Tutti i volti di Marilyn Monroe in una serie di rare fotografie di Milton Greene

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Il sodalizio tra Marilyn Monroe e il fotografo e produttore cinematografico statunitense Milton H. Greene diede vita a un vero e proprio archivio di immagini dell’iconica attrice. Ben cinquemila scatti in cinquantadue diverse locations, che raccontano la metamorfosi di Marilyn da stereotipo in persona. 
La mostra “Up Close with Marilyn: Portraits by Milton H. Greene” alla Proud Central Gallery di Londra ripercorre questo rapporto ma soprattutto svela tutti i volti di Marilyn, che Green riuscì a catturare nei suoi scatti.

Milton H. Greene quando incontrò la Monroe era già un famoso fotografo. Conosciuto per i suoi servizi su Vogue, nel tempo avrebbe ritratto tutte le celebrità dell’epoca, dalla Cardinale alla Hepburn, passando per Hitchcock, Elizabeth Taylor, Cary Grant, Groucho Marx, Newman, la Dietrich, la Bacall e molte altre. Con Marilyn fondò addirittura una società di produzione (la Marylin Monroe Production). Ma soprattutto la convinse ad abbandonare lo stereotipo della bionda svampita che l’aveva resa famosa per incarnare una personalità ben più complessa e sfaccettata.

Così la Marilyn Monroe che ci restituisce l’obbiettivo di Milton Greene è di volta in volta naturale o raffinata, dolce e scherzosa o sensuale ma anche indipendente ed enigmatica. E il fotografo in molti scatti riesce a far prevalere un clima di intimità che non frappone barriere tra chi guarda e la persona ritratta.

La mostra “Up Close with Marilyn: Portraits by Milton H. Greene” alla Proud Central Gallery di Londra si concluderà il 24 giugno. (via Fubiz)

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L’incredibile storia dei locali notturni sugli alberi che animavano la frizzante Parigi degli Impressionisti

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Erano gli anni degli Impressionisti e la vita ‘en plain air’ era quasi un dovere per i parigini anche quando si trattava di divertirsi. Complici i confini meno definiti tra città e campagna per oltre un secolo gli abitanti della ville lumiere si sono spinti fino al vicino villaggio di Le Plessis-Piquet (che adesso si chiama Le Plessis- Robinson) per vivere delle incantevoli serate sulle cime degli alberi. 

Iniziò tutto con il successo di una sala da ballo all’aperto. La ‘guinguette’ (il nome deriva dal vino bianco) ebbe una fortuna che convinse il proprietario del ristorante Joseph Gueusquin a costruire Le Grand Robinson nel 1848. Il cabaret era una casa sull’albero.
Si trovava tra i rami di un grande castagno e si chiamava così perché Gueusquin aveva cercato di riprodurre la casa sull’ albero descritta nelle avventure di Robinson Crusoe.

Le persone se ne innamorarono e i ristoranti sugli alberi cominciarono a spuntare come funghi in tutta la cittadina. Nei decenni che seguirono la concorrenza fu spietata: alcuni ospitarono gare di asini mentre altri costruirono altissime altalene. Gueusquin dal canto suo alla fine decise di cambiare il nome del suo ‘Le Grand Robinson’ in ‘Le Vrai Arbre de Robinson’ per rivendicare il suo primato.

Nel 1909, dopo sessant’anni di successi delle case sugli alberi, il comune diventò ufficialmente Le Plessis- Robinson. Oggi nessun locale simile è ancora attivo (l’ultimo chiuse nel ’76), tuttavia in silenzioso ricordo di quell’epoca festosa restano dei tavoli attaccati agli alberi della città. (via Jeroen Apers)

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Guarda questo dipinto del’600 riprendere vita sotto i tuoi occhi, dopo essere stato liberato da 300 anni di sporcizia

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A postare questo breve video su Twitter è stato Philip Mould, storico d’arte, mercante e conduttore di un programma culto sulla BBC (‘Fake o Fortune?’ giunto alla sua sesta edizione). Il filmato mostra lo stesso Mould mentre rimuove con solvente e tampone i danni provocati da 300 anni di polvere su un ritratto femminile datato 1618. Un’idea semplice se vogliamo, che ha avuto un successo travolgente.

