L'albero di ciliegio in fiore più grande del mondo è in Giappone e non sfiorisce mai perchè è fatto di LEGO

lego-3.jpg

L'albero di ciliegio in fiore in mattoncini LEGO più grande del mondo si può ammirare nel parco LEGOLAND Japan di Nagoya. In Giappone, ovviamente.

Sul fatto che superi di gran lunga tutte le opere simili realizzate fin ora non c'è alcun dubbio, perchè si è già guadagnato il suo spazio nel Guinness  dei primati. Per completarlo sono stati necessari ben 881mila e 470 pezzi di vari colori oltre a 6mila e 500 ore di lavoro per assemblarlo.  

Insomma un omaggio monumentale (ben 3mila e 333 chili di peso) in versione pop all'hanami e ai bellissimi sakura, che in primavera donano ulteriore fascino al Giappone. E ulteriore turismo.

L'albero di mattoncini LEGO non incrementerà certo così tanto gli introiti nel settore ma si può ammirare tutto l'anno con non pochi vantaggi. D'altra parte, si tratta di una scultura spettacolare, con un grande tronco striato, un piccolo tappeto d'erba di diverse sfumature e lanterne che si illuminano la notte. E qualche beneficio in termini di turismo può ben pretendere di portare.

Nel video qui sotto potrete vedere la costruzione e l'assemblaggio. (via My Modern Meet)

lego-1.jpg
lego-4.jpg
lego-cherry-blossom-tree-3.jpg
lego-2.jpg
lego-5.jpg

Liu Bolin -The Invisible Man, nascosto tra le bellezze italiane al Vittoriano

 Liu Bolin, Sala del Trono, Reggia di Caserta, 2017, Courtesy Boxart, Verona

Liu Bolin, Sala del Trono, Reggia di Caserta, 2017, Courtesy Boxart, Verona

Il Complesso Vittoriano di Roma in questi giorni sta celebrando con una grande mostra Liu Bolin, detto anche ‘l’uomo invisibile’ (ne ho parlato qui e qui), l’artista cinese più sfuggente di sempre. Oltre ad essere tra quelli più corteggiati dai brand d’alta moda, ovviamente.
Si intitola, appunto, ‘Liu Bolin. The invisible man’ e oltre ad essere la prima esposizione-evento italiana focalizzata sull’opera del maestro del camouflage orientale, presenta anche due opere in anteprima mondiale. Si tratta delle fotografie delle performance di Bolin che si sono recentemente tenute al Colosseo e alla Reggia di Caserta.

Ma facciamo un passo indietro. 

Liu Bolin, classe ‘73, anni fa, si è inventato un intervento che è diventato il suo marchio di fabbrica e che per la straordinaria duttilità concettuale lo ha accompagnato per tutto questo tempo. In sostanza, Bolin, si dipinge volto, mani e abiti con i colori del paesaggio a cui si giustappone. E lì, immobile, resta, finchè non sono state scattate alcune foto in cui l’artista si intravede appena. Quasi del tutto invisibile, perfettamente mimetizzato come un camaleonte.

Questa serie di interventi che mixano performance, pittura, body painting e fotografia, sono nati per denunciare il governo cinese. Nel 2005, infatti, l’amministrazione di Pechino decise di abbattere il Suojia Village, un quartiere dove avevano sede gli studi di molti artisti, tra cui quello di Liu Bolin. Che si sentì non considerato, trasparente, appunto. 

Da quella prima amara fotografia dell’artista camuffato in modo da sembrare invisibile tra le rovine ne sono seguite molte altre. La tecnica si è affinata, gli assistenti e gli studi preliminari moltiplicati, il malessere scomparso. E Liu Bolin ha cominciato a fare quest’intervento per sottolineare le abitudini contemporanee, puntare l’attenzione sul patrimonio culturale, eventi storici ecc. Ha collaborato spesso con aziende della moda ma non solo. E’ recente il lavoro svolto per il marchio di champagne Ruinart.

