Azuma Makoto trasforma i ciclisti nipponici in “messaggeri dei fiori” e li manda in giro sulle biciclette-origami a donare margherite ai passanti

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L’artista giapponese Azuma Makoto conosciuto in tutto il mondo per le opere ironiche, fuori dall’ordinario, sempre, rigorosamente, glamour e a tema botanico, questa volta si è inventato i “messaggeri dei fiori”.
Cioè un gruppo di persone, di origini giapponesi, che fino a maggio sono andate in giro per San Paolo del Brasile su delle biciclette-origami. Donando fiori ai passanti.

L’opera di Azuma Makoto si intitola “Flower Messages” e mischia installazione e performance, tradizione e contemporaneità. Il tutto irrorato di un’allure da colossal hollywoodiano dei vecchi tempi, con il suo esercito di 30 messaggeri-ciclisti. Oltre, ovviamente, a introdurre una nota partecipativa e a mettere due culture diverse a confronto.

“Flower Messages”, che può anche essere letta come un insieme di “sculture botaniche” in movimento, firmate da Azuma Makoto, mira a enfatizzare gli scorci di paesaggio cittadino con cui entrerà in contatto.

‘Il messaggero dei fiori è un’interruzione nel flusso nervoso della città, con un messaggio ispiratore completamente d’intrattenimento,’ dice Marcello Dantas, direttore di programmazione della Japan House ‘Improvvisamente quel posto che ieri era vuoto, oggi è pieno di fiori. Presto spariranno, ma rimarranno nel ricordo.’

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Con quest’opera Azuma Makoto ha anche voluto celebrare l’inaugurazione della “Japan House Sao Paolo" (un’istituzione dedicata al mostrare tutto il meglio del Giappone del XXI secolo alla comunità internazionale). E’ per questo che i ciclisti sono tutti di origini nipponiche. E intende porre l’accento sul modo speciale che il popolo del sol levante ha di intendere la natura.

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Non è la prima volta che Azuma Makoto trasforma i mezzi di trasporto in contenitori per le sue “sculture botaniche”. Un esempio è l’Ape Piaggio che ha realizzato per Fendi.
Per vedere altre originali performance ed installazioni con le piante come protagoniste oltre al sito di Azuma Makoto c’è il suo account di Instagram.

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La scultura della rana gigante di Jonty Hurwitz che sfida la logica con la tecnica dell’anamorfosi

Jonty Hurwitz, "Giant Frog", 2016, scultura anamorfica

Jonty Hurwitz, "Giant Frog", 2016, scultura anamorfica

Praticata fin dal Rinascimento, la tecnica dell’anamorfosi (o anamorfismo, ne ho parlato qui), è stata riscoperta di recente dai creativi di tutto il mondo. Tra loro c’è il famoso artista britannico Jonty Hurwitz (di cui ho già parlato qui), che nelle sue sculture anamorfiche fonde l’intuizione degli antichi con le nuove tecnologie, raggiungendo risultati che lasciano a bocca aperta.

Basta guardare la sua “Rana Gigante” in bronzo, perfetta riproduzione dell’originale nel riflesso, ma quasi astratta nella tridimensionalità dell’oggetto. Un risultato che Jonty Hurwitz raggiunge con un rendering digitale (gli permette di ottenere dai metalli degli oggetti fisici privi di ogni minima sbavatura rispetto al progetto) e che gli scultori del passato non avrebbero mai potuto eguagliare.

D’altra parte Jonty Hurwitz è anche ingegnere e una delle ragioni della sua fama sono le “Nano Sculture”, che riproducono la realtà nelle dimensioni di un granello di polvere. Per queste ultime appena nel 2015 si è aggiudicato il Guinnes dei primati. E si capisce che qualche nozione di scienza, per realizzarle, era necessaria.

La mega-rana ("Giant Frog") fa parte dell’ultima tornata di sculture anamorfiche di Jonty Hurwitz, che sono in gran parte in mostra alla galleria De Medicis di Parigi. Di recente l’artista ha anche esposto a Kinetica 2017. Per vedere altre immagini delle sue incredibili sculture anamorfiche comunque si può ricorrere all’aggiornatissimo sito internet.

