La scultura della rana gigante di Jonty Hurwitz che sfida la logica con la tecnica dell’anamorfosi

Jonty Hurwitz, "Giant Frog", 2016, scultura anamorfica

Jonty Hurwitz, "Giant Frog", 2016, scultura anamorfica

Praticata fin dal Rinascimento, la tecnica dell’anamorfosi (o anamorfismo, ne ho parlato qui), è stata riscoperta di recente dai creativi di tutto il mondo. Tra loro c’è il famoso artista britannico Jonty Hurwitz (di cui ho già parlato qui), che nelle sue sculture anamorfiche fonde l’intuizione degli antichi con le nuove tecnologie, raggiungendo risultati che lasciano a bocca aperta.

Basta guardare la sua “Rana Gigante” in bronzo, perfetta riproduzione dell’originale nel riflesso, ma quasi astratta nella tridimensionalità dell’oggetto. Un risultato che Jonty Hurwitz raggiunge con un rendering digitale (gli permette di ottenere dai metalli degli oggetti fisici privi di ogni minima sbavatura rispetto al progetto) e che gli scultori del passato non avrebbero mai potuto eguagliare.

D’altra parte Jonty Hurwitz è anche ingegnere e una delle ragioni della sua fama sono le “Nano Sculture”, che riproducono la realtà nelle dimensioni di un granello di polvere. Per queste ultime appena nel 2015 si è aggiudicato il Guinnes dei primati. E si capisce che qualche nozione di scienza, per realizzarle, era necessaria.

La mega-rana ("Giant Frog") fa parte dell’ultima tornata di sculture anamorfiche di Jonty Hurwitz, che sono in gran parte in mostra alla galleria De Medicis di Parigi. Di recente l’artista ha anche esposto a Kinetica 2017. Per vedere altre immagini delle sue incredibili sculture anamorfiche comunque si può ricorrere all’aggiornatissimo sito internet.

Jonty Hurwitz, "Giant Frog", 2016, scultura anamorfica

Jonty Hurwitz, "Giant Frog", 2016, scultura anamorfica

Jonty Hurwitz, "Childhood", 2017, scultura anamorfica

Jonty Hurwitz, "Childhood", 2017, scultura anamorfica

Jonty Hurwitz, "Childhood", 2017, scultura anamorfica

Jonty Hurwitz, "Childhood", 2017, scultura anamorfica

Jonty Hurwitz, "The Illusive Cat", 2016, scultura anamorfica

Jonty Hurwitz, "The Illusive Cat", 2016, scultura anamorfica

Jonty Hurwitz, "The Hand That Caught me Falling", 2016, scultura anamorfica

Jonty Hurwitz, "The Hand That Caught me Falling", 2016, scultura anamorfica

Il frigorifero a contatori geiger e le sculture da indossare in ferro. Che sembrano strumenti di tortura medioevali. by Maria Assunta Karini

All images courtesy Maria Assunta Karini

All images courtesy Maria Assunta Karini

La serie “Stem of the Black Grass” (Filo d'Erba Nera) dell’artista e filmmaker indipendente italiana Maria Assunta Karini è un po’ un viaggio onirico e un po’ un esperienza concreta. C’è di tutto: fotografia, installazione, scultura una spruzzata di performance; e tutto è capace di dare un calcio nello stomaco dello spettatore.
D’altra parte, il terreno di gioco è quello della tragedia di Černobyl. L’ironia è in panchina.

C’è un frigorifero scuro che da chiuso sembra guardare il visitatore con un ghigno e da aperto rivela contatori geiger vintage, strane piante nere e cigni in resina. Poi ci sono fotografie e sculture. Decine di opere in ferro. Alcune si possono addirittura indossare (come le scarpe, simili alle tradizionali geta giapponesi) e assomigliano prepotentemente a degli strumenti di tortura medioevali.

Per “Stem of the Black Grass” Maria Assunta Karini si è ispirata al libro “Preghiera per Černobyl” della giornalista e scrittrice bielorussa Svetlana Aleksievic (premio Nobel per la letteratura nel 2015) che, fuori dalle pagine di cronaca, descrive l’esperienza umana del dolore e dell’impotenza di fronte a una catastrofe. Ma lo fa a modo suo: deformando le immagini evocate dalla Aleksievic e facendone dei simboli in bilico tra fantasia e realtà. Degli oggetti strani, vagamente inquietanti e dotati di un’inattesa allure cinematografica.