Liu Bolin ha viaggiato in tutto il mondo ma l’Italia segna gran parte del suo percorso. Si è mimetizzato un po’ dappertutto. Dall’Arena alla Scala della Ragione di Verona; dal Duomo al contemporaneo Palazzo Lombardia, passando per il Teatro alla Scala di Milano; dal Ponte di Rialto a Piazza San Marco di Venezia; dalla Villa dei Misteri al Tempio di Apollo di Pompei; dal Ponte Sant’Angelo alla Paolina della Galleria Borghese e al Colosseo di Roma; per finire con la Reggia di Caserta.

Liu Bolin. The invisible man’ parla di tutto questo attraverso 70 opere divise in sette sezioni. Qui potete dare uno sguardo a parte del percorso italiano di Liu Bolin Per vedere il resto al complesso Vittoriano c’è tempo fino al primo luglio.

 Liu Bolin, Colosseo n°2, Roma, 2017, Courtesy Boxart, Verona

Liu Bolin, Colosseo n°2, Roma, 2017, Courtesy Boxart, Verona

 Liu Bolin, Teatro di Corte Reggia di Caserta, Courtesy Boxart, Verona

Liu Bolin, Teatro di Corte Reggia di Caserta, Courtesy Boxart, Verona

 Liu Bolin, Scalone d'Onore Reggia di Caserta, Courtesy Boxart, Verona

Liu Bolin, Scalone d'Onore Reggia di Caserta, Courtesy Boxart, Verona

 Liu Bolin, Colosseo n°1, Roma, 2017, Courtesy Boxart, Verona

Liu Bolin, Colosseo n°1, Roma, 2017, Courtesy Boxart, Verona

 Liu Bolin, Paolina Borghese Bonaparte, Galleria Borghese, Roma. Curtesy Boxart Verona

Liu Bolin, Paolina Borghese Bonaparte, Galleria Borghese, Roma. Curtesy Boxart Verona

 Liu Bolin, Ponte Sant'Angelo, Roma, Courtesy Boxart Verona

Liu Bolin, Ponte Sant'Angelo, Roma, Courtesy Boxart Verona

 Liu Bolin, Villa dei Misteri, Pompei, Courtesy Boxart Verona

Liu Bolin, Villa dei Misteri, Pompei, Courtesy Boxart Verona

 Liu Bolin, Ponte dei Conzafelzi, Courtesy Boxart Verona

Liu Bolin, Ponte dei Conzafelzi, Courtesy Boxart Verona

 Liu Bolin, Teatro alla Scala  No.2, Courtesy Boxart Verona

Liu Bolin, Teatro alla Scala  No.2, Courtesy Boxart Verona

 Liu Bolin, Piazza San Marco, Courtesy Boxart Verona

Liu Bolin, Piazza San Marco, Courtesy Boxart Verona

 Liu Bolin, Teatro alla Scala  No.1, Courtesy Boxart Verona

Liu Bolin, Teatro alla Scala  No.1, Courtesy Boxart Verona

 Liu Bolin, Canal Grande, Ponte di Rialto, Courtesy Boxart Verona

Liu Bolin, Canal Grande, Ponte di Rialto, Courtesy Boxart Verona

 Liu Bolin, Scala della Ragione, Courtesy Boxart Verona

Liu Bolin, Scala della Ragione, Courtesy Boxart Verona

 Liu Bolin, Ponte di Castelvecchio, Courtesy Boxart Verona

Liu Bolin, Ponte di Castelvecchio, Courtesy Boxart Verona

 Liu Bolin, Loggia di Fra Giocondo, Courtesy Boxart Verona

Liu Bolin, Loggia di Fra Giocondo, Courtesy Boxart Verona

 Liu Bolin, Palazzo Lombardia, Courtesy Boxart Verona

Liu Bolin, Palazzo Lombardia, Courtesy Boxart Verona

 Liu Bolin, Arena di Verona, Courtesy Boxart Verona

Liu Bolin, Arena di Verona, Courtesy Boxart Verona

 Liu Bolin alla mostra 'Liu Bolin. The invisible man'; foto Iskra Coronelli per Arthemisia