Il tweet di Mould si è guadagnato oltre 190mila like, 77mila retweet, e un numero di visualizzazioni stupefacente (ben oltre 7 milioni e mezzo mentre scrivo).
150000 like & 7,5 milioni di impressioni dopo (e ancora in crescita)-scrive- la nostra signora in rosso (#womaninred ndr) sta facendo la storia dell’arte di Twitter”.

Curiosamente in tempi di branding delle opere d’arte, del dipinto si sa poco o niente. E’ inglese, datato 1618 e la donna che vi è ritratta è stata effigiata quando aveva 36 anni. Punto.

Philip Mould invece oltremanica (e non solo) è una vera e propria celebrità. Specializzato in arte british (la vende, la studia e la restaura pure) ha all’attivo due libri di grande successo (che per qualche motivo a me ignoto non sono stati tradotti in italiano), un figlio e un cucciolo di nome Cedric. 
E’ stato consigliere artistico per il Palazzo di Westmister e, durante questo periodo, ha ritrovato, sparse per il globo, circa 200 opere storicamente e politicamente rilevanti per l’istituzione britannica. E se non bastasse, nel curriculum di Philip Mould, c’è anche la scoperta di 5 dipinti di Van Dick perduti.

L’opera al centro del video-tweet, invece, era stata coperta dall’autore con un finish protettivo di pittura che nel corso del tempo aveva assorbito polvere e sporcizia fino a diventare giallo. Mould non ha fatto altro che rimuoverlo riprendendo l‘operazione con un telefonino.  Il successo di quest’operazione dovrebbe insegnare qualcosa a molti che dovrebbero avere il compito di promuovere mostre e musei. Ma che invece di divulgare la Storia dell’arte si impegnano nell’allontanare l’interesse del pubblico e magari nel facilitare lo sbadiglio.

Per vedere l’immagine della #womaninred di Philip Mould a pulizia completata o seguire le sue cacce al tesoro e le sue avventure a sfondo artistico c'è  il suo Twitter. (via Colossal

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Oltre mille antichi libri illustrati giapponesi sono online per essere consultati e scaricati. Gratis!

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I musei Smithsonian hanno appena terminato di digitalizzare oltre mille libri giapponesi pubblicati tra il periodo Edo e l’era Meiji (cioè tra il 1600 e il 1912). Tutti finemente illustrati dagli artisti del “Mondo fluttuante”. Che adesso chiunque potrà sfogliare o scaricare gratis.

I testi, stampati su carta preziosa e decorati con grazia, fanno parte della collezione d’arte orientale messa insieme dal magnate delle ferrovie Charles Lang Freer e dal padre delle moderne pubblicità farmaceutiche Arthur M. Sackler adesso conservata allo Smithsonian Institution's National Museum of Asian Art di Washington.  La raccolta, tra le altre cose, comprende sculture in pietra egiziane, dipinti cinesi, vasellame coreano e, appunto, libri giapponesi.

“Spesso zeppi di bellissime illustrazioni multicolore" scrive Reiko Yoshimura sul blog di Smithsonian Libraries"molti titoli sono stati dipinti da importanti artisti tradizionali giapponesi e pittori ukiyo-e ('mondo fluttuante') come Ogata Korin (1658-1716), Ando Hiroshige (1797-1858) e Katsushika Hokusai (1760-1849)."

I libri contengono mille e cento illustrazioni, spesso frazionate su più pagine, per un totale 41mila500 immagini separate.

La Yoshimura (sempre sul blog dello Smithsonian) consiglia di godersi la bellezza di “Cento vedute del Monte Fuji” di Hokusai, ma di non trascurare neppure “Trentasei attori popolari” di Utagawa Toyokuni.

Per poterli apprezzare leggere il giapponese (per di più antico) non è necessario, sia per le illustrazioni che per la bellezza dei caratteri, realizzati secondo l’arte tradizionale della calligrafia.

