Museo il nuovo motore di ricerca delle immagini dei capolavori che fa cilecca ma resta una grande idea

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Chiamatelo “Search Engine”, permettendovi un anglicismo, o semplicemente “Motore di Ricerca”, ma “Museo” è destinato a rivoluzionare il settore delle immagini di opere d’arte. Permette, infatti, di trovare per parola chiave: dipinti, sculture, opere grafiche e chi più ne ha più ne metta, rigorosamente in licenza Creative Commons. Per ora presenta falle e limiti ma l’idea resta comunque un unicum.

Ideato da Chase McCoy, Museo, si chiama proprio così in italiano, anche se per adesso attinge alle sole immagini di capolavori conservati all' Art Institute of Chicago, al Rijksmuseum di Amsterdam, al Minneapolis Institute of Art e alla New York Public Library. E’ in grado di scovare riproduzioni in licenza Creative Commons (solitamente zero) per argomento (la ricerca va fatta in inglese ma con Google Translate a portata di mano chi non può usare termini come journey, nature o Japan, solo per fare alcuni esempi, al giorno d’oggi?)

Non sempre funziona. Che sia l’orario, o tenda a impantanarsi se una parola chiave ha dato risultati infruttuosi, stà di fatto che Museo per ora presenta dei punti deboli e dei limiti.

Ma ha appena cominciato la sua attività e gli spazi di miglioramento sono infinitamente vasti. Senza contare che l’idea è rivoluzionaria: ti servono immagini gratuite per illustrare un testo? Vuoi rinnovare il design di qualcosa o ideare un’opera partendo da una preesistente senza mettere mano al portafoglio? Ecco la risposta alle tue richieste in un unico sito.

"Ogni immagine che trovi qui- recita la pagina di Museo- è di pubblico dominio e completamente gratuita da usare, anche se si consiglia di accreditare l'istituto di origine!"

Il motore di ricerca di immagini in licenza Creative Commons, Museo, permette di incappare anche in oggetti curiosi provenienti da un passato lontano e in testimonianze di Storia delle Arti Applicate. (via Open Culture)

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Serge Attukwei Clottey ha creato due enormi cubi gialli di plastica riciclata per ricordare al mondo l'emergenza climatica

“The Wishing Well” (2021) nella Coachella Valley. Tutte le immagini © Serge Attukwei Clottey, per gentile concessione di Desert X, di Lance Gerber. All images shared by Colossal

“The Wishing Well” (2021) nella Coachella Valley. Tutte le immagini © Serge Attukwei Clottey, per gentile concessione di Desert X, di Lance Gerber. All images shared by Colossal

L’artista ghanese Serge Attukwei Clottey in occasione della Biennale d’Arte della valle di Coachella (in California, famosa per l’omonima manifestazione musicale), “Desert X”, ha deciso di creare due sculture site-specific di grandi dimensioni. Intitolate “The Wishing Well”, rappresentano due cubi monumentali, quasi archetipi architettonici. In un mosaico di galloni plastici Kufuor.

Serge Attukwei Clottey, che lavora in una moltitudine di linguaggi diversi, ma affida quasi sempre le sue opere d’arte pubblica alle tessere giallo oro delle taniche di plastica, racconta una storia africana di quotidianità e cambiamenti epocali. In particolare è interessato ai mutamenti climatici e alle conseguenze del colonialismo.

Le taniche gialle di plastica spessa, vennero infatti, portate in Africa dall’Occidente, piene di olio da cucina. Lì rimasero, e le popolazioni locali presero a usarle per trasportare l’acqua, di volta in volta abbandonandole e riappropriandosene. Nel tempo, sono diventate un’importante causa di inquinamento delle risorse idriche e dei fondali marini ma anche un elemento caratteristico, familiare, onniprente e irrinunciabile. Rappresentano quindi il paradosso, la circolarità e le imprevedibili coseguenze delle scelte umane. Sono anche una testimonianza dell’attualità socio-culturale africana e di come sia dipendente dal passato occidentale. E di come per estensione, le Storia dei luoghi si fonda in un oggi futtuante, multiforme e imprevedibilmente conseguenziale.