Liu Bolin alla mostra 'Liu Bolin. The invisible man'; foto Iskra Coronelli per Arthemisia

Hong Kong Ballet: Un po’ personaggi di un manga un po’ attori di un musical anni ‘50, i ballerini che danzano per le strade della metropoli

hk-ballet-05.jpg

La compagnia di danza Hong Kong Ballet ha appena presentato la sua nuova campagna pubblicitaria stagionale. Una serie di immagini spettacolari, che fondono gli angoli iconici della metropoli asiatica con le acrobazie dei ballerini. Già, perchè per realizzarla gli artisti hanno dovuto infilare le scarpe da punta e lanciarsi nelle figure più difficili della danza classica nel bel mezzo di Hong Kong.

La campagna pubblicitaria realizzata dall’agenzia creativa statunitense Design Army arriva insieme alla direzione artistica del cubano americano Septime Webre che dopo il periodo passato a tenere le redini del Washington Ballet è sbarcato in Asia con l’intenzione di dare ancora più freschezza e vigore agli spettacoli degli orientali.

L’Hong Kong Ballet, infatti, è attiva dal ’79 (una delle prime compagnie di danza classica in tutta l’Asia) e rappresentando opere che vanno dal XIX secolo ai giorni nostri, ha sempre puntato sull’innovazione.

La campagna pubblicitaria sottolinea, con la forza dei costumi, con i colori intensi e attraverso i luoghi simbolo della città, la voglia di stupire della compagnia pur mettendo in scena dei pezzi classici. Ma a lasciare a bocca aperta sono i ballerini che con la massima, apparente, naturalezza, si esibiscono in contorsioni e piroette in luoghi poco adatti a questo tipo di movimenti. Come su una barca o nel bel mezzo di una via del centro.

L'Hong Kong Ballet fa dei tour in giro per il mondo. Per tenersi informati sui loro spettacoli e sulle suggestive coreografie, tuttavia, ci sono il sito internet della compagnia ma anche il canale youtube e l'account instagram.(via Creative Boom)

hk-ballet-02.jpg
hk-ballet.jpg
hk-ballet-01.jpg
hk-ballet-06.jpg
hk-ballet-04.jpg
hk-ballet-03.jpg

La scultura ‘Bank of Sand, Sand of Bank’ di Huang Yong Ping è una banca di sabbia che pesa 20 tonnellate

gladstone-gallery-sand-castle-designboom-01-768x588.jpg

C’è chi fa castelli d sabbia, l’artista cinese di nascita e francese d’adozione Huang Yong Ping, invece, con la sabbia c’ha fatto una banca. Una grande riproduzione dell’edificio che è stato sede della HSBC di Shanghai. 
La scultura, intitolata ‘Bank of sand, Sand of bank, è attualmente in mostra alla Gladson Gallery di New York e pesa ben 20 tonnellate.

Interessato a un’analisi del presente e delle sue dinamiche- Scrive il sito di Palazzo Grassi a proposito di Huang Yong Ping- l’artista riflette sulla globalizzazione nei suoi aspetti più evidenti e controversi. Allo stesso tempo si fa portavoce, attraverso una pratica basata su installazioni monumentali e sculture, di un dialogo tra culture e religioni, proponendo una visione di Oriente e Occidente come poli complementari.
Ed è in quest’ottica che va vista ‘Bank of sand, Sand of bank’. 

L’edificio HSBC di Shanghai, progettato dallo studio di architettura britannico Palmer & Turner Architects and Surveyors in rigoroso stile neoclassico, venne  inaugurato nel 1923. Aveva interni lussuosi (all’epoca era già completamente riscaldato e climatizzato) e in conformità con la tradizione cinese, monete di tutto il mondo erano state sepolte nelle sue fondamenta (c’erano anche monete coniate appositamente e messe nelle nicchie dell'edificio per allontanare gli spiriti). Un vero palazzo reale della ricchezza. Ma con l’avvento del comunismo la HSBC si trasferì e la struttura divenne sede del governo. Anni dopo ritornò ad essere sede di una banca di investimenti (la Pudong). 

