Ice Watch London di Olafur Eliasson, una foresta di ghiaccio artico nel cuore della City

Ice Watch by Olafur Eliasson and Minik Rosing. Supported by Bloomberg. Installation: Bankside, outside Tate Modern, 2018. Photo: Justin Sutcliffe © 2018 Olafur Eliasson

Ice Watch by Olafur Eliasson and Minik Rosing. Supported by Bloomberg. Installation: Bankside, outside Tate Modern, 2018. Photo: Justin Sutcliffe © 2018 Olafur Eliasson

Inaugura oggi Ice Watch London firmato da Olafur Eliasson in collaborazione al geologo Minik Rosing. Sarà la terza installazione della serie dedicata dall’artista danese al cambiamento climatico ma sarà pure l’intervento più impegnativo. Un’impresa titanica. Eliasson, infatti, ha disposto 24 blocchi di ghiaccio artico davanti alla Tate Modern (dove farà una mostra nel luglio 2019) fino a creare una sorta di essenziale e maestosa foresta. Altri 6 sono poi, stati posizionati all’esterno della sede europea del colosso dei media Bloomberg (che finanzia l’evento).

In totale ci sono volute 110 tonnellate di ghiaccio prelevato sotto forma di di iceberg fluttuanti in Groenlandia.

I blocchi di ghiaccio sono stati trasportati integri fino a Londra dove si scioglieranno più o meno lentamente a seconda del tempo. L’intervento intende dare un’esperienza diretta alle persone che si troveranno a passare per Londra degli effetti del cambiamento climatico sulla calotta artica.

Consentendo alle persone di toccare davvero i blocchi di ghiaccio spero si creerà un legame più profondo tra loco e quello che ci circonda. ha detto Olafur Eliasson- auspico anche che questo progetto ispirerà in loro cambiamenti radicali. Dobbiamo riconoscere che insieme abbiamo il potere di intraprendere azioni individuali e di spingere per un cambiamento sistemico. trasformiamo le conoscenze sul clima in azioni per il clima .

Ice Watch è stato realizzato in coinncidenza con l’incontro dei leader modiali per il COP24 di Katowice (Polonia). Olafur Eliasson ha già installato altre versioni di quest’opera d’arte pubbblica a Copenaghen e a Parigi. La ricerca di Minik Rosing, che a Londra affianca l’artista danese, è famosa per aver portato a datare l’origine della vita sulla terra centinaia di milioni di anni prima di quanto si pensasse in precedenza.

Ice Watch by Olafur Eliasson and Minik Rosing. Supported by Bloomberg. Installation: Bankside, outside Tate Modern, 2018. Photo: Justin Sutcliffe © 2018 Olafur Eliasson

Ice Watch by Olafur Eliasson and Minik Rosing. Supported by Bloomberg. Installation: Bankside, outside Tate Modern, 2018. Photo: Justin Sutcliffe © 2018 Olafur Eliasson

Ice Watch by Olafur Eliasson and Minik Rosing. Supported by Bloomberg. Installation: Bankside, outside Tate Modern, 2018. Photo: Justin Sutcliffe © 2018 Olafur Eliasson

Ice Watch by Olafur Eliasson and Minik Rosing. Supported by Bloomberg. Installation: Bankside, outside Tate Modern, 2018. Photo: Justin Sutcliffe © 2018 Olafur Eliasson

Ice Watch by Olafur Eliasson and Minik Rosing. Supported by Bloomberg. Installation: Bankside, outside Tate Modern, 2018. Photo: Justin Sutcliffe © 2018 Olafur Eliasson

Ice Watch by Olafur Eliasson and Minik Rosing. Supported by Bloomberg. Installation: Bankside, outside Tate Modern, 2018. Photo: Justin Sutcliffe © 2018 Olafur Eliasson

Ice Watch by Olafur Eliasson and Minik Rosing. Supported by Bloomberg. Installation: Bankside, outside Tate Modern, 2018. Photo: Justin Sutcliffe © 2018 Olafur Eliasson

Ice Watch by Olafur Eliasson and Minik Rosing. Supported by Bloomberg. Installation: Bankside, outside Tate Modern, 2018. Photo: Justin Sutcliffe © 2018 Olafur Eliasson

Ice Watch by Olafur Eliasson and Minik Rosing. Supported by Bloomberg. Installation: Bankside, outside Tate Modern, 2018. Photo: Justin Sutcliffe © 2018 Olafur Eliasson

