo.
Dal soffitto del Padiglione Giappone, infine, pendono dei modelli di templi in legno di cipresso che si specchiano in una superficie d’acqua inesistente: “Il riflesso in realtà è tremulo - spiega il curatore della mostra Meruro Washida- ma nell’opera le parti sopra e sotto la superficie dell’acqua sono del tutto uguali; ne nasce una prodigiosa e trascendente sensazione spazio-temporale”.

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Le poetiche e incredibili sculture di Takahiro Iwasaki si potranno ammirare per tutta la durata della Biennale di Venezia 2017.

Per dare uno sguardo dal pavimento dovrete probabilmente fare un po’ di fila ma ne vale la pena (anche se è un’esperienza breve e non si possono scattare foto). Non dimenticate poi di aguzzare la vista fino al nome del padiglione, a cui è appesa una calza, i cui fili sono stati usati per creare una pagoda. O almeno così dovrebbe essere, perché è così piccola che io non sono riuscita a vederla.

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Tectonic Model (Flow), 2017, ©Takahiro Iwasaki, Courtesy of URANO photo by Keizo Kioku, photo courtesy of the Japan Foundation

Tectonic Model (Flow), 2017, ©Takahiro Iwasaki, Courtesy of URANO photo by Keizo Kioku, photo courtesy of the Japan Foundation

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Reflection Model (Ship of Theseus), 2017, ©Takahiro Iwasaki, Courtesy of URANO photo by Keizo Kioku, photo courtesy of the Japan Foundation

Reflection Model (Ship of Theseus), 2017, ©Takahiro Iwasaki, Courtesy of URANO photo by Keizo Kioku, photo courtesy of the Japan Foundation

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Edoardo Tresoldi, l’artista che ha costruito un’intera città in rete metallica per i reali di Abu Dhabi

All photos © Roberto Conte, courtesy the artist

All photos © Roberto Conte, courtesy the artist

L’installazione del giovane artista italiano Edoardo Tresoldi si estende per ben 7mila metri quadri. Rappresenta strutture architettoniche che ricordano il Rinascimento: colonnati, cupole ecc. Ci sono anche gli uccelli, che volano tranquilli, in questo paesaggio così inusuale per l’esotica Abu Dhabi. E tutto (volatili compresi) è fatto di rete metallica.

Per Edoardo Tresoldi si tratta di una cosa normale; lui scolpisce questo materiale rubato ad usi più pratici interamente a mano da diversi anni a questa parte. Di solito crea delle architetture, che riescono, contemporaneamente, a mostrare quello che già c’è, a reimmaginare il paesaggio e a porzionare lo spazio. A volte, tuttavia, effigia anche figure e forme affatto lineari. Con la rete metallica riesce a disegnare in 3d delle illustrazioni incredibilmente dettagliate e scenografiche.

Nel caso dell’ installazione di Abu Dhabi, l’artista puntava a creare un’atmosfera magica, dove realtà e sogno si fondessero nell’esperienza dei presenti. Ma anche a dividere lo spazio per renderlo più accogliente e meno impersonale. Infatti, l’opera era parte di un evento reale nella capitale degli Emirati Arabi Uniti.

Edoardo Tresoldiha progettato e costruito il grande quadro scultoreo in 3 mesi in collaborazione con lo studio di Dubai Designlab Experience. Per vedere più immagini dell’installazione di Abu Dahabi o altre opere dell’artista italiano potete fare riferimento al sito internet così come ai suoi account Facebook ed Instagram. (via Colossal)

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