Insomma quest’edificio che in qualche modo fonde oriente e occidente ha avuto un destino instabile e resiliente come i materiali di cui è composta la scultura di Huang Yong Ping: sabbia (fragiltà) e cemento (forza).

‘Bank of Sand, Sand of Bank’ di Huang Yong Ping fino al 9 giugno sarà in mostra alla Gladson Gallery di New York. Ma Huang Yong Ping, che ha già rappresentato la Francia alla Biennale di Venezia, fa spesso mostre in Italia e magari non bisognerà aspettare tanto per vedere il suo lavoro dal vivo senza espatriare. (via two percent)

 all images courtesy of gladstone gallery

all images courtesy of gladstone gallery

gladstone-gallery-sand-castle-02.jpg

Patrick Jacobs crea minuscoli paesaggi che sembrano antichi dipinti con resina, borotalco capelli e peli di gatto

 Patrick Jacobs, Pink Forest, 2018  (335 x 457 x 320 cm). Paper, foam, clay, aluminum, styrene, epoxy, glue, polyurethane, acrylic paint, wood, lighting, fabric.

Patrick Jacobs, Pink Forest, 2018  (335 x 457 x 320 cm). Paper, foam, clay, aluminum, styrene, epoxy, glue, polyurethane, acrylic paint, wood, lighting, fabric.

L’artista statunitense Patrick Jacobs crea degli incredibili diorami, talmente realistici da sembrare fotografie, e spesso tanto minuscoli che è necessaria una lente per osservarli. Raffigurano dei paesaggi e sono illuminati dall’interno.

Per farli Jacobs usa per lo più materiali sintetici, come la resina o il poliuretano, ma non disdegna neppure cose quotidiane come borotalco, capelli o peli di gatto.

I diorami di Patrick Jacobs rileggono il genere del paesaggio in chiave contemporanea, con sottile ironia. Tuttavia a prima vista non si avvertono distorsioni. Le minuscole composizioni scultoree di Jacobs sono talmente perfette da sembrare fotografie. Si tratta di scorci di prati fioriti o angoli di sottobosco. A prevalere è la visione sublime della natura, tanto cara ai pittori inglesi del seicento
Le si può osservare solo da una piccola lente di vetro. Quasi uno spioncino. E, illuminate dall’interno, spostano il punto di fuga tanto lontano da dare l’impressione di sbirciare in un mondo parallelo, dall’orizzonte apparentemente infinito. 

Jacobs si ispira a fonti diverse. A differenza di quanto si potrebbe pensare, infatti, prende spunto non solo dalla pittura paesaggistica ma anche dalle broshures di aziende chimiche specializzate in antiparassitari per il giardino e la casa. 
Si può quindi immaginare un personaggio, che si aggira ansioso in cerca di parassiti inesistenti, imbattendosi invece nei microscopici mondi che l’artista ci propone.

Ma non solo perché le lenti di vetro di Jacobs richiamano alla mente il Black Mirror (o Claude Glass) usato dai pittori di paesaggio inglesi tra il ‘700 e l‘800. Questo dispositivo viene chiamato così perché, appunto, di uno specchio tinto da un colore scuro si trattava. Serviva ad astrarre gli scorci dall’ambiente circostante e a semplificare la scala cromatica quel tanto che bastava per avere un soggetto pronto da dipingere secondo i gusti dell’epoca. 
Nell’ottica di Jacobs insomma, anche il Cluade glass rimanda all’ossessione maniacale dell’ uomo per il controllo.

In occasione della fiera d’arte contemporanea Armory Show, il New York Times ha inserito Patrick Jacobs tra i 30 artisti da vedere assolutamente (come Berndnaut Smilde di cui ho parlato qui).  Dal 30 giugno Jacobs sarà in mostra al Brandywine Museum of Art (nella cittadina di Chadds Ford in Pennsylvania). Ma per vedere altri suoi diorami senza muoversi da casa ci sono il suo sito internet e l’account instagram dell’artista.