Ice Watch by Olafur Eliasson and Minik Rosing. Supported by Bloomberg. Installation: Bankside, outside Tate Modern, 2018. Photo: Justin Sutcliffe © 2018 Olafur Eliasson

Ice Watch by Olafur Eliasson and Minik Rosing. Supported by Bloomberg, Installation: City of London, outside Bloomberg’s European headquarters, 2018. Photo: Charlie Forgham-Bailey © 2018 Olafur Eliasson

Ice Watch by Olafur Eliasson and Minik Rosing. Supported by Bloomberg, Installation: City of London, outside Bloomberg’s European headquarters, 2018. Photo: Charlie Forgham-Bailey © 2018 Olafur Eliasson

Ice Watch by Olafur Eliasson and Minik Rosing. Supported by Bloomberg, Installation: City of London, outside Bloomberg’s European headquarters, 2018. Photo: Charlie Forgham-Bailey © 2018 Olafur Eliasson

Ice Watch by Olafur Eliasson and Minik Rosing. Supported by Bloomberg, Installation: City of London, outside Bloomberg’s European headquarters, 2018. Photo: Charlie Forgham-Bailey © 2018 Olafur Eliasson

Ice Watch by Olafur Eliasson and Minik Rosing. Supported by Bloomberg, Installation: City of London, outside Bloomberg’s European headquarters, 2018. Photo: Charlie Forgham-Bailey © 2018 Olafur Eliasson

Ice Watch by Olafur Eliasson and Minik Rosing. Supported by Bloomberg, Installation: City of London, outside Bloomberg’s European headquarters, 2018. Photo: Charlie Forgham-Bailey © 2018 Olafur Eliasson

Ice Watch by Olafur Eliasson and Minik Rosing. Supported by Bloomberg, Installation: City of London, outside Bloomberg’s European headquarters, 2018. Photo: Charlie Forgham-Bailey © 2018 Olafur Eliasson

Ice Watch by Olafur Eliasson and Minik Rosing. Supported by Bloomberg, Installation: City of London, outside Bloomberg’s European headquarters, 2018. Photo: Charlie Forgham-Bailey © 2018 Olafur Eliasson

caricamento di ghiaccio al Nuuk Port and Harbour, Groenlandia, foto : kuupik v. kleist / KVK consult, © 2018 olafur eliasson

caricamento di ghiaccio al Nuuk Port and Harbour, Groenlandia, foto : kuupik v. kleist / KVK consult, © 2018 olafur eliasson

ghiaccio galleggiante in nuup kangerlua, in Groenlandia. foto: studio olafur eliasson , © 2018 olafur eliasson

ghiaccio galleggiante in nuup kangerlua, in Groenlandia. foto: studio olafur eliasson , © 2018 olafur eliasson

caricamento di ghiaccio al Nuuk Port and Harbour, Groenlandia foto : studio olafur eliasson, © 2018 olafur eliasson

caricamento di ghiaccio al Nuuk Port and Harbour, Groenlandia foto : studio olafur eliasson, © 2018 olafur eliasson

caricamento di ghiaccio al Nuuk Port and Harbour, Groenlandia foto : studio olafur eliasson, © 2018 olafur eliasson

caricamento di ghiaccio al Nuuk Port and Harbour, Groenlandia foto : studio olafur eliasson, © 2018 olafur eliasson

Iké Udé racconta Nollywood tra abiti, stoffe e pose da star, in una serie di spettacolari ritratti fotografici

Iké Udé, Nollywood Portraits: A Radical Beauty, Genevieve Nnaji , Actress and producer

Iké Udé, Nollywood Portraits: A Radical Beauty, Genevieve Nnaji , Actress and producer

Con un fatturato multi milionario e un numero di titoli sfornati annualmente davvero sorprendente Nollywood, la Hollywood nigeriana, è la seconda industria cinematografica al mondo. L’artista nigeriano-statunitense Iké Udé ne è rimasto affascinato e l’ha raccontata ritraendo i personaggi più o meno famosi che la popolano in una serie di fotografie che, pur riflettendo sulla perdita di identità degli africani, celebrano il loro orgoglio e la loro resilienza.

Famiglia benestante, solida istruzione, con doppia cittadinanza nigeriano-statunitense l’artista (ma anche autore ed editore) Iké Udé nelle sue fotografie affronta “rappresentazione e identità sessuale, di genere, culturale e stilistica” con dei ritratti eleganti e scenografici in cui nulla è lasciato al caso.