Jonty Hurwitz, "Giant Frog", 2016, scultura anamorfica

Jonty Hurwitz, "Giant Frog", 2016, scultura anamorfica

Jonty Hurwitz, "Childhood", 2017, scultura anamorfica

Jonty Hurwitz, "Childhood", 2017, scultura anamorfica

Jonty Hurwitz, "Childhood", 2017, scultura anamorfica

Jonty Hurwitz, "Childhood", 2017, scultura anamorfica

Jonty Hurwitz, "The Illusive Cat", 2016, scultura anamorfica

Jonty Hurwitz, "The Illusive Cat", 2016, scultura anamorfica

Jonty Hurwitz, "The Hand That Caught me Falling", 2016, scultura anamorfica

Jonty Hurwitz, "The Hand That Caught me Falling", 2016, scultura anamorfica

Il frigorifero a contatori geiger e le sculture da indossare in ferro. Che sembrano strumenti di tortura medioevali. by Maria Assunta Karini

All images courtesy Maria Assunta Karini

All images courtesy Maria Assunta Karini

La serie “Stem of the Black Grass” (Filo d'Erba Nera) dell’artista e filmmaker indipendente italiana Maria Assunta Karini è un po’ un viaggio onirico e un po’ un esperienza concreta. C’è di tutto: fotografia, installazione, scultura una spruzzata di performance; e tutto è capace di dare un calcio nello stomaco dello spettatore.
D’altra parte, il terreno di gioco è quello della tragedia di Černobyl. L’ironia è in panchina.

C’è un frigorifero scuro che da chiuso sembra guardare il visitatore con un ghigno e da aperto rivela contatori geiger vintage, strane piante nere e cigni in resina. Poi ci sono fotografie e sculture. Decine di opere in ferro. Alcune si possono addirittura indossare (come le scarpe, simili alle tradizionali geta giapponesi) e assomigliano prepotentemente a degli strumenti di tortura medioevali.

Per “Stem of the Black Grass” Maria Assunta Karini si è ispirata al libro “Preghiera per Černobyl” della giornalista e scrittrice bielorussa Svetlana Aleksievic (premio Nobel per la letteratura nel 2015) che, fuori dalle pagine di cronaca, descrive l’esperienza umana del dolore e dell’impotenza di fronte a una catastrofe. Ma lo fa a modo suo: deformando le immagini evocate dalla Aleksievic e facendone dei simboli in bilico tra fantasia e realtà. Degli oggetti strani, vagamente inquietanti e dotati di un’inattesa allure cinematografica.

"La percezione delle catastrofi del mondo che è vicina agli stereotipi barocchi, incarnati nell'immaginazione, quasi legati alla letteratura, dove un disastro diventa un simbolo - spiega, in modo un tantino criptico, la curatrice russa Ilmira Bolotyan-  Così Chernobyl è un simbolo di come l'uomo è impotente davanti alla natura, al crash della scienza e della tecnologia.”

La realizzazione di “Stem of the Black Grass” ha richiesto due anni di lavoro e Maria Assunta Karini ha fatto più o meno tutto da sola (se si esclude la costante collaborazione del figlio Luka Monkaleano, artista a sua volta). Ha scovato gli oggetti di scena e stabilito le locations. Per scattare alcune foto ha persino dovuto traslocare i mobili trasformando il salotto del suo appartamento in un set (!)

“Recuperare i contatori geiger non è stato facile- commenta laconica Maria Assunta Karini- ma a conti fatti per completare questo lavoro ho dovuto risolvere problemi ben più complessi.”

Adesso “Stem of the Black Grass” è diventata una mostra alla galleria Fabrikacci di Mosca (nella “Arthouse” hall, da oggi fino al 26 maggio), curata da Ilmira Bolotyan e sponsorizzata dall’Istituto Italiano di Cultura di Mosca e dal Gruppo Banco Desio.
Ma se non avete in programma un viaggio nella ex-Unione Sovietica potete sempre seguire Maria Assunta Karini su Facebook.

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