Azuma Makoto ha spedito bonsai ed elaborate composizioni floreali negli abissi oceanici

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L’artista giapponese Azuma Makoto, che ha fatto delle piante il centro della sua ricerca artistica, ha recentemente portato a termine “Bloom” il suo ultimo progetto. Neanche a dirlo si tratta di un opera che il mondo vegetale non apprezzerebbe affatto.

Azuma Makoto, infatti, che già ha lanciato bouquet nello spazio, bruciato enormi composizioni floreali, intrappolato fiori recisi in cubi di ghiaccio, questa volta ha deciso di lanciare uno splendido bonsai e quattro preziosi bouquet sul fondo dell’oceano.

L’opera a cavallo tra installazione e performance ha richiesto tre anni di pianificazione e preparazione. La maggior parte di questo periodo è servita ad ottenere le autorizzazioni necessarie dal governo per calare per oltre 1 chilometro e mezzo le piante nelle acque della baia di Suruga. I fiori erano contenuti in strutture lineari ed essenziali che oltre ad avere lo scopo di proteggerli, hanno permesso all’artista di documentare con precisione la spettacolare perormance (le strutture erano dotate di luce e attrezzatura fotografica).

“I fiori saranno inghiottiti dall'oscurità dei fondali marini, dove non brilla un solo raggio di luce" ha spiegato Azuma Makoto. L’artista, ha poi ricordato come il fondo dei mari sia il territorio più inospitale del pianeta carente com’è d’ossigeno e che per questo resta tutt’oggi in gran parte inesplorato (solo il 5% è stato mappato).

Nelle immagini insieme alle piante di Makoto e allo spoglio fondale sottomarino compaiono pesci e altre creature più o meno conosciute che abitano gli abissi.  

Per vedere nuove fotografie e di “Bloom” o di altre performance in cui Azuma Makoto maltratta poveri vegetali inermi c’è il suo sito internet oltre agli account Instagram e Facebook,

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Ai Weiwei alza più di 300 recinti per tutta New York. Apre oggi la mega mostra d‘arte pubblica ‘Good fences make good neighbors’

Ai Weiwei Arch, 2017; Courtesy of Ai Weiwei Studio/ Frahm & FrahmPhoto: Ai Weiwei Studio

Ai Weiwei Arch, 2017; Courtesy of Ai Weiwei Studio/ Frahm & Frahm
Photo: Ai Weiwei Studio

Le opere di Ai Weiwei sono talmente tante che il Public Art Fund ha dovuto prevedere anche una mappa interattiva per aiutare il visitatore di ‘Good fences make good neighbors’ a trovarle tutte. Ci sono grandi installazioni ma anche lavori bidimensionali che hanno semplicemente sostituito le pubblicità. Per un totale di oltre 300 opere disseminate per cinque distretti di New York.
Come dice il titolo della mostra rappresentano tutte, in un modo o nell’altro, delle recinzioni.

Inaugura oggi a New York l’attesissima esposizione dell’artista cinese Ai Weiwei, ‘Good fences make good neighbors’ (una citazione del poeta Robert Frost che significa ‘Buoni confini fanno buoni vicini’ o meglio ’buoni recinti fanno buoni vicini’). Il progetto, realizzato per celebrare il 40esimo compleanno dell’organizzazione senza scopo di lucro ‘Public Art Fund’, e che di fatto trasforma la città in un museo diffuso è il “culmine” della riflessione di Ai Weiwei sulla crisi migratoria e sull’arbitrarietà dei confini territoriali. Si tratta probabilmente della più estesa mostra d’arte pubblica mai dedicata ad un solo artista.

E di sicuro è il più complesso progetto mai portato a termine dal Public Art Fund e da Weiwei stesso.

I pezzi più importanti sono in realtà pochi. Si tratta di: Gilded Cage (Central Park. Manhattan), Arch (Washington Square Park, Manhattan), Circle Fence (Unisphere, Flushing Meadows Corona Park, nel Queens). A questi lavori si affiancano una serie di installazioni “ in e tra” edifici privati; una serie di opere al mercato di Essex Street; degli interventi scultorei (a dire il vero piuttosto minimali) in 10 fermate dei bus. Accanto a questo corpo di sculture ci sono 200 banner appesi ai lampioni della città e oltre 100 immagini di migranti fotografati da Ai Weiwei durante il giro dei campi profughi nel corso dei quali ha girato il film “Human Flow” (presentato quest’anno al Festival del Cinema di Venezia) e che aprirà a New York e Washington il 13 ottobre.