A fare di lui un’icona di uno stile creativo e sopra le righe è stata la serie di autoritratti ‘Sartorial Anarchy’ in cui Udé indossa dei ricercati costumi (da lui stesso creati) che non tengono conto di storia e geografia, mixando abiti di epoche differenti e indumenti comunemente indossati da persone che provengono da paesi diversi.

La serie di opere dedicate a Nollywood, così come l’intero corpus di lavoro di Udé del resto, almeno su un piano d’interpretazione, intende sfidare la visione stereotipata che le altre persone hanno degli africani, in cui prevalgono immagini di miseria e squallore sul ritratto di una realtà più complessa e stratificata socialmente.

Nollywood probabilmente è la cosa più bella che viene dall’Africa- ha detto Iké Udé in un’intervista rilasciata a Griot- dai tempi delle Piramidi, dei Faraoni e delle Regine. Ecco perchè ho focalizzato il mio interesse su questo progetto.”

“(…) Sicuramente l’immagine e la bellezza dell’Africa sono state deturpate dal colonialismo occidentale e ironicamente dai quei buffi personaggi africani chiamati leader, che sono, tutti insieme, un’immisurabile e costante fonte di imbarazzo ed in più una pallida imitazione dei colonialisti, se non peggio di loro alle volte.”

Le sue opere sono stati esposte e fanno parte delle collezioni permanenti di importanti musei internazionali d’arte contemporanea come il Solomon R. Guggenheim, lo Smithsonian Museum of Art e lo Sheldon Museum.

Per vedere altri lavori di Iké Udé, della serie ‘Nollywood Portraits: a Radical Beauty’ e di altri gruppi di immagini, si può ricorrere al suo sito internet o all’account Instagram.

Iké Udé, Nollywood Portraits: A Radical Beauty,Alexx Ekubo, Actor

Iké Udé, Nollywood Portraits: A Radical Beauty,Alexx Ekubo, Actor

Iké Udé, Nollywood Portraits: A Radical Beauty, Linda Ihuoma Ejiofor, Actress

Iké Udé, Nollywood Portraits: A Radical Beauty, Linda Ihuoma Ejiofor, Actress

Iké Udé, Nollywood Portraits: A Radical Beauty, Mary Lazarus, Actress

Iké Udé, Nollywood Portraits: A Radical Beauty, Mary Lazarus, Actress

Iké Udé, Nollywood Portraits: A Radical Beauty,Sadiq Daba , Actor, producer, and director

Iké Udé, Nollywood Portraits: A Radical Beauty,Sadiq Daba , Actor, producer, and director

Iké Udé, Nollywood Portraits: A Radical Beauty, Beverly Naya , Actress

Iké Udé, Nollywood Portraits: A Radical Beauty, Beverly Naya , Actress

Iké Udé, Nollywood Portraits: A Radical Beauty, Daniel K. Daniel aka DKD , Actor

Iké Udé, Nollywood Portraits: A Radical Beauty, Daniel K. Daniel aka DKD , Actor

Iké Udé, Nollywood Portraits: A Radical Beauty, Gbenro Ajibade, Actor, producer, host, and model

Iké Udé, Nollywood Portraits: A Radical Beauty, Gbenro Ajibade, Actor, producer, host, and model

La lotteria di Banksy: "Chi indovina quanto pesa la mia scultura se la porta a casa per 2 euro"

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Attraverso il suo account Instagram Banksy, tre giorni fa ha dato l’avvio a una riffa. Il vincitore si aggiudicherà la scultura ‘Exodus’, firmata dallo stesso artista britannico e già esposta nel parco a tema Dismaland. L’opera, sarà ceduta per sole due sterline (circa 2 euro e 24 che andranno in beneficenza) a chi ne indovinerà il peso.

Come in ogni lotteria che si rispetti c’è un prezzo da pagare. Sarà infatti, necessaria una micro-donazione di 2 sterline all’associazione di supporto ai rifugiati Choose Love per entrare in gara. Ma , dopo che un’opera di Banksy, venduta per 1 milione di sterline, si è autodistrutta in asta (leggi com’è finita qui), c’è da credere che saranno in parecchi a voler tentare la fortuna.