In merito al progetto realizzato per Desert X con le taniche Kufuor, Clottey, ha detto: "In quanto reliquie riproposte del progetto coloniale, servono come promemoria costante delle eredità dell'impero e dei movimenti globali per la giustizia ambientale"

The Wishing Well” rimarrà in visione alla biennale di Coachella, Desert X, fino al 16 maggio 2021. Per vedere subito altreopere di Serge Attukwei Clottey (in Italia rappresentato dalla galleria Lorenzelli di Milano) , invece, si può ricorrere ad Artsy ma soprattutto al sito dell’artista piuttosto che al suo account Instagram.

“The Wishing Well” (2021) nella Coachella Valley. Tutte le immagini © Serge Attukwei Clottey, per gentile concessione di Desert X, di Lance Gerber

“The Wishing Well” (2021) nella Coachella Valley. Tutte le immagini © Serge Attukwei Clottey, per gentile concessione di Desert X, di Lance Gerber

“The Wishing Well” (2021) nella Coachella Valley. Tutte le immagini © Serge Attukwei Clottey, per gentile concessione di Desert X, di Lance Gerber

“The Wishing Well” (2021) nella Coachella Valley. Tutte le immagini © Serge Attukwei Clottey, per gentile concessione di Desert X, di Lance Gerber

“The Wishing Well” (2021) nella Coachella Valley. Tutte le immagini © Serge Attukwei Clottey, per gentile concessione di Desert X, di Lance Gerber

“The Wishing Well” (2021) nella Coachella Valley. Tutte le immagini © Serge Attukwei Clottey, per gentile concessione di Desert X, di Lance Gerber

“The Wishing Well” (particolare, 2021) nella Coachella Valley. Tutte le immagini © Serge Attukwei Clottey, per gentile concessione di Desert X, di Lance Gerber

“The Wishing Well” (particolare, 2021) nella Coachella Valley. Tutte le immagini © Serge Attukwei Clottey, per gentile concessione di Desert X, di Lance Gerber

Chiharu Shiota fa volare 10mila lettere in una installazione artistica temporanea alla König Galerie di Berlino

Chiharu Shiota, “I hope…” (2021), rope, paper, steel, installation view at König Galerie, Berlin. All images by Sunhi Mang, VG Bild-Kunst, Bonn, courtesy of the artist

Chiharu Shiota, “I hope…” (2021), rope, paper, steel, installation view at König Galerie, Berlin. All images by Sunhi Mang, VG Bild-Kunst, Bonn, courtesy of the artist

La St. Agnes Church della König Galerie di Berlino è uno spazio brutalista, molto asciutto ma arioso, in occasione della realizzazione dell’installazione artistica temporanea “I Hope…”, Chiharu Shiota, ha deciso di contrapporle tutta la ricchezza estetica di un opera immersiva ispirata al lavoro che realizzò per la 56esima edizione della Biennale di Venezia.

Come in quell’occasione, l’artista originaria di Osaka (ma berlinese d’adozione), ha messo in campo la sua più organica tecnica di pittura tridimensionle. Con tanto di fili rossi intrecciati a mano tra loro a comporre una ricca e innestricabile rgnatela, barche a grandezza naturale, luci che si rifrangono, frammentano e riflettono sia l’impianto comporitivo che il vvido cromatismo.

Di diverso rispetto all’istallazione creata da Shiota per la Biennale ci sono gli elementi sospesi tra i fili. In passato erano state chiavi a rappresentare la dimensione intima dell’ambiente domestico famigliare e per estensione le singole persone. Adesso si tratta di letter. Migliaia di lettere. Oltre 10 mila, spedite all’artista da tutto il mondo, durante l’anno della pandema e poi inglobate nel corpo vibrante che occupa la navata della St. Agnes.

Paradossalmente, le lettere, di per se più intime e personali, finiscono per trasceendere questa dimensione, diventando opera di un collettivo trans-culturale aperto.

Anche le barche, però, non più ancorate a terra e non più veri gozzi di mare ma tratteggi metallici, in “I Hope…”, invece di abbandonarsi alle suggestioni del passato spiccano il volo verso un futuro incerto. In uno spazio onirico ancora torbido di ricordi foschi.

I Hope…”, di Chiharu Shiota rimarrà alla St. Agnes Church della König Galerie di Berlino fino al 21 marzo 2021. Viste le restrizioni che continuano a perdurare in alcune aree d’Europa, tuttavia, il museo mette a disposizione anche un tour 3d e una video guida dell’opera. L’artista, invece, condivide il suo lavoro sia attraverso il sito internet che l’account Instagram. (via Colossal)

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