 Patrick Jacobs, Pink Forest, 2018  (detail;; 335 x 457 x 320 cm). Paper, foam, clay, aluminum, styrene, epoxy, glue, polyurethane, acrylic paint, wood, lighting, fabric.

Patrick Jacobs, Pink Forest, 2018  (detail;; 335 x 457 x 320 cm). Paper, foam, clay, aluminum, styrene, epoxy, glue, polyurethane, acrylic paint, wood, lighting, fabric.

 Patrick Jacobs Spiral, 2017 Diorama viewed through 19 cm window .(82 x 83 x 55 cm).Styrene, acrylic, paper, polyurethane foam, ash, talc, starch, acrylite, vinyl film, copper, wood, steel, lighting, BK7 glass.

Patrick Jacobs Spiral, 2017 Diorama viewed through 19 cm window .(82 x 83 x 55 cm).Styrene, acrylic, paper, polyurethane foam, ash, talc, starch, acrylite, vinyl film, copper, wood, steel, lighting, BK7 glass.

 Patrick Jacobs Spiral, 2017 (82 x 83 x 55 cm).Styrene, acrylic, paper, polyurethane foam, ash, talc, starch, acrylite, vinyl film, copper, wood,steel, lighting, BK7 glass.

Patrick Jacobs Spiral, 2017 (82 x 83 x 55 cm).Styrene, acrylic, paper, polyurethane foam, ash, talc, starch, acrylite, vinyl film, copper, wood,steel, lighting, BK7 glass.

 Patrick Jacobs, Mural Installation with Field with Dandelions, 2016 Philadelphia, (76 x 112 x 74 cm). Styrene, acrylic, cast neoprene, paper, cat hair,aluminum foil, polyurethane foam, ash, talc, starch,acrylite, vinyl film, copper, wood, steel, lighting,BK7 glass.\ Three-dimensional diorama viewed

Patrick Jacobs, Mural Installation with Field with Dandelions, 2016 Philadelphia, (76 x 112 x 74 cm). Styrene, acrylic, cast neoprene, paper, cat hair,aluminum foil, polyurethane foam, ash, talc, starch,acrylite, vinyl film, copper, wood, steel, lighting,BK7 glass.\ Three-dimensional diorama viewed

 Patrick Jacobs, Mural Installation with Field with Dandelions, 2016 Philadelphia, (76 x 112 x 74 cm). Styrene, acrylic, cast neoprene, paper, cat hair,aluminum foil, polyurethane foam, ash, talc, starch,acrylite, vinyl film, copper, wood, steel, lighting,BK7 glass.\ Three-dimensional diorama viewed

Patrick Jacobs, Mural Installation with Field with Dandelions, 2016 Philadelphia, (76 x 112 x 74 cm). Styrene, acrylic, cast neoprene, paper, cat hair,aluminum foil, polyurethane foam, ash, talc, starch,acrylite, vinyl film, copper, wood, steel, lighting,BK7 glass.\ Three-dimensional diorama viewed

 Patrick Jacobs, Field with Dandelions, 2015 Diorama viewed through 19 cm window. Styrene, acrylic, cast neoprene, paper, polyurethane foam, ash, talc, starch, acrylite, vinyl film, copper, wood, steel, lighting, BK7 glass.

Patrick Jacobs, Field with Dandelions, 2015 Diorama viewed through 19 cm window. Styrene, acrylic, cast neoprene, paper, polyurethane foam, ash, talc, starch, acrylite, vinyl film, copper, wood, steel, lighting, BK7 glass.

 Patrick Jacobs, Oak Stump with Red-Banded Polypore, 2013 Diorama viewed through 19 cm window. (76.2 x 112 x 74 cm). Styrene, acrylic, cast neoprene, paper, polyurethane foam, ash, talc, starch, acrylite, vinyl film, copper, wood, steel, lighting, BK7 glass.