Calcolatrice alla mano, se tutte le persone che fino a questo momento hanno messo mi piace al post di Banksy (448.518) facessero una sola donazione da 2 sterline, il totale che verrebbe devoluto in beneficenza sarebbe di 897mila sterline. Insomma un successo.

L’ironica scultura, che rappresenta un gruppo di migranti su un barcone, è telecomandata e può raggiungere la velocità di 3 nodi. Così viene descritta sul sito dell’associazione Choose Love: “È un'opera d'arte oscuramente satirica o un giocattolo telecomandato di pessimo gusto? Potrebbe essere entrambi. Certamente è unico e potrebbe essere tuo in tempo per Natale...

Indovinare il peso dell’opera tuttavia, non sembra impresa da poco. Sulla rete le opinioni sono disparate e le ipotesi vanno da meno di uno a più di 28 chili

Per tentare la fortuna alla lotteria di Banksy c’è tempo fino alle 20 del 22 dicembre. Maggiori informazioni sulla scultura (dimensioni, materiali) si possono trovare sul sito dell’associazione benefica, (via Collateral)

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Cecilia Paredes che si dipinge il corpo con fiori e foglie fino a sparire negli sfondi delle sue stesse fotografie

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L’artista peruviana Cecilia Paredes appende delle carte d parati o dei tessuti decorati con importanti e coloratissimi motivi floreali. Dopodiché si dipinge il corpo fino a replicare sulla sua pelle le decorazioni che animano il fondo. A volte si copre anche usando indumenti o tessuti uguali a ciò che sta dietro di lei. Poi si scatta delle fotografie in cui lei e l’ambiente circostante diventano una cosa sola.

Il lavoro di Cecilia Paredes assomiglia a quello del cinese Liu Bolin (di cui ho parlato spesso, ad esempio qui). In entrambi i casi si parla di autoritratti fotografici, in cui gli artisti con il body painting riescono a mimetizzarsi nello sfondo fin quasi a scomparire. Ma le similitudini finiscono più o meno lì. A Bolin interessano la società e l’architettura mentre la Paredes focalizza le sue fotografie su biodiversità, migrazioni e femminilità. L’idea dell’ adattarsi fino dissolversi nel mondo (poco importa se reale o immaginario), invece, li accomuna.

"Avvolgo, copro o dipingo il mio corpo con lo stesso pattern del materiale di fondo e mi ripresento come parte di quel paesaggio- ha dichiarato- attraverso questo atto sto lavorando sul tema della costruzione della mia identificazione con l'ambiente o parte del mondo dove vivo o che comunque sento di poter chiamare casa “.

Cecilia Paredes è originaria di Lima ma vive a Philadelphia. La sua serie di opere più famosa (cioè quella di cui si parla in questo post) si intitola ‘Paisajes’. Tra le esposizioni più importanti a cui ha partecipato c’è la Biennale di Venezia. Dal 30 dicembreil suo lavoro sarà al centro di una mostra del Museo dell’Università di Navarra (MUN, fino al 27 marzo 2019). (via Colossal)

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La doppia vita di Marco Bagnoli, proprietario della Sammontana e artista internazionale di successo

Marco Bagnoli, Ascolta il flauto di canna, 1985-2007, alluminio dipinto e impianto idraulico, h. 490 cm, diametro 9 cm, Villa La Magia, Quarrata 2007. Fotografia di Ela Bialkowska

Marco Bagnoli, Ascolta il flauto di canna, 1985-2007, alluminio dipinto e impianto idraulico, h. 490 cm, diametro 9 cm, Villa La Magia, Quarrata 2007. Fotografia di Ela Bialkowska

Un po’ come un supereroe d’altri tempi Marco Bagnoli ha una doppia vita: artista affermato e vicepresidente della Sammontana. Classe 1949, laureato in chimica, per lui il marchio leder del gelato in Italia è l’azienda di famiglia, la sua storia e il suo presente, ma l’arte non è da meno. La sua prima mostra di una certa importanza, infatti, risale al 1977 (insieme, tra gli altri, all’amico Mario Merz) ma a creare comincia molto prima. E poi di smettere non se ne parla.

Adesso Skira gli ha dedicato un’importante monografia a cura di Germano Celant (con cui Bagnoli è entrato in contatto fin dagli anni ’70), che ripercorre il suo percorso artistico- culturale, intrecciandolo alla biografia e inframmezzandolo con le principali dichiarazioni poetiche dell’artista. Perché Marco Bagnoli è anche poeta. Anzi la poesia fu la sua prima passione. Dopo il gelato ovviamente.