La collezione di antichi libri illustrati giapponesi dello Smithsonian è stata digitalizzata ad alta risoluzione per permettere di godere al massimo della consultazione di questi bellissimi testi artistici. Tutti possono essere scaricati in vari formati. (via Open Culture)

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Ascolta la celestiale musica incisa su questi coltelli del Rinascimento

 Image courtesy Victoria & Albert Museum

Image courtesy Victoria & Albert Museum

Attualmente sono conservati in Inghilterra, in parte nel Victoria and Albert Museum di Londra, in parte nella collezione del Fitzwilliam Museum di Cambridge, ma i “Notation Knives” sono dei raffinati manufatti italiani. Realizzati tra il 1500 e il 1550 da un artigiano sconosciuto, sono stati in possesso di almeno una ricca famiglia italiana. La loro particolarità è che hanno delle melodie incise sulla lama.

Non si tratta di coltelli usati per offendere ma di semplici posate. Ed è proprio questo che lascia gli storici sconcertati. Infatti, se la lama sembra l’ideale per tagliare una bistecca o giù di lì, l’etichetta del Rinascimento non lascia spazio a dubbi: simili compiti erano riservati alla servitù.
L’incisione è stata realizzata su entrambi i lati delle lame. Da una parte si trova la musica di una benedizione per il pasto che verrà e dall’altra quella di ringraziamento per il cibo appena consumato.
Kirstin Kennedy curatrice del Victoria & Albert Museum dice che “noi non siamo del tutto sicuri” di come questi “splendidi coltelli” venivano usati. Ciò probabilmente rimarrà un mistero anche se gli storici avanzano diverse teorie (che venissero usati solo in particolari occasioni o cerimonie ecc)

Stà di fatto però che il coro del Royal College of Music ha cantato e registrato le melodie incise su questi coltelli. Che chiunque può ora ascoltare o persino scaricare direttamente da qui. Per godere di altre interpretazioni dei talentuosi coristi c’è il sito del V&A Museum. (via Open Culture)

 Notation Knives, XVI secolo. Artista sconosiuto. Fitzwilliam Museum Collection, Cambridge. Photo by Johan Oosterman.

Notation Knives, XVI secolo. Artista sconosiuto. Fitzwilliam Museum Collection, Cambridge. Photo by Johan Oosterman.

Le casette per gli uccelli degli ottomani che sembrano palazzi riccamente ornati

 diverse foto courtesy of  Caner Cangül

diverse foto courtesy of Caner Cangül

Un elemento curioso e non molto conosciuto dell’architettura ottomana in Turchia è l’abitudine di inserire una casa per uccelli sulla facciata degli edifici simbolo delle città. Moschee, ponti, locande e biblioteche possedevano una loro casetta per i volatili. Sulle fontane poi erano inseriti anche dei minuscoli abbeveratoi.

Ma più che semplici ricoveri per piccioni, rondini o passeri sembrano palazzi in miniatura. Con più di un ingresso e ricchi decori ricalcano l’architettura delle residenze più importanti del paese. A volte si articolano su due piani.

Gli ottomani avevano preso ad inserire queste dimore per pennuti sugli edifici per preservarne le facciate dalla corrosione. Ma anche perché si riteneva che chi offre riparo agli uccellini sarebbe stato ripagato con eventi fortunati.

La presenza e la cura con cui queste casette erano realizzate ha contribuito a rafforzare l’amore per gli animali. Tutt’ora i turchi hanno una particolare predilezione per gli uccelli che sfamano e che durante le migrazioni rallegrano numerosi alcune delle loro città (l’autore del blog istambulperitaliani riferisce che ad Istambul si fermano spesso: cicogne, falchi, gru e aironi).

Negli anni queste casette sono state chiamate con nomi diversi, talvolta divertenti altre poetici, come “kus köskü” (padiglioni degli uccelli), güvercinlik” (colombaie) e “serçe saray” (palazzo passero).
La maggior parte di queste casette che caratterizzarono così tanto l’architettura ottomana è andata distrutta. Degli esempi tuttavia sono ancora presenti in tutte le città turche. La più antica risale al XVI secolo ed è parte del Büyükçekmece Bridge di Instambul. (via Colossal)

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 photo collage by  Colossal

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