"La percezione delle catastrofi del mondo che è vicina agli stereotipi barocchi, incarnati nell'immaginazione, quasi legati alla letteratura, dove un disastro diventa un simbolo - spiega, in modo un tantino criptico, la curatrice russa Ilmira Bolotyan-  Così Chernobyl è un simbolo di come l'uomo è impotente davanti alla natura, al crash della scienza e della tecnologia.”

La realizzazione di “Stem of the Black Grass” ha richiesto due anni di lavoro e Maria Assunta Karini ha fatto più o meno tutto da sola (se si esclude la costante collaborazione del figlio Luka Monkaleano, artista a sua volta). Ha scovato gli oggetti di scena e stabilito le locations. Per scattare alcune foto ha persino dovuto traslocare i mobili trasformando il salotto del suo appartamento in un set (!)

“Recuperare i contatori geiger non è stato facile- commenta laconica Maria Assunta Karini- ma a conti fatti per completare questo lavoro ho dovuto risolvere problemi ben più complessi.”

Adesso “Stem of the Black Grass” è diventata una mostra alla galleria Fabrikacci di Mosca (nella “Arthouse” hall, da oggi fino al 26 maggio), curata da Ilmira Bolotyan e sponsorizzata dall’Istituto Italiano di Cultura di Mosca e dal Gruppo Banco Desio.
Ma se non avete in programma un viaggio nella ex-Unione Sovietica potete sempre seguire Maria Assunta Karini su Facebook.

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Toshihiko Shibuya ha dipinto la metropolitana di Sapporo con 22mila puntine da disegno

"white generation", all images courtesy toshihiko shibuya

"white generation", all images courtesy toshihiko shibuya

L’artista giapponese Toshihiko Shibuya (di cui ho già parlato qui e qui) ha creato una monumentale installazione nella metropolitana di Sapporo (Hokkaido). Nel percorso pedonale sotterraneo della città, per essere precisi ( la “Sapporo Odori 500-m Underground Walkway”).

Una sorta di enorme murale, tono su tono, intitolato “White Generation”; in grado di accompagnare i passanti nella loro frettolosa camminata sotto il suolo cittadino.

E di stupirli, c’è da immaginarlo, visto che per realizzare l’opera Toshihiko Shibuya, ha usato 22mila puntine da disegno bianche. Tutte rigorosamente piccole e sferiche.

“White Generation” è stata realizzata come pre-esposizione del secondo “Sapporo International Arts Festival” 2017 (che durante questa edizione riunirà artisti di Hokkaido e giovani). Ed adornerà l’impersonale percorso pedonale fino al 5 luglio.

Metri e metri di camminamento, che oltre a un numero impensabile di puntine da disegno, ha richiesto la collaborazione di ben 12 persone.

Il motivo di “White Generation” ricorda lo sviluppo, apparentemente caotico e massivo, ma in realtà di una precisione matematica, quasi categorica, degli elementi naturali più minuti: dal muschio alle cellule.

“Con quest’opera- spiega Toshihiko Shibuya-  ho evocato immagini di vita che si espande”.

Il colore bianco, se da una parte fa riferimento alla neve (che è quasi un’icona della fredda città settentrionale giapponese e di Shibuya stesso) dall’altra è il simbolo dell’ambiente asettico in cui viviamo.

“Stiamo cominciando a perdere la legge dei cicli naturali- continua- poco a poco“.

L’installazione, è inconsueta nella produzione dell’artista giapponese che si occupa di Land-Art e normalmente basa il suo lavoro sul paesaggio. Cercando di ridurre al minimo il proprio intervento e di usarlo per potenziare la percezione dell’osservatore.

In quest’ottica, “White Generation”, che porta immagini di vita in un luogo apparentemente sterile, in cui il mutare delle stagioni è impossibile da cogliere, diventa una riflessione dell’artista.

“Mi domando ancora una volta quanto i miei lavori siano in grado di servire da mezzo per re-incontrare l’ambiente che stà intorno a me ed alla mia vita, piuttosto che limitarmi semplicemente a piazzare l’opera d’arte di fronte alla natura”.

Se non avete in programma un viaggio nello splendido profondo nord del Giappone è possibile rimanere aggiornati sulla suggestiva opera di Toshihiko Shibuya consultando il suo sito internet o seguendolo su Facebook e Instagram.

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