Per me la gelateria era un mondo magico, frequentato anche da artisti come Virgilio Carmignani e Gigi Boni, molto amico di mio padre- ricorda- Quando venne acquistato il terreno per la nuova fabbrica, lo spazio non fu occupato del tutto. Mio nonno Romeo, che la terra l’aveva lavorata davvero e che ebbe sempre la natura nell’anima, ci ricavò un orto che coltivava con passione. Per me andare in fabbrica voleva dire andare nell’orto del nonno a imparare a lavorare la terra e a coltivare gli ortaggi”.

Oltre i ricordi tuttavia ci sono anni di lavoro in un gruppo in espansione, ci sono le sfide imprenditoriali, c’è la concretezza della fabbrica.

Marco Bagnoli non è l’unico artista a essere riuscito a mettere insieme due carriere impegnative, di successo e apparentemente inconciliabili (per esempio il premier albanese Edi Rama). Tuttavia il suo percorso resta fuori dall’ordinario. C’è anche da dire che Bagnoli non è tipo da facilonerie: spazia tranquillamente tra un mezzo espressivo e l’altro, le sue opere sono visivamente semplici ma dense di simboli, studiate ed estremamente colte. Senza contare il curriculum che non è certo poca cosa (ha esposto in quattro edizioni della Biennale di Venezia e in due di Documenta, oltre ad essersi meritato le sale di importanti musei internazionali).

Di che parla? Celant lo spiega così: “Un’inedita rifondazione poetico-scientifica del fare arte, che professa l’unità delle culture, al fine di sopprimere ogni confine e ogni distanza e ridare all’indagine estetica una presenza simultanea di tutte le polarità del sentire e del percepire”.

Insomma gli piace mostrare le cose da angolazioni diverse, apparentemente esotiche (la cultura orientale per esempio è un elemento ricorrente) e sottolineare che se si guarda con più attenzione tanto diverse non sono. Sotto la superficie essenziale (anche se non immune a un certo senso scenografico dello spazio) le sue installazioni sono poi profondamente legate alla Storia dell’Arte della terra che ha dato i natali al loro autore (la Toscana): la prospettiva, il paesaggio, l’emergere di un bagliore ‘divino’. Il suo è un universo ordinato, che non si lascia affascinare dall’abisso e non cede alla tentazione dell’ironia perché pur interrogandosi poggia su delle solide certezze. E poi, da che mondo è mondo, il gelato aiuta a tener alto il morale.

Marco Bagnoli, La Parola, 2004-2009, pallet in legno, impianto sonoro, 1040 x 1440 x 400 cm, Spazio Thetis, Arsenale Novissimo, Venezia 2009. Fotografia di Gino Di Paolo

Marco Bagnoli, La Parola, 2004-2009, pallet in legno, impianto sonoro, 1040 x 1440 x 400 cm, Spazio Thetis, Arsenale Novissimo, Venezia 2009. Fotografia di Gino Di Paolo

Marco Bagnoli, Albe of Zonsopgangen, pallone aerostatico, terra e stroboscopio, brughiera di Laren 1984. Fotografia di Jan Schot rielaborata

Marco Bagnoli, Albe of Zonsopgangen, pallone aerostatico, terra e stroboscopio, brughiera di Laren 1984. Fotografia di Jan Schot rielaborata

Marco Bagnoli, Araba Fenice, fibra di vetro, foglia d'argento, colore, onice e alluminio verniciato, h. 650 cm, 540 diametro, Giardino di Boboli, Palazzo Pitti, Firenze 2013. Fotografia di Ela Bialkowska

Marco Bagnoli, Araba Fenice, fibra di vetro, foglia d'argento, colore, onice e alluminio verniciato, h. 650 cm, 540 diametro, Giardino di Boboli, Palazzo Pitti, Firenze 2013. Fotografia di Ela Bialkowska

Marco Bagnoli, Dacché sono io, entra, legno dipinto e proiezione di luce, 4 x 125 x 600 cm, Villa La Magia, Quarrata 2007. Fotografia di Fulvio Salvadori

Marco Bagnoli, Dacché sono io, entra, legno dipinto e proiezione di luce, 4 x 125 x 600 cm, Villa La Magia, Quarrata 2007. Fotografia di Fulvio Salvadori