Patrick Jacobs, Oak Stump with Red-Banded Polypore, 2013 Diorama viewed through 19 cm window. (76.2 x 112 x 74 cm). Styrene, acrylic, cast neoprene, paper, polyurethane foam, ash, talc, starch, acrylite, vinyl film, copper, wood, steel, lighting, BK7 glass.

 Patrick Jacobs, Oak Stump with Red-Banded Polypore, 2013, (detail, 76.2 x 112 x 74 cm). Styrene, acrylic, cast neoprene, paper, polyurethane foam, ash, talc, starch, acrylite, vinyl film, copper, wood, steel, lighting, BK7 glass.

Patrick Jacobs, Oak Stump with Red-Banded Polypore, 2013, (detail, 76.2 x 112 x 74 cm). Styrene, acrylic, cast neoprene, paper, polyurethane foam, ash, talc, starch, acrylite, vinyl film, copper, wood, steel, lighting, BK7 glass.

Yakushima, la vera foresta della principessa Mononoke nelle splendide foto di Raphael Olivier

 Raphael Olivier, Yakushima- Forest Spirit. All images ©Raphael Olivier

Raphael Olivier, Yakushima- Forest Spirit. All images ©Raphael Olivier

Nella sua ultima serie ‘Yakushima - The Forest Spirit’ il fotografo francese Raphael Olivier (di cui ho parlato per esempio qui) ci restituisce il paesaggio fatato e inquietante della più antica foresta temperata del mondo.  
Situata sull’omonima isola giapponese, la foresta è diventata famosa attraverso il film d’animazione ‘Principessa Mononoke’ del grande Hayao Miyazaki, e, secondo Raphael Olivier, anche dal vivo “sembra quasi irreale quanto nel film.”

Del resto gli scatti di Olivier, silenziosi e aperti come al solito, ci portano in un mondo parallelo dove i consueti punti di riferimento vengono meno e le linee curve, di rami, radici e terreno, costituiscono un fitto reticolo, inestricabile. ma non cupo.  Un paesaggio che nelle fotografie ci appare deserto ma che sembra pulsare di vita.
I giochi di luce tra le fitte fronde fanno il resto e Olivier si limita a coglierli, senza forzare in alcun modo l’intensità del paesaggio.

Raphael-Olivier-yakushima-the-spirit-of-forest-02

Di origini francesi, Raphael Olivier, da diversi anni vive e lavora a Singapore. Di lì, viaggia per tutta l’Asia, che ci racconta attraverso i suoi progetti personali come, appunto, ‘Yakushima - The Forest Spirt’. Ma soprattutto nelle tante serie incentrate su architettura e urbanistica.

Olivier, però, non si limita a documentare le forme degli edifici ma si basa sempre su un particolare curioso della Storia recente di un luogo nel tentativo di tracciarne in modo sintetico le contraddizioni o le caratteristiche che balzano all’occhio (come nella serie ‘Ordos - A Failed Utopia’). Per vedere altre sue fotografie oltre al sito web si può ricorrere all’account Behance o Instagram.

Raphael-Olivier-yakushima-the-spirit-of-forest-03

Per quanto riguarda l’isola di Yakushima e la sua secolare foresta, infine va aggiunto, che in quanto sfondo del film ‘Principessa Mononoke’ probabilmente comparirà nel parco divertimenti ‘Ghibli Park’ (frutto di un accordo tra lo Studio Ghibli e la prefettura di Aichi) che aprirà nel 2022 e di cui in questi giorni sono apparse le prime illustrazioni.

Raphael-Olivier-yakushima-the-spirit-of-forest-03
Raphael-Olivier-yakushima-the-spirit-of-forest-04
Raphael-Olivier-07.jpg
Raphael-Olivier-02.jpg
Raphael-Olivier-09.jpg
Raphael-Olivier-10.jpg
Raphael-Olivier-04.jpg
Raphael-Olivier-11.jpg