La gabbia dorata (Gilded Cage) è stata collocata a Central Park poco lontano dalla Trump Tower. Ai Weiwei ha così commentato alla trasmissione ’Democracy Now’ la scelta di questa installazione site-specific: “So che il nostro presidente ama l’oro, così questo è per il suo apprezzamento.” In realtà ai Weiwei ha un grande studio a Berlino, ma nessuna base negli Stati Uniti e a logica dovrebbe essere più interessato alle vicende tedesche. D'altra parte ‘Good fences make good neighbors’ nasce anche per attrarre l’interesse dei media (come quasi tutto quello che fa Ai Weiwei del resto). Inoltre l'artista, cerca sempre di esprimere un senso di appartenenza verso tutti i luoghi che ospitano le sue mostre per stabilire un'empatia immediata con il pubblico. Ma nel caso degli Stati Uniti in cui ha vissuto per un breve periodo in gioventù e in cui, secondo una dichiarazione rilasciata al New York Times, starebbe valutando la possibilità di prendere un altro studio, non si può escludere che il sentimento sia sincero.

Good fences make good neighbors’ di Ai Weiwei potrà essere visitata fino all’11 di febbraio 2018. Per trovare le installazioni nella grande mela c’è la mappa interattiva del Public Art Fund che permette anche alle persone di raccontare la propria storia di migrazione verso New York.

Ai Weiwei Gilded Cage, 2017Mild steel paintCourtesy of Ai Weiwei Studio/ Frahm & FrahmPhoto: Ai Weiwei Studio

Ai Weiwei Gilded Cage, 2017
Mild steel paint
Courtesy of Ai Weiwei Studio/ Frahm & Frahm
Photo: Ai Weiwei Studio

Gilded Cage è forse la scultura più importante tra quelle presentate da Ai Weiwei. Secondo chi ha avuto modo di vederla dal vivo, la complessità della struttura, capace di fondersi con il paesaggio senza perdere in identità, ne fa un opera astratta e poetica se osservata da alcuni punti di vista. In Gilded Cage si può entrare.

Ai Weiwei Gilded Cage, 2017Mild steel paintCourtesy of Ai Weiwei Studio/ Frahm & FrahmPhoto: Ai Weiwei Studio

Ai Weiwei Gilded Cage, 2017
Mild steel paint
Courtesy of Ai Weiwei Studio/ Frahm & Frahm
Photo: Ai Weiwei Studio

Ai Weiwei Arch, 2017Galvanized mild steel and mirror polished stainless steelCourtesy of Ai Weiwei Studio/ Frahm & FrahmPhoto: Ai Weiwei Studio

Ai Weiwei Arch, 2017
Galvanized mild steel and mirror polished stainless steel
Courtesy of Ai Weiwei Studio/ Frahm & Frahm
Photo: Ai Weiwei Studio

Arch ha suscitato proteste ancora prima di essere costruita. In particolare i residenti non volevano rinunciare alla tradizionale location dell'albero di Natale (la questione non è ancora stata risolta). L'installazione comunque, riprende il disegno fatto da Marcel Duchamp per la porta della galleria d'arte 'Gradiva', che il surrealista André Breton aprì a Parigi nel '37. Le figure che camminano insieme dovevano simboleggiare un avanzamento culturale. Ai Weiwei dà tridimensionalità al progetto e applica l'idea alla globalizzazione e in particolare ai flussi migratori.

Ai Weiwei Arch, 2017Galvanized mild steel and mirror polished stainless steelCourtesy of Ai Weiwei Studio/ Frahm & FrahmPhoto: Ai Weiwei Studio

Ai Weiwei Arch, 2017
Galvanized mild steel and mirror polished stainless steel
Courtesy of Ai Weiwei Studio/ Frahm & Frahm
Photo: Ai Weiwei Studio

Ai Weiwei Circle Fence 2017Powder coated mild steel, polypropylene nettingCourtesy of the artistPhoto: Timothy Schenck

Ai Weiwei Circle Fence 2017
Powder coated mild steel, polypropylene netting
Courtesy of the artist
Photo: Timothy Schenck

Circle Fence è la più interattiva tra la le grandi installazioni di Ai Weiwei. Il morbido reticolato disposto in modo circolare, è adatto a sedersi, schiacciare un pisolino o giocare. Ricorda le reti dei pescatori ed è molto azzeccato per questa location.