Marco Bagnoli. Spazio [x] Tempo. Si fa così X = 5 (+5)=X, affresco, Castello di Santa Maria Novella, Fiano 1997. Fotografia di Paolo Emilio Sfriso

Marco Bagnoli. Spazio [x] Tempo. Si fa così X = 5 (+5)=X, affresco, Castello di Santa Maria Novella, Fiano 1997. Fotografia di Paolo Emilio Sfriso

Marco Bagnoli, L'anello mancante alla catena che non c'è, mercurio, rame, ferro, legno, 480 x 380 cm, Sala Ottagonale, Fortezza da Basso, Firenze 1989. Fotografia di Carlo Cantini

Marco Bagnoli, L'anello mancante alla catena che non c'è, mercurio, rame, ferro, legno, 480 x 380 cm, Sala Ottagonale, Fortezza da Basso, Firenze 1989. Fotografia di Carlo Cantini

Marco Bagnoli, Bonjour, Monsieur Cézanne, cappello di feltro, Galleria Lucio Amelio, Napoli 1978. Fotografia di Maria Benelli

Marco Bagnoli, Bonjour, Monsieur Cézanne, cappello di feltro, Galleria Lucio Amelio, Napoli 1978. Fotografia di Maria Benelli

La 'Flora Commedia' di Cai Guo-Qiang che ha dipinto fiori nel cielo di Firenze con 50mila fuochi d'artificio

I fuochi di artificio di Cai Guo-Qiang a Firenze, photo Valentina Grandini

I fuochi di artificio di Cai Guo-Qiang a Firenze, photo Valentina Grandini

Ci sono voluti 50 mila fuochi d’artificio per realizzare "City of Flowers in the Sky" , il suggestivo spettacolo pirotecnico ispirato alla Venere di Botticelli con cui l’artista cinese Cai Guo-Qiang ha annunciato la mostra"Flora Commedia" alle Gallerie degli Uffizi (da oggi, 20 novembre al 17 febbraio). Ma le esplosioni, che hanno riempito il cielo fiorentino con enormi fiori sfavillanti di rinascimentale memoria, sono durate si e no una decina di minuti. Perchè il lavoro di Cai Guo-Qiang è così: spettacolare, veloce come un lampo, carico d’energia ma effimero.

O almeno lo è la parte performativa dell’opera dell’artista cinese. Lo stesso discorso non vale per i dipinti realizzati con polvere da sparo e i bozzetti che da oggi sarà possibile vedere nelle sale delle Gallerie degli Uffizi di Firenze. Esposte nelle sale successive ai maestri del tardo Rinascimento le opere, incentrate sul tema dei fiori, si ispirano ai capolavori di Caravaggio e Botticelli.

"L’obbiettivo che mi prefiggo- ha spiegato Cai Guo-Quiang in un'intervista rilasciata ad Artribune- è la ricerca dell’invisibile, ma non sono sempre sicuro di cosa sto cercando e di quale sarà il risultato di questa ricerca. In questo caso mi sono ispirato alla Primavera di Botticelli e alla Medusa di Caravaggio come canali per individuare questa sintesi di forze, e ho trovato ispirazione nella collaborazione con i botanici degli Uffizi che hanno ricreato le piante che fiorivano nel giardino durante il Rinascimento. Tramite questo processo di ricerca sono riuscito ad andare più a fondo nella tematica che ho scelto per la mostra, nel ricercare la spiritualità dei fiori e allo stesso tempo quella della polvere da sparo."

Nonostante “City of Flowers in the Sky” si sia consumato in un baleno, l’artista ne ha lasciato una traccia indelebile nell’ultima galleria, dov’è esibito un enorme disegno (24 metri) fatto su carta giapponese con polvere da sparo colorata, riferito al suo rapporto e alla sua storia con la pittura (Cai Guo-Qiang è figlio di un pittore e ha dipinto in ‘modo tradizionale’ fin da bambino).

"Flora Commedia" alle Gallerie degli Uffizi di Firenze è parte di un progetto più ampio di Cai Guo Qiang (“Viaggio di un individuo attraverso la Storia dell’Arte Occidentale”) di cui erano parte le mostre svoltesi nel 2017 al Museo Pushkin di Mosca e al Museo Prado di Madrid. Nel 2019 il pellegrinaggio occidentale dell'artista continuerà al Museo Archeologico di Napoli e si concluderà in Oriente dove presenterà il frutto di questo lungo viaggio.