Ai Weiwei Circle Fence 2017Powder coated mild steel, polypropylene nettingCourtesy of the artistPhoto: Timothy Schenck

Ai Weiwei Circle Fence 2017
Powder coated mild steel, polypropylene netting
Courtesy of the artist
Photo: Timothy Schenck

Ai Weiwei Exodus 2017CNC-cut Polymar truck tarpCourtesy of the artistPhoto: Ai Weiwei Studio

Ai Weiwei Exodus 2017
CNC-cut Polymar truck tarp
Courtesy of the artist
Photo: Ai Weiwei Studio

Ai Weiwei Harlem Shealter 1, 2017Galvanized mild steelCourtesy of the artistPhoto: jason Wyche

Ai Weiwei Harlem Shealter 1, 2017
Galvanized mild steel
Courtesy of the artist
Photo: jason Wyche

Ai Weiwei Arch, 2017Galvanized mild steel and mirror polished stainless steelCourtesy of Ai Weiwei Studio/ Frahm & FrahmPhoto: Ai Weiwei Studio

Ai Weiwei Arch, 2017
Galvanized mild steel and mirror polished stainless steel
Courtesy of Ai Weiwei Studio/ Frahm & Frahm
Photo: Ai Weiwei Studio

Ai Weiwei Brooklyn Shealter 4, 2017Galvanized mild steelCourtesy of the artistPhoto: jason Wyche

Ai Weiwei Brooklyn Shealter 4, 2017
Galvanized mild steel
Courtesy of the artist
Photo: jason Wyche

Ai Weiwei Banner 151, 2017CNC-cut Polymar truck tarpCourtesy of the artistPhoto: Jason Wyche

Ai Weiwei Banner 151, 2017
CNC-cut Polymar truck tarp
Courtesy of the artist
Photo: Jason Wyche

Ai Weiwei Banner 13, 2017CNC-cut Polymar truck tarpCourtesy of the artistPhoto: Jason Wyche

Ai Weiwei Banner 13, 2017
CNC-cut Polymar truck tarp
Courtesy of the artist
Photo: Jason Wyche

Ai Weiwei Banner 112, 2017CNC-cut Polymar truck tarpCourtesy of the artistPhoto: Jason Wyche

Ai Weiwei Banner 112, 2017
CNC-cut Polymar truck tarp
Courtesy of the artist
Photo: Jason Wyche

La magica installazione di Hidemi Nishida che ha fatto galleggiare decine di sedie su un lago giapponese

All photo by Hidemi Nishida

All photo by Hidemi Nishida

L’installazione dell’architetto ed artista giapponese Hidemi Nishida ‘Fragile Chairs’ è semplice e magica. Si tratta solo di sedie, in fondo. Ma messe così, a galleggiare sul lago di Poroto nell’isola di Hokkaido, fanno tutto un altro effetto. Come se ne stessero lì, pronte a far riposare gli spiriti.

Il lavoro di Hidemi Nishida si può inserire nel solco della land art nonostante la forte connotazione poetica e surreale. In genere usa oggetti d’uso quotidiano, così come sono, o modificati quel tanto che basta per cambiare la percezione dello spazio nell’osservatore.
Sono interventi minimali i suoi, ma carichi di suggestioni. E’ il caso dell’installazione ‘Fragile Chairs’ e di tutta la serie ‘Fragile’ di cui fa parte.

“L’emergere silenzioso delle seggiole dall’acqua- scrive Nishida sul suo sito web- implica l’esistenza di un campo che gli uomini non possono veramente raggiungere. L’installazione in qualche modo visualizza come una distanza tra l’invisibile e il nostro spazio ordinario, riuscendo a creare una connessione tra questi due piani”.

‘Fragile Chairs’ ci parla anche delle contrastanti percezioni che gruppi di persone con motivazioni diverse hanno delle stesso luogo. O di come questo stesso spazio viene letto nel corso del tempo.

Il lago di Poroto, infatti, è una meta turistica ma è anche considerato un santuario dall’antico popolo indigeno degli ‘ainu’ che tutt’oggi vive nell’estremo nord del Giappone.
La tradizione animista degli ainu poi, e il loro profondo legame con la natura, non è certo estranea alla poetica di ‘Fragile Chairs’.

Hidemi Nishida vive tra Tokio e la Norvegia. Per vedere altre sue poetiche installazioni ci sono il suo sito internet e l’account Facebook. (via Designboom)

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